ENGINE | di Riccardo Massenza

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Bahrain 2019. Se mi chiedessero di raccontare una delle gare della mia carriera in Formula 1, io sceglierei questa. Certo, ogni gara è unica e meriterebbe di essere trattata, ma questa occupa un posto particolare nei miei ricordi.

Era il 31 marzo — un caldo assurdo. Il mio secondo Gran Premio con la Ferrari.

Quel weekend è stato speciale fin dal sabato quando, in qualifica, ho conquistato la mia prima pole position.

È stato indimenticabile: sono passati più di tre anni, ma sembra fosse successo ieri.

A dirla tutta, è stata un po’ una sorpresa anche per me: non mi aspettavo di certo di essere più veloce in qualifica del mio compagno di squadra!

E neppure di essere più veloce di tutti nella sessione.

Le qualifiche sono la parte del weekend che mi affascina di più: sono un atto di pura concentrazione. ogni curva deve essere perfetta, ogni frenata al limite e un singolo errore potrebbe costarti l’intera gara.
In quel giro lanciato bisogna esprimere il massimo potenziale della vettura. L’unica cosa che senti sono i giri del motore e il rumore del cambio.

Inutile dire che quel sabato ho avuto una grande consapevolezza: avevo tutte le carte in regola per vincere un Gran Premio di Formula 1. Era la mia chance.

Il giorno della gara ero particolarmente teso, non era come le altre volte, aver conquistato la pole mi ha dato un’enorme responsabilità.

Arrivati in griglia, poco prima della partenza, avevo chiesto di esser lasciato da solo: mi ero seduto a bordo pista con la borraccia piena d’acqua in una mano e l’ombrello nell’altra, fissando il vuoto per quasi 20 minuti.

È arrivato poi il team ad avvisarmi che era il momento di prepararsi. Si iniziava.

Era la prima volta che partivo davanti a tutti, quella visione mi era totalmente sconosciuta: l’unica cosa che trovavo davanti a me era l’asfalto e i semafori.

Per un momento è sembrato che tutto rallentasse, quasi come in un sogno. Se non fosse stato per una comunicazione via radio del mio ingegnere mi sarei dimenticato della partenza.

Il cuore ha iniziato a battermi all’impazzata e le mani quasi mi tremavano. Mancava poco. I semafori hanno iniziato ad accendersi…

Al via ho avuto un buono spunto, ma non sufficiente a mantenere la prima posizione: Vettel, dietro di me ha avuto una partenza migliore e mi ha subito superato, poche curve dopo, sono stato passato anche da Bottas, all’esterno di curva 4, scendendo così in 3° posizione. Non il migliore degli inizi.

È così iniziata la mia gara di rimonta per ritornare in testa: in poche curve mi ero avvicinato notevolmente alla Mercedes davanti a me e, dopo il lungo rettilineo, in curva 1 sono riuscito a chiudere il sorpasso su Bottas.

Al giro 4 avevo recuperato terreno anche sul mio compagno di scuderia Sebastian, in prima posizione.

«mantieni la posizione per almeno 2 giri» mi è stato detto dai box

Ma in quel momento — me ne prendo la responsabilità — ho disobbedito gli ordini di scuderia, sapevo di avere più passo. Volevo assolutamente ritornare in testa alla gara, posizione che dopo tutto mi spettava.
Così, dopo neanche un giro, lo ho superato all’esterno di curva 1. Non mi rimaneva che costruire un distacco sugli altri piloti.

La macchina era semplicemente perfetta, il bilanciamento era così ben fatto che sembrava di guidare su delle rotaie: tanta aderenza e inserimento nelle curve millimetrico. Nonostante non stessi nemmeno sfruttando le gomme al massimo, e stessi risparmiando benzina, ero l’uomo più veloce in pista.

Non potevo ancora credere di essere in testa alla gara per davvero. Un sogno diventato realtà.

Il Gran Premio era diventato quasi un po’ noioso: niente battaglie, niente sorpassi. Ero rimasto da solo, io e l’asfalto.

Arrivato al 46° giro avevo un distacco di quasi 8 secondi da Hamilton, in seconda posizione, e più di 30 secondi da Valtteri Bottas, in terza.

Stavo “passeggiando”, ero in completo controllo della situazione: le gomme erano in buono stato e avevo conservato anche un po’ di miscela.

Mancavano 11 giri, e mentre il tempo passava, la vittoria sembrava sempre più vicina e reale — non potevo sapere cosa sarebbe successo poco dopo.

Mentre mi immaginavo già sul podio col mio trofeo e l’emozione di vincere un Gran Premio di Formula 1, ho perso improvvisamente potenza in curva 5. Subito dopo è successo ancora, in curva 7.

Si è accesa immediatamente sul display del volante usa scritta a caratteri cubitali: “ENGINE”.

«c’è… c’è qualcosa di strano col motore» ho comunicato subito ai box preoccupato

Il motore non sembrava riprendersi: mi mancava molta potenza all’uscita delle curve e pensavo si sarebbe spento da un momento all’altro.

«c’è qualcosa di strano col motore! *****!»

«ricevuto, controlliamo subito»

«fail 7-7, fail 77» mi ha comunicato Xavier

«non funziona» gli ho risposto

«ricevuto»

«fail 5-6, fail 56»

«non funziona!»

Il problema era rimasto tale e quale.

«cosa sta succedendo!?» ho urlato

Sono passati 30 eterni secondi prima della sentenza:

«non abbiamo più il recupero termico, non possiamo fare nulla, ci spiace»

Mi era cascato il mondo addosso: in cuor mio sapevo che sarebbe svanita la mia prima vittoria per cui avevo tanto lavorato. Ero a pezzi, ma non sono una persona che si abbatte facilmente: dovevo continuare a lottare, anche se le probabilità non erano in mio favore.

«dobbiamo cercare di portare la macchina fino alla fine della gara»

«quanti giri mancano?»

«11 giri al termine»

«Oh mio Dio! *****!… Ci proverò»

«gap da Hamilton: 5 secondi»

Quella gara da un sogno si è trasformata in un incubo: dopo neanche 2 giri ho visto la sagoma argento della Mercedes che si faceva sempre più ingombrante negli specchietti. Quando poi mi ha superato, senza che io mi potessi neanche difendere, è sparita nell’orizzonte.

Ho cercato di fare del mio meglio per limitare i danni, ma quel distacco di 30 secondi da Bottas stava diminuendo giro dopo giro, quando, eventualmente, mi ha sorpassato ed ero sceso in 3° posizione.

A quel punto della gara avevo perso la speranza, la differenza di prestazione tra me e gli altri piloti era abissale.

«gap da Verstappen: 7 secondi» incredibile! Rischiavo persino di perdere il podio!

«quanti giri mancano?» era diventata una vera e propria agonia: non vedevo l’ora che quell’incubo finisse e che mi svegliassi presto.

«3 giri al termine»

«dobbiamo sperare in un miracolo per tenere il podio»

E improvvisamente…

«bandiere gialle curva 1-2, bandiere gialle curva 1-2»

«doppie bandiere gialle ora»

Il “miracolo” — per così dire — era successo: Hulkenberg aveva avuto un guasto e si era fermato a bordo del tracciato, sarebbe potuta entrare la Safety Car in pista.

«gap da Verstappen 6.5 secondi»

«sarà Safety car»

Proprio quello che ci serviva, ho pensato.

Mancavano 3 giri, e la gara sarebbe poi finita sotto regime di Safety Car. Questo mi ha permesso di tenere quantomeno la terza posizione. Ero deluso perché la macchina mi ha ‘tradito’ nel momento in cui mi serviva di più.
Ancora oggi penso a come sarebbe potuto finire diversamente quel Gran Premio.

Quella gara è stata preziosa per quello che mi ha insegnato: nulla è fatto finché non è fatto.
Non importa quanto vicino al tuo obbiettivo tu sia, non pensare di averlo già raggiunto solo perché hai meno strada da percorrere.
Non essere compiacente, perchè è proprio nelle fasi finali che si rischia di inciampare, perchè tutto può accadere.

Ancora oggi ringrazio quella gara per quello che mi ha dato. Dopo quel Gran Premio, ho continuato a gareggiare con una mentalità diversa, fino all’ultimo giro, fino all’ultima curva, perchè nulla è scritto nel mondo della Formula 1.