Cinema: “L’espulsore” (2023) di Carlo Fusco presentato dalla sceneggiatrice Ieva Lykos

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Ieva Lykos, sceneggiatrice del lungometraggio “L’espulsore”, girato interamente in Sicilia, ci racconta in questa intervista la storia del crimine avvenuto nel 2015 a Ladispoli (Roma) dove il giovane ragazzo Marco Vannini (nel film Matteo), colpito da un’arma da fuoco, muore dopo poche ore per omissione di soccorso da parte dell’intera famiglia di chi ha sparato il colpo.

Ieva Lykos è sceneggiatrice vincitrice al Festival Las Vegas Movie Awards e World Premiere Awards a Los Angeles per il film “L’ultimo codice” che vanta 50 premi cinematografici ricevuti in tutto il mondo e che racconta, anche questa volta, di una storia vera, quella dell’austriaco Joseph Fritzl, padre di famiglia che ha tenuto la figlia nascosta nell’interrato della propria abitazione per quasi 20 anni procreando insieme a lei quattro figli-nipoti.

La Lykos negli ultimi anni ha co-scritto “Valle Paradiso” e ha scritto e diretto il documentario storico “Il Padrino del bandito Giuliano”, entrambi disponibili in tutto il mondo su Amazon Prime Video. È una scrittrice attenta al dettaglio che trova spesso sul set a dare il suo contributo, un’esperienza di cui ha parlato in una recente intervista sul film “L’espulsore”.

Il trailer ufficiale del film:

Com’è nato il progetto del film “L’espulsore”?

Qualche anno fa, seguendo questa orribile vicenda di cronaca italiana, parlando con il regista Carlo Fusco gli dissi che ne sarebbe venuto un buon film. Poi aggiunsi che se mi fosse stato chiesto di scrivere la sceneggiatura non avrei accettato in quanto molte cose in fase dibattimentale non risultavano chiare, non esistevano sentenze passate in giudicato, oppure, vennero emesse sentenze non soddisfacenti alla famiglia della vittima ma anche, e giustamente, alla gente comune che per anni ha seguito questa vicenda terribile.

Scrivere la storia su come la vedevo io sarebbe stato presuntuoso, non mi sarei sentita di dare “sentenze”, seppur su una finzione cinematografica, su fatti e persone sulle quali non avevo sufficienti elementi e poi è una cosa che non compete a me quale artista della settima arte. L’idea allora fu subito abbandonata. Da allora sono passati diversi anni fino a quando il regista è riuscito a fare appassionare a questo progetto il produttore Fabio Mancini che ha subito creduto in questo progetto cinematografico.

Prima di scrivere la sceneggiatura, ti sei posta il problema che è una storia di cronaca che in Italia conoscono tutti? Come mai alla fine hai scelto di scriverla?

Inizialmente, non avevo idea sul come raccontarla fino a quando ho escluso tutte le varianti che avevo scritto. Mi è rimasta quella che più mi sconvolgeva. Conoscere i fatti di cronaca perché ci si tiene informati e vedere costruita la storia, attimo per attimo, sono due cose differenti e chi vedrà il film noterà e capirà quello che voglio dire. Non c’è niente di più raccapricciante che il semplice fatto che quest’assurda tragedia è realmente avvenuta. È proprio questo che non dà pace. Anche se, in sostanza, siamo obbligati ad avvalerci delle dichiarazioni dei condannati, rimane comunque una storia della quale non ci si capacita, che fa rabbia dall’inizio fino alla fine. I fatti accaduti sono una prova concreta della società odierna e credo sia importante per tutti noi imparare come non dobbiamo essere nei confronti dei nostri simili.

Ho notato che il film è corale. Come mai non hai scelto un unico punto di vista per raccontare la storia?

Il ragazzo che oramai non può più nemmeno parlare, alla domanda della mamma che chiede chiarimenti su quello che è successo, ha dei flashback e comincia a ricreare quelle ore agonizzanti e di ommesso soccorso. Questo però non rappresenta il suo punto di vista bensì un artificio per farci tornare indietro nel tempo e percorrere il tragico evento. In realtà non potevo usare la prospettiva del giovane ragazzo in quanto, purtroppo, non è mai riuscito a raccontare l’accaduto e nemmeno la prospettiva degli autori del delitto. Ho evitato di creare una sorta di antieroi per le quali azioni sarebbe stato d’obbligo dare delle spiegazioni plausibili rischiando di feticizzarli. Un punto di vista possibilmente neutro e oggettivo mi è sembrato più adatto nella stesura di questa sceneggiatura.

Come pensi che reagiranno le persone implicate nella storia vera quando apprenderanno la notizia? Non temi ripercussioni?

Ovviamente le persone che sono state anche condannate non la prederanno bene mentre per quanto riguarda la famiglia della vittima non saprei. È una cosa molto soggettiva. Ci sono famiglie con tragedie simili che vogliono che se ne parli, che si faccia tesoro dalla storia, altre che scelgono l’oblio. Personalmente sono mamma e vorrei se ne parlasse soprattutto quando, tuttora, esistono sostenitori dell’innocenza di certi personaggi direttamente implicati in questa vicenda. È una storia vera, che tutti conoscono, nessuno detiene il copyright su questo fatto di cronaca.

Quanto della tua sceneggiatura è rimasta nel film?

Se proprio devo quantificare, è rimasta un ottanta per cento di quello che ho scritto, ma non sempre per via di scelte registiche. Talvolta il regista si deve adattare al budget, alle autorizzazioni, agli attori, alle location, e quindi non sempre tutto dipende da lui. Quando scrivi puoi creare il film ideale ma quando affronti la parte concreta di questo lavoro certi elementi possono venire a mancare. Posso idre che in quello che è dipeso dal regista, mi avrà cancellato un dieci per cento della sceneggiatura. Ma sono bene, facendo questo lavoro da tantissimi anni, che su queste cose occorre fare i conti sempre, quindi, me ne farò una ragione anche stavolta.

Eri sul set di “Valle Paradiso”, dell’“Ultimo codice”. Questo è raro per gli sceneggiatori. Cosa provi nell’essere sul set?

È una sorta di masochismo autoindotto, credo … Sto scherzando! Ciò che voglio dire è che fa davvero male vedere le proprie idee cambiate, tante volte mi richiede mezza giornata per pensare ad un piccolo particolare che deve essere d’impatto e il regista non lo prende nemmeno in considerazione. Altre volte, invece, vedi come il regista migliora una scena come per magia. Talvolta basta un dettaglio o un’inquadratura per sconvolgere tutto. Credo che, alla fine, è un interscambio artistico che arricchisce l’opera ma che non sarebbe fattibile se non ci fosse enorme rispetto tra le due figure, quello dello sceneggiatore e quello del regista.

Attori alle prime armi e attori professionisti, tutti nello stesso ambiente. Che atmosfera si è respirato girando le scene?

Totale armonia dove non sono esistiti attori di serie A e di serie B. Per quanto mi riguarda, quando il regista era impegnato, gli attori venivano a chiedermi consigli sugli intenti dei propri personaggi. Davano molto peso alla sceneggiatura e questo mi ha fatto davvero piacere. Ricordo Daniela Pupella (Rosy) che, quando si è girata la scena dei soccorsi arrivati in casa e il ragazzo era sdraiato per terra, è scoppiata in lacrime mentre il suo personaggio doveva fingersi ignaro riguardo la gravità della situazione. Lo stesso Alessandra Paganelli (Lina) aveva la voce tremante persino nelle pause pensando al suo personaggio, una madre che aveva appena appreso della morte dell’unico figlio. C’era stata molta simbiosi anche tra i giovani attori e non hanno mai smesso di chiedermi meravigliati sui loro personaggi: “Ieva, ma qui hanno fatto davvero così?”, “Ieva, ma questo l’hanno davvero detto?”. Sono sicura che il pubblico li valuterà come bravissimi attori. A mio avviso in Italia ci sono nuovi talenti che hanno davvero bisogno di ricevere delle opportunità per mettersi in mostra e farsi conoscere per le loro qualità artistiche, e in questo film il regista ha fatto un enorme lavoro di talent scout. Mi riferisco alla bravura e alle capacità di rappresentare i personaggi che hanno dimostrato Alyssa Keta, Matteo Immesi, Tommaso Ferrandina e Andrea Firicano.

lo staff di attori de L’espulsore

Cosa rappresenta per te il film “L’ espulsore”?

“L’espulsore” è il primo lungometraggio che ho scritto in italiano ed è stato girato nella stessa lingua. Dopo il documentario su Salvatore Giuliano, che ho pure diretto sette anni fa, questo è il mio secondo approccio con il pubblico italiano e quindi potrebbe essere un’opera attraverso la quale farmi conoscere meglio in Italia. “L’espulsore” tratta una storia prettamente italiana che non so se in altre nazioni avrebbe lo stesso riverbero. In Italia questa storia è stata presa a cuore dall’intero popolo perché tutti noi possiamo avere un figlio, un nipote, un fratello come Marco. L’idea è che per scrivere un film tratto da una storia vera, devi conoscere il popolo, le sue abitudini, i loro modi di parlare e spero di aver fatto un lavoro accurato che non deluderà le aspettative del pubblico. Ho appena ultimato il mio script sulla ‘ndrangheta “Mammasantissima”: produttori e registi si facciano avanti.

Ieva Lykos:

https://www.imdb.com/name/nm7168893/

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Ieva Lykos

Andrea Giostra

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Andrea Giostra al mercato di Ballarò a Palermo_Ph. Mapi Rizzo