Custode del castello di Rocca Calascio, in passato titolare del Cantinone di Santo Stefano di Sessanio (L’Aquila, Abruzzo). Fotografo, musicista, filosofo del quotidiano. La figura di riferimento del maniero è Franco Cagnòli, che è un individuo creativo e un personaggio. Lo abbiamo raggiunto e intervistato. Queste le sue parole.
L’uomo rinascimentale aveva molti talenti tra loro coordinati. Secondo te questa visione a tutto tondo è venuta meno? Tu la riproponi in qualche modo?
“Non ho mai avuto un’altezzosità del genere, figuriamoci! Credo che quel tipo di approccio alla vita sia stato inevitabilmente figlio del proprio tempo. La coordinazione di talenti degli uomini elevati sopra la media era dovuta ad una generale esplosione creatrice: in un mondo ancora totalmente fatto di materia, in cui la creatività potesse esclusivamente manifestarsi in elementi tangibili nella sostanza più reale, seppur ispirata da suggestioni divine. Nel mondo e nella società di oggi non vedo nulla che possa minimamente somigliare a quell’epoca. Sotto nessun aspetto.
Stiamo piuttosto vivendo una fase decadente a dispetto del cosiddetto progresso. Una fase egoica nel senso più frivolo del termine, dove tutto è mercificato ed in cui vengono costruiti e pompati idoli a tavolino per tenere le masse distratte e distolte da quelli che dovrebbero essere modelli sensati.
Tutto sotto una cappa di idolatria per il dio denaro e per la notorietà fine a sé stessa. Come se non bastasse, poi, in uno scenario geopolitico pericolosissimo.
Personalmente mi limito a cercare di fare umilmente ciò che amo ed il bene della mia comunità, per dirla con una celebre affermazione di John Ronald Reuel Tolkien: ‘Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare.’
Tue immagini hanno fatto il giro dei giornali. L’importante è l’occhio che guarda?
“Credo che l’importante sia prodigarsi onestamente in qualcosa che ci si senta da dentro, concentrandosi sulla sostanza e tenendo a bada quanto più possibile il proprio ego. Se lo si fa, tutto ciò che ne possa conseguire in termini di notorietà come di discredito passa in secondo piano.
Se proprio la vogliamo dire tutta, la mia particolare storia lavorativa alla torre di Rocca Calascio ha fatto il giro del mondo grazie all’interesse di un operatore Reuters che si trovava lì in vacanza e mi ha visto operare sul posto, proponendomi un servizio. Come il canale YouTube ‘The Pillow’, dove la puntata su Rocca Calascio è arrivata a quasi ottocentomila visualizzazioni.
Oggettivamente belle soddisfazioni, come ogni altro riconoscimento grande o piccolo avuto fino ad ora nella mia vita. Ma li considero piaceri di contorno, per quanto apprezzati. La cosa che mi ha sempre dato e continua a darmi soddisfazione è alzarmi la mattina è sapere che farò qualcosa di utile che mi renda fiero di me stesso.
Tutto il resto è piacevole, ma poco rilevante”.
Ripercorri brevemente, con noi, la tua biografia e il suo perché.
“Sono aquilano di dentro le mura. Mi piace sempre partire da questo concetto. Non certo per discriminare quelli di fuori le mura, ci mancherebbe! Ma per sottolineare quanto senta importanti le origini, ed il legame viscerale respirato a pieni polmoni per tanti anni in una città che ho contemplato ed amato fino all’ultimo sampietrino. Ho passato un’infanzia particolare, dividendomi tra focolari domestici numerosi ed ambienti che con il senno di poi posso definire privilegiati. Nei quali ho sviluppato un forte senso del bello, ma soprattutto compreso l’importanza dei legami umani. Ho vissuto a L’Aquila fino al terremoto.
Arrivo definitivamente a Calascio per passione nel 2012, conoscendo immediatamente (senza essermela cercata) la donna con la quale ho condiviso sei anni fondamentali ed intensissimi, facendo il pastore nei primi due e prendendo in gestione il Cantinone di Sextantio dalla fine del 2013.
Ad inizio 2020, senza più lavoro, mi trovai a vivere un periodo difficilissimo che mi portò quasi a pensare di dovermene andare, con il timore che avrei finito per portarmi dentro il rimpianto per sempre.
Ma il destino volle che qualcuno bussasse alla mia porta per chiedermi di aiutarlo a mettere in piedi una cooperativa di comunità che si ponesse come scopo la messa a valore delle risorse turistiche e la creazione di lavoro.
Ovviamente accettai e per una serie di circostanze ne diventai perfino presidente, sul finire dell’anno successivo.
Ma la cosa più curiosa è che la cooperativa mi abbia permesso di realizzare in senso letterale un sogno che avevo da adolescente: la custodia della torre di Rocca Calascio, della quale mi occupo personalmente da ormai più di quattro anni.
Un risvolto incredibile sul quale non avrei mai potuto neanche lontanamente scommettere.
Attualmente mi divido tra questa specifica mansione lavorativa e la legale rappresentanza della cooperativa, che oggi conta trentasette soci e numerose attività.
Oltre a ciò continuo per quanto possibile ad occuparmi di arte”.
Descrivi la tua giornata.
“Se si vuole intendere la mia giornata alla torre, sarebbe veramente molto semplice: arrivo lì ad aprire alle ore 10 e me ne vado al tramonto. Questo con cadenza quasi quotidiana tra aprile e ottobre, e nel fine settimana, orientativamente, tra novembre e marzo. A seconda della stagione come anche della singola giornata ci possono essere molte variabili che comportano conseguenti contromisure lavorative. Prime fra tutte la condizione climatica ed il quantitativo di avventori. La giornata media lassù la passo in linea molto generale ad accogliere persone.A raccontare la storia del luogo. A soddisfare qualsiasi richiesta di informazioni che possano essere di carattere storico, geografico, turistico. Ma c’è di più: presidiare la torre significa essere al servizio di un campo visivo sconfinato, assorbendo l’energia di chi lo contempla e restituendogli ciò di cui ha bisogno, da una semplice informazione nozionistica ad una suggestione spirituale.Farà un po’ sorridere o sembrerà pretenzioso, ma stare lassù significherebbe letteralmente essere sacerdoti di un tempio attraverso l’empatia profonda con gli innumerevoli dettagli che lo rendono unico al mondo in termini di energia e aspetti suggestivi.Un ruolo per il quale posso dire di essere stato pronto da prima di subito, avendolo frequentato quasi ogni giorno da ben prima che cominciassi ad occuparmene per lavoro. La mia è una mansione onorevole e nobile che richiede passione quanto umiltà.
Mi piace sempre puntualizzare che la chiave del discorso consista nel sentirsi di appartenere al luogo, non che il luogo appartenga a te”.
Quali e quanti strumenti musicali riesci a suonare? Per quale ragione li hai scelti?
“Alle medie doppiavo interrogazioni di flauto dal banco di dietro ad un paio di compagni che proprio non ce la facevano. Da lì tentai il sax, ma lo abbandonai quasi immediatamente venendo folgorato dalla chitarra, poi dal basso, poi ancora dalla chitarra. Questi due strumenti a corde mi hanno accompagnato in tanti progetti per parecchi anni, e sono quelli che saprei propriamente suonare nel senso effettivo del termine.
Posso divertirmi un po’ sulla batteria e mettere insieme qualche accordo sul pianoforte.
Con l’handpan mi sono trovato a vivere una vera e propria seconda giovinezza artistica, scoprendo un mondo sofisticato e complesso al quale sono dentro dal 2021. Tanto dentro, che oggi sono arrivato ad organizzare un apposito festival a Calascio con il miglior insegnante al mondo. Credo di averlo scelto perché ne fossi stato attratto da subito. Ma anche per aver avuto la fortuna di conoscere qualcuno che mi abbia messo sulla strada giusta. Sono strumenti in grande evoluzione sia in termini didattici che di interesse, ma ancora piuttosto settoriali e misteriosi. Doversi procurare un handpan non è come doversi procurare una chitarra”.
Come nella tradizione orientale, accompagni la contemplazione della bellezza a un lavoro manuale. Come una cosa ispira l’altra?
“Suggestioni culturali esotiche a parte più o meno calzanti, ho la fortuna di operare in uno dei posti oggettivamente più suggestivi del pianeta Terra. Tanto suggestivo da stimolare la contemplazione alla quasi totalità di chi lo visita.
Quando ne restai folgorato per la prima volta, in un’alba di ventisei anni fa, potevo essere uno qualsiasi. Ma negli anni ho compreso la distinzione tra spalancare la bocca di meraviglia per pochi minuti ed andarsene (quello che inevitabilmente fanno la maggior parte delle persone), e restare a prendermene cura.
Dico sempre che la differenza che passi tra una condizione e l’altra sia la stessa che passi tra un amplesso di una notte e un matrimonio nella gioia e nel dolore.
Ho scelto di vivere qui. Soprattutto di rimanerci, anche dopo che avrei avuto ogni buona ragione per andarmene.
Restare qui e prodigarsi per il bene di questo luogo ti dà tanto, ma ti comporta anche diverse rinunce con le quali puoi fare serenamente i conti solo se mosso da passione vera.
La contemplazione della bellezza è costante, ma bisogna essere anche in grado di associarla alla durezza, quando necessario.
Posso passare un’intera giornata fuori la porta della torre con il vento e il nevischio che mi battono la faccia, e sentirmi comunque più fortunato di chi passi la vita in ufficio, con tutto il rispetto e sempre secondo la mia personalissima indole ed il mio modo di vedere la vita”.
