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In una Sicilia ottocentesca dove le donne erano relegate ai soli ruoli di “donna di casa” e di madre, Mariannina Coffa rappresentò un baluardo di libertà raggiunta nonostante le avversità familiari.

Dopo una sommaria istruzione elementare venne iscritta a Peratoner di Siracusa dove, sotto la guida di Francesco Serra Caracciolo, compose le sue prime “improvvisate”.

Nel ‘52  fu affidata dal padre Salvatore Coffa, noto avvocato liberale impegnato nelle vicende politiche del Regno di Napoli del 1848 e del 1860, alla tutela del sacerdote Corrado Sbano, personalità autorevole nel campo letterario siracusano, al fine diorientarlaverso letture consone alla sua formazione cattolica e la perfezionasse nell’arte del versificare: nonostante gli sforzi Mariannina fu attratta da autori come Byron, Shakespeare e Dumas senza mai dimenticare gli insegnamenti del maestro.

Nella produzione giovanile di Mariannina notiamo, come riporta Rosa Maria Monastra, un linguaggio poetico “infarcito di reminiscenze dantesche, foscoliane, leopardiane e al contempo svagante verso una evasività di marca tipicamente tardoromantica” coniugando il classicismo cattolico di Sbano, che le imponeva la lettura dell’Imitazione di Cristo, col suo malessere interiore.

Il suo talento la portò, nel 1857, ad essere ammessa all’Accademia dei Trasformati di Noto unita in gemellaggio con l’Arcadia Romana, accademia letteraria fondata nel 1690 da Giovanni Vincenzo Gravina e da Giovanni Mario Crescimbeni a cui si unirono, dopo la morte di Cristina di Svezia, dodici letterati.

Nel ‘58 entrò a far parte dell’Accademia Dafnica e degli Zelanti di Catania dove, l’anno successivo, pubblicherà i Nuovi Canti facendola conoscere fino a Torino.

Ancora adolescente conobbe colui che sarà il suo tormentato amore, Ascenso Mauceri, maestro di pianoforte politicamente vicino al ministro Matteo Reali, estensore della Legge sulle Guarentigie.

Nel 1860 la vita di Mariannina cambierà radicalmente: costretta a sposare Giorgio Morana, ricco possidente terriero, abbandonerà la sua Noto per trasferirsi a Ragusa e, insieme alla sua amata città anche tutti i suoi sogni di diventare una poetessa affermata.

Il suocero la recluderà in casa e le proibirà (a suo dire) di scrivere perché tale attività “rende le donne disoneste” e per questo non diede l’opportunità alle figlie di apprenderla.

La “capinera di Noto” non si lasciò vincere dai soprusi della famiglia Morana e la sera, quando il marito, a quel tempo sindaco di Ragusa si trovava impegnato in riunioni notturne, scriveva al lume di una candela le sue poesie e le lettere per l’amato e mai dimenticato Ascenso.

Sono lettere cariche di dolore e amore a cui seguono i rimpianti per non essere stata padrona delle proprie scelte di vita e cercando invano di riprendersi ciò che aveva perduto per sempre: Ascenso, non si presentò all’incontro che Mariannina gli aveva proposto provocando in lei un dolore senza fine che acuì i suoi malesseri fisici dovuti ai fibromi uterini.

Intrattenne rapporti epistolari con le più importanti personalità politiche e culturali del tempo, come Mario Rapisardi, Giuseppe Aurelio Costanzo, Giuseppe Macherione e, tramite la sua malattia, conobbe il medico omeopata catanese Giuseppe Migneco, famoso per le efficaci cure prestate durante l’epidemia di colera.

Migneco fu sostenitore del magnetismo animale di Franz Anton Mesmer e face parte della massoneria locale: insieme all’allievo Lucio Bonfanti introdusse Mariannina nella fantomatica Loggia Elorina che la portò a una poesia misteriosofica in cui predominano riferimenti simbolici al “gran concetto” e alla “protesta metafisica”.

Come Verlaine e Rimbaud venne definita poetessa maledetta divenendo “un esponente unico e singolare di un maledettismo tutto siciliano che senza ombra di dubbio si ricollega per sentimenti e tematiche ai colleghi francesi”.

La malattia le darà il coraggio di prendere quella decisione tanto riflettuta: andò via dalla casa del marito, da cui chiedeva a gran voce di separarsi, per ritornare a Notodai genitori che la cacceranno per paura che il disonore ricada su di loro e scegliendo di abbandonarla tra fame e stenti e alle cure del Migneco. L’ultimo dolore che le diedero fu quello di rifiutarsi di pagare l’intervento che avrebbe potuto salvarle la vita.

Con le ultime forze rimaste chiese a Dio di darle la possibilità di gridare tutto l’odio verso quei genitori che le hanno rovinato l’esistenza e di denunciare le violenze e le umiliazioni che subì dal marito.

Nonostante la reputazione negativa di poetessa maledetta, Noto mostrò verso la su capinera un grande amore: il Comune alla sua morte, avvenuta il 6 gennaio 1878, proclamò il lutto cittadino e ai funerali si palesarono in pompa magna le insegne della misterica Loggia Elorina.

Nella storia di Mariannina sono racchiuse le infinite storie di donne vittime di una vita imposta da altri, di violenza e di angherie ma anche di riscatto e di libertà.

Giusy Pellegrino