Riccardo Leto attore e doppiatore| di Caterina Civallero

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Ciao Riccardo, benvenuto e grazie per aver accettato il mio invito. Sei straordinariamente ironico e mi complimento per il tuo poliedrico lavoro: se volessi presentarti ai nostri lettori quale aggettivo useresti e perché?

Ciao e grazie a te di avermi invitato. Descrivermi? Lo hai già detto tu… direi ironico! Ma anche istrionico: il mio lavoro mi porta ad esplorare diversi campi, diverse discipline, non mi piace fossilizzarmi solo su di una cosa, cadrei nella normalità e perderei entusiasmo. Per farla breve lavoro come attore, doppiatore e regista; bene o male lo decide comunque sempre e solo il pubblico.

Chi è invece Riccardo nella sua quotidianità?

Direi, un uomo che non ha smesso ancora di sognare e di credere alle favole. L’eterno Peter Pan? Non saprei dire se si tratta di questo, ma posso dirti che ho ancora l’entusiasmo di fare le cose che amo con la passione di un ragazzino. Amo leggere, ascoltare musica, ma solo quella fino agli anni 2000… (sono troppo vintage per ascoltare le nuove tendenze di oggi), adoro anche rilassarmi la sera fagocitando film, serie tv e soprattutto i film che hanno segnato il mio percorso artistico.  Amo la pizza e le patatine, tutta roba sana… si può dire? E poi i video-giochi; li adoro. Inoltre amo la solitudine, che ritrovo nelle mie amate montagne.

Qual è la tua formazione professionale? Ci racconti il percorso che ti ha portato a svolgere il tuo ruolo nella vita?

Un passato da ex sottufficiale dell’esercito, poi la svolta. Ho iniziato la mia carriera artistica nel lontano 1990, come musicista e autore. Ho inciso un paio di 45 giri, un LP e un CD. Poi la mia carriera ha preso una sterzata verso il doppiaggio studiando con Ivo De Palma. Da quel momento ho continuato appassionandomi al doppiaggio, lavorando con la voce e le sue mille sfumature. Mentre proseguivo nei primi approcci al microfono, ho cominciato a studiare dizione e recitazione, perfezionandomi con diversi maestri nel campo, attraverso laboratori, stage e tutto quello che mi sarebbe servito in seguito per cominciare professionalmente la mia professione artistica.  Poi i primi provini, le prime esperienze e da lì, come si dice, ho iniziato a fare gavetta. Ancora oggi studio e non smetto mai di appassionarmi.

Come nasce la tua passione per lo spettacolo? Ci racconti come hai iniziato e quando hai capito che amavi creare, doppiare, recitare?

Come ho detto, non sono mai stato uno che ha seguito solo un percorso, una strada, ma ha sempre cercato anche dei “sentieri” alternativi. Lavoravo in una birreria tanti anni fa (ebbene sì sono stato mastro birraio e barman per tanti anni), e una sera, un giovane attore/regista molto talentuoso scelse il locale dove lavoravo come location per una scena di un suo cortometraggio. Mi proposi come musicista e fonico. Mi prese. Lavorai con lui in altri tre progetti e in diverse altre sue personali performance teatrali e radiofoniche. Ovviamente diventammo amici. Da lì, capii che la mia vita dietro il bancone stava per finire. Il mio provino arrivò qualche mese più tardi in Rai a Torino con una soap…

Hai girato e prodotto diversi film e serie televisive di grande successo. Ci parli di queste opere? Quali sono, come nascono, di cosa parlano, quale il messaggio che hai voluto lanciare ai tuoi spettatori?

Ho avuto il piacere durante la mia carriera di lavorare in diverse produzioni, e ognuna di esse mi ha sempre lasciato un piacevole ricordo. Citarle tutte mi è impossibile, ma ogni set, ogni personaggio interpretato sia per il cinema che per la fiction televisiva, ha sempre fatto scaturire in me una curiosità interiore; detta così sembra una frase da intellettuale radical-chic, ma posso garantire che non è così. In tutti i miei personaggi interpretati c’è sempre un po’ del mio “io” personale: dei miei ricordi d’infanzia, nei miei viaggi, e anche nell’istruzione. Per i messaggi, al di là di ciò che è scritto nel copione, mi risulta difficile darli: si tratta comunque di performance artistiche cine-televisive e non teatrali; posso asserire che faccio sempre del mio meglio per non risultare stereotipato e non essere mai banale, ma anzitutto credibile! Un prodotto su tutti che ha sicuramente cambiato la mia vita, è il film: “Brokers eroi per gioco”, commedia che ho scritto, co-prodotto ed interpretato. Un film che ho avuto l’onore di presentare al Festival di Roma, e che mi ha dato davvero tante soddisfazioni. Prossimamente potrà essere visionato nelle piattaforme streaming.

Ci parli del tuo ultimo film come attore «The Chain»? Come nasce, qual è il messaggio che vuoi che arrivi al lettore, quale la storia che racconta senza ovviamente fare spoiler?

“The Chain” (ancora in lavorazione), è l’ultimo lavoro a cui ho preso parte come attore. È un film prodotto negli Stati Uniti, a Los Angeles, da una casa di produzione (American Widescreen Pictures), che ha investito anche nel nostro paese, registrando metà delle riprese in Piemonte e in Valle d’Aosta. È un film ambizioso, in costume, che si sviluppa su due piani in una Los Angeles odierna in cui – per fermare un serial killer temibile ed efferato – una consulente criminale si dovrà rivolgere, in qualche modo, addirittura a Cesare Lombroso e alle sue teorie. In questo film interpreto il capo della polizia, appunto di fine secolo, con tanto di bastone e cilindro.

Chi sono i destinatari che hai immaginato quando hai accettato il ruolo?

È un film per tutti, anche se il taglio risulta decisamente action, mystery, thriller. Sembra strano ma questa volta sono davvero molto legato a questo film per un solo semplicissimo motivo: recito in lingua inglese, ed è stata la prima volta! Quindi il pubblico mi dovrà giudicare non solo per la mia credibilità nel personaggio interpretato, ma anche per la mia capacità di recitare in inglese. Io, che sono sempre stato una capra, mi sono dovuto davvero impegnare moltissimo, anche con aiuto di coach sul set. Supererò l’esame?

Una domanda difficile: perché i nostri lettori dovrebbero guardare «The Chain?» Prova a incuriosirli perché abbiano desiderio di cercare il film.

Perché nonostante sia una produzione americana, l’anima è tutta italiana. In questo film c’è una forte componente nazionale nostrana, non solo nella parte tecnica ma anche in quella artistica; ho avuto il piacere di lavorare e confrontarmi non solo con attori americani ma anche con colleghi italiani di assoluta bravura e altissima professionalità. È un film che ha parecchie attrattive evidenziate della nostra Italia, confrontate con una Los Angeles caotica e frenetica dei nostri giorni; il tutto sottolineato con tecnica e magistrale poesia. Vi invito a vederlo (covid permettendo) al cinema anche per la storia assolutamente non banale.

C’è qualcuno che vuoi ringraziare che ti ha aiutato a realizzare questa opera? Se sì, chi sono queste persone e perché le ringrazi pubblicamente?

Sono legato a questo film e voglio ringraziare il regista Stefano Milla che mi ha permesso di esserci: è lui che ha insistito nel darmi questo ruolo malgrado la mia reticenza. Sì, posso dirlo tranquillamente, io non volevo avere questa parte! Non mi sentivo adatto e avevo una paura tremenda, ma lui mi ha condotto per mano e mi ha permesso di interpretare il ruolo. Anche quando in sartoria mi sentivo goffo e impacciato per qualche chilo preso in più… Che dire? Grazie, Stefano. Quando facciamo il sequel? Poi ovviamente è da ringraziare tutto il cast artistico e tecnico, perché senza di loro non staremmo qua a parlarne. Soprattutto il reparto scenografi strabilianti gli oggetti e i props di scena costruiti a mano; e i costumi, davvero bellissimi.

 

Nella tua attività hai doppiato e presentato numerosi personaggi. Ci racconti chi sei quando sei nel ruolo del doppiatore e chi quando sei attore?

Ultimamente nel doppiaggio cinematografico ho fatto pochino. Diciamo che la mia voce è più utilizzata per i voice-over, i documentari e la pubblicità. Quando sei al microfono non sei solo un doppiatore ma sei anche un attore. Anzi, devi esserlo assolutamente: non ci si può limitare a leggere quello che c’è scritto senza dare tutto quello che serve per la credibilità. Quando sei sul set a volte ti basta uno sguardo o una smorfia per creare una certa situazione; ma al microfono non puoi. A volte devi essere tu a “mettere” quello che non c’è scritto.

«Il doppiaggio è un’arte tecnica che deve far sognare e far esprimere i desideri degli attori. Far vivere liberamente quelle che sono le emozioni delle persone nel caso della nostra materia» afferma il doppiatore Roberto Pedicini.
Ha ragione a elargire questi consigli? Cosa ne pensi in merito?

Assolutamente sì. Come contraddire il “maestro”? A parte gli scherzi, è tutto vero, e meno male che grandi professionisti della voce come lui aiutino a divulgare certi concetti base. Oggi si crede che basti solo un microfono e un minimo di voce per fare il mestiere, ma non è così. Anche in questo campo bisogna studiare e molto. Correggere le inflessioni, avere una dizione perfetta e soprattutto ricordarsi che il microfono è tuo amico. Può regalare e regalarti davvero delle bellissime emozioni.

Christian De Sica ha affermato: «Mio padre mi ha sempre insegnato a fare tutto. Quando gli ho detto che volevo fare l’attore, mi ha detto di studiare doppiaggio, perché secondo lui era la scuola migliore». Sei d’accordo con lui?

Sì e no. Diciamo che i tempi sono cambiati. Oggi anche la recitazione è un po’ cambiata. Sono d’accordo che studiare a microfono servi moltissimo, ma oggi non basta solo questo. Serve molto la scuola, il teatro, i laboratori, gli stage e tutto quanto può migliorare un attore per essere completo. Anche il canto aiuta tantissimo, soprattutto per il diaframma.

Chi sono i tuoi modelli, i tuoi autori preferiti, gli attori che hai seguito e che ami ancora oggi?

Qui potremmo stare dei mesi a parlarne. Sono cresciuto con la tv in bianco e nero, poi a colori negli anni ’70. Ho attraversato tutto il percorso che ha fatto grande la nostra televisione e il nostro cinema. Aspettavo la sera per vedere le commedie musicali di Fred Astaire e Ginger Rogers, i film di Frank Capra (che ancora oggi mi guardo senza stancarmi mai), le grandi interpretazioni di Sordi, Tognazzi, De Sica, Totò, Manfredi, Gassman, Mastroianni, eccetera; le regie di Monicelli, Scola, Bertolucci, Risi, lo stesso De Sica, Tornatore… insomma c’era e c’è davvero tantissimo da vedere e imparare. Io a quei tempi mi limitavo a sognare ed emozionarmi. Adoro vedere anche i film cult americani; impossibile citarli tutti ma registi come George Lucas, Steven Spielberg e James Cameron, Zemeckis, Scott, Carpenter hanno lasciato in me una traccia indelebile. Una menzione speciale la lascio per Sergio Leone, per me il più grande. I suoi film sono stati scuola. Le sue riprese, il suo raccontare così maledettamente perfetto, mi hanno segnato emotivamente, e ancora oggi non riesco mai a cambiare canale se un suo film viene trasmesso in tv.

I film comici che secondo te andrebbero guardati assolutamente quali sono? Consigliane ai nostri lettori almeno tre da gustare nei prossimi mesi dicendoci il motivo del tuo consiglio.

Continuo a vedere sempre tutti i film di Bud Spencer e Terence Hill, quando sono triste: loro hanno sempre una sorta di medicina istantanea per riportare il buon umore. Bisogna vedere sempre film comici! Aiutano a non pensare e a svagarsi, semplicemente a ridere, abbiamo bisogno di ridere! Sempre. Poi consiglierei la comicità anni ’60 e ’70 legata a grandi come Totò, Sordi, Fabrizi, Bramieri, Banfi, Montesano, ecc… Anche la loro maschera è sempre un cult da tenere in grande considerazione. E poi, come non fermarsi ogni volta che viene trasmesso “Amici miei”? Impossibile!

E tre spettacoli da vedere assolutamente nella vita? Perché proprio questi?

“Aggiungi un posto a tavola” sicuramente, poi “Jesus Christ Superstar” e infine “Jean Valjean” Il musical tratto dal capolavoro di Victor Hugo. I primi due per ricordi adolescenziali. Mia madre mi portava sempre a teatro a vedere le operette da piccolissimo (Cincillà, Acqua cheta, La vedova allegra, ecc.); poi anche grazie alla tv, mi fece conoscere grandi autori come Garinei e Giovannini: la prima commedia fu appunto “Aggiungi un posto a tavola”, con Johnny Dorelli e Jenny Tamburi… che dire: travolgente! Poi il passaggio a qualcosa di più rock, con “Jesus Christ Superstar”. Ancora oggi non riesco mai a trattenere le lacrime visionando questo spettacolo, meglio se con la immensa interpretazione di Ted Neeley, che per me rimane il più grande di tutti. E infine non certo per meno importanza, cito “Jean Valjean”. È una produzione indipendente ma che di indipendente non ha proprio nulla. Il musical racconta la storia, liberamente tratta dal capolavoro di Victor Hugo “I Miserabili”, di un uomo che cerca disperatamente di liberarsi dalle catene che lo hanno imprigionato per buona parte della propria vita. Magistrale regia di Fulvio Crivello e grande performance assoluta di “Fabrizio Rizzolo”, amico e collega che stimo moltissimo. Se vi capita di averlo nelle vostre città non perdetelo! Ne vale la pena!

Quali sono i tuoi prossimi progetti e i tuoi prossimi appuntamenti che vuoi condividere con i nostri lettori?

Per non farsi mancare niente, ritornando al discorso di prima (che non riesco mai a fare solo una cosa) da qualche anno sono passato dietro la macchina da presa. Ho già realizzato il cortometraggio “Unfair Game” e sto terminando di girare “The last prisoner”, opere legate al tema dell’amicizia in tempo di guerra, per la precisione la seconda guerra mondiale. Tutte le schede dei film sono inserite nel sito della “DGT-network”, dove ci sono anche altri interessanti progetti e trailer dei miei film in lavorazione.  Adoro i film in costume e quindi le mie storie hanno sempre come “firma” questa peculiarità. Poi sto valutando la seria possibilità di tornare in radio con un vecchio programma che mi ha dato tantissime soddisfazioni: “Backstage, quando la radio fa spettacolo”, un contenitore di notizie, recensioni, curiosità e aneddoti sul cinema italiano e internazionale: il tutto contornato con la più bella musica degli anni ’70-80-90. Un’avventura durata due anni presso LDC95, grazie a Giorgio Risi, che spero di riproporre a breve.

Il successo: gli esercizi per allenarlo.

Cos’è il successo? Io lo intendo più come “soddisfazione personale, appagamento”. Questo per me è il successo. Non riesco a vedere il successo come popolarità, anche se ne è una conseguenza diretta. Quindi l’allenamento è lo studio quotidiano, l’entusiasmo che si porta a ogni lavoro o progetto intrapreso. Se smetti di divertirti, di sorridere, allora smette il successo. Ecco, io vedo tutto come un essere felici dentro per ciò che si fa. Se smettiamo di essere felici allora è ora di cambiare mestiere.

Come vuoi concludere questa chiacchierata e cosa vuoi dire ai nostri lettori?

Chiudo col ringraziare te per questa intervista; poi ringrazio tutti i tuoi lettori che avranno così la possibilità di conoscermi un po’ meglio. Per il resto mi auguro che questo momentaccio che stiamo attraversando finisca al più presto: mai e poi mai avrei pensato che il nostro mestiere così importante si sarebbe dovuto fermare bruscamente, impedendoci di lavorare. Mi auguro vivamente che il 2021 sia un anno decisamente diverso; con la voglia di recitare, di doppiare, di girare, di scrivere e di fare tutte quelle cose che mi rendono vivo… “tutto il resto è noia” (cit Califano).

Editing di Alessandro Zecchinato

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Caterina Civallero

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