Achille e Briseide: una storia d’amore di duemila anni fa | di Giuseppe Storti

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Cantami, o Diva, del Pelìde Achille l’ira funesta che infiniti addusse lutti agli Achei…

Chi non ricorda il proemio dell’Iliade celeberrimo poema di Omero. Una fantastica saga di armi, di guerre, di eroi, e di amori. L’Iliade o poema di Ilio,  che deriva dal nome dell’antico fondatore della città di Troia  per l’appunto Ilio, è ambientata al tempo della guerra tra i troiani ed i greci, e si snoda nei cinquantuno giorni del decimo anno di guerra, ed è imperniata sulla carismatica figura del grande ed invincibile Achille; sulla sua ira, che giustamente Omero definisce: funesta, che infiniti lutti provocò agli Achei. Achille era un semidio definito il Pelide, in quanto figlio del mortale Peleo, Re dei Mirmidoni: una stirpe di formidabili guerrieri originari della Tessaglia. Sua madre era la Nereide Teti: una delle più belle ninfe dei mari. Teti era talmente bella da essere contesa addirittura da Zeus e Poseidone. Ma per lei fu profetizzato che avrebbe generato un figlio invincibile, per questo fu data in sposa a Peleo. La leggenda narra che Teti partorito Achille, lo immerse nelle acque del fiume Stige, per renderlo invulnerabile alle armi nemiche, tenendolo per un tallone. In questo modo Achille fu reso invincibile ed invulnerabile, tranne che per il tallone cosiddetto d’Achille, e proprio per un colpo infertogli al tallone, il Pelide Achille che Omero definisce: “Pie veloce”,  troverà la morte in battaglia, così come del resto avrebbe voluto: trafitto da una freccia scagliata da Paride, figlio del re di Troia Priamo, che  lo colse al tallone destro: unico suo punto debole.  La guerra di Troia come tutti ricordano, ufficialmente fu scatenata dal rapimento di Elena regina troiana, definita la più bella donna del mondo, da parte di Paride figlio del re di Troia Priamo. Elena era la sposa di Menelao. Lo stesso Menelao ed il fratello Agamennone formarono un poderoso esercito e si diressero con le navi alla volta di Troia per vendicare l’affronto subito. Ma come abbiamo scritto, l’Iliade è imperniata sull’ira di Achille che si sviluppa in cinquantuno giorni del decimo anno di guerra. L’ira di Achille si scatena per amore della sua schiava Briseide che, come vedremo in seguito, lui amava e da lei era ricambiato. Ciò ci fa pensare che oltre al tallone, il Pelide Achille avesse un’altra debolezza, posizionata stavolta diritta in mezzo al petto. Ma chi era Briseide che Omero definisce: “Briseide guancia gentile” Briseide, è stata celebrata in letteratura, nell’arte e nel cinema, come un personaggio davvero mitologico. Era una regina della città di Lirnesso, figlia di Briseo, un sacerdote di Apollo. Lirnesso città alleata dei Troiani, fu conquistata da Achille, che come bottino di guerra prese Briseide come sua schiava. Ben presto Briseide divenne la schiava preferita da Achille. Ma ecco che il destino cambia le carte in tavola. Negli accampamenti dei greci scoppia una violenta pestilenza. Una epidemia scatenata per volere degli dèi. Infatti Agamennone aveva catturato la sacerdotessa Criseide figlia di Apollo, facendola sua schiava. Ciò scatena le ire di Apollo, che per vendicarsi scagliava frecce pestilenziali negli accampamenti greci. Così Agamennone fu costretto a restituire Criseide al padre. Ma il re greco, pretese in cambio proprio Briseide scatenando l’ira del Pelide Achille, che rinunciò a combattere per ripicca. Senza l’apporto di Achille e dei suoi formidabili guerrieri, le sorti della guerra in poco tempo volsero a favore dei troiani. Nemmeno la restituzione da parte di Agamennone di Briseide ad Achille lo convince a tornare a combattere. A questo punto entra in scena Patroclo, amatissimo cugino di Achille, che per aiutare i suoi compagni greci, indossò l’armatura di Achille fingendosi lui, per guidare in battaglia i greci. Ma fu ucciso in duello da Ettore grande guerriero troiano. Solo la morte di Patroclo smuove Achille dal suo rifiuto di combattere. Impugna le armi ed uccide in battaglia Ettore per vendicare la morte del suo amato cugino. Un altro indizio dell’amore vero di Briseide per Achille, si rileva dalla disperazione della sacerdotessa che piange amaramente sul cadavere di Patroclo, ed in suo onore si taglia le lunghe e belle chiome. Il semidio Achille secondo quanto descritto da Omero tratta con molto rispetto Briseide. Inoltre i dialoghi tra i due sono molto profondi, e non certo incentrati ad un rapporto di sottomissione tra schiava e padrone. Achille in altri termini ottiene l’amore di Briseide senza forzarla. Insomma il grande guerriero: il semidio Achille “Piè veloce”, ama la sua Briseide, ed anche durante l’ultima battaglia per la conquista di Troia, quando grazie all’astuzia di Ulisse i greci entrano dentro le mura della città dal famoso cavallo, pensa a salvare la sua amata. Infine dopo la morte di Achille suo figlio Neottolemo onora e rispetta Briseide come se fosse sua madre. Ultimo indizio di questa bella e romantica storia d’amore ce lo fornisce Ovidio, scrittore e poeta latino. Infatti nella terza lettera delle Heroides,  sembra riprendere e continuare il racconto di Omero, immaginando che Briseide scriva una lunga lettera d’amore ad Achille.Nella lettera Briseide si lamenta di essere stata ceduta agli emissari di Agamennone senza opporre resistenza, e che lei dopo la morte dei suoi cari riconosce Achille come signore, marito e fratello, e che senza di lui la sua vita non avrebbe più senso. Quindi una bellissima storia d’amore di duemila anni fa, che è stata ben rappresentata ed anche un po’ romanzata nel film Troy. E se pure fonti omeriche attribuiscano ad Achille come unico amore il cugino Patroclo, a Noi piace immaginare che il Pelide Achille dal tallone vulnerabile avesse un cuore così grande e prodigo d’amore da poter amare Patroclo e la bella Briseide. Gli eroi descritti dal celebre scrittore greco Omero, sono guerrieri spietati: pronti ad uccidere senza pietà il proprio nemico, ma dimostrano anche una grande umanità, da cui prende sostanza la civiltà. l’humanitas prima greca e poi latina è fondata sulla comune condizione umana, che prevale sulla contrapposizione tra nemici. E questi grandi eroi elevati alla stregua di semidei, ci appaiono umani come non mai: divorati da passioni ed amori, in un susseguirsi di emozioni e di sentimenti contrapposti che solo poemi epici come quelli di Omero possono suscitare.

Giuseppe Storti

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Giurista di professione, giornalista per passione. Per oltre 30 anni ha lavorato in ruoli direttivi e dirigenziali in varie Pubbliche Amministrazioni della Campania. Iscritto all’Albo dei giornalisti, elenco pubblicisti della Campania dal 1982. Pratica con il “Mattino di Napoli”, per il quale è stato collaboratore per decenni. Direttore del settimanale “Casoria due” per otto anni, nonché di tanti altri periodici locali e regionali. Vasta e qualificata esperienza in materia di comunicazione istituzionale. Fondatore del “Giornale di Casoria” nel 2010. Appassionato e cultore di storia locale. Cura diverse pagine social dedicate alla storia della sua città natale: Casoria ed un blog (giusto1960.wixsite.com/website). Nel mese di febbraio 2021 ha pubblicato per Guida Editore il libro “IL TEMPO FERMO”.Nel mese di giugno 2022 ha partecipato al premio letterario “ Emozioni 2022” indetto dalla Community TraLeRighe, con il racconto breve: “Sognando Segni”, conseguendo la Menzione d’onore. Nel 2022 ha partecipato alla Quarta Edizione del Concorso nazionale di Poesia “ Dantebus”. Inoltre, di recente, è risultato vincitore del concorso letterario “Raccontami una vita”, indetto dalla Casa Editrice Ufficiale della Biblioteca Biografica d’Italia di Arezzo, nella sua prima edizione storica con la biografia del proprio genitore, conseguendo altresì la qualifica di Biografo ufficiale della Biblioteca Biografica d’Italia, che si propone lo scopo di salvaguardare la memoria collettiva dell’Italia e degli italiani ovunque nel mondo. Ama la lettura: “Chi è analfabeta a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni. C’era quando Abele uccise Caino, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito…. perché la lettura è un’immortalità all’indietro.” Umberto Eco.