Viviana Toscano, giovane attrice catanese | INTERVISTA

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«Sono una donna molto testarda e che quando vuole ottenere qualcosa, smuove pure mari e monti pur di averla ed ottenerla. Sono determinata e cocciuta e soprattutto voglio quanto più essere ottimista nella vita e nelle mie cose. » (Viviana Toscano)

Ciao Viviana, benvenuta. Grazie per la tua disponibilità e per aver accettato il nostro invito. Se volessi presentarti ai nostri lettori, cosa racconteresti di te quale Viviana attrice e artista di teatro e della settima arte?

Innanzitutto inizierei col ringraziarVi per questa intervista e opportunità datami di farmi conoscere maggiormente al pubblico e ai vari lettori. E poi mi presenterei a tutti voi. Piacere a tutti sono Viviana Toscano ho 26 anni e sono catanese. Nel lontano ma non troppo 2013 mi sono innamorata del teatro, dei suoi colori e forme. Ho iniziato questo percorso per la timidezza maggiormente e per esplorare la vera Viviana, che era offuscata da questa profonda chiusura in sé dovuta a questa grande introversione. Per riuscire a conoscere e trovare una nuova me, innamorata della vita e della recitazione… ma sempre un pochino timida.

… chi è invece Viviana donna che vive la sua quotidianità e cosa fa che puoi raccontarci?

Viviana come accennavo prima è una ragazza introversa, dovuto anche ad un importante lutto familiare che ha colpito me e la mia famiglia nel 2005 con la dipartita di mio fratello maggiore e, questo evento traumatico l’ho portato dappresso con me per tanto tempo, ancora oggi sento che è vivo e c’è. È proprio per questo, anche grazie all’aiuto e appoggio della famiglia ma in particolare di mio padre, che ho deciso di intraprendere un percorso artistico con un’Accademia d’Arte Drammatica, diretta dal maestro nonché diventato amico con gli anni, Nicola Costa. È grazie a lui e alla cura che si è preso di me e della mia fragilità, se sono maturata come attrice e donna. È stato un percorso oltre che formativo a livello recitativo soprattutto umano, perché mi ha permesso di poter capire chi fosse Viviana. Io comunque rimango sempre una ragazza normale, che ama scrivere poesie e dedicarsi alla famiglia e agli amici.

Chi sono e chi sono stati i tuoi maestri d’arte, se vogliamo usare questo termine? Qual è stato il tuo percorso artistico/formativo ed esperienziale nel mondo della recitazione?

I maestri d’arte sono le persone che mi hanno aiutato in questo percorso, che mi hanno formato e plasmato per diventare ciò che sono oggi. Innanzitutto i miei genitori, che sono coloro che mi hanno dato la vita e la possibilità di imparare e sbagliare con le mie gambe e poi indubbiamente le persone con cui ho collaborato e continuo a collaborare: Nicola Costa, Elisa Franco, la famiglia Saitta e Paola Abruzzo. Ognuno di loro mi ha saputo dare tanto: istruzione ed impostazione a livello recitativo, conforto nel momento del bisogno, ma soprattutto ascolto e si sono posti sempre a me con quella naturalezza che mi ha fatto capire di potermi confrontare e approcciare a loro in maniera tranquilla senza sentirmi inadatta e da meno; di potermi porre a loro come un collega e non come una appena arrivata, avvicinandomi sempre con grande umiltà, da parte mia. Il mio percorso formativo è iniziato nel 2013, appena finita la maturità linguistica. Grazie a mio padre che mi ha spronato a far emergere la vera me, surclassata dalla timidezza e direi anche dalla paura di vivere, forse dovuta anche al lutto sopracitato. Ho deciso di iscrivermi in questa piccola realtà artistica sempre qui a Catania, nella mia città, dove ho avuto modo di conoscere Nicola Costa e la sua Accademia, diretta insieme ad altri professionisti del settore quali Egle Doria, Silvio Laviano ed altri. Ammetto che questi due anni di percorso non sono stati semplici per me, vista la mia introversione, infatti mi risultava complicato riuscire ad espormi e subito. Ho dovuto soffrire un po’, prima di riuscire a vedere i risultati, che sono arrivati con lo studio e la voglia di fare e mettersi in gioco, anche se so che la strada è in salita e lunga e dovrò lavorarci sempre… perché non si smette mai di imparare come persone e come artisti.

Come definiresti il tuo stile recitativo? C’è qualche attore o attrice ai quali ti ispiri?

Spero di essere quanto più naturale possibile sul palcoscenico, come nella vita di tutti i giorni, semplice e diretta. Non mi piace la falsità e la troppa marcatura recitativa. Il diretto ed essenziale. Come attrici a cui mi ispiro ritrovo indubbiamente la grandezza di Anna Magnani. Mi piace molto anche Laura Morante, Monica Guerritore, Anna Foglietta e apprezzo moltissimo Elio Germano; per poi approdare al mondo e stile americano, con la potenza magistrale di Meryl Streep, che amo in ogni sua interpretazione; Helen Mirren, Jane Fonda, Julianne Moore. Credo che bastino come esempi. Sono attratta dalla potenza, dall’espressione facciale, dai suoni e dalle movenze di queste donne, tutte diverse tra di loro per età ed esperienza, ma che hanno secondo me un aspetto che le accumuna: il vero, la naturalezza. Hanno quella semplicità recitativa dettata proprio dal fatto di essere normali, istintive, naturali e senza orpelli.

Chi sono i registi con i quali ti piacerebbe lavorare? E perché proprio loro?

Se potessero ritornare in vita Fellini e Leone sarebbe meraviglioso, ma anche lavorare con Tornatore mi piacerebbe moltissimo. E poi trovo molto vicini a me e al mio stile di guardare la vita fatta di tante sfumature e colori, alla mia visione, un Almodovar e un Ferzan Ozpetek, con i loro delicati temi trattati nelle pellicole, dove si trova quasi sempre la donna apparentemente fragile, ma dalla forte forza che emerge nel momento adatto, così come la visione dell’emarginato di turno del diverso. Temi importanti e attuali, trattati sempre con quella giusta carica di ironia contraddistingue questi due grandi registi. che riescono ad alleggerisce il loro prodotto.

Quelli invece con i quali hai lavorato e che ami ricordare in questa chiacchierata?

Nella mia carriera teatrale ho avuto la fortuna di lavorare e collaborare con persone che per me hanno segnato il mio percorso formativo di giovane attrice e di donna soprattutto, tra questi mi piace ricordare: Paola Abruzzo, figlia d’arte, Elisa Franco con cui continuo a lavorare nelle stagioni teatrali da diverso tempo, con la sua compagnia “La Carrozza degli Artisti”, lo stesso Nicola Costa e la famiglia Saitta. Poi a livello di grande schermo ho avuto modo di potermi approcciare ad un giovane regista milanese, Emanuele Milasi, con cui ho avuto l’opportunità di girare un cortometraggio. Ognuno di loro, dei registi con cui ho collaborato negli anni e continuo a lavorare mi hanno sempre dato qualcosa a livello emozionale e privato loro e di questo sono grata e porterò sempre con me i loro insegnamenti.

Quali sono le opere teatrali e cinematografiche alle quali sei più legata e che vuoi ricordare in questa intervista?

Indubbiamente mi piace ricordare lo spettacolo “La Rosa Tatuata”, di Tennessee Williams, pellicola quasi mai rappresentata, che ai tempi fece la grandiosa Anna Magnani. Mi piace ricordarlo perché fu bellissimo poter riproporre uno spettacolo impegnativo ma emozionante come quello. Lo feci con Elisa Franco, che mi diede il ruolo della giovane figlia diciassettenne, Rosa delle Rose, innamorata di un giovane marinaio di nome Jack. Poi sempre con la compagnia della Carrozza degli Artisti, ricordo “Nella città l’inferno” di Dacia Maraini, che per protagonista aveva sempre la Magnani. Qua avevo il ruolo della Fruttarola, eravamo dentro le mura di un carcere e il mio personaggio stressava tutte con le sue canzoni. Poi “La casa di Bernarda Alba” di Garcia Lorca, sempre con la Franco, nel ruolo di Martirio, la figlia acida e cattiva della famiglia, che nascondeva in realtà una profonda malinconia e senso di inadeguatezza anche dettata dal fatto di questa sua bruttezza interiore oltre che fisica. Poi il “Bell’Antonio, di Brancati, fatto con la regia di Salvo ed Eduardo Saitta, nel ruolo di Barbara Puglisi; L’Aria del Continente di Martoglio con la mia Clementina; Il Pensaci Giacomino, di Pirandello, tutti questi diretti dalla famiglia Saitta, che mi hanno regalato e saputo dare tanto. Poi con Nicola Costa con lo spettacolo “Una lunga attesa, scritto da Fabrizio Romagnoli, nel ruolo di Vale, carcerata “cazzuta”, ma solo all’apparenza. Come potete notare sono tanti i ruoli, che mi hanno dato e che ho citato, e questi sono solo alcuni, ma ce ne stanno davvero tanti altri, che ho fatto nel corso di questi anni e che mi hanno emozionato sempre tanto. Ad ognuno di loro, ai registi e a questi personaggi stupendi e tutti diversi tra di loro, devo veramente molto. Grazie

«Appartengo a quella categoria di persone che ritiene che ogni azione debba essere portata a termine. Non mi sono mai chiesto se dovevo affrontare o no un certo problema, ma solo come affrontarlo.» (Giovanni Falcone, “Cose di cosa nostra”, VII ed., Rizzoli libri spa, Milano, 2016, p. 25 | I edizione 1991). Tu a quale categoria di persone appartieni, volendo rimanere nelle parole di Giovanni Falcone? Sei una persona che punta un obiettivo e cerca in tutti i modi di raggiungerlo con determinazione e impegno, oppure pensi che conti molto il fato e la fortuna per avere successo nella vita e nelle cose che si fanno, al di là dei talenti posseduti e dell’impegno e della disciplina che mettiamo in quello che facciamo?

Io sono una persona credente e spesso mi affido al fato, che le cose debbano andare in un certo modo, in una loro direzione e che se non vanno in quella parte sperata, era perché non doveva andare così. Però sono anche una molto testarda e che quando vuole ottenere qualcosa, smuove pure mari e monti pur di averla ed ottenerla. Sono determinata e cocciuta e soprattutto voglio quanto più essere ottimista nella vita e nelle mie cose. Indubbiamente sono certa che la sua parte la fanno la bravura, l’impegno e la determinazione, la capacità, e anche la bellezza, vuole la sua parte, e poi i talenti che uno possiede e che deve sempre coltivare e approfondire.

« … è stata tutta una vita di sacrifici e di gelo! Così si fa il teatro. Così ho fatto! Ma il cuore ha tremato sempre tutte le sere! E l’ho pagato, anche stasera mi batte il cuore e continuerà a battere anche quando si sarà fermato» (15 settembre 1984, Taormina). Ascoltando queste parole dell’immenso Eduardo de Filippo che disse nel suo ultimo discorso pubblico tenuto a Taormina, cosa ti viene in mente, cosa pensi della figura dell’artista da questa prospettiva defilippiana, se vogliamo? A te cosa accade quando sali su un palco di teatro per recitare, oppure quando sei sul set per girare una scena di un film?

Quando sono sul palco ho una paura grandissima prima di iniziare, ma non appena si accendono le luci e parte la musica iniziale, tutto si trasforma, io per prima assumo postura e consapevolezza diversa maggiore, indosso gli abiti di chi sto usando in quel momento di chi devo raccontare. Mi lascio andare e trasportare dall’onda del momento, sempre con una forte tremarella e col cuore che batte all’impazzata. E penso che se un giorno non dovessi più provare queste emozioni, genuine, avrò finito di dover raccontare qualcosa al pubblico. Loro capiscono quando uno lo fa con amore e dedizione, sudore e studio, da uno che sale su di un palco tanto per dover intrattenere. Il pubblico non si può imbrogliare è l’interlocutore più attivo che ci sia e capisce quando mentiamo.

«Io vivo in una specie di fornace di affetti, amori, desideri, invenzioni, creazioni, attività e sogni. Non posso descrivere la mia vita in base ai fatti perché l’estasi non risiede nei fatti, in quello che succede o in quello che faccio, ma in ciò che viene suscitato in me e in ciò che viene creato grazie a tutto questo… Quello che voglio dire è che vivo una realtà al tempo stesso fisica e metafisica…» (Anais Nin, “Fuoco” in “Diari d’amore” terzo volume, 1986). Cosa pensi di queste parole della grandissima scrittrice Anaïs Nin? E quando l’amore e i sentimenti così poderosi incidono nella tua arte e nelle tue opere?

Sono una che è innamorata della vita e delle sue sfumature e questa passione cerco di inserirla sempre nel mio lavoro e nei personaggi assegnati. Quando faccio la parte dell’innamorata cerco di rivivere le esperienze delle prime cotte, di quell’amore che ti fa battere il cuore all’impazzata, che ti fanno capitolare. Poi sono una che parla sempre di amore nelle poesie che scrivo, per me è il sentimento più grande, vivo e puro che ci possa essere, come anche la disperazione, dettata da un amore e sentimento finito. Tutto questo ruota spesso nelle mie righe e scritti. Sono una che ama e che quando si innamora cerca di dare tutta sé stessa, cercando di non far mancare all’altro l’affettuosità e il rispetto. Ma godo anche delle piccole cose e mi innamoro del cielo e dei suoi colori maestosi, del profumo dei fiori, della grandezza che si trova nelle piccole cose, mi fa stare bene.

Charles Bukowski, grandissimo poeta e scrittore del Novecento, artista tanto geniale quanto dissacratore, in una bella intervista del 1967 disse… «A cosa serve l’Arte se non ad aiutare gli uomini a vivere?» (Intervista a Michael Perkins, Charles Bukowski: the Angry Poet, “In New York”, New York, vol 1, n. 17, 1967, pp. 15-18). Tu cosa ne pensi in proposito. Secondo te a cosa serve l’Arte, e l’arte della recitazione, del teatro e del cinema in particolare?

L’arte è quella forma di raccontare un qualcosa sottoforma di canzone, poesia, monologo… è il parlare di un qualcosa, non importa se bella o brutta, è il dover esporre un soggetto farlo uscire fuori usando la voce, il viso, il corpo e i sentimenti. L’arte è sempre esistita, sin dai tempi in cui c’erano i giullari di corte, che erano più cose insieme in un unico personaggio: poeta, musico, attore, erano coloro che si prendevano cura dei piaceri della corte dei re ed erano i primi a vagabondare in giro portando Arte. Noi artisti, quali attori, doppiatori, cantanti, musicisti, ecc., facciamo arte a 360 gradi. Ci mettiamo anima e il corpo, l’uso della voce e del viso per parlare o semplicemente sussurrare parole, del corpo per esprimere uno stato d’animo. Siamo umili servitori al cospetto del pubblico. Siamo coloro che parlano raccontando una storia. Quelli tanto amati e odiati allo stesso tempo. Quelli che secondo lo Stato, siamo una categoria ricca, forse può essere in certi ambienti, indubbiamente siamo ricchi di fantasia e creatività, perché se abbiamo deciso di fare questo mestiere meraviglioso con tutte le sue diramazioni, siamo a prescindere ricchi e sognatori; ma ahimè non tutti viviamo nel fasto come i grandi nomi celebri. Noi siamo le classi più richieste in ogni ambiente, ma anche le più bistrattate. Prendete le feste dei bambini, per doverli intrattenere si chiama spesso un animatore, un clown, sono artisti anche loro… Noi siamo dei folli innamorati del proprio mestiere.

«…anche l’amore era fra le esperienze mistiche e pericolose, perché toglie l’uomo dalle braccia della ragione e lo lascia letteralmente sospeso a mezz’aria sopra un abisso senza fondo.» (Robert Musil, “L’uomo senza qualità”, Volume primo, p. 28, Einaudi ed., 1996, Torino). Cosa pensi di questa frase di Robert Musil? Cos’è l’amore per te e come secondo te è vissuto oggi l’amore nella nostra società contemporanea?

L’amore è quella cosa che arriva inaspettatamente e quando bussa alla tua porta ti desidera e cerca. È quello stato naturale di appagamento, di gioia nel sentire il tuo corpo vibrare alle emozioni. Amore è abbandonarsi e cedere un pezzo di sé all’altro, è prendersi cura di chi ti sta intorno, che non necessariamente deve essere un partner, anche di un amico/a si può essere innamorati (senza quella malizia sia chiaro), della famiglia, di chi ti fa stare bene. È il voler dare affetto e riceverlo. Tutti amiamo e veniamo amati. Oggi a causa del pesante periodo storico che stiamo vivendo è difficile secondo me riuscire ad avere legami duraturi e stabili, e se ci stanno che ben venga. Ho visto di coppie nate da poco che a causa di questa pandemia purtroppo vivono lontano e, allora il miglior modo di incontrarsi è quello delle piattaforme virtuali per cercare di restare uniti. È molto triste ciò, quando l’amore come gli affetti in generale, dovrebbero essere vissuti faccia a faccia e cercando il contatto dell’altro e capendo soprattutto lo stato d’animo dell’altra persona e non come oggi che purtroppo, viviamo in un mondo virtuale.

«Ho sempre detto che i due registi che meritano di essere studiati son Charlie Chaplin e Orson Welles che rappresentano i due approcci più diversi di regia. Charlie Chaplin in modo grezzo e semplice, probabilmente non aveva il minimo interesse per la cinematografia. Si limita a schiaffare l’immagine sullo schermo, e basta: è il contenuto dell’inquadratura che importa. Invece Welles, al proprio meglio, è uno degli stilisti più barocchi nello stile tradizionale del racconto filmico.» (Conversazione con Stanley Kubrick su 2001 di Maurice Rapf, 1969). Tu cosa ne pensi in proposito? Come deve esser il cinema secondo te? Cosa deve privilegiare, le immagini o il racconto, volendo rimanere alle parole di Kubrick?

Secondo me il cinema deve essere fatto nel modo giusto un po’ come a teatro. Bisogna saper raccontare una storia, bella o brutta è soggettivo, ma si deve raccontarla nella giusta forma. Le immagini come i suoni per me hanno una valenza importante, oltre ovviamente il racconto. Avere persone competenti che ci lavorino, attori che si capiscano quando aprono bocca e che non siano solo bellocci. Io guardo molto poco film e fiction italiane proprio perché mi dà un po’ fastidio sinceramente che girino gli stessi nomi e volti; ad esempio, personaggi usciti dai talent come il Grande Fratello, che tempo di uno e due ti ritrovi sui set e chiamati attori senza nessuna istruzione, mi fa rabbia… perché penso a quelle persone che hanno studiato e sono preparate e che purtroppo rimangono emarginate da certi sistemi. Per questo prediligo di gran lunga i film americani o le serie tv, dove dietro c’è uno studio del personaggio che noi, a mio avviso ci sogniamo. Ore e ore di studio, mesi per tramutare alle volte un corpo e renderlo quanto più vero e somigliante all’originale richiesto. Qua per quel poco che seguo, ci sono persone che forse e indubbiamente saranno capaci, ma che più di tanto non si capiscono a livello uditivo. La recitazione di oggi è tutta sussurrata e biascicata, parole mozzate, poco studio della dizione, tant’è che spesso devo mettere il volume del televisore al massimo per capire le loro parole… quando tutto questo a teatro non sarebbe possibile, il pubblico urlerebbe “VOCE” e lì sarebbe spiacevole sentirselo dire.

«Tutti i film che ho realizzato sono partiti dalla lettura di un libro. I libri che ho trasformato in film avevano quasi sempre un aspetto che a una prima lettura mi portava a domandarmi: “È una storia fantastica; ma se ne potrà fare un film?” Ho sempre dei sospetti quando un libro sembra prestarsi troppo bene alla trasposizione cinematografica. Di solito significa che è troppo simile ad altre storie già raccontate e la mente salta troppo presto alle conclusioni, capendo subito come lo si potrebbe trasformare in film. La cosa più difficile per me è trovare la storia. È molto più difficile che trovare i finanziamenti, scrivere il copione, girare il film, montarlo e così via. Mi ci sono voluti cinque anni per ciascuno degli ultimi tre film perché è difficilissimo trovare qualcosa che secondo me valga la pena di realizzare. (…) Le buone storie adatte a essere trasformate in un film sono talmente rare che l’argomento è secondario. Mi sono semplicemente messo a leggere di tutto. Quando cerco una storia leggo per una media di cinque ore al giorno, basandomi sulle segnalazioni delle riviste e anche su lettura casuali.» (tratto da “Candidamente Kubrick”, di Gene Siskel, pubblicato sul Chicago Tribune, 21 giugno 1987). Oggi il cinema contemporaneo è spesso caratterizzato dalla banalità e dalla omogeneizzazione, quelle raccontate sono sempre più storie replicanti di film di successo del Novecento, o peggio ancora, storie déjà-vu. Kubrick ci racconta, invece, che nella sua esperienza, per trovare un soggetto originale ci metteva anni e centinaia di libri letti per trovare una “storia” dalla quale valeva la pena fare un film: tutti i suoi film, non è un caso, sono dei Master assoluti da studiare uno per uno. Tu, da addetta ai lavori, come spieghi questa decadenza contemporanea della settima arte? I film realmente originali sono pochissimi e spesso frutto di geni incompresi che vengono sistematicamente evitati dalle grandi produzioni. Perché secondo te? Come spieghi questo proliferare di “giovani” replicanti e di personaggi mediocri che popolano ai massimi livelli, sia italiano che hollywoodiano, il cinema del Ventunesimo secolo?

Oggi secondo me è tutto un copia e incolla dei grandi successi. Manca l’originalità nei progetti e nei soggetti rappresentati, con gente che sappia fare il proprio mestiere. Siamo tutti, su per giù, chi più chi meno, fotocopie dell’altro ed è per questo che l’arte come il teatro e il cinema hanno bisogno di gente disposta quotidianamente a mettersi in gioco ad esplorare con la fantasia. Nel cinema e fiction italiane non trovo onestamente nessuna originalità, forse dettata anche dal fatto che mancano soldi per realizzare le cose o quelli che ci stanno spesso vengono usati per i classici cinemapanettone, che comunque hanno sempre un grande seguito e che se fatti bene, non disdegno, (perché se ho voglia di leggerezza possono andar bene), quindi forse anche per questo è più semplice riproporre opere già fatte in precedenza; basta cambiare il titolo, aggiungere qualche musica in più e la location e sembra tutto diverso ma così non è, perché comunque i contenuti rimangono su per giù uguali forse con qualche modifica. Mentre in America secondo me si respira un’aria totalmente diversa, più corposa… ci stanno più ricerche nei progetti e nella realizzazione. Secondo me riescono a raccontare pure di una storia trita e ritrita, cose nuove. Per esempio recentemente ho visto il nuovo film trasmesso sulla piattaforma online Netflix, dal titolo The Prom, con una magistrale Meryl Streep, è un musical e per certi versi potrebbe assomigliare al film Mamma Mia, che era già una trasposizione cinematografica dell’omonimo musical, sempre con la Streep come protagonista; ma qui però ho trovato un qualcosa di nuovo… forse le musiche l’interpretazione dei personaggi o la storia stessa… mi è sembrato un mondo a sé…

Se per un momento dovessi pensare alle persone che ti hanno dato una mano, che ti hanno aiutato significativamente nella tua vita artistica e umana, soprattutto nei momenti di difficoltà e di insicurezza che hai vissuto, che sono state determinanti per le tue scelte professionali e di vita portandoti a prendere quelle decisioni che ti hanno condotto dove sei oggi, a realizzare i tuoi sogni, a chi penseresti? Chi sono queste persone che ti senti di ringraziare pubblicamente in questa intervista, e perché proprio loro?

Innanzitutto ringrazierei la mia famiglia per avermi permesso di fare di questa passione la mia strada, conducendomi ad avere sempre più consapevolezza di me e delle mie capacità. Gli amici che mi sono sempre stati vicino e mi hanno spronata. I miei tre fratelli, che sono la cosa più importante della mia vita, che mi tengono per mano quotidianamente, insieme a mamma e papà, e che mi amano e sopportano. E poi ringrazierei particolarmente Elisa, per avermi voluto con lei nel primo spettacolo di stagione nel 2018, “Nella città l’inferno”, con la sua compagnia “La Carrozza degli Artisti”, quando io da poco ero stata diagnosticata con la Sclerosi Multipla. Il volermi avere con sé e nella sua realtà, nonostante io uscissi dall’ospedale, con una diagnosi pesante alle spalle, mi ha permesso di potermi mettere al pari degli altri, di studiare come una pazza il personaggio datomi, la famosa Fruttarola sopracitata e di farle vedere che io c’ero ed ero pronta… che nonostante questa parentesi importante e lasciatemelo dire anche difficoltosa da accettare, ho imparato tante cose di me anche grazie al suo aiuto e appoggio. Sì, credo che lei sarà sempre la persona che ringrazierò a vita, per aver voluto credere in me e nelle mie capacità, in un momento assai difficile e buio della mia vita. Ora per fortuna è risolto, sto bene e ci tengo a comunicarlo e precisarlo. Però davvero lei è stata ed è un elemento importante della mia vita artistica di attrice e di donna… il confrontarsi quotidianamente con una persona come lei, può solo che arricchire solo il mio bagaglio culturale e personale. Quindi grazie di cuore.

Se dovessi consigliare ai nostri lettori tre film da vedere quali consiglieresti e perché?

Anna dei miracoli, che avrei dovuto interpretarlo a teatro, ma la pandemia ha fatto saltare il tutto… con Anne Bancroft, perché racconta come dalla diversità si può emergere e vivere. Il rapporto tra la tutrice ed Anna, bambina sordomuta e cieca, è al centro della storia. C’è conflitto inizialmente, anche per via dei modi bruschi della prima nei confronti della ragazzina che si ribella ad ogni forma di essere educata… ma alla fine del racconto, il loro rapporto sfocerà in affetto puro e gratitudine.

Filumena Marturano con Eduardo e Titina de Filippo, perché è un colosso del cinema italiano.

I Segreti di Osage Country con Meryl Streep, perché dove secondo me dove c’è la Streep è sempre una garanzia. E poi ne aggiungerei un quarto, se mi è possibile, che è La vita è Bella di Benigni, recentemente trasmesso in televisione. Una storia che dovrebbe essere studiata a scuola, con accanto il libro di storia durante la lezione… si parla di un mondo ormai lontano, dominato dalla Seconda guerra mondiale e sembra così impensabile e assurdo, poter credere che nel mondo ci sia stata così tanta cattiveria, dettata da Hitler e dalla ricerca della sua razza ariana, ovvero la razza pura e libera dagli ebrei. I pianti con questo film che è una colonna portante del cinema italiano.

E tre libri da leggere assolutamente nei prossimi mesi? Quali e perché proprio quelli?

Mi piace molto la scrittrice Sara Rattaro, riesce a raccontare la vita di tutti i giorni con le mille difficoltà che ci stanno, in un modo così semplice e naturale, che ti viene spontaneo leggere tutti i suoi libri tutti d’un fiato. Non riesco a consigliarne uno in particolare, perché mi hanno affascinato tutti nella loro semplicità linguistica. Poi Isabella Santacroce, perché ha un modo suo di raccontare realtà parallele con quel tocco gotico che suggestiona il lettore ad approfondire i suoi racconti. Ed infine Dacia Maraini con il suo libro, Tre Donne, che è il rapporto generazionale di tre donne, per l’appunto una nonna, sua figlia e la nipote; con le conseguenze che comporta avere educazione ed età diversa.

I tuoi prossimi progetti? Cosa ti aspetta nel tuo futuro professionale che puoi raccontarci?

Indubbiamente spererei in un ritorno a teatro, al più presto anche perché ci sarebbe da completare la stagione, che a causa di questa pandemia globale è rimasta a metà. Mi auguro che possa ritornare ed esserci la serenità nel riuscire ad affrontare nuove sfide quotidianamente. Poi ci sarà la pubblicazione del primo mio romanzo, che durante questo periodo di fermo ho scritto, ora sto ultimando le ultime cose… ed infine un libriccino di poesie in programmazione.

Dove potranno seguirti i nostri lettori?

Ringrazio chi inizierà a conoscermi meglio anche grazie ai social. Le persone potranno seguire la mia pagina Facebook, dove posto quotidianamente foto di vita normale e teatrale e vari pensieri miei personali. E poi anche la pagina Instagram.

Come vuoi concludere questa chiacchierata e cosa vuoi dire a chi leggerà questa intervista?

Vorrei semplicemente ringraziaVi tutti e in particolare te Andrea Giostra, per avermi dedicato questo spazio. E auguraVi il meglio della vita… di sorridere sempre e rialzarsi anche se ci stanno le difficoltà. Volere è Potere… di vivervi le situazioni che la vita ci riserva con il sorriso e la consapevolezza che siamo tutti uguali.

Un grazie di cuore a tutti i lettori che mi leggeranno.

Con stima e affetto

Viviana Toscano

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Andrea Giostra

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