Estasi… quando l’eros diventa Arte | di Franca Spagnolo

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Quando è solo sesso, immagino che le due anime se ne vadano in qualche parte dell’universo e si guardino un po’ sospettose e diffidenti, senza sapere bene cosa dirsi, in attesa che i corpi là sotto finiscano. (Fabrizio Caramagna)

Il nostro corpo è un tempio, è il luogo dove vive qualcosa che esisterà eternamente: l’anima. Chiunque entri nel tempio dovrà farlo con il nostro consenso, sapendo che in un posto Sacro ciò che si mescola col profano deve scavalcare la materia mostrando l’anima, perché il sesso che non abbraccia lo spirito sfiora il primo strato di pelle e spegne l’erotismo che vive nel desiderio di nutrirsi mentre mangia…

Sapevate che Kamasutra letteralmente significa “Aforismi D’amore” e che la Dea Kama, una delle Dee più potenti della cultura Indiana è colei che protegge l’amore carnale e la passione? Il Dio indiano Shiva dopo aver scoperto le gioie sessuali con il suo sé femminile se ne innamorò, e l’esperienza fu così appagante da decidere di far trascrivere al suo servo Nadin quelle straordinarie conoscenze.

Il sesso tantrico custodisce segreti che attraversano tutti i sensi, si fermano ad ascoltare il desiderio silenzioso dei corpi quando si muovono al ritmo armonico dei respiri che si fondono, consegnando materia e spirito a l’estasi.

Oggi voglio portarvi in India in un posto dove l’eros diviene Arte e celebrazione attraverso sculture in pietra – sto parlando dei Templi sacri di Khajuraho che raccontano il Kamasutra.

Templi di Khajuraho.

Nello stato del Madhya Pradesh, nel piccolo villaggio  Khajuraho, sorgono i Templi di Khajuraho dichiarati Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco – costruiti tra il 950 e il 1050 d.C. nel periodo di dinastia Chandela dell’India centrale.  Dopo il declino della dinastia, i Templi vennero trascurati e lasciati alla vegetazione di palme da dattero da cui prese il nome proprio Khajuraho –  in lingua hindi, infatti, Khajur significa palma. La fortuna di rimanere nascosti sotto una fitta vegetazione evitò che gli invasori musulmani giungessero in quella parte dell’India e distruggessero come negli altri territori, luoghi sacri “venerati” nel Paese. Nel 1838 l’ufficiale inglese T.S. Burt venne informato dai suoi servitori dell’esistenza di questo luogo tanto affascinante quanto leggendario. L’ufficiale andò a visitare il posto, la bellezza dei Templi lo conquistò e perciò volle riportare questo luogo magico all’attenzione del Mondo. Quelli che rimangono degli 85 originari, sono 22 templi suddivisi in tre siti: L’Orientale, Meridionale e Occidentale – collocati a poca distanza tra loro. I più visitati si trovano nel sito della parte Occidentale dove risaltano i templi di Lakshaman, Mahadeva, Devi Jagadamba e il Kandariya Mahadeva. Si possono ammirare bassorilievi con scene che si ispirano al testo antico del Kamasutra e il sesso tantrico, ma si osservano anche momenti di vita quotidiana, rappresentazioni legate alla musica, alla danza e altre celebrazioni.  Tra le varie sculture sono riprodotte anche le emozioni umane come paura e gelosia. Divinità, guerrieri, musicisti, animali reali e mitologici – erotismo e sensualità si fondono nei corpi di uomini e donne che assumono svariate posizioni sessuali, accanto allo sguardo sorridente degli Dei.

scena Templi-di-Khajuraho

Sono molte le ipotesi che rimandano al “senso” di questa imponente opera d’arte architettonica dell’India medioevale, c’è chi sostiene che questo luogo abbia avuto uno scopo educativo rispetto alla vita sessuale dei giovani che frequentavano i Templi, chi invece considerava l’ipotesi che le scene erotiche appagassero i desideri di Indra, il Dio dei fulmini e perciò lo distraessero dalla voglia di lanciare lampi nel villaggio. I Templi, dunque, erano una sorta di amuleto che teneva al sicuro la comunità. Alcuni studiosi ritengono che le sculture poste soltanto sulle pareti esterne, rappresentino un cancello simbolico per raggiungere Dio. Secondo antichi scritti indiani infatti, la vita avrebbe quattro scopi : il dharma – dovere, l’artha – ricchezza, il kama – piacere, e infine il moksha – liberazione.

Nella fitta rete del sesso tantrico ci si culla godendo il presente, si accetta il proprio corpo e quello di chi si sceglie d’amare il tempo di una notte o una vita.

“Ci eravamo scelti ed eravamo lì, uno di fronte l’altro, lui era entrato nel mio centro e io nel suo. Avevamo guidato i passi lungo il percorso e ci eravamo parlati senza pudore affinché ogni porta spalancata sul tempio, procurasse in noi quel piacere misto tra divino e terreno: perché solo colui che ha provato, sa come raggiungere. L’energia era fluita lentamente riempiendo di luce i nostri sguardi che si erano sfamati ancora prima che la carne avesse iniziato a bruciare, e tra sospiri e gemiti ci eravamo scambiati la pelle strappandocela di dosso affinché il suo brivido si facesse mio, e il mio suo. Il pavimento, la sola cosa oltre i nostri corpi sudati –  le labbra aperte sul sesso dell’altro a nutrirsi di quel piacere che svuota il corpo e riempie lo spirito, mentre ciò che saziava le nostre anime cominciava a plasmare il divino conducendoci a l’estasi…”

Tratto dal racconto: “Phoebe: la donna che parlava alla luna”, di Franca Spagnolo 

Sono convinta che il vero predatore sia quello che caccia per saziare il suo spirito pirata, lui non mangia… si nutre. Il sesso tantrico nutre l’anima intanto che il corpo si abbandona al solenne pasto.

Namasté

Franca Spagnolo

Franca Spagnolo