Questa è la seconda intervista immaginaria a uno dei personaggi del mio libro Mi vengo incontro. Dopo aver dato voce a Rebecca di Riflesso, oggi il dialogo si sposta su un’altra donna e un’altra storia.
Ester è la protagonista de La coda del gatto. È una donna che conosce il buio, ma non lo teme. Lo abita, lo esplora, lo traduce in pensieri che ribaltano la prospettiva comune. La sua sofferenza non è un errore ma uno sguardo più lucido sul mondo che però la rinchiude, la etichetta, la teme. Il suo viaggio passa attraverso stanze d’ospedale, diagnosi, sguardi giudicanti…ma dentro di lei esiste una verità che nulla e nessuno può spegnere.
Ho immaginato di sedermi accanto a Ester, di porle delle domande e di ascoltare la sua voce, cruda ma luminosa al tempo stesso.
Franca: Ciao Ester, benvenuta…o forse direi ben ritrovata, visto che mi hai già raccontato la tua storia.
Ester: Ciao…si, ben ritrovata. Anche se, a dire il vero, non mi sono mai davvero persa. È il mondo che a volte perde di vista chi non si conforma. Ma io sono sempre qui. Dimmi, cosa vuoi sapere?
Franca: Sono sempre qui? Dove ti trovi?
Ester: Da nessuna parte e ovunque desidero stare. Il corpo è qui, tra queste pareti sterili che chiamano “cura”. La mente…beh, quella è libera. Viaggia tra le pieghe del reale, dove pochi osano guardare. Sai, Jung diceva: “Nessun albero può crescere fino al paradiso se le sue radici non scendono prima all’inferno.” Io ci sono scesa. Ma non ho trovato il diavolo, ho trovato me stessa.
Franca: Perché sei in questo ospedale?
Ester: Perché spavento!
Franca: Che vuoi dire?
Ester: Che vedo! E chi vede troppo viene messo a tacere. Gli attacchi di panico, l’ansia…non sono una malattia. Sono la risposta di un’anima che è stata troppo in gabbia. La mia gabbia si chiama “normalità”. Ma io non sono normale…sono viva!
Franca: Perché il titolo: La coda del gatto?
Ester: Hai mai osservato davvero la coda del gatto? Non segue regole apparenti, si muove indipendente, vibra, comunica cose che spesso gli umani non capiscono. È parte del felino, ma sembra avere una volontà propria. Io mi sento così. Una parte di me segue il mondo, l’altra si muove altrove, senza chiedere permesso. E poi c’è un’altra cosa: la coda è l’estremità, l’ultima parte del corpo, quella che arriva dopo tutto il resto… ma se la tocchi nel modo sbagliato, può scatenare una reazione feroce. È un confine. E io vivo lì, tra l’accettazione e la ribellione.
Franca: Cos’è per te la ribellione?
Ester: La ribellione è verità, non quella urlata, ma quella vissuta. È restare fedeli a ciò che si è, anche quando il mondo ti dice che sbagli. È non spegnere il fuoco interiore solo perché gli altri hanno paura di bruciarsi. Per me, ribellarsi non è distruggere, ma rifiutare di essere addomesticati. È dire no senza bisogno di spiegazioni. È non lasciare che siano gli altri a decidere chi sei.
Franca: Ti senti gatto quindi?
Ester: Si, assolutamente. I gatti vedono l’invisibile, sentono le vibrazioni che sfuggono agli altri. Camminano nel mondo senza appartenere a nessuno, liberi e solitari, ma capaci di amare a modo loro. Io mi sento così. Un po’ selvatica, un po’ inafferrabile. Non mi lascio addomesticare, eppure, se decido di stare accanto a qualcuno, lo faccio con tutta me stessa. Il mondo vorrebbe che fossimo cani: obbedienti, sempre pronti a compiacere. Ma io sono un gatto. E i gatti, si sa, non si piegano.
Franca: Cosa è per te la follia?
Ester: La follia per me è uno sguardo troppo profondo su un mondo superficiale. È la consapevolezza che smaschera l’illusione e ti fa vedere la realtà per quello che è: un teatro in cui tutti recitano una parte, convinti che sia l’unica possibile. Il mondo chiama “pazzi” quelli che non si adattano, quelli che provano troppo, sentono troppo, vedono oltre. Ma allora dimmi: chi è più folle? Chi si pone domande o chi accetta risposte preconfezionate senza mai metterle in dubbio? Se il prezzo da pagare per non diventare ciechi è la follia…beh io sono una folle e rivendico la mia follia!
Franca: Cos’altro rivendichi?
Ester: Rivendico il diritto di essere incomprensibile. Il diritto di non dovere sempre spiegare, giustificare, rientrare in una categoria. Rivendico il mio silenzio, il mio caos, le mie ombre. Rivendico di esistere senza dover funzionare per forza. Rivendico la bellezza di chi non si adatta, di chi inciampa, di chi non trova il suo posto perché il posto giusto per certe anime forse non esiste ancora. E rivendico la mia voce. Perché anche se bassa, anche se spezzata, anche se scomoda, merita di essere ascoltata.
Franca: Mi dici che rivendichi il diritto di non rientrare in una categoria. Dimmi…cosa sono per te le etichette?
Ester: Le etichette sono gabbie di carta. Sottili, fragili, ma abbastanza strette da soffocarti. Sono il modo in cui il mondo semplifica ciò che non comprende. Io non sono una parola scritta su un cartellino. Non sono “strana”, “difficile”. Sono solo mutevole, contraddittoria, infinita…sono tutto e niente. Le etichette servono a chi ha bisogno di sentirsi al sicuro. Io non voglio sicurezza, voglio verità.
Franca: Ultima domanda: perché le persone dovrebbero leggere il libro e la tua storia?
Ester: Perché la verità graffia e accarezza. E questo libro ferisce e guarisce. Se avete il coraggio di sentire il dolore per rinascere, allora leggetelo.
Franca: Grazie Ester.
Ester: Grazie a te per aver dato voce alla mia ombra e spazio alla mia verità.
Namasté
Franca Spagnolo
