Dal digesto del giurista romano Paolo alla società liquida di Bauman | di Giuseppe Storti

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Il giurista romano Paolo Giulio è stato uno dei più grandi e raffinati giuristi del periodo della Roma repubblicana. I suoi commenti e le sue opere di diritto erano le più considerate nei Tribunali romani. Oggi, diremmo che: “faceva scuola”. È stato uno dei più importanti rappresentanti della giurisprudenza classica. Le sue opere risultano le più seguite nella compilazione del celeberrimo “Corpus iuris civilis” fortemente voluto dall’Imperatore Giustiniano. Una imponente raccolta normativa e giurisprudenziale del diritto romano, che costituì l’architrave del sistema giuridico dell’Impero Romano d’Oriente. Ma qui il giurista romano Paolo ci interessa per i principi ispiratori del diritto privato moderno, e del cosiddetto rapporto sinallagmatico. Alla base delle obbligazioni e dei contratti a prestazioni corrispettive. Nel Digesto il giurista Paolo: formula i canoni essenziali del rapporto sinallagmatico, nelle seguenti e celebri formule che abbiamo imparato all’Università studiando il Diritto Romano. “Do ut des, do ut facias, facio ut des, facio ut facias.” Insomma i romani vollero fissare in maniera certa ed inequivocabile il principio della certezza del diritto nei rapporti “iure privatorum”, in maniera tale da rendere fluida l’economia e gli scambi commerciali, che erano supportati da un sistema di regolamentazione giuridica che poi ha costituito l’ossatura del diritto privato e commerciale contemporaneo. Quindi dal diritto romano ci arriva un grande insegnamento: sempre valido ed attuale. Ovvero quel senso di comunità e di appartenenza ad uno Stato, ed a una civiltà che da semplice città: Roma seppe diventare un impero che dominava il mondo anche sulla scorta di un sistema di regole condivise ed accettate dai romani e dalle popolazioni via via conquistate dall’esercito romano. A questo proposito gli storici parlano della cosiddetta romanizzazione. Un concetto ancora più ampio di quello dell’integrazione. Difatti la romanizzazione dei popoli conquistati, non si tradusse in una imposizione di una cultura e di tradizioni diverse, ma bensì in una assimilazione. I romani ebbero l’intuito di mantenere il quadro identitario delle popolazioni sottomesse, integrando le aristocrazie nelle nuove forme di potere. In questo modo le élite aderirono senza problemi al modello romano. Molti secoli dopo, sembra che la storia non abbia insegnato nulla alla società contemporanea. Infatti il sociologo Zygmunt Bauman nell’analizzare le dinamiche della società attuale l’ha definita “società liquida”. Una definizione entrata ormai nell’accezione comune.

Zygmunt Bauman

Una società nella quale l’incertezza è l’unica certezza. Il senso di comunità e di appartenenza, che abbiamo visto essere uno dei pilastri della “societas romana”, è andato in crisi, sostituito da un individualismo sfrenato. Nella società liquida, l’altro non viene mai visto come potenziale compagno di strada, ma come pericoloso concorrente. La mancanza di punti di riferimenti certi ha portato come conseguenza la dissolvenza di tutto in una sorta di liquidità sociale da cui nessuno sembra poter uscire né tantomeno poter sfuggire. Si perde la certezza del diritto, La magistratura viene vista come un nemico. Gli unici rifugi dell’uomo contemporaneo, in assenza di punti di riferimento sono l’apparire, assunto a valore, ed il consumismo sfrenato. Consumare sarebbe pure utile a far girare l’economia. Ma il consumismo dell’uomo moderno resta fine a sé stesso. Anzi si trasforma in una sorta di bulimia di oggetti che si vogliano solo possedere, ed un minuto dopo vengono accantonati, ritenendoli obsoleti.  La modernità liquida, secondo la lucida analisi del sociologo polacco, non è altro che: “la convinzione che il cambiamento è l’unica cosa permanente e che l’incertezza è l’unica certezza”. Niente a che vedere con il sistema creato nella società romana, basato sulla certezza del diritto, sul senso di comunità e di appartenenza, e sulla condivisione di regole comuni. Insomma per dirla con le parole di un famoso architetto ed accademico cinese, Wang Shu: “perdere il passato significa perdere il futuro”. E forse ripartire dalla dottrina sociale sottesa a quella giuridica del Diritto romano, potrebbe contribuire a dare inizio ad una nuova era per la società contemporanea.

Giuseppe Storti

 

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Giurista di professione, giornalista per passione. Per oltre 30 anni ha lavorato in ruoli direttivi e dirigenziali in varie Pubbliche Amministrazioni della Campania. Iscritto all’Albo dei giornalisti, elenco pubblicisti della Campania dal 1982. Pratica con il “Mattino di Napoli”, per il quale è stato collaboratore per decenni. Direttore del settimanale “Casoria due” per otto anni, nonché di tanti altri periodici locali e regionali. Vasta e qualificata esperienza in materia di comunicazione istituzionale. Fondatore del “Giornale di Casoria” nel 2010. Appassionato e cultore di storia locale. Cura diverse pagine social dedicate alla storia della sua città natale: Casoria ed un blog (giusto1960.wixsite.com/website). Nel mese di febbraio 2021 ha pubblicato per Guida Editore il libro “IL TEMPO FERMO”.Nel mese di giugno 2022 ha partecipato al premio letterario “ Emozioni 2022” indetto dalla Community TraLeRighe, con il racconto breve: “Sognando Segni”, conseguendo la Menzione d’onore. Nel 2022 ha partecipato alla Quarta Edizione del Concorso nazionale di Poesia “ Dantebus”. Inoltre, di recente, è risultato vincitore del concorso letterario “Raccontami una vita”, indetto dalla Casa Editrice Ufficiale della Biblioteca Biografica d’Italia di Arezzo, nella sua prima edizione storica con la biografia del proprio genitore, conseguendo altresì la qualifica di Biografo ufficiale della Biblioteca Biografica d’Italia, che si propone lo scopo di salvaguardare la memoria collettiva dell’Italia e degli italiani ovunque nel mondo. Ama la lettura: “Chi è analfabeta a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni. C’era quando Abele uccise Caino, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito…. perché la lettura è un’immortalità all’indietro.” Umberto Eco.