Paolo e Francesca la storia d’amore più famosa della letteratura | di Giuseppe Storti

0
158
Condividi l'articolo, fallo sapere ai tuoi amici ! 

“Amor, ch’a nullo amato amar perdona”. Chi non ricorda questo meraviglioso verso, per l’esattezza il 103 del Canto V dell’Inferno della Divina Commedia di Dante Alighieri. Una frase arcinota: quante volte l’abbiamo usata per dedicarla alla ragazza amata per fare colpo su di lei. Pronti ed anche preparati a spiegare il vero significato del verso, che si presta a varie interpretazioni. La più comune è quella che a nessun amato, sia consentito di non riamare. Ovvero che l’amore non perdona: quasi che fosse una condanna: un evento ineluttabile. La forza della passione amorosa travolge tutto e tutti, a tal punto che obbliga chi è amato a riamare a sua volta. I due amanti Paolo e Francesca, vengono dal Sommo Vate, collocati nel girone dei lussuriosi. I lussuriosi sono quelli che hanno ceduto alla passione dimenticando ciò che è giusto: ovvero preferendo l’amore carnale rispetto a Dio.  La loro punizione, secondo la legge del contrappasso dantesca, è essere trasportati dal vento e gettati contro le rocce per l’eternità. Un’altra caratteristica accomuna i lussuriosi: sono tutti morti in maniera violenta a causa della propria passione amorosa: Semiramide, Didone, Cleopatra, Elena, (moglie di Menelao), Achille, Tristano. Ma tra tutti questi personaggi famosi della storia che scontano il proprio peccato nella dannazione eterna, Dante si sofferma solo su due anime: quella di Paolo e Francesca, che iniziano a raccontargli la propria triste storia. Eccola. Francesca da Ravenna, era una bellissima ragazza, appartenente ad una potente famiglia della Romagna, purtroppo per lei, i suoi familiari d’intesa con l’altra famiglia dei Malatesta di Rimini  combinarono un matrimonio tra lei e Gianciotto per ragioni di interessi: probabilmente per sancire la pace tra le due famiglie dopo un periodo di  scontri, oppure quale riconoscimento alla famiglia Malatesta per l’aiuto in armi dato alla famiglia di Francesca, per riaffermare il proprio dominio su Ravenna, Per invogliare la giovanissima Francesca: praticamente una ragazzina, a sposare Gianciotto, fu organizzato un vero inganno. Ovvero al posto del rozzo e storpio Gianciotto, fu mandato il fratello Paolo, gentile nell’aspetto e nei modi, tanto da essere definito “ Paolo il bello.” Francesca accettò con gioia ed il giorno delle nozze sposò Paolo, senza sapere che  si trattava di un matrimonio per procura, e lei in realtà aveva sposato Giangiotto. Quando capì  di essere stata tratta in inganno,  fu presa dalla più cupa disperazione, ma pur tuttavia si piegò al volere della famiglia, dando anche una figlia a Gianciotto che fu chiamata Concordia, come la suocera.  Ma l’amore per Paolo, non poteva finire così, Ed in effetti lo stesso Paolo, si pentì di aver tratto in inganno Francesca per volere della famiglia, in quanto provava per lei un forte sentimento d’amore.  Spesso faceva visita alla cognata, soltanto per poterla vedere e stare in sua compagnia. Un giorno stavano leggendo insieme la storia di Lancillotto e Ginevra, ma quando lessero il passo in cui era descritto il bacio dei due amanti, anch’essi si baciarono, ma proprio in quel momento Giangiotto li sorprese. Paolo cercò di fuggire passando dalla botola che si trovava vicino alla porta ma il vestito gli rimase impigliato in un chiodo. Francesca gli fece scudo con il proprio corpo per salvarlo ma Giangiotto li uccise entrambi. Questa la storia, anche se non confermata in tutte le sue pieghe in assenza di fonti storiche certe. La cosa sicura è che questa sorta di delitto d’onore ante litteram, fu messo presto a tacere. Troppo importanti erano i legami di interessi tra le due potenti famiglie romagnole. Ed in effetti le cronache narrano che lo stesso Gianciotto dopo poco tempo contrasse nuove nozze, anche in questo caso d’interesse, con la faentina Zambrasina dei Zambrasi, dalla quale poi ebbe 6 figli. Anche il luogo dove avvenne il duplice omicidio, perché di questi si tratta, non è certo. Per alcuni avvenne nel Castello di Gradara, che per questo è diventato famoso, ed è meta continua di turisti romantici che vogliono visitare la location della tragica storia d’amore tra i due giovani. Così come non è certo che a tradire i due amanti segreti fosse stato un servitore infedele oppure uno dei fratelli di Gianciotto, detto Maletestino dell’Occhio, in quanto di occhi ne aveva uno solo. Il racconto che Francesca fa a Dante dello loro terribile fine lo commuove a tal punto che il poeta sviene per l’emozione: “Mentre che l’uno spirto questo disse, l’altro piangëa; sì che di pietade io venni men così com’io morisse. E caddi come corpo morto cade.” È proprio vero, la scrittura rende immortale ogni cosa: ogni situazione descritta con la parole che solo un grande autore sa imprimere ed esprimere nella sua opera. Ed è grazie al fatto che Dante volle inserire questa vicenda nella sua Commedia Divina ad averla resa la storia d’amore più famosa della letteratura italiana e mondiale. Alcune frasi del canto sono diventate così famose da essere citate nel linguaggio comune: “ galeotto il libro e chi lo scrisse” viene ad esempio riferito al fatto scatenante la passione amorosa. “Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice ne la miseria.” Altra espressione che muove dal racconto che Francesca fa a Dante della sua dolorosa vicenda che è entrata di diritto nel linguaggio corrente. Dante colloca i due amanti nell’inferno e quindi nella dannazione eterna. A noi, invece piace immaginare che i due teneri amanti siano nella pace eterna avvinti come due inesauribili fiamme che ardono per sempre ed anche oltre, come il loro immenso amore, perché parafrasando il grande filosofo e scrittore tedesco Friedrich Nietzsche “Tutto ciò che è fatto per amore è sempre al di là del bene e del male.”

Giuseppe Storti

Previous articleL’Anno che verrà sia quello della Pace | di Maria Rosa Bernasconi
Next article“Mastr’Antria diventerà un best-seller” | Recensione di Daniela Igliozzi
Giurista di professione, giornalista per passione. Per oltre 30 anni ha lavorato in ruoli direttivi e dirigenziali in varie Pubbliche Amministrazioni della Campania. Iscritto all’Albo dei giornalisti, elenco pubblicisti della Campania dal 1982. Pratica con il “Mattino di Napoli”, per il quale è stato collaboratore per decenni. Direttore del settimanale “Casoria due” per otto anni, nonché di tanti altri periodici locali e regionali. Vasta e qualificata esperienza in materia di comunicazione istituzionale. Fondatore del “Giornale di Casoria” nel 2010. Appassionato e cultore di storia locale. Cura diverse pagine social dedicate alla storia della sua città natale: Casoria ed un blog (giusto1960.wixsite.com/website). Nel mese di febbraio 2021 ha pubblicato per Guida Editore il libro “IL TEMPO FERMO”.Nel mese di giugno 2022 ha partecipato al premio letterario “ Emozioni 2022” indetto dalla Community TraLeRighe, con il racconto breve: “Sognando Segni”, conseguendo la Menzione d’onore. Nel 2022 ha partecipato alla Quarta Edizione del Concorso nazionale di Poesia “ Dantebus”. Inoltre, di recente, è risultato vincitore del concorso letterario “Raccontami una vita”, indetto dalla Casa Editrice Ufficiale della Biblioteca Biografica d’Italia di Arezzo, nella sua prima edizione storica con la biografia del proprio genitore, conseguendo altresì la qualifica di Biografo ufficiale della Biblioteca Biografica d’Italia, che si propone lo scopo di salvaguardare la memoria collettiva dell’Italia e degli italiani ovunque nel mondo. Ama la lettura: “Chi è analfabeta a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni. C’era quando Abele uccise Caino, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito…. perché la lettura è un’immortalità all’indietro.” Umberto Eco.