Romanzo d’immaginazione poderosa (200 pagine molto fitte) questo del milanese Bietolini, che gioca con rara maestria su vari generi: partendo da presupposti esistenzial-intimistici, vira subito al crime nel senso più lato del termine, coniugando narrazione d’indagine, thriller psicologico, spy-story fino a sfiorare anche tematiche sci-fi.

Attorno a un “locus inamoenus” si dipanano intrighi e nefandezze al massimo grado, che dalla vicenda individuale passano a coinvolgere la collettività e addirittura – come viene ventilato – l’umanità intera, in un processo d’induzione del male raccontato e sviscerato con rigore e destrezza.
Perché il nucleo di “Chi ha paura di un gatto Maine Coon?”, paradossalmente, è proprio il virtuosismo. Pur non mancando le scene d’azione, focus narrativo ne sono le elucubrazioni che smascherano di continuo gli avvenimenti da varie prospettive, sempre nuove e in una perenne alternanza di apparenze/smentite su fatti e persone da divenire quasi strutturale.
Il romanzo è, per così dire, un’ardita dimostrazione narrato-logica (trattino voluto) quasi da manuale di scrittura creativa: pur non perdendo di appeal verso il lettore, è configurabile come esempio d’incastro di meccanismi narrativi spinti a un grado alquanto rilevante.
Se si vuole, vi è anche un’evidente contraddizione tra il supposto realismo del genere (appunto, il crime nel senso più lato del termine) e il non realismo dei dialoghi, che molto spesso sembrano in realtà delle arringhe (da legal thriller fuori dai tribunali), assai lontane dalla lingua parlata e dalla riproduzione del linguaggio concitato consono a situazioni quotidiane ed estreme.
Ma beninteso, non si tratta di difetti, dovuti a imperizia: semmai, un libro come questo nel suo “estremismo” spinge a interrogarsi sullo statuto e i risvolti del patto finzionale e della mimesi della realtà nella letteratura d’oggi. Questo al di là del suo porsi come sorta di manifesto dei pregi e difetti del crime, talvolta indulgente a meccanismi che divengono astrazioni rispetto alle raffigurazioni referenziali, secondo la vulgata foriere di grandezza per i romanzi in quanto consentono l’immedesimazione del lettore. In opere siffatte invece forse trova piacere più la mente che il sentimento: ma, come spero sia fatto capire, almeno in questo caso è tutt’altro che un limite.
Alberto Raffaelli

Il libro:
Claudio Bietolini, “Chi ha paura di un gatto Maine Coon?”, auto-pubblicazione, 2024