Come le foglie | di Antonello Di Carlo

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Con le sue giornate spesso piovigginose, le sue tonalità cromatiche contrastanti e il primo fresco che porta con sé, l’autunno è una stagione che non lascia indifferenti. È densa di malinconia e, al tempo stesso, di una vitalità che sfociano nel fatidico ritorno alla routine dopo le ferie estive, quando si è pronti ad affrontare un nuovo anno di impegni, di letture e si attende, rassegnati, l’inverno.

Nella storia della letteratura e della poesia, l’autunno è “dipinto” nei modi più variegati, con riflessioni e spunti dal fascino senza spazio, senza tempo e che, nero su bianco, ancora oggi, sono in grado di catturare in poche righe l’essenza sfaccettata di questa stagione e di ridestarne, con impetuosa veemenza, anche la catarsi lirica più lontana e sperduta nell’oceano del tempo.

A tal proposito, intendo iniziare questa mia riflessione, augurandomi di fare qualche utile considerazione e ricordando due delle liriche più belle della storia della poesia. Iniziamo proprio con il frammento 2D di Mimnermo, lirico greco nato intorno al 630 a.C. a Smirne. Di esso ci sono giunte poche notizie; scrisse due elegie, raccolte dagli antichi cantori in due libri: Nannò, la quale prende il nome della suonatrice di flauto da lui amata, e Smirneide.

Ci sono pervenuti circa un’ottantina di versi che, con toni intensi e malinconici, ben testimoniano la particolare propensione di quest’ultimo a temi connessi all’amore, al rimpianto per la giovinezza fugace e alla tristezza per l’inevitabile appropinquarsi della vecchiaia e della morte.

«Al modo delle foglie che nel tempo
fiorito della primavera nascono
e ai raggi del sole rapide crescono,
noi simili a quelle per un attimo
abbiamo diletto del fiore dell’età,
ignorando il bene e il male per dono dei Celesti.
Ma le nere dèe ci stanno a fianco,
l’una con il segno della grave vecchiaia
e l’altra della morte. Fulmineo
precipita il frutto di giovinezza,
come la luce d’un giorno sulla terra.
E quando il suo tempo è dileguato
è meglio la morte che la vita».

L’altro frammento che vorrei sottoporre alla vostra attenzione, appartiene ad Anacreonte, di cui abbiamo notizie più precise. Questi nacque verso il 570 a.C. a Teo, nella Ionia, città che abbandonò in seguito all’occupazione persiana.

Si trasferì prima a Samo, presso la corte del tiranno Policrate, successivamente ad Atene e infine in Tessaglia, presso gli Alevadi, ove rimase come poeta di corte fino al momento della sua tanto temuta, quanto naturale dipartita.

Con Anacreonte, nel mondo ellenistico, nasce una nuova tipologia di intellettuale. Infatti, amico di principi e tiranni, il poeta non disdegna affatto di avere un ruolo sociale che, consentendogli una posizione di sicuro prestigio, gli impone anche un repertorio adeguato alle aspettative di un pubblico tipicamente cortigiano.

Tralascia quindi i temi politici e preferisce quelli più leggeri dell’amore e del convivio. Di quest’ultimo ci sono giunti circa 200 frammenti e ci raccontano la particolare attitudine poetica ai motivi propri e inerenti al canto, al gioco, al vino e all’amore che, proprio come un dio terribile, domina l’uomo e le stesse divinità. A voi il frammento 44.

«Biancheggiano già le mie tempie
e calvo è il capo;
la cara giovinezza non è più,
e devastati sono i denti.
Della dolce vita ormai
mi resta breve tempo.
E spesso mi lamento
per timore dell’Ade.
Tremendo è l’abisso di Acheronte
e inesorabile la sua discesa:
perché chi vi precipita
è legge che più non risalga».

Mimnermo e Anacreonte riprendono nei loro frammenti la vecchiaia e la morte, due dei grandi  temi tradizionali della lirica greca arcaica. Intimamente connesso a questi motivi portanti è quello della fugacità della vita, presente, pur con le rispettive varianti, in entrambe le liriche. Dal canto suo, Mimnermo considera la vecchiaia come fase dell’esistenza che prelude alla morte, al contrario, Anacreonte, con maggiori dettagli realistici, coglie le sfumature inerenti al progressivo decadimento fisico a causa del quale non si può più  apprezzare i piaceri della terra.

La giovinezza è dunque un bene fugace che “precipita” fulmineo. Soltanto la triste vecchiaia e la nera morte attendono l’uomo, una volta che sia sfiorito il suo tempo migliore. Il timore dell’Ade e “dell’inesorabile abisso” contraddistingue la seconda parte della lirica di Anacreonte. Infatti, di fronte alle gioie della vita risiede il pensiero angoscioso della vecchiaia, del passare del tempo che priva l’uomo della bellezza e dell’amore, conducendolo, inevitabilmente, nella tenebra più scura e arcana.                          Per il poeta antico la discesa nel regno di Acheronte è paragonabile a un viaggio senza speranza: alla vita “dolce” e alla “cara giovinezza” si contrappongono le luttuose immagini dell’abisso, dove “è legge che più non si risalga”. Secondo la concezione della legge arcaica greca e classica, le anime dei morti scendono agli Inferi senza possibilità di ritorno, eternamente sottoposte ad Ade e alla sua sposa Persefone.                            L’esistenza nell’Oltretomba è solo un pallido ricordo della vita terrena e, tra il mondo superiore e quello degli Inferi, vi è un contrasto inconciliabile, lo stesso che contrappone la Vita alla Morte, la Luce alla Tenebra, il Giorno alla Notte.

Di fronte alla morte è inevitabile ogni senso di sgomento, ma per l’uomo dell’antichità questa sensazione appare ancor più radicale e dolorosa poiché la vita terrena è considerata o, per meglio dire, interpretata come un bene positivo, per i doni e i piaceri che la stessa reca con sé. Di contro, quello della morte è il regno del dolore, del lutto, del buio, dell’angoscia: nell’Ade non vi è proprio nulla di allettante, nello stesso non alberga nessuna speranza di ricompensa per l’agire umano e nessuna valutazione morale di quanto è stato compiuto nell’arco dell’esistenza.

Il “timore dell’Ade” è più forte nella lirica anacreontica, nella quale la vita, in maniera più incisiva, appare come un bene prezioso, seppur sia vissuta nelle limitatezze della condizione senile.

Diametralmente opposto è il pensiero poetico di Mimnermo, il quale sostiene quanto non valga la pena vivere quando il tempo della giovinezza si sia dileguato per sempre e più alcuna gioia rallegri il soggiorno dell’uomo sulla terra. Sfiorita la bellezza e venuto meno l’amore, quale piacere può esservi ancora nel prolungare la permanenza nel mondo?

Nella sua lirica (frammento 2D), ai temi tradizionali della caducità della vita, delle brevi gioie concesse all’uomo, dell’incalzare della vecchiaia e della morte, nei versi di apertura è “costruita” una similitudine rimasta famosa e destinata a essere annoverata tra i motivi letterali più belli in assoluto della storia della poesia e della letteratura. Sto parlando del delicato e inevitabile parallelismo tra il destino degli uomini e quello delle foglie.

Come le foglie, generate dalla fiorita stagione di primavera (tale è la vita degli uomini) e come il ramo verdeggia per breve tempo, alla stessa stregua, la giovinezza sembra che sia durata solo un istante e precipita fulminea verso la vecchiaia… Verso la morte.

Lungi da me l’ardire qualunque accostamento all’immensa grandezza delle due liriche e,  al solo umile scopo, di “offrire” un modestissimo contributo rievocativo dei temi contenuti nei due frammenti presi in esame, spero gradirete il mio componimento intitolato: “Ultima speme”.

«Naufragar vorrei e del mondo
anelo ogni parte.
Ma ciò che incalza è il gravar
del tempo.

Come le foglie, a terra sparse,
secche e morte,
un carrubo geme affranto
al freddo e al vento.

Un giorno Cupido mi trafisse
col suo dardo
– tramonti mesti si alternano
ad albe gioconde-

la mente e il cor ammaliati
dal Suo sguardo,
e io naufrago avvistavo
aliene sponde.

La bellezza svanisce
con mestizia,
come un petalo affidato
al vento.

La giovinezza è effimera
e fittizia:
fiammella che si consuma
in poco tempo.

Come disse il canuto
padre al figlio,
“della vita dischiuder
dovrai   le porte”.

Questo fu forse il più
bel  consiglio,
prima che il vecchio fosse
rapito  dalla morte.

Siam tutti schiavi della
stessa sorte,
e nell’ignoto ricerchiamo
comodo appiglio.

I sogni infranti li viviamo
solo in parte
e confidando al meglio, troviamo
il mortal giaciglio».

Antonello Di Carlo

https://www.facebook.com/antonello.dicarlo 

Antonello Di Carlo editore