Maria Consiglia Alvino, scrittrice, poeta e docente di lettere | INTERVISTA

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«Scrivo da quando ero molto piccola. Per me scrivere è sempre stato semplicemente un modo, anzi IL modo, di essere me stessa. L’amore per la scrittura è sempre andato di pari passo con quello per la lettura. In questo senso, i miei più grandi maestri sono stati i miei genitori» Maria Consiglia Alvino

Maria Consiglia Alvino

Ciao Maria, benvenuta e grazie per aver accettato il nostro invito. Come ti vuoi presentare ai nostri lettori che volessero sapere di te quale scrittrice e poeta?

Ciao e grazie per l’invito. Sono una scrittrice esordiente. A luglio 2022 è uscito il mio primo romanzo, “A volte la neve” per la casa editrice Readaction di Roma. In precedenza, ho pubblicato racconti e poesie in alcune antologie. Scrivo per diversi blog letterari, come Exlibris20 e Readaction Magazine. Inoltre, faccio parte di una comunità poetica di nome Versipelle, per conto della quale curo, insieme ad altre poetesse, una rubrica intitolata “Lo Spazio di Atena” dedicata alla poesia femminile.

Chi è invece Maria Donna al di là della sua passione per la scrittura, per la letteratura, per la poesia e la lettura? Cosa puoi raccontarci di te e della tua quotidianità?

Ho 35 anni, sono sposata e mamma di Antonio Maria, un meraviglioso bambino di due anni e mezzo. Al di là di questo, insegno lettere nel liceo del mio paese d’origine, Atripalda, in provincia di Avellino. Amo il buon cinema e le serie TV; mi piace, nel tempo libero, suonare il pianoforte.

Qual è il tuo percorso accademico, formativo, professionale ed esperienziale che hai seguito e che ti ha portato a fare quello che fai oggi nel vestire i panni della scrittrice e poeta?

Tutto il mio percorso formativo è stato indirizzato dall’amore per la scrittura sin da quando ero piccola. In virtù di questa passione ho scelto il liceo classico e poi la facoltà di Lettere Classiche, che ho frequentato a Napoli, presso l’Università “Federico II”. Già al liceo ero particolarmente attratta dalla letteratura greca e per questo anche all’Università ho scelto sempre di laurearmi con delle tesi in questa disciplina. Non contenta, ho proseguito i miei studi con un dottorato di ricerca in Filologia, specializzandomi ulteriormente in letteratura greca. Il tempo dell’Università è stato per me fondamentale per crescere sia dal punto di vista culturale che da quello umano: ho avuto modo di vivere delle esperienze di studio all’estero in Germania e Francia che mi hanno segnato profondamente, aprendomi la mente. Tutto questo – echi dei classici greci e della letteratura europea, l’amore per il viaggio inteso come mezzo di conoscenza, la conoscenza delle lingue straniere – è parte integrante della mia scrittura. Così come il pensiero costante alla scuola e al mondo degli adolescenti e dei ragazzi. È come se una parte di me non avesse mai smesso di essere adolescente. Mi piace essere un’insegnante, perché stare in mezzo ai ragazzi mi dà modo di restare giovane e di riscoprire ogni giorno, insieme a loro, le voci di Dante, Manzoni, Leopardi, Ariosto, Calvino e tutti gli altri che non smettono mai di dire la loro.

Come nasce la tua passione per scrittura, per la poesia e per i libri? Chi sono stati i tuoi maestri e quali gli autori che da questo punto di vista ti hanno segnato e insegnato ad amare i libri, le storie da scrivere e raccontare, la lettura, la poesia e la scrittura?

Scrivo da quando ero molto piccola. Per me scrivere è sempre stato semplicemente un modo, anzi IL modo, di essere me stessa. L’amore per la scrittura è sempre andato di pari passo con quello per la lettura. In questo senso, i miei più grandi maestri sono stati i miei genitori: grazie a loro e ai libri che mai facevano mancare in casa, ho capito sin dalla più tenera età che in quelle pagine avrei trovato l’unico modo di essere davvero libera. E poi ho avuto tanti maestri: la maestra Maria, insegnante delle elementari, che mi ha trasmesso il gusto per le parole; le mie nonne, Elvira e Consiglia, con i loro racconti, sempre nuovi e sempre uguali, su guerra, amore e gioventù, che le hanno tenute a lungo in vita; Armando Saveriano, un poeta irpino purtroppo recentemente scomparso, che mi ha accolto tra i suoi amici, stimolandomi molto a scrivere e a sperimentare; Federico Preziosi, un mio amico poeta, che continua ogni giorno a spronarmi; tra i classici, considero i miei maestri Omero, Montale, Elsa Morante, Cesare Pavese, solo per citarne alcuni. E come dimenticare Louisa May Alcott. Senza aver letto a sette anni “Piccole donne” in versione integrale, senza aver conosciuto Jo March, probabilmente non sarei qui.

Ci parli del tuo romanzo d’esordio “A volte la neve”? Come nasce, qual è l’ispirazione che l’ha generato, quale il messaggio che vuoi che arrivi al lettore, quale le storie che ci racconti senza ovviamente fare spoiler?

In realtà io ho scritto sempre principalmente poesia. Avevo, però, dei racconti abbandonati, risalenti principalmente al periodo in cui per studio mi trovavo in Francia. Erano storie di ragazzi che andavano via dal proprio paese. Alcuni volevano tornare, altri no. Quando a mia volta sono tornata in Italia forse ho sentito il bisogno di dare una sistemazione a quel sentimento di smarrimento che anche io, come i miei personaggi, provavo: quando recidi le tue radici, sei continuamente diviso tra il senso di appartenenza alla tua terra e il rifiuto di mentalità e schemi socio-culturali che non senti più tuoi. Non sai più chi sei, dove sei, cosa fare per dare un senso e una direzione alla tua vita. E così, anche grazie al seminario di scrittura tenuto dal poeta e scrittore Michele Caccamo, editore di Readaction, è nato “A volte la neve”. È un romanzo incentrato sull’amore e, per utilizzare una parola di Vito Teti, incentrato sul concetto di “restanza”: sull’importanza, cioè, di riuscire a restare e resistere nel luogo in cui si è, imparando ad essere terra fertile per sé stessi e per gli altri. Cosa che, almeno per me e per alcuni personaggi del libro, è molto difficile.

Chi sono i destinatari che hai immaginato mentre lo scrivevi?

Non ho pensato a un pubblico preciso: forse mentre scrivevo pensavo ai ragazzi della mia generazione, i trenta-quarantenni sballottati nella contemporaneità liquida e resi proni dalla passiva accettazione del concetto di “resilienza”. Dai riscontri che ho avuto, però, le vite dei protagonisti sono fonte di immedesimazione anche per gli adulti che in gioventù ha vissuto gli stessi problemi o che vedono i propri figli affrontarli. Quindi credo che “A volte la neve” possa interessare a un pubblico variegato: tocca, purtroppo, delle questioni purtroppo scottanti per ogni fascia d’età.

«… mi sono trovato più volte a riflettere sul concetto di bellezza, e mi sono accorto che potrei benissimo (…) ripetere in proposito quanto rispondeva Agostino alla domanda su cosa fosse il tempo: “Se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so.”» (Umberto Eco, “La bellezza”, GEDI gruppo editoriale ed., 2021, pp. 5-6). Per te cos’è la bellezza? La bellezza letteraria, della poesia e della scrittura in particolare, la bellezza nell’arte, nella cultura, nella conoscenza… Prova a definire la bellezza dal tuo punto di vista. Come si fa a riconoscere la bellezza secondo te?

Per me la bellezza è essenzialità e aderenza, per quanto possibile, al vero. Quantomeno alla propria verità interiore. Non penso possa esserci bellezza senza onestà intellettuale.

«Appartengo a quella categoria di persone che ritiene che ogni azione debba essere portata a termine. Non mi sono mai chiesto se dovevo affrontare o no un certo problema, ma solo come affrontarlo.» (Giovanni Falcone, “Cose di cosa nostra”, VII ed., Rizzoli libri spa, Milano, 2016, p. 25 | I edizione 1991). Tu a quale categoria di persone appartieni, volendo rimanere nelle parole di Giovanni Falcone? Sei una persona che punta un obiettivo e cerca in tutti i modi di raggiungerlo con determinazione e impegno, oppure pensi che conti molto il fato e la fortuna per avere successo nella vita e nelle cose che si fanno, al di là dei talenti posseduti e dell’impegno e della disciplina che mettiamo in quello che facciamo?

Io penso che occorrano sia il talento e la determinazione, sia le opportunità. Sia nel bene sia nel male, ho sperimentato nella mia vita che purtroppo il merito non sempre conta senza il sincero e generoso supporto di qualcuno che creda in te. Per fortuna sul mio cammino di autrice ho incontrato persone che mi hanno mostrato fiducia e che mi hanno aiutato nel mio percorso, come, appunto Armando Saveriano, i poeti della comunità Versipelle, Michele Caccamo, che non smetterò mai di ringraziare. E tanti ne sto incontrando, anche grazie ad “A volte la neve”.

«La lettura di buoni libri è una conversazione con i migliori uomini dei secoli passati che ne sono stati gli autori, anzi come una conversazione meditata, nella quale essi ci rivelano i loro pensieri migliori» (René Descartes in “Il discorso del metodo”, Leida, 1637). Qualche secolo dopo Marcel Proust dice invece che: «La lettura, al contrario della conversazione, consiste, per ciascuno di noi, nel ricevere un pensiero nella solitudine, continuando cioè a godere dei poteri intellettuali che abbiamo quando siamo soli con noi stessi e che invece la conversazione vanifica, a poter essere stimolati, a lavorare su noi stessi nel pieno possesso delle nostre facoltà spirituali. (…) Ogni lettore, quando legge, legge sé stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, sMaria libro, non avrebbe forse visto in sé stesso.» (Marcel Proust, in “Sur la lecture”, pubblicato su “La Renaissance Latine”, 15 giugno 1905 | In italiano, Marcel Proust, “Del piacere di leggere”, Passigli ed., Firenze-Antella, 1998, p.30). Tu cosa ne pensi in proposito? Cos’è oggi leggere un libro? È davvero una conversazione con chi lo ha scritto, come dice Cartesio, oppure è “ricevere un pensiero nella solitudine”, ovvero, “leggere sé stessi” come dice Proust? Dicci il tuo pensiero…

Personalmente ritengo che siano vere tutte queste affermazioni. Quando si legge in profondità si apre un dialogo interiore con l’autore che va al di là di ogni tempo e di ogni spazio; ma la lettura è anche un momento di scoperta e conoscenza di sé; in fondo leggiamo per imparare a dare un nome alle cose, a ciò che viviamo.

«Non mi preoccupo di cosa sia o meno una poesia, di cosa sia un romanzo. Li scrivo e basta… i casi sono due: o funzionano o non funzionano. Non sono preoccupato con: “Questa è una poesia, questo è un romanzo, questa è una scarpa, questo è un guanto”. Lo butto giù e questo è quanto. Io la penso così.» (Ben Pleasants, The Free Press Symposium: Conversations with Charles Bukowski, “Los Angeles Free Press”, October 31-November 6, 1975, pp. 14-16.) Secondo te perché un romanzo, un libro, una raccolta di poesie abbia successo è più importante la storia (quello che si narra) o come è scritta (il linguaggio utilizzato più o meno originale, armonico, musicale, accattivante per chi legge), volendo rimanere nel concetto di Bukowski?

Io penso che la trama, nel caso di un romanzo, o il significato, nel caso di una poesia, non possano prescindere dalla cura della forma e dello stile. Forma e sostanza sono parte di una stessa inscindibile realtà. E un contenuto per arrivare davvero al cuore del pubblico deve quindi essere espresso in una forma originale, curata, musicale, evocativa. Si tratta di avere anche rispetto per l’intelligenza del lettore.

«Io vivo in una specie di fornace di affetti, amori, desideri, invenzioni, creazioni, attività e sogni. Non posso descrivere la mia vita in base ai fatti perché l’estasi non risiede nei fatti, in quello che succede o in quello che faccio, ma in ciò che viene suscitato in me e in ciò che viene creato grazie a tutto questo… Quello che voglio dire è che vivo una realtà al tempo stesso fisica e metafisica…» (Anaïs Nin, “Fuoco” in “Diari d’amore” terzo volume, 1986). Cosa pensi di queste parole della grandissima scrittrice Anaïs Nin? E quanto l’amore e i sentimenti così poderosi sono importanti per te e incidono nella tua scrittura, nella tua arte e nel tuo lavoro?

Io credo che in qualsiasi cosa si faccia, a prescindere dalla scrittura, si debbano mettere amore ed energia. La scrittura, almeno la mia, si nutre di un’immensa voglia di vivere. A volte penso che scrivo perché ho paura di morire.

Ci parli dei tuoi imminenti e prossimi impegni culturali e professionali, dei tuoi lavori in corso di realizzazione? A cosa stai lavorando in questo momento? In cosa sei impegnata che puoi raccontarci?

In questo momento sono impegnata con un lavoro di traduzione: sto traducendo la poetessa greca Anna Griva, ancora per l’editore Readaction. Tradurre è per me un atto fondamentale e irrinunciabile di arricchimento della lingua. Sto, inoltre, lavorando a una silloge di poesie che spero possa vedere presto la luce. Ho un’idea per un altro romanzo, ma sono ancora agli inizi…

Dove potranno seguirti i nostri lettori?

Possono seguirmi sulle mie pagine Facebook e Instagram.

Come vuoi concludere questa chiacchierata e cosa vuoi dire a chi leggerà questa breve intervista?

Grazie per l’accoglienza datami su questo spazio. Spero di avervi incuriosito un po’ e attendo i vostri commenti ad “A volte la neve”. Buona lettura!

Maria Consiglia Alvino

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Maria Consiglia Alvino

Il libro:

Maria Consiglia Alvino, “A volte la neve”, Readaction edizioni, Roma, 2022

Andrea Giostra

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Andrea Giostra al mercato di Ballarò a Palermo_Ph. Mapi Rizzo