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Palermo, anche in questo anno segnato dalla pandemia si prepara a festeggiare “a distanza” la  “Santuzza”. Ma cosa intendiamo per “festino” e cosa lo rese e rende una delle feste più importanti del Mediterraneo?.

Il termine “Festino” è utilizzato in ambito popolare per indicare l’insieme di tutte le feste e le manifestazioni, laiche e religiose, che lo connotano come un ex voto donato alla Santuzza da tutta la comunità. Il termine sembra, in apparenza, un diminutivo ma in realtà indica la “festa grande” che si svolge a Palermo tra il 10 e il 15 luglio di ogni anno.  La città la identifica come il suo momento più importante e lo riconosce come “emblema della propria civiltà storica, culturale e spirituale”: ogni individuo ne prende parte con grande gioia compensando in tal modo alle precedenti sofferenze. Il Festino ha una sua individualità ed una sua specificità del tutto particolare, le cui caratteristiche sono famose in Europa ma del tutto sconosciute nel resto d’Italia. La devozione di Palermo per la propria Patrona è legata alla sua liberazione dalla peste negli anni 1624-25 e rappresenta un “evento, che tra realtà storica e alone leggendario” assume tratti moderni e identitari.

I testimoni dei primi Festini seicenteschi sostengono con insistenza “l’incapacità della scrittura di descriverne le meraviglie”: il primo cronista Filippo Paruta, al tempo segretario del Senato Palermitano, in una sua recensione ne espose i particolari mettendo in risalto lo sfarzo con cui la città era stata abbellita (arazzi e archi di trionfo uniti a fiori e fronde che decoravano i palazzi nobiliari lungo il Cassaro) e la grande partecipazione popolare gestita secondo le disposizioni date dalle autorità. Strumento principe di ogni Festino è il Carro Trionfale, introdotto per la prima volta nel 1686 e preceduto da quattro piccoli carri. Esso rappresenta, non solo un apparato scenico ed allegorico, ma una vera e propria opera d’artista. Nell’arco dei secoli la forma variò e famosi rimasero i progetti di Paolo Amato (che ideò il carro con la tipica forma a “vascello”) e  Andrea Palma. Per tutto l’Ottocento e i primi anni del Novecento, la forma a vascello fu sostituita da quella a “Candelone” progettato da Raineri.

Altri elementi che non possono mancare nel Festino sono i fuochi d’artificio e le luminarie. I “jocu i fuocu” erano preparati su macchine alte e maestose che, alla fine della manifestazione, venivano bruciate (il fuoco, in questo caso, rappresentava la purificazione dal male). Erano macchine di grande effetto prospettico e simulanti architetture irreali, realizzate per la prima volta nel 1650 sui progetti di Nicolò Palma e Paolo Amato. Come il Carro, assunsero varie forme da quella a “piramide” a quella a “sviluppo orizzontale”, vero trionfo dell’effimero che si perderà nell’Ottocento. La sede originaria delle macchine era il piano del Palazzo Reale che verrà sostituito più tardi con la “Marina” più ampia per ospitare la moltitudine di curiosi che assistevano ai giochi. Anche le luminarie col tempo subirono tante evoluzioni:  quelle seicentesche erano caratterizzate da botti di legno impeciate sostituite, in seguito, con le bocce di ferro dei cannoni. Si passò poi a luminarie più semplici ma che al momento dall’accensione davano un effetto gradevole. A contribuire all’illuminazione erano anche i nobili che esponevano i loro  doppieri sui balconi dei palazzi e il clero, che non volendo essere da meno, ravvivò la Cattedrale con un macchinario particolare ricco di arabeschi e specchietti che, riflettendo la luce delle navate, davano un effetto paradisiaco.

Il 2020 non sarà l’unico anno in cui Palermo rimarrà orfana della sua “festa grande”.

Nell’Ottocento fu interrotto per i lavori di livellamento del Cassaro (iniziati nel 1858 e terminati nel 1864) a cui si unirono gli eventi che portarono all’Unità d’Italia. Nel periodo post unitario il Festino si celebrò saltuariamente a causa di una situazione socio-politica sempre più ostile a tutte le manifestazioni religiose e laiche che potevano ricordare il precedente regime borbonico.

Nel 1866 lo stato Sabaudo promulgò le “leggi eversive dell’asse ecclesiastico” che prevedeva la confisca di tutti i beni mobili e immobili degli ordini religiosi e delle confraternite e il Festino fu circoscritto solo alla processione religiosa sostenuto dal popolo che accettò il cambiamento.

Fu in questo clima che Giuseppe Pitrè ripropose, tra il 1895 e il 1897, il ripristino delle antiche tradizioni ma, nonostante il grande successo ottenuto, a causa di un ritorno della politica avversa alle tradizioni preunitarie,  il Festino fu nuovamente fermato e riporto nuovamente nell’oblio.

I primi anni del Novecento furono i periodi più oscuri della storia del Festino. La sfilata del carro scomparve nuovamente ma rimaneva viva la processione dell’urna reliquiaria che metteva insieme tutte le forze del Clero e degli Ordini Religiosi che andavano ricomponendosi dopo la persecuzione del secolo scorso.

Nel 1924 sembrò esserci una ripresa: l’ingegnere Scibilia, in occasione del trecentesimo Festino, realizzò il primo carro “fisso” e “addumatu” con sopra un altare su cui il Card. Lualdi celebrò la messa in onore della Santa patrona. Altro silenzio rotto, cinquant’anni dopo, da Rodo Santoro che riorganizzò un Festino richiamante gli antichi fasti con un carro a forma di vascello trainato da buoi e riutilizzato, nel 2002, trasportato da uomini. Il Festino negli ultimi anni ha perso le sue caratteristiche originarie a causa della mancanza di una direzione artistica fissa capace di mantenerne viva la memoria storica e culturale delle origini.

Da premettere però che, luci, giochi d’artificio, melone ghiacciato e “babbaluci” fanno da contorno a quello che è uno stato d’amore che lega indissolubilmente Palermo alla sua Santuzza e che ci fa gridare a gran voce “VIVA PALERMO E SANTA ROSALIA”.

Giusy Pellegrino