Condividi l'articolo, fallo sapere ai tuoi amici ! 

L’autrice accompagnerà il lettore tra le pagine  di un libro spinoso, drammatico e aristocratico… perché non è tutto oro quello che luccica.

“Voglio lavare pubblicamente il lercio della mia casa, affinché tutti sappiano lo schifo in cui ho vissuto: tra quadri d’autore, mobili antichi e di design, posate d’oro e d’argento, c’era la merda e il suo puzzo ci ha contaminato tutti. Il letame scorre a fiumi, negli attici della Milano bene come nelle fogne a ciel sereno degli slum dell’India. Non ha preferenze di casta, né di etnia, né di religione. Il letame è democratico”

Buongiorno Mariacristina Savoldi Bellavitis la ringrazio di essere tra le nostre pagine. Ci può raccontare del suo romanzo? Il mio libro racconta la mia vita, è un’autobiografia ove nulla è stato amplificato dalla fantasia nonostante a tratti, tristemente crudo e reale. Non ho voluto, infatti falsare alcun nome, conscia che ci sarebbe stato un prezzo da pagare, come spesso accade quando si raccontano verità a qualcuno scomode o infamanti ma “dar voce” a coloro che non ne sono state capaci per paura o prigionia è stata la mia motivazione per mettermi a nudo e raccontare ciò che raramente viene portato alla superfice.

Il suo romanzo scuote il lettore, portandolo a fare delle riflessioni. Era questo il suo intento o voleva scoperchiare il classico vaso di Pandora? Viviamo in una società dove la vittima deve necessariamente avere un aspetto trasandato, sofferente e fragile ed io ho subito spesso questa discriminazione al contrario, poichè mi aggrappo con tutta me stessa alla dignità che mi appartiene, desiderando apparire gradevolmente curata ed in ordine, nonostante tutto. Certamente ho voluto raccontare per portare alla luce fatti gravissimi che non auspico a nessuna adolescente. Grazie al cielo, però, la stessa malefica forza che mi ha costretto a subire da bambina è stata propulsoria per trasformarmi nella donna forte e un pò ribelle che sono oggi divenuta, spingendomi a sondare realtà culturali e lavorative talora anche estreme, forse per fuggire ai ricordi o semplicemente per forgiarmi e strutturarmi ad affrontare situazioni paradossali che purtroppo ancora oggi, a causa di una giustizia poco assertiva verso il femmineo, sono costretta a subire. Sì… mi riferisco proprio al vaso di Pandora che mi auguro di scoperchiare definitivamente.

Siamo alla vigilia del 25 novembre, la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne, il suo pensiero a riguardo: Non aspettate il principe azzurro, non credete alle fiabe e non raccontatele alle vostre figlie perché ci si salva da sole. Nessuno vi ascolterà finché non sarete già in fin di vita, quando spesso sarà troppo tardi per essere soccorse.

Cosa possono fare le donne, ma soprattutto le istituzioni? Le donne devono trovare il coraggio di denunciare, parlare, usare ogni mezzo per rendere pubblico il volto del loro carnefice come ho fatto io col mio libro. Tutti devono sapere che esemplari disgustosi e pavidi popolano la nostra civiltà mentre le Istituzioni dovrebbero invece utilizzare maggiormente l’ascolto attivo e riconoscere i segnali delle situazioni critiche e pericolose, in modo da capire ciò che spesso le vittime sono restie a confessare. Il codice rosso? Non è ancora funzionante da quanto ho potuto appurare sulla mia pelle. Le denunce non vengono lette così come le prognosi ospedaliere o testimonianze che le accompagnano e spesso l’archiviazione è il mezzo più facile per smaltire un lavoro che richiederebbe troppo tempo e fatica ai magistrati, oberati dalle centinaia di pratiche.

Ha in progetto un altro romanzo? Mi piacerebbe terminare ciò che ho iniziato, con il tipico lieto fine dell’archetipo del cammino dell’eroe ma sono ancora lontano dalla libertà e sotto assedio, di colui che mi verrebbe schiava, debole e in fin di vita ma non morta, poichè l’ossessione del malvagio si nutre sempre del dolore che genera alla propria vittima e se il “gioco” termina anche il carnefice non avrebbe più motivo di esistere.