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“Mangiare per due”, “Mi piace da morire”, “Non ne posso fare a meno” sono affermazioni simili a quelle utilizzate nella tossicodipendenza amorosa.

Compensare una mancanza con l’innamoramento o con il cibo ha dinamiche paritetiche. Mi occupo da alcuni anni, con la collega Maria Luisa Rossi, della Sindrome del Gemello[1] e per chi conosce poco, o non conosce affatto, questa definizione aggiungo che si tratta della condizione secondo la quale veniamo concepiti in forma gemellare e nasciamo soli. Avviene nel 98% dei casi e verrebbe da pensare che essendo un’esperienza praticamente naturale sia quanto di più meraviglioso un essere umano possa augurarsi ma, paradossalmente, questa tappa della nostra vita che genera un forte imprinting duale offre risvolti importanti che condizionano interamente la nostra evoluzione.

L’imprinting gemellare registrato in fase di concepimento che ci accompagna dalle prime fasi di vita intrauterina condiziona il nostro approccio relazionale per il resto dell’esistenza. Sperimentare inizialmente di essere in due e fare successivamente esperienza di restare soli per il resto della gravidanza lascia in noi una profonda impronta che ci orienta, come fosse una bussola, a integrarci fusionalmente con l’altro in cerca del conforto iniziale provato nel primo nido di vita. La dinamica gemellare si può esprimere anche nel comportamento verso il cibo, poiché non solo ci caratterizza a pensare per due, ad amare, comprare, risparmiare o spendere per due, come se fossimo davvero due, ma ci spinge ad alimentarci per entrambi. Nelle sessioni dedicate alla modalità gemellare[2] presto grande attenzione al mondo alimentare. La relazione che abbiamo con il cibo e verso di esso racconta molto di noi, ed è davvero intrigante scoprire quali siano gli atteggiamenti insidiosi che ci spingono a trovare nel cibo ciò che ci manca o a rifuggerlo per il timore che possa trasformare la nostra figura in qualcosa di inaccettabile spingendoci alla soglia del senso di colpa.

L’alimentazione ha tante valenze e noi agiamo per simboli. Esiste una vera e propria decodifica del comportamento alimentare e del significato che ogni singolo alimento possiede: gli alimenti sono detonatori o lenitivi, scatenano reazioni emotive, ormonali, e ci conferiscono forza, coraggio, o ce lo tolgono. Comprendere quali sono le spinte inconsce che ci portano ad adoperali con estrema parsimonia o con eccessiva abbondanza ci conduce a una posizione di equilibro dalla quale ci è possibile difendere la nostra salute.

Nel percorso di presa di coscienza della questione alimentare occorre partire dal punto più basilare e semplice: occorre conoscere, comprendere il valore degli alimenti, le calorie che producono, come possono essere miscelati e adoperati durante la giornata e come sia più strategico spenderli per sentirsi soddisfatti.

Il Ministero della Salute[3] mette a disposizione validi insegnamenti capaci di orientarci all’autogestione di un percorso semplice e salutare. Un facilitatore alimentare può aiutarci a decodificare le numerosissime informazioni dispensate e verificate da anni.

Normalmente, quando si è in equilibrio, senza doversi privare di nulla, se la nostra alimentazione avviene secondo istinto, affidandosi a materie prime esistenti in natura, scegliendo cibi semplici, freschi, genuini, saremo naturalmente guidati verso la salute.

La retta via si perde quando si entra in stress, quando il cibo viene ritenuto pericoloso e si decide di sviare il meccanismo dell’appetito con esperimenti, o pseudo alimenti, che promettono di fornici tutto ciò che è necessario per stare bene, quando ci nutriamo di cibi pronti, surgelati o imbustati, fritti o cucinati ad alte temperature, salati o zuccherati oltre la soglia della naturalezza. In pratica ho appena descritto il modo di mangiare della quasi totalità della popolazione urbana.

Chi non mangia in questo modo alzi la mano.

Formaggi, prosciutti, insaccati, biscotti, snacks, salatini o crackers, bastoncini impanati da infornare insieme a pizze saporite, mangiare bevendo bibite dolci o vini pregiati è tutto il contrario di alimentarsi con materie prime semplici, e mi rendo conto che chi per mancanza di tempo chi per poca fantasia davanti ai fornelli tutti, o quasi, mangiamo, in una maniera o nell’altra, in maniera scorretta.

Correggere le abitudini alimentari di un mondo corrotto dal gusto saporito di certi piatti è utopia e per questo motivo il mio viaggio alla scoperta della sana alimentazione sarà ironico e un tantino irriverente.

Non ho mezzi per catechizzare una popolazione estesa e ben abituata a trascorrere feste e momenti di relax sorseggiando un drink o mangiando un gelato[4], pertanto sapendo che ho da gestire una causa persa proverò a descrivere il comparto dell’educazione alimentare per dissacrarlo quel tanto che possa permettere un delicato esame di coscienza, lasciando la libertà di compiere un cambiamento più per buon senso che per paura o fanatismo.

L’atteggiamento esuberante che ci porta a ingerire più cibo di quello che serve al corpo per stare bene racconta del tentativo di appropriarsi di qualcosa che il cibo rappresenta. Cibo e vita sono per l’essere umano la medesima cosa e spesse volte si mangia in eccesso per paura di morire, di scomparire, di non esistere.

Non voglio farti sorridere a tutti i costi ma sappi che “si mangia tanto” anche per timidezza: so che ti verrà voglia di raccontarlo al mangione che in famiglia sbafa tutto con grande appetito e che negherà con fervore, − si sa, nessun timido compulsivo ama essere smascherato −, pertanto osserva la persona in questione, e se sei tu cerca di eseguire un’obiettiva analisi di coscienza: cerca di scoprire cosa nasconde in realtà chi si getta sul cibo con eccessiva disinvoltura. Ragiona per comportamenti biologici e ricorda che si compie – e si agisce e parla – in compensazione, ci si rivolge a ciò che manca o che ne rappresenta la matrice: se cerco cibo in modalità smisurata dichiaro di essere impaurito dalla possibilità di farne a meno.

Se a gestire questo comportamento fosse un minore l’adulto del sistema avrebbe il dovere di comprendere a quale compensazione il giovane sta rispondendo.

Leggendo Un sorso e un morso vedrai che il cibo non è la sola via per compensare e scoprirai l’importanza di comprendere quali siano i meccanismi che regolano i comportamenti alimentari; benché sia disponibile a prendere in considerazione che l’appetito che regola il comportamento a tavola sia soggettivo so per certo che comprendi che alla base del comportamento di chi mangia per due ci debba per forza di cose essere qualcosa di non visibile. Una delle ragioni per cui portare un obeso a perdere peso è estremamente difficile è perché spesso nella consulenza si agisce solo sull’educazione alimentare che, a mio avviso, è solo la punta dell’iceberg. La bulimia alimentare o la sportiva condotta nei confronti delle sostanze alcoliche o  verso le bibite in genere rientrano nell’identikit che permette di riconoscere chi si trova in una situazione di dipendenza. La soglia per trovarsi ad affrontare un problema alimentare è sempre in agguato, e il confine per stabilire se siamo goliardici mangiatori in sovrappeso o bulimici patologici è davvero labile.

Questo brano è tratto dal mio libro intitolato Un sorso e un morso.

Disponibile anche in eBook.

Caterina Civallero

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[1] C. Civallero e M. L. Rossi, Il mio gemello mai nato, Uno Editori, Torino 2018.

[2] www.caterinacivallerofesturingmarialuisarossi.com sul sito puoi trovare tutti gli articoli, i libri, le interviste e il programma deigli incontri dedicati all’argomento gemellare.

[3] Link al sito del Ministero della Salute dove puoi consultare il PDF sulle LINEE GUIDA PER UNA SANA ALIMENTAZIONE ITALIANA del 2003: http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_652_allegato.pdf.

[4] Un cono gelato fornisce fra le 420 e le 550 kcal, praticamente un quarto delle calorie suggerite per l’intera giornata, e in alcune stagioni dell’anno non è il solo alimento che appartiene alla categoria dei dessert che consumiamo: in estate una persona in media introduce circa 1200 kcal fornite da alimenti definiti dolciumi.