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1 miliardo per il rilancio di 250 borghi, progetti da presentare entro il 15 marzo | Il PNNR in favore dei borghi a rischio spopolamento

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1 miliardo per il rilancio di 250 borghi

1 miliardo per il rilancio di 250 borghi, progetti da presentare entro il 15 marzo. Due linee di azione con 420 milioni di euro a 21 borghi individuati da Regioni e Province autonome e 580 milioni di euro ad almeno 229 borghi selezionati tramite avviso pubblico rivolto ai Comuni

“Stiamo gestendo una grande operazione di valenza culturale e sociale. Si è parlato per molti anni nel nostro Paese di recupero delle aree interne e dei borghi, ma non ci sono stati grandi interventi finalizzati a concretizzare questo obiettivo. Le nuove condizioni tecnologiche consentono di far diventare dei luoghi di lavoro reali delle realtà che fino a pochi anni fa non potevano attrarre né persone, né occupazione. Il Piano Nazionale Borghi va in questa direzione con risorse molto importanti, pari a 1 miliardo di euro, per vincere la sfida del ripopolamento”.Così il Ministro della Cultura, Dario Franceschini, è intervenuto questa mattina alla conferenza stampa di presentazione l’avviso pubblico per l’accesso alle risorse del Piano Nazionale Borghi previsto dal PNRR.

L’intervento per l’attrattività dei borghi storici si articola in due distinte linee di azione.

La prima, alla quale sono destinati 420 milioni di euro, sosterrà progetti pilota per la rigenerazione culturale, sociale ed economica dei borghi a rischio abbandono o abbandonati, tramite la realizzazione di un numero limitato di interventi di carattere esemplare, uno per ciascuna Regione o Provincia Autonoma per un totale di 21. Ciascun intervento sarà di importo pari a 20 milioni di euro e sarà finalizzato al rilancio economico e sociale di borghi disabitati o caratterizzati da un avanzato processo di declino e abbandono. I progetti dovranno prevedere l’insediamento di nuove funzioni, infrastrutture e servizi nel campo della cultura, del turismo, del sociale o della ricerca, come ad esempio scuole o accademia di arti e dei mestieri della cultura, alberghi diffusi, residenze d’artista, centri di ricerca e campus universitari, residenze sanitarie assistenziali (RSA) dove sviluppare anche programmi a matrice culturale, residenze per famiglie con lavoratori in smart working e nomadi digitali.

Per questa linea di azione le Regioni dovranno presentare la propria proposta al MiC entro il 15 marzo 2022, così come definita d’intesa con il Comune interessato. Alla presentazione delle candidature seguirà una fase negoziale condotta da un Comitato tecnico istituito dal MiC al quale partecipano da un rappresentante delle Regioni, un rappresentante dell’ANCI e un rappresentante delle associazioni partecipanti al Comitato di coordinamento borghi. Il percorso negoziale, mirato alla verifica della coerenza delle proposte progettuali con i processi e le tempistiche attuative del PNRR,  si concluderà entro maggio 2022 con l’ammissione a finanziamento delle 21 proposte e l’assegnazione delle risorse al soggetto attuatore individuato da ogni singola proposta.

La seconda linea d’azione mira alla realizzazione di progetti locali di rigenerazione culturale di almeno 229 borghi storici. In particolare, 380 milioni andranno a sostenere le proposte presentate dai Comuni e 200 milioni di euro verranno indirizzati quale regime di aiuto a micro, piccole e medie imprese localizzate o che intendono insediarsi nei borghi che saranno selezionati. La prima componente si attuerà tramite avviso pubblico emanato dal MiC per il finanziamento delle proposte presentate da Comuni in forma singola o aggregata – fino a un massimo di 3 Comuni –  con popolazione residente complessiva fino a 5.000 abitanti. I progetti potranno prevedere interventi, iniziative o attività in ambito culturale e in quelli dell’istruzione, ricerca, welfare, ambiente o turismo. L’importo massimo del contributo sarà di circa 1,65 milioni di euro a borgo.

Per questa linea d’azione i Comuni dovranno presentare entro il 15 marzo 2022 le candidature per il finanziamento dei progetti di rigenerazione culturale, che verranno valutati da una Commissione del MiC composta da un rappresentante delle Regioni, un rappresentante dell’ANCI e un rappresentante delle associazioni partecipanti al Comitato di coordinamento borghi.

L’istruttoria si concluderà entro maggio 2022 con l’ammissione a finanziamento delle proposte e l’assegnazione delle risorse ai Comuni.

Con bando successivo, i 200 milioni di euro della seconda componente verranno assegnati alle imprese che svolgono attività culturali, turistiche, commerciali, agroalimentari e artigianali localizzati nei Comuni selezionati per la realizzazione dei progetti di rigenerazione culturale, fino a un totale complessivo tra le due componenti di circa 2,53 milioni di euro a borgo.

In coerenza con le disposizioni del PNRR, il 40% delle risorse complessive sarà destinato alle 8 regioni del Mezzogiorno e gli interventi dovranno essere portati a termine entro giugno 2026.

L’avviso pubblico verrà pubblicato all’indirizzo cultura.gov.it/borghi insieme a tutte le informazioni al riguardo.

APROFONDIMENTO:

Una soluzione per recuperare i borghi che stanno scomparendo? Ecco cosa è emerso dalla presentazione del PNRR con Dario Franceschini

Il Ministro della Cultura Dario Franceschini ha presentato il bando per la selezione dei progetti del programma “Borghi” finanziato con ben un miliardo di euro dal Piano Nazionale per la Ripresa e la Resilienza, il celebre PNRR che a lungo abbiamo chiamato “Recovery Fund”: insomma, i soldi che l’Europa concede di spendere per far ripartire i paesi dopo la pandemia. La conclusione degli interventi è obbligatoriamente fissata per giugno 2026. In quel momento le cose devono essere concluse. Ne deriva che vanno proposti progetti immediatamente fattibili. L’obiettivo del progetto è dettato dall’importanza del recupero delle aree interne e dei piccoli borghi sparsi per il territorio, considerando che, grazie alle nuove opportunità tecnologiche e alla possibilità di lavorare in remoto, alcuni posti che fino a poco tempo fa risultavano inadatti per la scarsità di opportunità lavorative si trasformano ora in “luoghi di lavoro reali“. Come supportare e spronare questo cambiamento? Entra qui in gioco il PNRR con un miliardo di euro divisi in due riprese. “Questo esperimento diventerebbe, se funzionasse, un prototipo… avviando una grande operazione di ripopolazione dei borghi“, ha spiegato Franceschini. L’ingente investimento non si limita al ripopolamento delle aree interne ma punta, in concordanza con il Ministero del Turismo, ad evitare che si ripresenti da una parte la situazione di over-booking nelle grandi città d’arte e dall’altra una miriade di borghi vuoti, non solo privi di turisti ma anche degli strumenti atti ad accoglierli. Insomma, delocalizzare e decongestionare i soliti attrattori turistici (Venezia, Firenze) che non ce la fanno più, come già si sta cercando di fare con l’iniziativa “100 opere tornano a casa” che coinvolge alcune opere conservare nei depositi dei grandi musei.

IL PIANO BORGHI NEL PNRR: DUE LINEE DI INTERVENTO, LA LINEA A

Entrando nel vivo dell’operazione, il responsabile del PNRR per il Ministero della Cultura Angelantonio Orlando ha spiegato come verrà adoperata la somma di un miliardo di euro allo scopo di ri-vitalizzare i borghi e rilanciarli. Si è scelto di suddividere la somma in due linee di intervento. Innanzitutto, seguendo la linea A, verrà selezionato un borgo-pilota per ogni regione. In totale, saranno 21 i borghi, con determinate caratteristiche – in via di spopolamento o quasi disabitati, con una grandezza massima di 200 unità immobiliari, con una popolazione inferiore ai 5.000 abitanti, posizione all’interno della regione – a beneficiare di 20 milioni ciascuno. Saranno le Regioni o le Province autonome a scegliere, considerando questi criteri esclusivi, o attraverso la messa a disposizione di appositi bandi o considerando la manifestazione di interesse collettiva. La scelta deve essere fatta entro il 14 marzo. Ma come verranno impiegati questi 20 milioni? Il borgo deve scegliere una vocazione, afferma Franceschini: “un hotel diffuso, un RSA per anziani con le piazze nuovamente gremite, servizi e negozi che tornano a vivere, oppure un centro abitativo per famiglie che lavorano in smart working, o ancora centro di ricerca di università o di grandi imprese, centro di residenze d’artista… una vocazione grazie alla quale vincere la sfida di far tornare questi luoghi capaci di attrarre lavoro”. Proprio per questo si stanno valorizzando i cammini, gli itinerari per il trekking e il ciclismo, oltre ai punti storici.

IL PIANO BORGHI NEL PNRR: LA LINEA B E I RESTANTI 580 MILIONI DI EURO

La seconda linea contempla i rimanenti 580 milioni di euro. I primi 380 milioni andranno a finanziare 229 progetti locali di rigenerazione, selezionati tramite avviso pubblico e presentati dai Comuni in forma singola o aggregata (con un massimo di 3 Comuni) con popolazione residente complessiva fino a 5.000 abitanti. Gli altri 200 milioni andranno a svolgere la funzione di incentivi alle imprese, sia piccole che medie, che siano già insediate insistendo in questi Comuni o che intendano instaurarsi all’interno dei borghi che saranno selezionati. Nel complesso si è deciso di indirizzare il 40% delle risorse alle 8 regioni del Mezzogiorno, dividendo il 60% rimanente tra centro e nord. Quali interventi si finanziano per i progetti locali di rigenerazione? La realizzazione e il potenziamento di infrastrutture di spazi culturali e socio-culturali, ricreativi, di studio e co-working, riadattamento di ambienti e installazione di arredi, piccoli interventi di riqualificazione di spazi pubblici, attività formative educative, iniziative di valorizzazione e tutela del patrimonio artistico e culturale, iniziative volte ad ampliare la conoscenza scientifica quali archivi e ricerca, iniziative per promuovere l’incremento della partecipazione culturale e per l’educazione al patrimonio delle comunità locali, progetti di educazione e molte altre ancora. Una delle innovazioni del PNRR è quella di puntare ad un’azione coordinata di rigenerazione affinché le persone siano incoraggiate, incontrando soprattutto una prospettiva occupazionale e relazionale, a tornare in questi luoghi che risultano ora quasi completamente abbandonati. Monitoreremo e racconteremo cosa ne verrà fuori.

FONTE:

https://cultura.gov.it/comunicato/21911

INFO:

https://cultura.gov.it/borghi

Il libro:

Fabrizio Ferreri e Emilio Messina (a cura di), “Borghi di Sicilia. Atmosfere, cultura, arte e natura di 58 luoghi di straordinaria bellezza”, Dario Flaccovio ed., 2018

https://www.darioflaccovio.it/cultura-siciliana/1335-borghi-sicilia.html

Fabrizio Ferreri e Emilio Messina (a cura di), “Borghi di Sicilia. Atmosfere, cultura, arte e natura di 58 luoghi di straordinaria bellezza”, Dario Flaccovio ed., 2018

“Caravaggio e Artemisia: la sfida di Giuditta. Violenza e seduzione nella pittura tra Cinquecento e Seicento”. La mostra, inaugurata il 26 novembre 2021, proseguirà fino al 27 marzo 2022

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Care lettrici e cari lettori,  

sperando di fare cosa gradita, oggi ho deciso di condividere con tutti voi la mia esperienza di visita alla mostra, allestita nelle nuove sale al pian terreno di Palazzo Barberini, dal titolo “Caravaggio e Artemisia: la sfida di Giuditta. Violenza e seduzione nella pittura tra Cinquecento e Seicento”, a cura di Maria Cristina Terzaghi.

La mostra celebra i cinquant’anni dall’acquisizione da parte dello Stato italiano e i settant’anni dalla scoperta del celebre dipinto di Caravaggio conservato a Palazzo Barberini: “Giuditta e Oloferne”.

Sabato, 18 dicembre 2021, accompagnato dal mio amico e grande conoscitore di Caravaggio, Enzo Diomaiuta, ho visitato la mostra e ammirato il grande capolavoro di Caravaggio “Giuditta, l’eroina biblica che decapita il tiranno Oloferne”, a confronto con la raffigurazione omonima di Artemisia Gentileschi e altre 30 opere di grandi artisti dell’epoca, tutte di grande formato e provenienti da importanti istituzioni nazionali ed internazionali quali, fra le altre, la Galleria Corsini e Galleria Palatina di Firenze, il Museo del Prado e il Museo Thyssen di Madrid, le Gallerie d’Italia Palazzo Zevallos Stigliano, il Museo di Capodimonte di Napoli, la Galleria Borghese di Roma, il Kunsthistorisches Museum di Vienna e il Museo di Oslo.

Il percorso espositivo della mostra si snoda in quattro sezioni.

La prima, “Giuditta al bivio tra Maniera e Natura” con gli autori del Cinquecento: Pierfrancesco Foschi, Lavinia Fontana, Tintoretto.

Jacopo Robusti detto il Tintoretto (Venezia, 1518 – 1594), “Giuditta e Oloferne”, 1577, olio su tela, cm 188×251. Madrid, Museo Nacional del Prado.

La seconda sezione, “Caravaggio e i suoi primi interpreti”.

Nella terza sezione, è possibile ammirare le opere di Artemisia Gentileschi e del padre Orazio insieme ai lavori di Giovanni Baglione, Johan Liss, Bartolomeo Manfredi, Pietro Novelli, Mattia Preti, Giuseppe Vermiglio e di Biagio Manzoni.

La quarta e ultima sezione si conclude con “Le virtù di Giuditta” e il confronto con “Giuditta e Davide” e “ Giuditta e Salome’”, accomunati tra loro da un identico filo conduttore, ovvero, dalla vittoria della virtù, dell’astuzia e della giovinezza sulla forza bruta del tiranno che finisce decapitato. In mostra le opere di Valentin de Boulogne, della bottega di Giovanni Bilivert e di Francesco Rustici.

Artemisia Gentileschi, “Giuditta che decapita Oloferne”,1612-13, olio su tela, cm158,8×125,5cm, Museo nazionale di Capodimonte, Napoli.

Questo dipinto, realizzato per Cosimo II,  rappresenta il suo dipinto più celebre e venne tenuto nascosto a lungo perché ritenuto troppo truculento. Si ipotizza che la tela sia stata dipinta immediatamente a seguito del processo per stupro nel quale Artemisia accusava Agostino Tassi, collaboratore del padre.

Artemisia Gentileschi si immedesima nell’eroina biblica e l’energia feroce e la violenza esasperata della scena, hanno indotto molti studiosi a riconoscere nella composizione espliciti riferimenti al dramma personale vissuto dall’artista e al suo desiderio di rivalsa. Per questo alcuni hanno riconosciuto nel volto di Oloferne gli stessi tratti dell’aggressore di Artemisia, Agostino Tassi, suo maestro di prospettiva pittorica.

Artemisia Gentileschi  nacque nel 1593 da Orazio, celebre artista di origine pisana. La casa di Orazio fu frequentata dai maggiori artisti del periodo, tra cui Caravaggio.

Artemisia fu dotata di talento precoce e il padre ne curò personalmente la formazione artistica nei primi anni. Artemisia sviluppò la propria arte sulla scia di quella del padre e il suo stile fu fortemente realista e teatrale. Artemisia morì a Napoli nel 1652.

Michelangelo Merisi detto Caravaggio (1571/1610), “Giuditta e Oloferne”, 1600-1602 circa, olio su tela , cm145x195cm, Gallerie nazionali d’arte antica, Palazzo Barberini, Roma.

Il dipinto, commissionato dal banchiere Ottavio Costa nel 1599, raffigura la vedova ebrea Giuditta nell’atto di uccidere il tiranno assiro Oloferne, con l’intento di salvare il proprio popolo dalla dominazione straniera.

Il dipinto, rivoluzionario per la sua potenza espressiva, raffigura anche un’anziana serva che sorregge la bisaccia per conservare la testa del condottiero assiro, il cui volto è un possibile ritratto del pittore. Il dipinto raffigura una scena di una violenza inaudita.

Nel ruolo di Giuditta venne raffigurata la cortigiana senese Fillide Melandroni, amica dell’artista, apparsa in diverse opere di Caravaggio, tra cui “Ritratto di cortigiana”, “Santa Caterina d’Alessandria”, “Marta e Maria Maddalena”.

Si è tentati di credere che Caravaggio, nel dipingere il quadro, si sia ispirato alla storia della giovane Beatrice Cenci giustiziata per parricidio.

Caravaggio

Uomo passionale e violento,  Michelangelo Merisi , detto il Caravaggio , (Milano, 29 settembre 1571– Porto Ercole, 18 luglio 1610) ,attivo tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento è riuscito con la sua pittura a rinnovare radicalmente la concezione artistica del suo tempo, divenendo, dopo Leonardo, Raffaello e Michelangelo, uno dei più grandi maestri  dell’arte italiana.

Formazione artistica e incontri significativi nel corso della sua carriera.

La sua formazione artistica inizia nel 1584 nella bottega di uno degli esponenti del tardo manierismo lombardo, Simone Peterzano, che si definiva allievo di Tiziano. Ma l’ambiente pittorico lombardo gli va stretto, ha bisogno di uscire dai confini della propria terra per parlare al mondo e quindi si traferisce a Roma dove collabora prima con un modestissimo e grossolano pittore, Lorenzo Siciliano; entra nella bottega di Antiveduta Gramatica ma ben presto giunge alla “corte” di uno fra i pittori di moda della nobiltà, quel Giuseppe Cesari, detto Cavalier D’Arpino .Poi lascia malamente la bottega del Cavalier D’Arpino e si mette in proprio .

A metà degli anni Novanta stringe una solida amicizia con il pittore Prospero Orsi che probabilmente gli fa conoscere il suo primo protettore e appassionato collezionista d’arte  , il cardinale Francesco Maria del Monte, il quale ammirato e sorpreso di fronte alle tele di Caravaggio gli ordina alcune tele con cui s’impone subito all’attenzione del pubblico e nonostante l’ingresso dei suoi lavori nell’alta società romana e il riconoscimento della sua figura di pittore celebre, Caravaggio continuerà comunque ad essere tentato da una vita sregolata e sopra le righe. Non si può cambiare la natura più profonda di un uomo.

Intanto il suo mondo, l’ambiente che frequenta è quello dei locali di malaffare, della strada. Vive come un randagio, con amici pericolosi: bravate, prepotenze, gioco d’azzardo, una vita rubata alla vita che sembra segnata da una inconscia volontà di annichilimento .

Caravaggio ha forse bisogno di vivere così per riuscire a cogliere il valore drammatico dell’esistenza.

Nessun altro pittore, come Caravaggio, ha inteso la propria esistenza con altrettanto spirito di libertà, con lo stesso senso autodistruttivo.

Una vita violenta, indomabile, disordinata , sempre “in fuga” .

Dopo un lungo periodo di permanenza a Roma, Caravaggio, condannato a morte per l’uccisione in duello di Ranuccio Tommasoni, dovette scappare a Napoli nel 1606 per scampare alla pena capitale e vi rimase tutto l’anno seguente sotto la protezione della famiglia Carafa Colonna , impegnato in una serie di grandi pale sacre, tra cui la Madonna del Rosario, le Sette opere di misericordia  e la Flagellazione di Cristo, che testimoniano un successo pieno e indiscusso.

Caravaggio fece poi tappa a Malta e in Sicilia ed infine nel 1609 ritornò a Napoli , ospite della marchesa Costanza Colonna fino al luglio del 1610, mese in cui iniziò il viaggio diretto a Roma che terminò con la sua morte sulla spiaggia di Feniglia, nei pressi di Porto Ercole il 18 luglio del 1610.

Caravaggio è passione, violenza, dramma, commozione, partecipazione. E la sua pittura è come lui: è la rappresentazione di sentimenti autentici, la messa  a nudo di una realtà non sublimata ma raccontata così come la si vede e la si affronta.

Concitate, affollate di personaggi, drammatiche e magniloquenti, le opere napoletane ci presentano un Caravaggio inedito, impegnato in una sempre più ardita interpretazione del tema sacro .

I soggetti religiosi vengono affrontati e risolti dall’artista in una dimensione “popolare” emotivamente prorompente, con un rinnovato senso dell’azione di massa .

I suoi personaggi sono umili, hanno i piedi sporchi, vesti lise, volti spesso volgari anche se intensi.

La nuda realtà e l’inquietudine dell’animo umano di fronte ad essa sono raffigurate dall’artista con una tecnica formidabile, basata sull’utilizzo della luce, che letteralmente ”taglia” le tele in modo trasversale ed illumina figure umili e tragiche, conferendo loro una profondità e una violenza che non possono non colpire, destare stupore, commuovere.

Opere, quelle di Caravaggio , che ci trasmettono la grandezza di un uomo che ha pagato di persona , con una vita difficile e randagia, la forza e l’intensità del suo carattere, e che ci lascia una testimonianza autentica, sofferta e inquietante della nostra condizione umana.

N.B. Le foto sono state attinte da internet a scopo puramente didattico-illustrativo.

Mostre: Diabolik al Museo del Cinema e al Museo dell’Auto di Torino | Nel 2022 si celebrano i 60 anni dalla nascita del fumetto delle sorelle Giussani

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Due musei e due mostre a Torino celebrano in anticipo i 60 anni dalla nascita del fumetto italiano delle sorelle Giussani, al quale è dedicato il film dei Manetti Bros ora nelle sale di tutta Italia, che ha radici sotto la Mole.

Mentre nei cinema impazza – anche se con giudizi spesso molto contrastanti – il film diretto dai Manetti Bros e interpretato da Luca Marinelli, Miriam Leone e Valerio Mastandrea, Diabolik viene celebrato anche al museo. Il celebre ladro a fumetti creato da Angela e Luciana Giussani bissa dunque la ribalta del grande schermo con ben due mostre, allestite entrambe a Torino. La prima, titolo Diabolik alla Mole, è al Museo Nazionale del Cinema, curata da Luca Beatrice, Domenico De Gaetano e Luigi Mascheroni. Fino al 14 febbraio 2022 visibile un percorso espositivo che ripercorre la storia del ladro tra film e fumetti, oggetti iconici di design. Ci sono poi opere d’arte, fotografie, articoli di cronaca nera degli anni Sessanta e tavole della casa editrice Astorina.

Si intitola invece Colpo grosso al Museo la mostra aperta fino al prossimo 6 marzo al Museo Nazionale dell’Automobile, curata da Giosuè Boetto Cohen. Al centro delle attenzioni c’è qui la mitologica Jaguar E-type, fedele compagna delle imprese di Diabolik. L’auto, che come il suo affascinante proprietario compie 60 anni, viene esposta nella filologica versione coupé nera, affiancata da un allestimento dedicato alla relazione che legò l’invisibile ladro alla celebre vettura. “Due musei, due mostre, due leggende del Novecento”, ha commentato Benedetto Camerana, presidente del MAUTO. “Una è inglese: la E-Type, l’altra è un personaggio italiano (nell’ideazione), immaginario e inimitabile”.

Il film Diabolik dei Manetti Bros – interpretato da Luca Marinelli, Miriam Leone e Valerio Mastandrea – è appena uscito nelle sale, ma due musei e due mostre a Torino vogliono celebrare in anticipo i 60 anni del fumetto italiano che ha radici sotto la Mole: li compirà, infatti, il prossimo anno, essendo nato nel 1962 dalla penna delle sorelle Giussani, ispiratesi a un killer torinese che negli anni ’60 firmava i suoi crimini con lo pseudonimo di Diabolich. “Una doppia mostra che è occasione perfetta per una costruttiva e reciproca invasione di campo tra due Musei Nazionali, del Cinema e dell’Automobile” racconta Benedetto Camerana, presidente del MAUTO, il Museo Nazionale dell’Automobile.

LA MOSTRA SU DIABOLIK AL MUSEO DELL’AUTO

Due tra i grandi musei di Torino – ciascuno dei quali racconta la storia di un’invenzione epocale, l’auto e il cinema, che nella capitale sabauda hanno avuto origine – dedicano, infatti, una mostra a uno dei personaggi più amati del fumetto e della narrativa italiana dagli Anni Sessanta a oggi. Stiamo parlando di Colpo grosso al Museo, la mostra aperta fino al 6 marzo 2022 al Museo Nazionale dell’Automobile a cura di Giosuè Boetto Cohen e di Diabolik alla Mole, a cura di Luca Beatrice, Domenico De Gaetano e Luigi Mascheroni, in corso fino al 14 febbraio al Museo Nazionale del Cinema. Nel primo caso, si tratta di un omaggio alla fidata auto sportiva inglese di Diabolik: l’iconica Jaguar E-type, che compie 60 anni proprio quest’anno. L’auto, presentata nelle versioni coupé nera e spider rossa, è circondata da un allestimento dedicato al signore del brivido e alla geniale relazione che lo legò alla celebre vettura, tra modellini, locandine e stralci di fumetto.

LA MOSTRA SU DIABOLIK AL MUSEO DEL CINEMA

La mostra ospitata, invece, al piano d’accoglienza del Museo Nazionale del Cinema che inaugura un nuovo spazio espositivo finora mai utilizzato dall’istituzione torinese per eventi di questo tipo, nel posto un tempo occupato dalla caffetteria/ristorante, ripercorrere la storia del ladro tra film (l’unico su di lui, ante Manetti Bros, girato da Mario Bava nel 1968) e fumetti (l’albo numero 3, quello della ghigliottina che ispira la vicenda narrata dai Manetti Bros), oggetti iconici di design (la chaise long Le Corbusier), opere d’arte come quelle al neon di Marco Lodola e iperpop di Ugo Nespolo, e tavole della casa editrice Astorina. C’è anche una sezione dedicata alle fotografie dell’Archivio Storico Publifoto di Intesa Sanpaolo (pronta ad aprire la sua quarta sede delle Gallerie d’Italia a Torino ad aprile 2022), che ricostruisce il clima da cronaca nera delle metropoli del Nord Italia, in quella linea criminale che unisce Torino e Milano attraverso le “imprese” della malavita di quegli anni. Qui, poi, dopo lo spettacolare videomapping che ha “vestito” la Mole Antonelliana con le immagini del film, è disponibile – anche sull’App Rai Cinema Channel VR e sulla pagina Facebook di 01 Distribution e di Diabolik Il film – Diabolik VR Experience: un esclusivo contenuto in VR che permetterà allo spettatore di immergersi a 360° nell’atmosfera della pellicola e in particolare di scoprire il misterioso covo del Re del terrore.

FONTE:

https://www.museocinema.it/it/mostre/diabolik-alla-mole

http://www.museoauto.com/

Mostre: “Mignon”, personale di Antonio Gregorio Maria “Fester” Nuccio, a cura di Danilo Maniscalco | 28 dicembre 2021 a Palermo presso Arèa a piazza Rivoluzione

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“Mignon”, personale di Antonio Gregorio Maria “Fester” Nuccio

Arèa si trasforma in una pinacoteca con “Mignon”, la personale di Antonio Gregorio Maria “Fester” Nuccio, a cura di Danilo Maniscalco. Una mostra da non perdere nella storica piazza Rivoluzione di Palermo, dal 28 dicembre al 14 gennaio, in cui l’artista stuzzicherà i molteplici appetiti voyeuristici.

Il desiderio dell’artista palermitano di tornare ad esporre nella città natale, dopo l’ultima sua personale del 2017 “Rosalia e i gioielli del mare” curata da Maria Antonietta Spadaro, trova il giusto contenitore in un luogo urbano dalla notevole carica identitaria: Arèa di Giovanni Lo Verso in quella piazza Rivoluzione, spazio sociale in cui la movida del centro storico e i flussi turistici incrociano in piena osmosi l’offerta culturale dello spazio polifunzionale della galleria palermitana.

Nel contemporaneo e dinamico spazio saranno esposti una moltitudine di nuovi “tipi nucciani”: 178 di- pinti di vario ma piccolo formato e due dittici; tutti oli su tela, il cui fondo è spinto ancora una volta in quel buio assoluto e sospeso dell’acrilico nero delle narrazioni a cui l’artista ha già da tempo abituato il fine palato di collezionisti e suoi fan.

Mignon” si inaugura il 28 dicembre alle ore 18.00 a piazza Rivoluzione 1, Palermo.

La mostra sarà fruibile da martedì a sabato dalle ore 11.00 alle ore 19.00 e la domenica dalle 12.00 alle 17.00 prenotandosi al numero +39 338 888 7303.

Nel rispetto delle norme anti-Covid vigenti, i visitatori dovranno essere forniti di Green Pass.

L’ESPOSIZIONE

Si snoda nella sala espositiva del piano primo di Arèa in cui si alterneranno centinaia di volti fem- minili e maschili, sante e personaggi storici, coppie di amanti e coppie di lussuriosi e lussuriose che attendono di mostrarsi per quel che rappresentano: istantanee di condivisione di passioni e pulsioni antropiche.

Qui, letteralmente appese al tessuto di broccato proveniente da Modena, si staglieranno la maggior parte delle opere per dar spazio nelle restanti pareti ad alcuni gruppi tematici di opere che l’artista ha realizzato poco prima della mostra e ai due dittici dedicati al lusso e la voluttà della Belle èpo- que, ritraenti per la prima volta insieme in chiave di antitesi: Donna Franca e Ignazio Florio da un lato e dall’altro Ernesto Basile e Donna Ida Negrini Basile. Tutti e tutte “icone” della città felice, nel passaggio tra Otto e Novecento, capaci ancora di stupire e stimolare la curiosità di artisti e soprat- tutto di curiosi.

Conclude idealmente l’esposizione una video-installazione di Carlotta Grasso, inerente all’attività pittorico-ludica di Nuccio.

IL CURATORE

«La mostra – spiega il curatore Danilo Maniscalco – il cui titolo tradisce già la dimensione micro e particellare delle opere che saranno esposte, rappresenta, nell’idea dell’artista, un tributo al bi- sogno di leggerezza e frugalità sempre più necessarie dopo quasi due anni di crisi pandemica che ha cambiato molte delle nostre abitudini sociali, ma non i nostri bisogni primari. Scherzare, amare, scoprire e sperimentare, continuano ad essere attività sensoriali indispensabili persino oltre l’ab- brutimento imposto da mascherine e distanze. “Mignon” vuole rappresentare il desiderio concreto di evasione da una realtà a tratti distopica che ha cancellato il contatto, ma non il suo bisogno di; ha condizionato e limitato le nostre abitudini sociali e culturali, ma non il nostro desiderio di liber- tà, di evasione e soprattutto di condivisione. Nelle 180 opere qui esposte si sublima una narrazione incoerente di fatti e personaggi slegati l’un l’altro, ma tutti uniti dal medesimo impeto creativo e dalla medesima volontà di stupire attraverso il gioco, l’armonia e quei virtuosismi decorativi tipici dei personaggi nucciani, capaci di animarsi sotto forma di presenze familiari in accordo con le no- stre aspettative. Può una mostra temporanea di due settimane aiutarci ad alleggerire lo status di galleggiamento e assenza di certezze tipico dell’era Covid che stiamo tutti comunque vivendo in- sieme? La risposta la daranno ancora una volta pubblico, critici e collezionisti, a noi tocca altresì metterci la faccia col medesimo slancio emotivo di sempre malgrado restrizioni e imprevisti che svuotano ancora le nostre sale espositive di quella preziosa linfa vitale rappresentata dal capitale culturale umano”.

SCHEDA MIGNON

Mostra e catalogo a cura di: Danilo Maniscalco

Ideazione: Danilo Maniscalco e Antonio Gregorio Maria “Fester” Nuccio

Organizzazione: Arèa

Patrocini: Arèa, Qvivi, Panfarma.

Sponsor: Panfarma.

Comunicazione: Giorgia Görner Enrile

Catalogo: 40due edizioni, Palermo

Opening: 28 dicembre 2021 ore 18.00 da Arèa a piazza Rivoluzione 1, Palermo. Interventi del cu- ratore Danilo Maniscalco, del direttore artistico di Arèa Giovanni Lo Verso; sarà presente l’artista.

aDate mostra: 28/12/2021 – 14/1/ 2022

La mostra sarà fruibile da martedì a sabato dalle ore 11.00 alle ore 19.00 e la domenica dalle 12 alle 17 prenotandosi al numero +39 338 888 7303.

Nel rispetto delle norme anti-Covid vigenti, i visitatori dovranno essere forniti di Green Pass.

Concerti: Le “Christmas Ladies” al Real Teatro Santa Cecilia di Palermo | 22, 23 dicembre alle ore 21:00 e 26 dicembre alle ore 18:00

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Le “Christmas Ladies” al Real Teatro Santa Cecilia di Palermo

Il scena le “Christmas Ladies” per le feste natalizie. A grande richiesta sul palco del Real Teatro Santa Cecilia la produzione natalizia di grande successo del Brass Group. Carmen Avellone, Anna Bonomolo, Flora Faja, Lucy Garsia, Alessandra Mirabella. Real Teatro Santa Cecilia 22, 23 dicembre alle ore 21.00 e 26 dicembre alle ore 18.00

Le “Christmas Ladies” al Real Teatro Santa Cecilia di Palermo

Il sipario dello storico teatro palermitano Real Teatro Santa Cecilia, a grande richiesta, si tingerà nuovamente di rosso natalizio con le Christmas Ladies con più appuntamenti per la stagione Brass Extra Series. Dopo il grande successo di pubblico e di applausi continui degli scorsi anni, le Christmas Ladies saranno nuovamente in concerto il 22 e 23 dicembre alle ore 21.00, per poi replicare il 26 sempre alle ore 18.00. Da un’idea esecutiva di Fabio Lannino e con gli arrangiamenti di Vito Giordano per la Fondazione the Brass Group, le protagoniste del progetto musicale, ritornano per le feste natalizie, dopo il fermo obbligato dovuto alla pandemia. In scena, facendo sognare il pubblico presente grazie ad un racconto tutto musicale in chiave swing-natalizia, Carmen Avellone, Anna Bonomolo, Flora Faja, Lucy Garsia, Alessandra Mirabella. Il progetto artistico delle Christmas Ladies, fortemente voluto dal Presidente della Fondazione Ignazio Garsia, ha calcato diversi palchi prestigiosi in tutta la Sicilia e adesso le cinque Signore ritornano, con una storia artistica lunga e densa di importanti esperienze in ambito jazz e soul, con qualche sconfinamento in ambiti country e pop. Cinque Artiste che hanno aderito ad un’idea divertente e stimolante, quella di cantare le Christmas songs preferite insieme, interpretando un repertorio ben bilanciato tra gli immancabili “must” natalizi ed alcune perle dei più grandi musicisti del jazz, con il comune denominatore dello spirito natalizio. Le “Christmas Ladies” saranno accompagnate sul palco dai Maestri della Fondazione The Brass Group e da un coro di circa 20 cantanti selezionati tra la Scuola Popolare di Musica del Brass ed il Conservatorio Alessandro Scarlatti di Palermo : Vito Giordano, arrangiatore direttore musicale e tromba solista, Diego Spitaleri al pianoforte,  Fabio Lannino al contrabasso e Basso elettrico, Sebastiano Alioto alla batteria,  Giuseppe Preiti alle tastiere, Umberto Porcaro alla chitarra. Il vasto programma musicale della serata prevede tra le varie canzoni anche Jingle Bells, Christmas time is here, Santa Claus is coming to town, Have yourself a little Christmas, Joyful Joyful e tante altre ancora per rivivere un Natale con suoni armonici in cui la musica è protagonista assoluta con brani divertenti e ricchi di virtuosismi vocali, acquistando un groove e nuovi colori di pezzi intramontabili. I concerti delle Christmas Ladies sono fuori abbonamento ed inseriti nella stagione Brass Extra Series.

Info biglietti e prenotazioni:

The Brass Group

www.bluetickets.it

brasspalermo@gmail.com

+39 334 739 1972

“Emozionaria” in collaborazione con l’Istituto Pasteur Italia per la Ricerca biomedica sulle malattie ancora senza cura

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“EMOZIONARIA” SCENDE IN CAMPO PER LA RICERCA. A NATALE IL BRAND DI CANDELE PROFUMATE 100% NATURALI MADE IN ITALY CREA L’EDIZIONE LIMITATA “INCANTO” E SOSTIENE LA RICERCA BIOMEDICA DELL’ISTITUTO PASTEUR ITALIA

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Profuma di futuro l’iniziativa del brand italiano di candele naturali Emozionaria, che a Natale e fino al 22 gennaio 2022 in collaborazione con l’Istituto Pasteur Italia promuove la ricerca biomedica sulle malattie ancora senza cura, con l’obiettivo di garantire a tutti i cittadini il diritto alla salute. Una partnership che sottolinea l’importanza di orientare le azioni aziendali in direzione del benessere collettivo, con la possibilità di creare un sistema virtuoso di cooperazione tra aziende e settore Non Profit.

La scelta di Emozionaria è un ritorno alla Natura. È attraverso i profumi che si risvegliano sensazioni, ricordi, istinti, in una parola “emozioni”: impalpabili soffi vitali che ci mettono in contatto con la nostra dimensione più naturale ed intima. Come uno scrigno emotivo, le fragranze Emozionaria racchiudono l’essenza delle emozioni per dare vita ad atmosfere di grande intensità e trasportarci in un caleidoscopico viaggio sensoriale.

Emozionaria è un laboratorio creativo dove convergono le conoscenze della profumeria artigianale e artistica e dove l’innovazione è rivolta alla cura dell’ambiente e alla sostenibilità.

Naturali al 100%, le candele Emozionaria sono realizzate interamente a mano con cera di soia selezionata di origine biologica totalmente rinnovabile, oli essenziali che rendono persistenti la fragranza e le proprietà benefiche delle piante, estratti vegetali, fiori e spezie. Lo stoppino è realizzato con canapa, cotone e lino.

Le esperienze olfattive sono disegnate con un design elegante anche nei diffusori per ambiente e nelle tavolette botaniche, tutte realizzate con elementi prodotti in modo sostenibile.

È questa attenzione alla natura che rende uniche le emozioni delle otto fragranze classiche: N° 01 AMA, N° 02 ISPIRATI, N° 03 RESPIRA, N° 04 RISVEGLIA, N° 05 RILASSATI, N° 06 GUSTA, N° 07 CREA, N° 08 SOGNA.

“INCANTO” è la linea 2021 in edizione limitata realizzata per vivere intensamente le emozioni del Natale, nelle tre formule sensoriali Atmosfera, alla vaniglia e fava tonka; Gioia, all’abete nero; Sorpresa, al profumo di zenzero e cannella.

“INCANTO” sostiene la ricerca biomedica dell’Istituto Pasteur Italia: è possibile scegliere tra queste 3 fragranze di candele, create rigorosamente a mano in pura cera di soia e oli essenziali, senza l’aggiunta di additivi chimici e coloranti, per bruciare in maniera pulita senza rilasciare sostanze nocive nell’aria, diffondendo la fragranza in tutta la sua naturale persistenza.

Per ogni candela acquistata fino al 22 gennaio 2022 sullo shop online https://www.emozionaria.it/shop/candela inserendo il codice “PASTEUR” una parte del ricavato sarà devoluta all’Istituto Pasteur Italia per trovare nuove cure e terapie contro le malattie gravi. Il costo delle candele della collezione “Incanto” è di 34 euro (vasetto da 230GR).

Luca Formisano, Direttore Marketing & Comunicazione di Emozionaria: “Creare emozioni significa anche creare il terreno per poterle coltivare. La nostra idea di futuro in Emozionaria è quella di realizzare le condizioni per la sostenibilità ecologica e sociale. La partnership con l’Istituto Pasteur Italia ci dà modo di agire concretamente in questa direzione, ne siamo felici. Immaginiamo che aziende e settore non profit possano sempre più collaborare in sinergia”.

I nostri sforzi sono da sempre orientati a migliorare il benessere della società, perché sia garantito il diritto alla salute di tutti attraverso ricerche su malattie ancora senza cura. Per questo Natale siamo felici di poter contare sul sostegno di Emozionaria con cui condividiamo l’approccio alla ricerca dell’eccellenza” dichiara Angela Santoni, direttore scientifico dell’Istituto Pasteur Italia.

Il viaggio sensoriale di Emozionaria è online su:

www.emozionaria.it

Facebook: www.facebook.com/emozionaria

Instagram: www.instagram.com/emozionaria.

Mostre: “Eternal Femininity” a Villa Cattolica di Bagheria dal 20 dicembre 2021 al 31 gennaio 2022 | Gli artisti: Carmela Rizzuti, Preema Nazia Andaleeb, Franco Marrocco, Giuseppe Diego Spinelli

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“Eternal Femininity” a Villa Cattolica di Bagheria

“Eternal Femininity” è il titolo di una mostra nel complesso della Villa Cattolica di Bagheria , che sarà aperta dal 20 dicembre 2021 fino al 31 gennaio 2022. Dal 01 al 28 febbraio 2022 la mostra itinerante, si sposterà nelle sale del Museo di Palazzo Belmonte Riso di Palermo. E’ un evento organizzato dall’associazione We Start, Manfredi Mercadante , a cura di Viviana Vannucci, con il coordinamento di Sabrina Gianforte e con il patrocinio della Regione Siciliana, della Città di Bagheria, dell’assessorato alla cultura, dell’Ambasciata del Bangladesh e dell’Accademia di belle Arti di Palermo che prevede, nel più ampio progetto “Aspettando la biennale di Venezia” la partecipazione di quattro artisti internazionali dei rispettivi paesi, come la pittrice e performer bengalese Preema Nazia Andaleeb, il pittore docente e direttore emerito dell’Accademia di Belle Arti di Brera Franco Marrocco, lo scultore Giuseppe Diego Spinelli e la fotografa Carmela Rizzuti, entrambi siciliani.

Ospiti d’onore saranno l’Ambasciatore del Bangladesh, Mr H. E. Shameem Ahsan, il Presidente della Regione Sicilia, e il Direttore dell’Accademia di Belle Arti di Palermo, Professor Umberto De Paola e il Direttore del corso di master in Beni Culturali alla Link Campus University, Lorenzo Soave.

La rassegna d’arte é un progetto dedicato alla figura della donna e alle sue problematiche nell’era moderna. Esso sarà accompagnato da un dibattito tenuto da personalità del mondo politico, giornalistico e culturale siciliano e internazionale che saranno invitati dall’associazione organizzatrice per affrontare l’argomento in questione. L’idea prende le mosse da una tematica complessa e controversa, come la violenza contro le donne, secondo un concept che nasce e si sviluppa da situazioni tragiche, purtroppo attuali, come i femminicidi, gli stupri, lo stalking, lo sfruttamento, ad esempio, che continuano a segnare le pagine della cronaca contemporanea in un mondo solo in apparenza moderno ed emancipato. La mostra vuole sollevare uno dei temi più discussi dai media e dal mondo politico degli ultimi tempi. Ma questa rassegna d’arte, pur nella tragicità del contenuto, ha come vera finalità rappresentare il riscatto delle donne attraverso la loro esuberante creatività, le loro inesauribili risorse e i tanti ruoli che rivestono nella quotidianità, ora figlie, ora madri, ora spose, ora combattenti, ora seduttrici. A tutto questo fa da cornice la splendida sede di Bagheria che ospita il Museo Guttuso, straordinario Maestro siciliano, amante del mondo femminile. L’evento ha come obiettivo la presentazione di un progetto espositivo in vista dell’eventuale partecipazione della WeStart alla prossima edizione della Biennale d’Arte di Venezia 2022. L’associazione sarà infatti partnership del Padiglione Nazionale della Repubblica Popolare del Bangladesh, oltre ad essere già candidata per gli eventi collaterale, con il coinvolgimento di artisti siciliani e con la proposta di una mostra sempre dedicata alla figura della donna.

Carmela Rizzuti

Carmela Rizzuti_autoritratto

Preema Nazia Andaleeb

Preema Nazia Andaleeb

Franco Marrocco

Franco Marrocco

Giuseppe Diego Spinelli

Giuseppe Diego Spinelli

INFO:

VENUE: Villa Cattolica di Bagheria – Guttuso Museum

TITLE:”Eternal Femininity”

OPENING: 20 dicembre 2021

TIME: From 20 dicember 2021- to 16 Jenuary 2022

VENUE: Palazzo Belmonte Riso Palermo

TIME: From 01-28  February 2022

PROJECT MANAGER: Manfredi Mercadante

COORDINATOR: Sabrina Gianforti

CURATOR: Viviana Vannucci

PRESS OFFICE: We Start

ARTISTS: Preema Nazia Andaleeb (Bangladesh), Franco Marrocco (Italy), Giuseppe Diego Spinelli (Italy), Carmela Rizzuti (Italy). PATRONAGES: Siclily Region, City of Bagheria , department of culture, Bangladesh Embassy, Accademy of Fine Arts in Palermo

Organizzato da Westart: www.yeswestart.it

“Dominus – Il codice del destino” ǀ Romanzo di Eleonora Davide ǀ Recensione di Maria Teresa De Donato

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Dopo la pausa letteraria de Il fiore del Carso, incentrato sulla delicata questione del Friuli-Venezia-Giulia e delle etnie di frontiera a cavallo tra le due Guerre Mondiali, Eleonora Davide riprende, con Dominus – Il codice del destino, la saga de Il Normanno riconducendo il lettore nell’Irpinia medievale divisa tra normanni e longobardi.

Benché alcuni temi già presenti ne Il Normanno si ripetano, è evidente sin dall’inizio di questo suo nuovo lavoro che, attraverso ulteriori ricerche ed approfondimenti storici, l’autrice sposta l’attenzione dall’Irpinia su larga scala per quanto riguarda gli aspetti secolari e precisamente la complicata questione della lotta per le investiture. Quest’ultima vide, infatti, Papato ed Imperatore del Sacro Romano Impero scontrarsi a lungo in merito a chi avesse il diritto di ‘investire’, ossia di nominare gli alti prelati ed il Papa stesso.

La vita nel castello, la protezione ed il sostegno dati ai bisognosi e meritevoli, le feste e celebrazioni organizzatevi con musiche, strumenti e danze dell’epoca sono magistralmente descritti in questo lavoro. Essi mostrano di essere il frutto non solo di accurate ricerche, ma anche di grande competenza in materia.

L’amore, coniugale in primis, ed anche quello fraterno occupano un ruolo primario anche in quest’opera così come l’armonia creatasi, di fatto, tra insegnamenti cristiani e credenze e superstizioni pagane nordiche.

Malgrado la ricchezza di temi e contenuti, i veri protagonisti di Dominus – Il codice del destino, sono però altri.

Con questa sua nuova pubblicazione letteraria, infatti, l’autrice focalizza la sua attenzione sulla vita del convento, su quella dei frati e delle monache che osservano scrupolosamente le regole benedettine. Essi non solo dedicano la propria esistenza a preghiera, meditazione e riti sacri, ma anche alla trascrizione manuale di testi antichi, così come ad attività commerciali che permettono ad ogni monastero di operare quale entità indipendente, autogovernata ed autosufficiente. Aspetti prettamente spirituali quali, per l’appunto, la questione della continua lotta tra il Bene ed il Male, emergono in maniera preponderante. Lo Spirito, infatti, mira alla purezza e all’armonia con la divinità, mentre la Carne, essendo debole, ha spesso grande difficoltà ad allinearvisi anche quando si è dedicata la propria esistenza al servire Dio. La Fede, che per essere dimostrata deve superare le prove che la Vita mette davanti all’essere umano per raffinarlo e preparlo per ulteriori incarichi, svolge anch’essa un ruolo indispensabile in questo romanzo.

L’abilità di avere e mantenere una fede incrollabile quando si è provati; il riconoscere il potere della preghiera come strumento di unione con Dio; l’accettare la Sua chiamata divenendo Suoi strumenti reputati idonei ad intraprendere un determinato percorso e a portarlo a compimento, sono gli aspetti-chiave di questa opera letteraria. Questi danno grande risalto all’importanza che la Spiritualità, o nel suo caso Religiosità, riveste nella vita dell’autrice.

Altro elemento particolarmente interessante che emerge in quest’opera è il ruolo fondamentale che alcune donne ebbero durante il Medioevo. Tra queste si distinsero sicuramente, ed in questo lavoro vengono menzionate esaltandone doti e competenze, Trotula de Ruggero e Ildegarda di Bingen. La prima fu Magistra della Scuola Medica Salernitana, specilizzata in salute della donna e divenne famosa in tutta l’Europa medievale per i suoi studi, i suoi scritti e le sue terapie. La seconda fu una monaca benedettina tedesca, beatificata dalla Chiesa Cattolica, scrittrice, mistica, teologa, guaritrice e profetessa, che nel corso della sua vita ebbe molte visioni che furono trascritte e sono arrivate sino a noi oggi.

Un libro scritto, come è nello stile dell’autrice, in modo molto fluido e piacevole che attrae il lettore dall’inizio alla fine facendolo immergere – tra fantasia e realtà – nell’intrigante ed altrettanto affascinante mondo medievale e che rende onore al ruolo sostanziale che abbazie come quella del Goleto e quella di Montevergine esercitarono nella storia.

Una lettura che consiglio a tutti.

Lo “schwa”, l’ultima “mənchəətə”* dell’estremismo esasperato del “politically correct” | di Andrea Giostra

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Le Coliche_Un Natale politicamente corretto

INTRODUZIONE:

L’introduzione di questo articolo che tratta dell’infelice tema sull’uso dello “schwa”, ovvero, dell’“asterisco”, nella lingua italiana scritta e parlata per non offendere tutti coloro che non si riconoscono nel “ genere maschile” e nel “genere femminile”, inizia con un cortometraggio ideato, scritto e prodotto da “Le Coliche” che vi invito a guardare prima di proseguire nella letture di queste pagine:

“Questo Natale fatevi i cazz* vostri!” 😁😁😁😂😂😂🤣🤣🤣 .. Bellissimo corto sul Natale de “Le Coliche” da vedere assolutamente!

https://fb.watch/9QuTF3xFvC/

nota:

* mənchəətə = minchiata (tradotto in italiano senza l’utilizzo dello “schwa”, ma con l’asterisco come nota di richiamo)

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PERCHÉ È INOPPORTUNO E SCORRETTO L’USO DELLO “SCHWA”

– La posizione di Paolo D’Achille (Accademia della Crusca)

«È giunto il momento di chiudere il discorso sull’uso dello schwa nella lingua italiana. È verissimo, come diceva Nanni Moretti in un suo film, che “le parole sono importanti” (ma lo sono anche la grafia, la fonetica, la morfologia, la sintassi) e denunciano spesso atteggiamenti sessisti o discriminatori, sia sul piano storico (per come le lingue si sono andate costituendo), sia sul piano individuale. Come abbiamo detto all’inizio, la quantità di richieste che abbiamo avuto, che ci hanno espresso dubbi e incertezze a proposito del genere e della distinzione di genere, ci rasserena, perché, soprattutto per come sono stati formulati i quesiti, documenta una larga diffusione di atteggiamenti di civiltà, di comprensione, di disponibilità. È senz’altro giusto, e anzi lodevole, quando parliamo o scriviamo, prestare attenzione alle scelte linguistiche relative al genere, evitando ogni forma di sessismo linguistico. Ma non dobbiamo cercare o pretendere di forzare la lingua – almeno nei suoi usi istituzionali, quelli propri dello standard che si insegna e si apprende a scuola – al servizio di un’ideologia, per quanto buona questa ci possa apparire. L’italiano ha due generi grammaticali, il maschile e il femminile, ma non il neutro, così come, nella categoria grammaticale del numero, distingue il singolare dal plurale, ma non ha il duale, presente in altre lingue, tra cui il greco antico. Dobbiamo serenamente prenderne atto, consci del fatto che sesso biologico e identità di genere sono cose diverse dal genere grammaticale. Forse, un uso consapevole del maschile plurale come genere grammaticale non marcato, e non come prevaricazione del maschile inteso come sesso biologico (come finora è stato interpretato, e non certo ingiustificatamente), potrebbe risolvere molti problemi, e non soltanto sul piano linguistico. Ma alle parole andrebbero poi accompagnati i fatti.» Paolo D’Achille (Accademia della Crusca)

– La posizione di Cecilia Robustelli (ordinaria di Linguistica italiana presso l’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia):

Per la linguista Cecilia Robustelli è “Inaccettabile, è impossibile o confusionaria la comunicazione con l’uso dello schwa” … “L’italiano si può rendere più inclusivo, ma le proposte per farlo devono rispettare le regole del sistema lingua, altrimenti la comunicazione non si realizza, e la lingua non funziona”. Sono le parole di Cecilia Robustelli, ordinaria di Linguistica italiana presso l’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia, che da anni lavora con l’Accademia della Crusca sulla questione ‘schwa’, la piccola ‘e’ rovesciata che alcuni vorrebbero aggiungere o sostituire alle desinenze italiane per includere in un colpo solo tutti i sessi e le identità di genere.

La ragione della contrarietà è anzitutto tecnica – “Parlo da linguista, non da filosofa o sociologa”, premette la professoressa – e ha a che fare con il rischio di sostituire con un simbolo il genere grammaticale.

In un’intervista alla Dire, la professoressa ha spiegato perché: “La funzione primaria del genere grammaticale in un testo è permettere di riconoscere tutto ciò che riferisce al referente, cioè all’essere cui ci riferiamo, attraverso l’accordo grammaticale. Se si eliminano le desinenze scompaiono tutti i collegamenti morfologici, e il testo diventa un mucchietto di parole delle quali non si capisce più la relazione”. Per i sostenitori della ‘schwa’, però, il genere grammaticale avrebbe il difetto di dare visibilità ai due soli generi maschile e femminile, ignorando il variegato mondo di coloro che non si identificano in uno dei due: “Ma il genere grammaticale – dice Robustelli – viene assegnato ai termini che si riferiscono agli esseri umani in base al sesso. Il genere ‘socioculturale’, cioè la costruzione, la percezione sociale di ciò che comporta l’appartenenza sessuale, rappresenta un passaggio successivo”. Invece, l’impressione è che “il termine ‘genere’ venga spesso usato con il significato di ‘sesso’ e questa confusione complica il ragionamento, già di per sé complesso”.

Una confusione a monte che le varie definizioni di ‘Italiano inclusivo’ reperibili in rete non aiutano a districare.

Continua Cecilia Robustelli dicendo che così “si eliminano gli accordi tra le parole e si mina l’intera coesione testuale: e questo è un fatto grave”. Invece, “quando si cambia qualcosa in una lingua, ci si deve innanzitutto chiedere se quel cambiamento funziona per assolvere allo scopo che un sistema linguistico deve compiere, cioè la comunicazione” spesso le proposte ingenue sono animate da buone intenzioni ma irrealizzabili nella realtà della lingua italiana. Piuttosto di affidare alla grammatica il compito irrealizzabile di comunicare nuovi generi o la decisione di non accettarli – propone la linguista – perché non intensificare la discussione sul loro significato e approfondire le ragioni che ne motivano la richiesta di riconoscimento sociale? È il discorso il luogo adatto a questo scopo, non la grammatica”.

Per Robustelli l’introduzione dello schwa al posto delle desinenze avrebbe anche la conseguenza di impedire il riconoscimento della presenza femminile nella società, quando è invece “fondamentale nella lingua italiana nominare donne e uomini con termini maschili e femminili e usare al femminile anche i termini che indicano ruoli istituzionali e professionali di genere femminile se sono riferiti a donne” … “non è soltanto una posizione femminista: è una posizione da linguista, perché se non si attribuisce alle donne il titolo femminile, si trasgredisce ai principi di accordo e assegnazione di genere che invece permettono di riconoscere, disambiguare e anche valorizzare le donne, dando inoltre un’immagine della realtà conforme a quella che è ora, non 50 anni fa”. Se si usano per le donne termini maschili, si usa un italiano in modo scorretto e proprio per questo “non è opportuno né permesso chiedere alla persona con cui si parla come vuole essere chiamata. Se è donna – incalza la professoressa – è ministra, avvocata, direttrice di orchestra”. E se qualcuna dice di voler essere chiamata al maschile? “La risposta deve essere ‘no’ –  conclude – Non lo chiedo io ma la lingua italiana. A nessuna persona si può chiedere di contravvenire alle regole della sua lingua e di esprimersi in modo non chiaro. Specialmente in campo istituzionale”.

La professoressa ha anche commentato la decisione del preside del liceo Cavour di Torino di sostituire, nelle comunicazioni ufficiali della scuola, le desinenze con l’asterisco: “Se proprio lo si vuole usare, un simbolo al posto di una desinenza può essere permesso in frasi brevissime, nelle formule di apertura o di chiusura di una comunicazione, e allora ha funzione identitaria, di riconoscimento all’interno di un gruppo, un po’ come avviene nei gerghi. Ma proprio per questo non è accettabile il suo uso da parte di una istituzione. Il linguaggio istituzionale ha come caratteristica precisa la chiarezza e la trasparenza, deve essere capito da tutte le persone che parlano una determinata lingua, che ne condividono il ‘codice’. Anche per questo esistono le lingue nazionali, e si spiega perché le comunicazioni istituzionali non si scrivono in dialetto”, ha chiarito Robustelli.

Non è vero che la lingua è creativa e può, anzi deve, cambiare? “Certo – ha risposto Robustelli – e infatti la lingua cambia ogni giorno, ma impercettibilmente e in un preciso settore: quello lessicale, attraverso l’ingresso di nuove parole che cambiano, muoiono, entrano sulla spinta dei mutamenti culturali, sociali, tecnologici, basti controllare i neologismi che entrano ogni anno nei dizionari e le parole che diventano rare, desuete. Ma non cambia, o molto lentamente, per quanto riguarda la morfologia, la sintassi. Ad esempio, per rimanere in tema – ha concluso la professoressa – nel lunghissimo passaggio dal latino all’italiano il genere grammaticale neutro piano piano se ne è andato, il sistema dei casi latini è scomparso, la funzione di soggetto e oggetto non è stata più determinata dalla desinenza ma dalla posizione rispetto al verbo, eccetera. Ma tutto questo ha richiesto secoli”.

APPROFONDIMENTI:

1) Un asterisco sul genere | di Paolo D’Achille (Accademia della Crusca)

2) I perché dell’italiano. Perché “fratelli” è usato sia come plurale di “fratello” che di “fratello” e “sorella” insieme? Perché “uomo” significa sia “individuo di sesso maschile” che “essere vivente appartenente al genere umano”? | di Anna M. Thornton (Treccani Magazine)

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1) Un asterisco sul genere | di Paolo D’Achille (Accademia della Crusca)

È ormai divenuto molto alto il numero dei quesiti pervenutici su temi legati al genere: uso dell’asterisco, dello schwa o di altri segni che “opacizzano” le desinenze maschili e femminili; possibilità per l’italiano di ricorrere a pronomi diversi da lui/lei o di “recuperare” il neutro per riferirsi a persone che si definiscono non binarie; genere grammaticale da utilizzare per transessuale e legittimità stessa di questa parola. Cercheremo in questo intervento di affrontare le diverse questioni.

PREMESSA

Le domande che ci sono state poste sono tante e toccano argomenti abbastanza diversi tra loro. Abbiamo preferito raccoglierle tutte insieme perché c’è un tema di fondo che le accomuna: la questione della distinzione di genere, anche al di là della tradizionale opposizione tra maschile e femminile. Anzitutto, due precisazioni:

1) tratteremo esclusivamente delle questioni poste dalle varie domande che ci sono pervenute, senza tener conto dei numerosissimi interventi sul tema, che ormai da vari mesi alimenta discussioni e polemiche anche molto accese sulla stampa e soprattutto in rete;

2) la nostra risposta investe il piano strettamente linguistico, con riferimento all’italiano (non potrebbe essere che così, del resto, visto che le domande sono rivolte all’Accademia della Crusca, ma ci pare opportuno esplicitarlo). Ci sembra doveroso premettere ancora una cosa: la maggior parte di coloro che ci hanno scritto – anche chi esprime la propria contrarietà all’uso di asterischi o di altri segni estranei alla tradizionale ortografia italiana – si mostra non solo contraria al sessismo linguistico e rispettosa nei confronti delle persone che si definiscono non binarie, ma anche sensibile alle loro esigenze. E questo è senz’altro un dato confortante, che va messo in rilievo.

GENERE NATURALE E GENERE GRAMMATICALE

Per impostare correttamente la questione dobbiamo dire subito che il genere grammaticale è cosa del tutto diversa dal genere naturale. Lo rilevavano nel 1984, a proposito del francese, Georges Dumézil e Claude Lévi-Strauss, incaricati dall’Académie Française di predisporre un testo su “La féminisation des noms de métiers, fonctions, grades ou titres” (‘la femminilizzazione dei nomi di mestieri, funzioni, gradi o titoli’). Non entriamo qui nella tematica della distinzione tra sesso biologico e identità di genere, su cui torneremo, almeno marginalmente, più oltre; ci limitiamo a ricordare che negli studi di psicologia e di sociologia il genere indica l’“appartenenza all’uno o all’altro sesso in quanto si riflette e connette con distinzioni sociali e culturali” (questa la definizione del GRADIT); tale accezione del termine, relativamente recente, è calcata su uno dei significati del corrispondente inglese gender, quello che indica appunto l’appartenenza a uno dei due sessi dal punto di vista culturale e non biologico (gli studi di genere o gender studies sono nati negli Stati Uniti negli anni Settanta, su impulso dei movimenti femministi).

Che il genere come categoria grammaticale non coincida affatto con il genere naturale si può dimostrare facilmente: è presente in molte lingue, ma ancora più numerose sono quelle che non lo hanno; può inoltre prevedere, nei nomi, una differenziazione in classi che in certi casi non sfrutta e in altri va ben oltre la distinzione tra maschile e femminile propria dell’italiano (dove riguarda anche articoli, aggettivi, pronomi e participi passati) perché, oltre al neutro (citato in molte domande pervenuteci, evidentemente sulla base della conoscenza del latino), esistono, in altre lingue, vari altri generi grammaticali, determinati da criteri ora formali ora semantici; infine, come avviene in inglese, può limitarsi ai pronomi, senza comportare quell’alto grado di accordo grammaticale che l’italiano prevede.

Neppure in italiano si ha una sistematica corrispondenza tra genere grammaticale e genere naturale. È indubbio che, in particolare quando ci si riferisce a persone, si tenda a far coincidere le due categorie (abbiamo coppie come il padre e la madre, il fratello e la sorella, il compare e la comare, oppure il maestro e la maestra, il principe e la principessa, il cameriere e la cameriera, il lavoratore e la lavoratrice, ecc.), ma questo non vale sempre: guida, sentinella e spia sono nomi femminili, ma indicano spesso (anzi, più spesso) uomini, mentre soprano e contralto sono, tradizionalmente almeno (oggi il femminile la soprano è piuttosto diffuso), nomi maschili che da oltre due secoli si riferiscono a cantanti donne. Arlecchino è una maschera, come Colombina (anche se Carlo Goldoni nelle Donne gelose gli fa usare il maschile màscaro e nei Rusteghi le donne in scena parlano di màscara omo per riferirsi al conte Riccardo e si rivolgono con siora màscara dona a Filippetto, entrato a casa di Lunardo in abiti femminili), mentre Mirandolina è un personaggio, come il Cavaliere di Ripafratta, che di lei si innamora. Vero è che nel parlato spostamenti di genere nell’àmbito dei nomi in rapporto al sesso del referente ci sono stati: da modello si è avuto modella (cfr. Anna M. Thornton, La datazione di modella, in “Lingua nostra”, LXXVI, 2015, pp. 25-27); si parla di un tipo ‘un tale’ ma anche di una tipa (Miriam Voghera, Da nome tassonomico a segnale discorsivo: una mappa delle costruzioni di tipo in italiano contemporaneo, in “Studi di Grammatica Italiana”, XXIII, 2014, pp. 197-221); accanto a membro si sta diffondendo membra (Anna M. Thornton, risposta nr. 7, in “La Crusca per voi”, 49, 2014, pp. 14-15); dall’altra parte, dal femminile figura deriva il maschile figuro (ma con una connotazione negativa). Abbiamo poi i cosiddetti nomi “di genere comune”, che non cambiano forma col cambio di genere, perché la distinzione è affidata agli articoli nei casi di cantante, preside, custode, consorte, coniuge (con cui molti di noi hanno familiarizzato attraverso la denuncia dei redditi, che parla ellitticamente di dichiarante e di coniuge dichiarante senza precisare i rispettivi sessi). Passando al mondo animale, distinguiamo, è vero, il montone o ariete e la pecora (ma il plurale le pecore si riferisce spesso al gregge e comprende quindi anche i montoni), il gatto e la gatta, il gallo e la gallina, il leone e la leonessa, ma nella maggior parte dei casi il nome, maschile o femminile che sia, indica tanto il maschio quanto la femmina (la lince, il leopardo, la iena, la volpe, il pappagallo, la gazza, il gambero, la medusa, ecc., nomi che la tradizione grammaticale indica come “epiceni”; lasciamo da parte l’esistenza di formazioni occasionali come il tartarugo e il ricorso non alla flessione, ma alla tecnica analitica, come in la tartaruga maschio, che è sicuramente possibile, ma marginale all’interno del sistema). Quanto alle cose inanimate, è evidente che il genere femminile di sedia, siepe, crisi e radio e il maschile di armadio, fiore, problema e brindisi non si possano legare in alcun modo al sesso, che le cose naturalmente non hanno.

IL NEUTRO

Chi, tra coloro che ci hanno scritto, propone di far ricorso al neutro per rispettare le esigenze delle persone che si definiscono non binarie, citando il latino, non tiene presente da un lato che l’italiano, diversamente dal latino, non dispone di elementi morfologici che possano contrassegnare un genere diverso dal maschile e dal femminile, dall’altro che in latino (e in greco) il neutro non si riferisce se non eccezionalmente a esseri umani (accade con alcuni diminutivi di nomi propri) e neppure agli dei: venus, -eris ‘bellezza, fascino’ (da cui venustas), che era neutro come genus, -eris, diventò femminile come nome proprio di Venere, la dea della bellezza. D’altra parte, per venire all’attualità, anche in inglese il rifiuto dei pronomi he (maschile) e she (femminile) da parte delle persone non binarie non ha comportato l’adozione del pronome neutro it, presente in quella lingua ma evidentemente inutilizzabile con riferimento a esseri umani, bensì l’uso del “singular they”, cioè del pronome plurale ambigenere they (e delle forme them, their, theirs e themself/themselves), come pronome singolare non marcato. Anche l’introduzione in svedese nel 2012, accanto al pronome maschile han e al femminile hon, del pronome hen, usato per esseri umani in cui il sesso non è definito o non è rilevante, si inserisce senza difficoltà nel sistema di quella lingua, in cui un genere “comune” (o “utro”), che non distingue tra maschile e femminile, si contrappone al genere neutro e l’opposizione tra maschile e femminile si ha solo nei pronomi personali di terza persona singolare.

IL MASCHILE PLURALE COME GENERE GRAMMATICALE NON MARCATO

Un altro dato da ricordare è che nell’italiano standard il maschile al plurale è da considerare come genere grammaticale non marcato, per esempio nel caso di participi o aggettivi in frasi come “Maria e Pietro sono stanchi” o “mamma e papà sono usciti”. Inoltre, se dico “stasera verranno da me alcuni amici” non significa affatto che la compagnia sarà di soli maschi (invece se dicessi “alcune amiche”, si tratterebbe soltanto di donne). Se qualcuno dichiara di avere “tre figli”, sappiamo con certezza solo che tra loro c’è un maschio (diversamente dal caso di “tre figlie”), a meno che non aggiunga “maschi” (cfr. l’intervento di Anna M. Thornton sul Magazine Treccani). Se in passato poteva capitare (oggi mi risulta che avvenga più di rado) che a un alunno indisciplinato si richiedesse di tornare a scuola il giorno dopo “accompagnato da uno dei genitori”, poteva essere sia il papà sia la mamma a farlo (e lo stesso valeva nel caso della dicitura al singolare, “da un genitore”, sebbene questo termine abbia anche il femminile genitrice, di uso peraltro assai più raro rispetto al maschile).

LINGUE NATURALI, PROCESSI DI STANDARDIZZAZIONE E DIRIGISMO LINGUISTICO

C’è poi un’altra questione di carattere generale che va tenuta presente: ogni lingua, a meno che non si tratti di un sistema “costruito a tavolino” come sono le lingue artificiali (un esempio ne è l’esperanto), è un organismo naturale, che evolve in base all’uso della comunità dei parlanti: è vero che molte lingue hanno subìto un processo di standardizzazione per cui, tra forme coesistenti in un certo arco temporale, alcune sono state selezionate, considerate corrette e destinate allo scritto e all’uso formale e altre censurate e giudicate erronee, o ammesse solo nel parlato o in registri informali e colloquiali; ma in questo processo la scelta (che può anche cambiare nel corso del tempo) avviene sempre nell’àmbito delle possibilità offerte dal sistema. Soltanto nel caso della scrittura (che infatti non si apprende naturalmente, ma va insegnata) è possibile imporre norme ortografiche che si discostino dalla pronuncia reale: per questo la stampa e la scuola hanno avuto e hanno tuttora un ruolo fondamentale nella costituzione della norma standard scritta. Non c’è dunque da meravigliarsi se alcune proposte di soluzione del problema della distinzione di genere abbiano riguardato, almeno in prima istanza, la grafia, più suscettibile di cambiamenti. Ma ormai da tempo l’ortografia italiana è da considerarsi stabilizzata, il rapporto tra grafia e pronuncia non presenta particolari difficoltà (basta prendere a confronto l’inglese e il francese) e i dubbi si concentrano quasi esclusivamente sull’uso dei segni paragrafematici (accenti, apostrofi, ecc.). Questo non esclude che, almeno in àmbiti molto precisi come la scrittura in rete e quella dei messaggini telefonici, si possano diffondere usi grafici particolari, spesso peraltro transitori; ma il legame sistematico tra grafia e pronuncia, così tipico dell’italiano, non dovrebbe essere spezzato. In ogni caso, la storia ci ha offerto non di rado, anche di recente (in altri Paesi), esempi di riforme ortografiche dovute a interventi dell’autorità pubblica. Ogni tanto, specie nei regimi totalitari, la politica è intervenuta anche ad altri livelli della lingua, ma quasi mai è andata a violare il sistema. E poi il “dirigismo linguistico” (di cui, secondo alcuni, anche il “politicamente corretto” raccomandato alla pubblica amministrazione costituirebbe una manifestazione) assai di rado ha avuto effetti duraturi. Al riguardo possiamo citare un caso che entra, se pure lateralmente, proprio nella questione che stiamo trattando: quello degli allocutivi.

GLI ALLOCUTIVI (TU, VOI, LEI) E LA TEMATICA DEL GENERE

Il latino conosceva un unico pronome per rivolgersi a un singolo destinatario, maschio o femmina che fosse: tu (al nominativo e al vocativo; tui, al genitivo; tibi, al dativo; te, all’accusativo e ablativo) e l’uso si è conservato, praticamente senza soluzione di continuità, a Roma, nel Lazio e lungo la corrispondente dorsale appenninica. In età imperiale cominciò a diffondersi il vos come forma di rispetto, da cui il voi dell’italiano antico, vivo tuttora in area meridionale. In età rinascimentale, sull’onda della diffusione (per influsso dello spagnolo) di titoli come vostra eccellenza, vostra signoria, vostra maestà, ci fu un altro cambiamento e si iniziò a usare, come forma di cortesia, anche il lei (ella, per la verità, almeno all’inizio, come soggetto e nell’uso allocutivo), che prima affiancò (a un livello di maggiore formalità) il voi e poi, in età contemporanea, ha finito col sostituirlo. Il fascismo cercò invano di bandire l’uso del lei (considerato uno “stranierismo” proprio della “borghesia”) e di imporre l’“autoctono” voi. Col crollo del regime, il voi è restato, come si è detto, solo nell’uso meridionale (dove il lei aveva avuto minore diffusione) ed è piuttosto l’espansione del tu generalizzato a contrastare il lei di cortesia, che peraltro resiste benissimo in situazioni anche solo mediamente formali.

Proprio il lei di cortesia ci documenta un’altra mancata corrispondenza tra genere grammaticale e genere naturale. Lei è un pronome femminile, ma lo si dà anche a uomini (lei è un po’ pigro, signore!. come lei è un po’ pigra, signora!); non solo, ma quando si usano le corrispondenti forme atone la e le l’accordo al femminile investe spesso anche il participio o l’aggettivo. Se è normale, rivolgendosi a un docente di sesso maschile, dire professore, oggi vedo che è molto occupato, si dice però comunemente professore, l’ho vista ieri (e non l’ho visto ieri) entrare in biblioteca. Insomma, anche l’allocutivo di cortesia dello standard è un esempio di come il maschile e il femminile grammaticali non corrispondano sempre, neppure in italiano, ai generi naturali.

LA LINGUA TRA NORMA, SISTEMA E SCELTE INDIVIDUALI

Chi si rivolge all’Accademia della Crusca (la quale peraltro non ha alcun potere di indirizzo politico, diversamente dall’Académie Française e dalla Real Academia Española, che hanno un ruolo ben diverso sul piano istituzionale) pensa alla lingua considerando la “norma” in senso prescrittivo (in molti quesiti ricorrono infatti parole come corretto e correttezza, propri della grammatica normativa e scolastica) oppure facendo riferimento agli usi istituzionali dell’italiano, non all’uso individuale di singoli o di gruppi ristretti. Ma neppure in questo secondo caso le scelte sono completamente libere, perché chi parla o scrive deve comunque far riferimento a un sistema di regole condiviso, in modo da farsi capire e accettare da chi ascolta o legge. Si può segnalare, per dimostrare la libertà che è concessa alle scelte individuali (specie nel caso della lingua letteraria), un passo di Luigi Pirandello che gioca sul genere grammaticale di una coppia di parole come moglie e marito (e non importa ora il suo possibile inserimento in una tradizione letteraria misogina ben nota). Il brano è citato in un importante studio della compianta accademica Maria Luisa Altieri Biagi (La lingua in scena, Bologna, Zanichelli, 1980, p. 173), una dei “maestri” della linguistica italiana (usiamo intenzionalmente il maschile plurale, che in questi casi, a nostro parere, è quasi una scelta obbligata per indicare un’eccellenza femminile in un ambiente a maggioranza maschile):

«Il protagonista di Acqua amara ha le sue idee, in fatto di morfologia. Se toccasse a lui modificarla, la adeguerebbe a una sua sofferta esperienza di vita:

Crede lei che ci siano due soli generi, il maschile e il femminile? Nossignore. La moglie è un genere a parte; come il marito, un genere a parte […] Se mi venisse la malinconia di comporre una grammatica ragionata, come dico io, vorrei mettere per regola che si debba dire: il moglie; e, per conseguenza, la marito.» (Nov., I, p. 274).

LA MOZIONE

La norma dell’italiano contempla un’ampia gamma di possibilità nel caso della mozione, cioè del cambiamento di genere grammaticale di un nome in rapporto al sesso. È un tema che sulle pagine del sito della nostra Consulenza è stato spesso affrontato perché moltissime sono le domande che sono arrivate e che continuano ad arrivare a proposito dei femminili di professioni e cariche espresse al maschile dato che in passato erano riservate solo a uomini. La scelta per il femminile, che l’Accademia ha più volte caldeggiato, non viene sempre accolta dalle stesse donne, tra cui non mancano quelle che preferiscono definirsi architetto, avvocato, sindaco, ministro, assessore, professore ordinario, il e non la presidente, ecc. D’altra parte, se storicamente è indubitabile che molti nomi femminili di questo tipo siano derivati da preesistenti nomi maschili (ciò vale pure per signora rispetto a signore), abbiamo anche casi di nomi maschili come divo nel mondo dello spettacolo, prostituto, casalingo, che sono documentati dopo i corrispondenti femminili, di cui vanno considerati derivati (per un’esemplare trattazione del fenomeno rinvio ad Anna M. Thornton, Mozione, in Grossmann-Rainer 2004, pp. 218-227).

TRANSESSUALE, TRANSGENERE E TRANSIZIONANTE

L’unico problema relativo alla scelta del genere di un nome che ci è stato sottoposto è quello di transessuale per indicare “chi ha assunto mediante interventi chirurgici i caratteri somatici del sesso opposto” (anche questa definizione è del GRADIT). Qui, in effetti, si assiste tuttora a un’oscillazione tra maschile e femminile (a partire dall’articolo che precede il nome). A nostro parere, sarebbe corretta (e rispettosa) una scelta conforme al genere sessuale “d’arrivo” e dunque una transessuale se si tratta di un maschio diventato femmina, un transessuale, se di una femmina diventata maschio, posto che proprio si debba sottolineare l’avvenuta “trasformazione”. Qualcuno ci ha fatto notare che sarebbe opportuno sostituire transessuale con transgenere, che non è propriamente l’equivalente dell’inglese transgender, perché ha implicazioni diverse sul piano medico e giuridico. È senz’altro così e pensiamo anche noi che questo termine (da usare tanto al maschile quanto al femminile con le avvertenze appena indicate per transessuale) sia più appropriato, ma sta di fatto che al momento risulta meno diffuso: stenta a trovare accoglienza anche nella lessicografia e comunque, nelle poche occasioni in cui è registrato, viene spiegato come un’italianizzazione della voce inglese, che, come capita spesso, viene ad esso preferita ed è infatti presente in molti più dizionari. Alcuni di essi registrano anche cisgender, nel senso di ‘individuo nel quale sesso biologico e identità di genere coincidono’, il cui corrispondente italiano, cisgenere, ha invece, al momento, soltanto attestazioni in rete.

Ci è inoltre pervenuta una richiesta di sostituire gli aggettivi omosessuale, eterosessuale, bisessuale, pansessuale e transessuale con omoaffettivo, eteroaffettivo, biaffettivo, panaffettivo e transizionante e al riguardo, dopo aver fatto rilevare al richiedente che nessuna parola entra nei vocabolari per decisione di una istituzione, seppur prestigiosa come l’Accademia della Crusca, ma deve prima entrare nell’uso della comunità dei parlanti (non di un singolo parlante) e mettervi radici, segnaliamo che omoaffettivo è già presente nella lessicografia italiana (il GRADIT lo registra e lo data al 2004), come pure il verbo transizionare (documentato dal 1999), nel senso di “compiere un percorso di cambiamento del sesso attraverso terapie ormonali, forme di supporto psicologico, interventi di chirurgia estetica e di riassegnazione chirurgica del sesso” (ancora GRADIT).

QUALE PRONOME PER CHI SI CONSIDERA GENDER FLUID?

Tornando al genere grammaticale, diverso è il caso di chi si considera gender fluid, cioè, per usare la definizione dello Zingarelli 2022 (che include questa locuzione aggettivale s.v. gender, molto ampliata rispetto allo Zingarelli 2021), “di persona che rifiuta di identificarsi stabilmente con il genere maschile e femminile (comp. con fluid ‘mutevole’)”. Il problema che ci è stato sottoposto per queste persone riguarda prevalentemente il genere del pronome da utilizzare per riferirsi ad esse.

Ebbene, di fronte a domande come la seguente: “Come dovrei rivolgermi nella lingua italiana a coloro che si identificano come non binari? Usando la terza persona plurale o rivolgendomi col sesso biologico della persona però non rispettando il modo di essere della persona?”, la nostra risposta è questa: l’italiano – anche se non ha un pronome “neutro” e non consente neppure l’uso di loro in corrispondenza di they/them dell’inglese (lingua in cui l’accordo ha un peso molto meno rilevante rispetto all’italiano e dove comunque l’uso di they al singolare per persone di cui si ignora il sesso costituiva una possibilità già prevista dal sistema, in quanto documentata da secoli) – offre tuttavia il modo di non precisare il genere della persona con cui o di cui si sta parlando. L’unica avvertenza sarebbe quella di evitare articoli, aggettivi della I classe, participi passati, ecc., scelta che peraltro (come ben sanno coloro che hanno affrontato la tematica del sessismo linguistico) è certamente onerosa. In ogni caso, tanto il pronome io quanto l’allocutivo tu (e, come si è visto sopra, anche gli allocutivi di cortesia lei e voi) non specificano nessun genere. Analogamente, i pronomi di terza persona lui e lei in funzione di soggetto possono essere omessi (in italiano non è obbligatoria la loro espressione, a differenza dell’inglese e del francese) oppure sostituiti da nomi e cognomi, tanto più che oggi sono in uso accorciamenti ipocoristici ambigeneri come Fede (Federico o Federica), Vale (Valerio o Valeria), ecc., e che (anche sul modello dell’inglese e proprio in un’ottica non sessista) si tende a non premettere l’articolo femminile a cognomi che indicano donne (Bonino e non la Bonino). Si potrebbe aggiungere che il clitico gli, maschile singolare nello standard, nel parlato non formale si usa anche al posto del femminile le e che l’opposizione è neutralizzata per combinazioni di clitici come glielo, gliela, gliene; anche l’elisione, nel parlato più frequente che non nello scritto, ci consente spesso di eliminare la distinzione tra lo e la. Insomma, il sistema della lingua può sempre offrire alternative perfettamente grammaticali a chi intende evitare l’uso di determinate forme ed è disposto a qualche dispendio lessicale o a usare qualche astratto in più pur di rispettare le aspettative di persone che si considerano non binarie. Certamente l’accordo del participio passato costituisce un problema; ma non c’è, al momento, una soluzione pronta: sarà piuttosto l’uso dei parlanti, nel tempo, a trovarla.

ANCORA SUL MASCHILE PLURALE COME GENERE GRAMMATICALE NON MARCATO

Diverso è il caso dei plurali: qui, come, si è detto all’inizio, il maschile non marcato, proprio della grammatica italiana, potrebbe risolvere tutti i problemi, comprendendo anche le persone non binarie. A nostro parere, mentre è giusto che, per esempio, nei bandi di concorso, non compaia, al singolare, “il candidato” ma si scriva “il candidato o la candidata”, oppure “la candidata e il candidato” (per abbreviare si ricorre spesso anche alla barra, che tuttavia non raccomanderemmo: “il/la candidato/a”), il plurale “i candidati” è accettabile perché, sul piano della langue, non esclude affatto le donne. Niente tuttavia impedisce di optare anche al plurale per “i candidati e le candidate” o viceversa (oppure, anche in questo caso, “i/le candidati/e”); vero è che da queste formulazioni potrebbero sentirsi escluse le persone non binarie. Aggiungiamo, rispondendo così ad alcuni specifici quesiti, che la scelta del plurale maschile nello standard non dipende dalla numerosità dei maschi rispetto alle femmine all’interno di un gruppo: basta una sola presenza maschile a determinarlo, ma non si tratterebbe di una scelta sessista (come viene invece considerata da molte donne), bensì dell’opzione per una forma “non marcata” sul piano del genere grammaticale. Capita peraltro abbastanza spesso, come ha notato qualcuno, che “nel caso di infermiere e maestre d’asilo” (o di altri gruppi professionali in cui la presenza femminile è preponderante) “si dirà ‘salve a tutte!’ e i pochi maschi se ne fa[ra]nno una ragione”. E questo, a nostro parere, “ci sta”, anche se, di fatto, spesso i maschi presenti protestano. Da richiamare è anche il fatto che, soprattutto nel parlato, l’accordo del participio o dell’aggettivo può riferirsi al genere grammaticale del nome ad essi più vicino: quindi “le mamme e i papà sono pregati di aspettare i figli fuori” (e non “sono pregate”), ma “i papà e le mamme sono pregati”, ma anche “sono pregate”.

LA PRESENZA DEL FEMMINILE PLURALE

Affiancare al maschile il femminile è senz’altro lecito e anzi, in certi contesti, sembra l’opzione preferibile (per esempio quando si indicano categorie professionali in cui la mozione al femminile ha stentato a imporsi). Nelle forme allocutive, in particolare, rappresenta indubbiamente, specie se a parlare o a scrivere è un maschio, un segnale di attenzione per le donne: bene dunque, per formule come care amiche e cari amici, cari colleghi e care colleghe, cari soci e care socie, carissime e carissimi, ecc. Anche nella tradizione dello spettacolo, del resto, chi presenta si rivolge al pubblico con signore e signori e i politici, specie in vista delle elezioni, parlano di elettori ed elettrici, cittadini e cittadine, ecc. Si ha poi il caso di nomi “esclusivamente” maschili come fratelli, a cui – visto che l’italiano non dispone di un termine corrispondente all’inglese sibling – è sempre opportuno affiancare sorelle (lo ha fatto del resto di recente anche la Chiesa, nella liturgia). Lasciamo da parte, per non dilungarci ulteriormente, il caso di uomini, già ampiamente trattato negli studi, a cui, in una prospettiva non sessista, si preferisce persone (altro nome femminile che può indicare anche un maschio pure al singolare).

DALL’ASTERISCO…

L’accostamento del femminile al maschile finisce spesso con l’allungare e appesantire il testo. Forse anche per evitare questo, ormai da vari anni, soprattutto da quando si è diffusa la scrittura al computer, ha gradualmente preso piede, in particolari àmbiti (tra cui la posta elettronica), l’uso dell’asterisco, che è andato progressivamente a sostituire la barra (già citata per candidati/e), il cui uso sembra ormai confinato ai testi burocratici.

L’asterisco (dal gr. asterískos ‘stelletta’, dim. di astḗr ‘stella’) – che nel titolo di questa risposta abbiamo usato invece nel senso di ‘nota’, ‘stelloncino’, significato che è, o era, diffuso nel linguaggio giornalistico – è un “segno tipografico a forma di stelletta a cinque o più punte” (Zingarelli 2022) usato, sempre in esponente (“apice”, nella terminologia della videoscrittura), con varie funzioni. Anzitutto, serve a mettere in evidenza qualcosa, per esempio un nome o un termine in un elenco, contrassegnandolo così rispetto agli altri. L’asterisco può anche segnalare una nota (soprattutto se isolata) o ancora (per lo più ripetuto due o tre volte) indicare un’omissione volontaria da parte dell’autore, specialmente di un nome proprio: si incontra non di rado, per esempio, nei Promessi Sposi perché Alessandro Manzoni usa tre asterischi per non esplicitare il nome del paese dove vivono Renzo e Lucia, il casato dell’Innominato, ecc. Un uso per certi versi analogo si ha nei fumetti e in rete, dove gli asterischi o altri segni (chiocciola, cancelletto, punto) sostituiscono le lettere interne delle parolacce, che vengono così censurate. In linguistica, infine, l’asterisco contrassegna forme non attestate o agrammaticali.

Nell’àmbito di cui ci stiamo occupando l’asterisco, in fine di parola, sostituisce spesso la terminazione di nomi e aggettivi per “neutralizzare” (o meglio “opacizzare”; in questo forse si può intravedere un sia pur tenue legame con la penultima funzione prima indicata) il genere grammaticale: abbiamo così forme come car* collegh* e, particolarmente frequente, car* tutt*, probabile calco su dear all (che invece non ha bisogno di asterischi perché l’inglese non ha genere grammaticale né accordo su articoli e aggettivi). L’asterisco negli ultimi anni ha conquistato anche i sostenitori del cosiddetto linguaggio gender neutral e non c’è dubbio che anche sotto questo aspetto possa avere una sua funzionalità. Tuttavia coloro che ci hanno scritto, pur se disponibili alle innovazioni, si dichiarano per lo più ostili all’asterisco: c’è chi parla di “insulto” alla nostra lingua, chi di “storpiatura”, chi lo ritiene “sgradevole”, chi addirittura “un’opzione terribile”.

Di certo l’uso dell’asterisco è legato all’informatica, ma non ne rispetta i principi. È interessante, al riguardo, leggere quanto afferma un nostro lettore, docente appunto di informatica, che tratta della forma asteriscata (di cui, a suo parere si abusa), che è stata «presumibilmente mutuata dalle convenzioni dei linguaggi di comando dei sistemi operativi (Unix, ma anche DOS/Windows) per i quali la notazione * indica una sequenza di zero o più caratteri qualunque […]. Pertanto, nella sua semantica originaria “car* tutt*” ha la valenza (anche) di “carini tuttologi” o di “carramba tuttora” oltre ai significati ricercati dai “gender-neutral” che, tuttavia, costituiscono una infima parte di quelli possibili».

In effetti è così: in informatica l’asterisco segnala una qualunque sequenza di caratteri, mentre al posto di un solo carattere si usa il punto interrogativo, che (a parte gli altri problemi che comporterebbe) potrebbe andare bene per tutt? ma non per amic?, dove invece funzionerebbe meglio l’asterisco amic* perché nel femminile la -e è graficamente preceduta dall’h. Ma nessuno dei due simboli potrebbe essere usato in casi (che ci sono stati segnalati) come sostenitor* (o sostenitor?), che non include il femminile sostenitrici accanto al maschile sostenitori. E non è necessario né opportuno ricorrere all’asterisco (o al punto interrogativo) neppure per i plurali di nomi e aggettivi in cui la terminazione in -i vale per entrambi i generi (nomi citati sopra come cantanti, aggettivi plurali come forti, grandi, importanti, ecc.).

Comunque sia, pur con tutti questi distinguo, se consideriamo che l’uso grafico dell’asterisco si concentra in comunicazioni scritte o trasmesse che sono destinate unicamente alla lettura silenziosa e che hanno carattere privato, professionale o sindacale all’interno di gruppi omogenei (spesso anche sul piano ideologico), in tali àmbiti (in cui sono presenti abbreviazioni convenzionali come sg., pagg., f.to, estranee all’uso comune) può essere considerato una semplice alternativa alla sbarretta sopra ricordata, rispetto alla quale presenterebbe il vantaggio di includere anche le persone non binarie. L’asterisco non è invece utilizzabile, a nostro parere, in testi di legge, avvisi o comunicazioni pubbliche, dove potrebbe causare sconcerto e incomprensione in molte fasce di utenti, né, tanto meno, in testi che prevedono una lettura ad alta voce.

Resta, infatti, il problema dell’impossibilità della resa dell’asterisco sul piano fonetico: possiamo scrivere car* tutt*, ma parlando, se vogliamo salutare un gruppo formato da maschi e femmine senza usare il maschile inclusivo, dobbiamo rassegnarci a dire ciao a tutti e a tutte. Qualcuno ha proposto espressioni come caru tuttu, che a nostro parere costituiscono una delle inopportune (e inutili) forzature al sistema linguistico di cui si diceva all’inizio. Teniamo anche presente che nell’italiano tradizionale non esistono parole terminanti in -u atona (a parte cognomi sardi o friulani, come Lussu e Frau, il nome proprio Turiddu, diminutivo siciliano di Turi, ipocoristico di Salvatore, entrato anche in italiano grazie alla popolarità della Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni e comunque ormai desueto, onomatopee come bau, sigle come ONU e IMU, forestierismi entrati di recente, come tofu o sudoku).

… ALLO SCHWA

In alternativa all’asterisco, specie con riferimento alle persone non binarie, è stato recentemente proposto di adottare lo schwa (o scevà), cioè il simbolo dell’Alfabeto Fonetico Internazionale (IPA) che rappresenta la vocale centrale propria di molte lingue e di vari dialetti italiani, in particolare quelli dell’area altomeridionale (il termine, grammaticalmente maschile, è di origine ebraica). Questa proposta, che sarebbe da preferire all’asterisco perché offrirebbe anche una soluzione sul piano della lingua parlata, ha già trovato vari sostenitori (sembra che l’abbiano adottata, almeno in parte, una casa editrice e un comune dell’Emilia-Romagna). A nostro parere, invece, si tratta di una proposta ancora meno praticabile rispetto all’asterisco, anche lasciando da parte le ulteriori difficoltà di lettura che creerebbe nei casi di dislessia.

Intanto, sul piano grafico va detto che mentre l’asterisco ha una pur limitata tradizione all’interno della scrittura, il segno per rappresentare lo schwa (la e rovesciata: ə, in corsivo ə, forse non di facilissima realizzazione nella scrittura corsiva a mano) è proprio, come si è detto, dell’IPA, ma non è usato come grafema in lingue che pure, diversamente dall’italiano, hanno lo schwa all’interno del loro sistema fonologico. Non a caso, a parte linguisti e dialettologi, coloro che scrivono in uno dei dialetti italiani che hanno lo schwa nell’inventario dei loro foni lo rendono spesso con e (talvolta con ë) o, impropriamente, con l’apostrofo. Se guardiamo al napoletano, che nella sua lunga tradizione di scrittura per le vocali atone finali si è allineato all’italiano, vediamo che oggi nelle scritte murali in dialetto della città la vocale atona finale viene sistematicamente omessa.

L’uso dello schwa non risolve neppure certe criticità che abbiamo già segnalato per l’asterisco: per esempio, sarebbero incongrue grafie come sostenitorə e come fortə, di cui pure ci è stato segnalato l’uso anche al singolare. C’è poi il problema, rilevato acutamente da qualche lettore, che del simbolo dello schwa non esiste il corrispondente maiuscolo e invece scrivere intere parole in caratteri maiuscoli può essere a volte necessario nella comunicazione scritta. C’è chi usa lo stesso segno, ingrandito, ma la differenza tra maiuscole e minuscole non è di corpo, ma di carattere e quindi accostare una E maiuscola all’inizio o nel corpo di una parola tutta scritta in maiuscolo a una ə alla fine della stessa non mi pare produca un bell’effetto. In alternativa, si potrebbe procedere per analogia e “rovesciare” la E, ma si tratterebbe di un ulteriore artificio, privo di riscontri – se non nella logica matematica, in cui il segno Ǝ significa ‘esiste’ (cosa che peraltro creerebbe, come nel caso dell’asterisco, un’altra “collisione” sul piano del significato) – e, presumibilmente, tutt’altro che chiaro per i lettori.

Quanto al parlato, non esistendo lo schwa nel repertorio dell’italiano standard, non vediamo alcun motivo per introdurlo o per accordare la preferenza a tuttə rispetto al tuttu che è stato sopra citato. Anche il riferimento ai sistemi dialettali ci sembra fallace perché nei dialetti spesso la presenza dello schwa limita, ma non esclude affatto la distinzione di genere grammaticale, che viene affidata alla vocale tonica, come risulta da coppie come, in napoletano, buόnə (maschile: ‘buono’ ma anche ‘buoni’) e bònə (femminile: ‘buona’ o ‘buone’), russə (‘rosso’ o ‘rossi’) e rόssə (‘rossa’ o ‘rosse’). Lo schwa opacizza invece spesso la differenza di numero, tanto che tra chi ne sostiene l’uso c’è stato chi ha proposto di servirsi di ə per il singolare e di ricorrere a un altro simbolo IPA, ɜ, come “schwa plurale” (altra scelta a nostro avviso discutibile, anche per la possibile confusione con la cifra 3).

CONCLUSIONI

È giunto il momento di chiudere il discorso. È verissimo, come diceva Nanni Moretti in un suo film, che “le parole sono importanti” (ma lo sono anche la grafia, la fonetica, la morfologia, la sintassi) e denunciano spesso atteggiamenti sessisti o discriminatori, sia sul piano storico (per come le lingue si sono andate costituendo), sia sul piano individuale. Come abbiamo detto all’inizio, la quantità di richieste che abbiamo avuto, che ci hanno espresso dubbi e incertezze a proposito del genere e della distinzione di genere, ci rasserena, perché, soprattutto per come sono stati formulati i quesiti, documenta una larga diffusione di atteggiamenti di civiltà, di comprensione, di disponibilità. È senz’altro giusto, e anzi lodevole, quando parliamo o scriviamo, prestare attenzione alle scelte linguistiche relative al genere, evitando ogni forma di sessismo linguistico. Ma non dobbiamo cercare o pretendere di forzare la lingua – almeno nei suoi usi istituzionali, quelli propri dello standard che si insegna e si apprende a scuola – al servizio di un’ideologia, per quanto buona questa ci possa apparire. L’italiano ha due generi grammaticali, il maschile e il femminile, ma non il neutro, così come, nella categoria grammaticale del numero, distingue il singolare dal plurale, ma non ha il duale, presente in altre lingue, tra cui il greco antico. Dobbiamo serenamente prenderne atto, consci del fatto che sesso biologico e identità di genere sono cose diverse dal genere grammaticale. Forse, un uso consapevole del maschile plurale come genere grammaticale non marcato, e non come prevaricazione del maschile inteso come sesso biologico (come finora è stato interpretato, e non certo ingiustificatamente), potrebbe risolvere molti problemi, e non soltanto sul piano linguistico. Ma alle parole andrebbero poi accompagnati i fatti.

Paolo D’Achille (Accademia della Crusca)

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2) I perché dell’italiano. Perché “fratelli” è usato sia come plurale di “fratello” che di “fratello” e “sorella” insieme? Perché “uomo” significa sia “individuo di sesso maschile” che “essere vivente appartenente al genere umano”? | di Anna M. Thornton (Treccani Magazine)

Le domande toccano una questione che non è specifica della lingua italiana, ma riguarda in qualche misura tutte le lingue che abbiano la categoria del genere (cioè, secondo le stime di Corbett 2013, un po’ meno della metà delle lingue del mondo) e nelle quali questa categoria sia organizzata in modo da comprendere tra i suoi valori quelli di ‘maschile’ e ‘femminile’. In molte di queste lingue, tra cui l’italiano, si ha una regola di assegnazione di genere in base alla quale i nomi che designano esseri umani di sesso maschile vanno in un certo genere e quelli che designano esseri umani di sesso femminile in un altro. Così abbiamo padre, marito, fratello maschili, e madre, moglie, sorella femminili. Si capisce dunque che l’uso di sostantivi maschili che includa il riferimento anche a persone di sesso femminile, come nei casi citati nelle domande, desti curiosità.

Questo uso è senz’altro ben presente nell’italiano contemporaneo. Lo documenterò con due esempi che mi hanno particolarmente colpito.

UOMINI E FRATELLI

In un’intervista, il naturalista Guido Prola, fratello del regista Ludovico e dell’illustratrice Anna Maria, ha descritto parte del suo lavoro di allestitore di sentieri natura nel modo seguente:

(1) «Lavoro in squadra con i miei fratelli», ci racconta Guido. «In particolare, mia sorella contribuisce alla realizzazione dei pannelli natura che installo lungo i sentieri, dipingendone le immagini. Noi tre fratelli mettiamo insieme le diverse competenze per offrire prodotti diversificati».

Nel videomessaggio rivolto a tutto il personale e agli studenti e studentesse dell’Università dell’Aquila l’11 marzo 2020, all’inizio dell’emergenza pandemica, il Rettore Edoardo Alesse ha detto:

(2) L’unico modo per proteggerci e per proteggere le fasce più fragili della popolazione è quello di prevenire il contagio adottando comportamenti efficaci a minimizzare la diffusione del virus: lavatevi le mani ripetutamente, evitate di frequentare ambienti affollati, viaggiate il meno possibile, tenendo a mente che il virus viaggia solo con gli uomini.

In entrambi questi testi, si osserva l’uso di un nome maschile (fratelli, uomini) per comprendere sia uomini che donne: Guido Prola quando dice “i miei fratelli”, “noi tre fratelli” vuole comprendere anche sua sorella; Edoardo Alesse quando dice che “il virus viaggia solo con gli uomini” non vuole certo implicare che le donne siano immuni dal contagio.

Va osservato che in questi testi i nomi maschili usati con riferimento anche a donne sono al plurale: Guido Prola può dire “noi tre fratelli”, ma non direbbe “mio fratello Anna Maria”.

Quindi la possibilità di usare nomi maschili per riferirsi anche a donne ha dei limiti: funziona, almeno per molti parlanti, in modo abbastanza naturale al plurale, quando si fa riferimento a gruppi misti, che comprendono sia uomini che donne; può funzionare al singolare quando il riferimento non è a un individuo specifico, ma generico, come nell’articolo 575 del Codice penale: “Chiunque cagiona la morte di un uomo è punito con la reclusione non inferiore ad anni ventuno”. Quando si fa riferimento a singole persone specifiche, invece, in molti casi l’uso del maschile per riferirsi a una donna non è possibile: non diciamo cose come *Maria è padre di due figli, *Maria è fratello di Paola, *Maria è un uomo intelligente, *Maria è amico di Anna, ecc.

IL COSIDDETTO “MASCHILE NON MARCATO”

Usi come quelli di uomini e fratelli qui illustrati sono interpretati, in linguistica, come manifestazioni di un fenomeno che è stato denominato da Roman Jakobson (1896-1982), uno dei massimi linguisti del Novecento, “uso non marcato” di uno dei due membri di un’opposizione. Jakobson sostiene che di due categorie grammaticali opposte l’una è “marcata” e l’altra “non marcata”. Il significato generale di una categoria marcata consiste nell’affermare la presenza di una certa proprietà A, positiva o negativa. Il significato generale della categoria non-marcata corrispondente nulla esprime che concerna la presenza di A ed è usato principalmente, ma non esclusivamente, per segnalare l’assenza di A (Jakobson [1957] 1978:157-158).

Jakobson esemplifica il suo ragionamento considerando una coppia di nomi in russo: suprug ‘coniuge, marito’ e supruga ‘moglie’. In alcuni contesti il nome maschile è usato per riferirsi specificamente a un individuo di sesso maschile, come nell’espressione suprug i supruga ‘marito e moglie’, ma in altri casi, come odin iz suprogov ‘uno dei due coniugi’, il maschile plurale è usato in senso generico, per riferirsi a uno dei due membri di una coppia di coniugi, senza specificare se si tratti del marito o della moglie. Secondo Jakobson, dunque, l’uso del nome di genere maschile suprug può avere un duplice valore: in senso specifico può servire a fare riferimento a un individuo di sesso maschile, ma in senso generico non fa riferimento né al sesso maschile né a quello femminile, è “non marcato”; il nome di genere femminile supruga, invece, secondo Jakobson è sempre “marcato”, implica il riferimento all’individuo di sesso femminile della coppia. Gli usi di uomo e fratelli che si citano nella domanda sarebbero dunque usi “non marcati” del maschile, che non implicano il riferimento a persone di sesso maschile, e possono essere interpretati come comprendenti un riferimento anche a donne.

MA IL MASCHILE È DAVVERO “NON MARCATO”?

Sempre più spesso in epoca recente, ma in qualche caso anche già da tempo, non tutti i parlanti di lingue che conoscono il fenomeno del “maschile non marcato” accedono con la stessa naturalezza all’interpretazione generica, inclusiva, “non marcata” dei nomi maschili, e li interpretano invece come riferiti specificamente solo a persone di sesso maschile. Questo provoca a volte reazioni e conseguenze. È ben noto il fatto che Olympe de Gouges (1748-1793) rispose alla Déclaration des droits de l’homme et du citoyen emanata nel 1789 con una Déclaration des droits de la femme et de la citoyenne. La chiesa cattolica nel 2020 ha sostituito la parola fratelli che appariva in diverse parti della messa e nel testo di diverse preghiere con la formula fratelli e sorelle. L’infettivologo Massimo Galli in una intervista televisiva (a La 7, 13 gennaio 2021) ha dichiarato che “il virus cammina con le gambe delle persone”, evitando l’uso di uomini in un contesto del tutto analogo a quello in cui questa forma era stata usata dal Rettore Alesse. Io personalmente ho reagito con fastidio all’uso di fratelli nella intervista a Guido Prola citata sopra, e di uomini nel messaggio del mio Rettore, sentendo istintivamente che la presenza della sorella di Guido e la mia (come quella di tutte le altre donne) erano oscurate dalla scelta di queste forme maschili, senz’altro “non marcate” nelle intenzioni di chi parlava, ma non sempre recepite come tali da tutti e tutte coloro che ascoltano o leggono un testo che le contiene.

La questione è complicata dal fatto che non tutti i sostantivi maschili si trovano esattamente nelle stesse condizioni: se per evitare di usare uomini in senso “non marcato” sono disponibili alternative come persone, o esseri umani, in italiano per indicare il rapporto che lega persone di qualunque sesso nate dagli stessi genitori non abbiamo un termine unico alternativo a fratelli, come per es. l’inglese siblings o il tedesco Geschwister, come nota Edoardo Lombardi Vallauri (2016). E c’è chi trova l’uso di formule come fratelli e sorelle fastidioso perché troppo lungo, poco economico.

Allargando l’orizzonte a altri sostantivi, troveremmo altre peculiarità e altri problemi.

E molte e molti parlanti sentono comunque il bisogno di usare forme uniche per riferirsi a gruppi di persone che comprendono individui dei due sessi (come i miei figli, i miei studenti, detto anche da chi abbia anche figlie e studentesse).

PER CONCLUDERE

Resta tuttavia il fatto che in molte persone rimane forte il senso di esclusione delle donne provato di fronte a usi cosiddetti non marcati di uomo / uomini e fratelli, e di molti altri sostantivi maschili.

Abbiamo già visto che la possibilità di usare in senso generico, “non marcato”, inclusivo del femminile, diversi termini maschili ha dei limiti (non si dice *Anna Maria è fratello di Guido, ecc.). Nell’epoca contemporanea, in Italia e non solo, questi limiti si stanno ampliando, e l’uso di sostantivi maschili con riferimento a donne o a gruppi di persone che comprendono sia uomini che donne è sempre più spesso percepito come inappropriato, e recepito con fastidio soprattutto da molte donne. Molte e molti parlanti ricercano dunque formule che permettano di non oscurare la presenza delle donne tra i referenti, come fratelli e sorelle invece che solo fratelli, o persone invece che uomini.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

– Corbett, G. G., Number of Genders, in M. Dryer e M. Haspelmath (a cura di), The World Atlas of Language Structures Online, Leipzig, Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology, 2013. (Online: http://wals.info/chapter/30, ultimo accesso 04-05-2021)

– Jakobson, R., Commutatori, categorie verbali e il verbo russo [1957], in  Id., Saggi di linguistica generale, Milano, Feltrinelli, 1978.

– Lombardi Vallauri, E., Possiamo tradurre sibling? Online:

https://accademiadellacrusca.it/it/consulenza/possiamo-tradurre-sibling/1194 , 29 novembre 2016 (ultimo accesso 06-05-2021).

– La rubrica “I perché dell’italiano: domande e risposte su strutture e usi” è curata da Roberta Grassi e da Enrico Serena. Di seguito gli articoli già pubblicati:

Roberta Grassi, Enrico Serena, Presentazione della rubrica “I perché dell’italiano”

Giuliano Bernini, Introduzione

Sergio Lubello, Perché le desinenze del futuro e del condizionale sono molto simili, rispettivamente, alle forme del presente indicativo e del passato remoto del verbo “avere”?

Elisabetta Bonvino, Perché in alcuni casi il soggetto segue il verbo?

Salvatore Claudio Sgroi, Perché si dice “Se io andassi alla festa mi annoierei” e NON SI DICE “se io andrei mi annoierei” e NEPPURE SI DICE “se io andrei mi annoiassi”? – Sulle Regole e le norme del periodo ipotetico

Anna M. Thornton (Treccani Magazine)

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FONTI:

Accademia della Crusca: “Un asterisco sul genere”

https://accademiadellacrusca.it/it/consulenza/un-asterisco-sul-genere/4018

I perché dell’italiano. Perché “fratelli” è usato sia come plurale di “fratello” che di “fratello” e “sorella” insieme? Perché “uomo” significa sia “individuo di sesso maschile” che “essere vivente appartenente al genere umano”? | di Anna M. Thornton (Treccani Magazine)

https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/I_perche_dell_italiano_4/02_Thornton.html

La battaglia della Crusca contro lo schwa: “Rende tutto un mucchietto di parole”

https://www.huffingtonpost.it/entry/la-battaglia-della-crusca-contro-lo-schwa-rende-tutto-un-mucchietto-di-parole_it_61a87719e4b0451e55111228

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Andrea Giostra

https://www.facebook.com/andreagiostrafilm/

https://andreagiostrafilm.blogspot.it

https://www.youtube.com/channel/UCJvCBdZmn_o9bWQA1IuD0Pg

Andrea Giostra al mercato di Ballarò a Palermo_Ph. Mapi Rizzo

Interviste ad Andrea Giostra | Play List di YouTube:

https://www.youtube.com/playlist?list=PLwBvbICCL566fjtyqsPwctGuJ4YDekbKq

Libri: Il nuovo, atteso, libro di fumetti di ZUZU

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Zuzu, “Giorni felici”, Coconino Press, Roma, 2021

Dopo il folgorante esordio con Cheese, ZUZU torna a graffiare il cuore dei lettori, trascinandoli nel vortice di emozioni e nelle calde tonalità pastello dei Giorni felici.

Claudia è in bilico tra passato e futuro, tra la voglia di annullarsi in una relazione e la paura di non essere all’altezza dei propri desideri, tra il teatro e la magia.

Giorni felici racconta la storia di Claudia – alter ego “animalesco” dell’autrice. Creatura fragile e smarrita, la protagonista assume di tanto in tanto le sembianze di una bestia con ali, coda e unghie. La metamorfosi avviene quando le emozioni suscitate dal contesto e dalle persone intorno plasmano i pensieri della giovane donna, trasformandola ora in angelo, ora in diavolo. Eppure non fatevi ingannare, non c’è fantascienza. Le quasi 500 pagine del volume sono pura introspezione: il resoconto di un essere umano che si trova al bivio e decide di guardare in faccia le sue debolezze, i suoi errori, le sbavature dell’esistenza. Un fumetto incandescente, che riempie il cuore e lo sguardo.

Il libro:

Zuzu, “Giorni felici”, Coconino Press, Roma, 2021

http://www.coconinopress.it/

Zuzu, “Giorni felici”, Coconino Press, Roma, 2021

Concerti: Il Brass Group per le Scuole | Bando per la Brass Youth Jazz Orchestra e i Concerti di Natale

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locandina Concerti di Natale

Il Brass per le Scuole. Concerti di Natale allo Spasimo, Borse di studio, il Bando per la Brass Youth Jazz Orchestra, i matinées per tutte le scuole di ogni ordine e grado al Real Teatro Santa Cecilia. Inaugurazione della Rete Brass Educational il 20 dicembre alle ore 9.30 – Real teatro Santa Cecilia. Concerti della Scuola Popolare di Musica 19 e 20 dicembre – Ridotto dello Spasimo.

locandina Concerti di Natale

Il Brass Group per le Scuole con una serie di attività rivolte ai giovani, agli studenti amanti della musica e della creatività sonora. Diversi gli appuntamenti a cui potranno partecipare le giovani leve a partire dalla partecipazione al Bando per la Brass Youth Jazz Orchestra per continuare con i Concerti di Natale realizzati direttamente dagli allievi della Scuola Popolare di Musica del Brass, ed ancora Borse di Studio e i matinées al Real Teatro Santa Cecilia rivolti a tutte le scuole. Novità assoluta la creazione della Rete Brass Educational. Il Brass apre infatti i propri spazi a tutti gli studenti regionali. Un nuovo Circuito Cultuale, uno spazio di confronto e di sviluppo nell’area della ricerca educativa per lo studio sonoro e musicale. Attraverso il Dipartimento Educational del Brass si è attivata la Rete che intende abbracciare le esigenze, i desideri e le qualità da sviluppare degli allievi che amano studiare il percorso didattico della musica jazz. Il primo appuntamento è fissato per lunedì 20 dicembre alle ore 9.30 presso il Real teatro Santa Cecilia alla presenza del presidente del Brass Group, il Maestro Ignazio Garsia, il direttore della Scuola, il Maestro Vito Giordano, il coordinatore del Brass Educational, Roberto Cuccia ed i rappresentanti di diverse scuole con cui si è già stabilito un protocollo d’intesa per lo sviluppo della Rete stessa. La Rete Brass Educational rappresenta una risorsa rilevante nell’ampio panorama del sistema educativo, non solo per i principi che ne caratterizzano la cultura e l’azione, soprattutto per la particolare attenzione rivolta all’area dei Bisogni Educativi Speciali. La Rete si propone come un metodo di lavoro, un percorso di ricerca estremamente attuale che intende, grazie ad approcci formativi che si avvalgono del canale sonoro-musicale, promuovere l’inclusione scolastica e sociale di ciascun alunno mettendo al centro la crescita e la valorizzazione della persona umana, nel rispetto dell’età evolutiva, delle vocazioni, delle differenze e dell’identità di ciascuno. A tale fine offre servizi educativi e formativi inclusivi legati alla didattica della musica Jazz nonché servizi di assistenza e tutoraggio per la progettazione educativa nell’ambito dello svantaggio scolastico. I Gruppi Operativi di Progetto sono unità operative coordinate attraverso un sistema di management per la gestione operativa ed il monitoraggio. Tutte le unità sono in rete attraverso la piattaforma Brass Educational condividendo procedure e tecniche di progettazione compartecipata. La Rete Educational nasce per sostenere gemellaggi fra scuole nell’ottica di favorire la mobilità nazionale e gli scambi culturali e sociali tra le scuole siciliane nel contesto nazionale ed internazionale;

Gli obiettivi generali sono:

– Valorizzare la risorsa culturale della musica jazz siciliana come strumento per la creazione di benessere sociale e culturale per lo sviluppo di un nuovo Circuito Culturale, uno spazio di confronto e di sviluppo nell’area della ricerca educativa.

– Realizzare, attraverso il sostegno reciproco e l’azione comune, la qualificazione di tutto il personale scolastico mediante l’aggiornamento e la formazione continua;

– Promuovere l’arricchimento delle competenze professionali dei docenti di singola scuola mediante la socializzazione delle risorse esistenti all’interno della Rete e l’acquisizione di nuove, attraverso progetti ed iniziative di formazione comuni;

– Fornire alle scuole aderenti alla Rete un servizio di consulenza e di supporto nella gestione delle problematiche legate, ad esempio, tra le tante possibilità,

all’abuso, al maltrattamento ai minori, al cyberbullismo e alla devianza minorile;

– Sviluppare in modo omogeneo ed efficace l’integrazione del servizio scolastico con gli altri servizi in ambito sociale svolti sul territorio da enti pubblici e privati, allo scopo di determinare il rafforzamento della collaborazione interistituzionale e dell’azione formativa delle Scuole;

Le finalità di rete:

– Sostenere nuovi percorsi didattici che permettono alle comunità scolastiche di vivere la realtà della musica jazz siciliana in una dimensione inclusiva, direttamente all’interno della scuola di musica della Fondazione The Brass Group, in un clima di arricchimento personale di grande impatto ;

– Offrire percorsi di conoscenza del patrimonio jazz Siciliano attraverso i documenti musicali custoditi nel centro studi;

– Creare strade alternative di fruizione dell’ambiente musicale per soggetti in condizioni di disabilità.

– Formazione e aggiornamento del personale (dirigenti, docenti, Ata)

– Innovazioni metodologico-didattiche;

– Percorsi di integrazioni scuola lavoro (orientamento, alternanza, riprofilature territoriali delle competenze curriculari di istruzioni tecnica e professionale, placement);

– La rete è una rete di scopo che verrà fondata dalle seguenti scuole: Liceo Scientifico Galileo Galilei di Palermo, Istituto magistrale Finocchiaro Aprile di Palermo, Istituto Comprensivo Statale E. Armaforte di Altofonte, Istituto Comprensivo Statale Skanderbeg di Piana degli Albanesi, Liceo Scientifico Statale Benedetto Croce di Palermo, Istituto Comprensivo Statale “Margherita di Navarra” Pioppo di Monreale e l’istituto Professionale Di Stato Pietro Piazza di Palermo.

Gli allievi della Scuola Popolar di Musica del Brass Group protagonisti dei concerti al Blue Brass: in scena i Concerti di Natale:

La Scuola Popolare di Musica del Brass protagonista con i propri allievi delle feste natalizie del Brass Group. Saranno due le giornate dedicate ai giovani talenti a cui il Brass dedicata da decenni largo spazio con produzioni messe on stage proprio per le giovani leve. Appuntamento con  gli spettacoli “Concerti di Natale” domenica 19  ore 18.30 e martedì 21 dicembre ore 20.30 al Ridotto dello Spasimo – Blue Brass. Per il primo concerto entreranno in scena gli allievi della classe di canto jazz di Carmen Avellone il cui repertorio è soprattutto incentrato sulla canzone di Natale attraverso la sua storia internazionale per cui ai classici natalizi tradizionali si alterneranno brani che rappresentano il Natale nei vari generi musicali del 900: dal jazz al country al rhythm and blues e al pop. I docenti che accompagneranno gli studenti saranno: Giuseppe Preiti al piano, Umberto Porcaro alla chitarra, Giuseppe Costa al contrabasso, Giuseppe Madonia alla batteria, Mentre martedì saranno in scena gli allievi della classe di canto jazz di Lucy Garsia accompagnati dai Maestri  Giovanni Conte al piano, Giuseppe  Costa al contrabasso e Giuseppe  Madonia alla batteria. Gli allievi della Scuola popolare di Musica del Brass hanno orami da anni grazie alla loro prepazione partecipato a diversi concerti e produzioni inedite, e proprio il 22, 23 e 26 dicembre saranno loro ad accompagnare nel coro le Christmas Ladies. Il costo del biglietto per entrambi i concerti della Scuola Popolare di Musica è di euro 5. Info biglietti e prenotazioni: The Brass Group – www.bluetickets.it; brasspalermo@gmail.com, tel. 334 739 1972.

Bando Brass Youth Jazz Orchestra

Il bando è consultabile sul sito del Brass Group sul link: www.brassgroup.it/bando-selezioni-2022-brass-youth-jazz-orchestra/ ed è rivolto a giovani musicisti di età compresa dai 15 ai 25 anni.

Celio Bordin, pittore e “perception artist”, un’artista italiano a Los Angeles | INTERVISTA

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Celio Bordin

«Così vi percepisco, “vibrazioni”» Celio Bordin

Ciao Celio, benvenuto e grazie per avere accettato il nostro invito. Ai nostri lettori che volessero conoscerti quale artista delle arti visive, cosa racconteresti di te?

Grazie a te Andrea ed ai gentili lettori. In questa epoca ho la sensazione di essere nell’arena degli spettatori che sentenziano con pollice su o giù; quindi, racconterò con onestà chi è Celio persona, il mio pensiero, la mia dedizione e capacità creativa in due modalità, “istintiva-creativa” e “sensitiva”, quindi due Celio.

Abbiamo tutti la consapevolezza di esistere nell’epoca dell’usa e getta e vale anche per le persone, oggi amico e domani cestinato e sebbene non siamo un tribunale c’è la tendenza ad essere un po’ tutti giudici, quindi raccontarmi o essere raccontato per offrire la mia visione non è semplice e può essere frainteso ma ci provo, chiedo ai lettori gentilmente di osservare e riflettere su questo mio tipo di specifica attività creativa e stile di vita cui molte persone conoscendomi confermano, che, io Celio posso raccontare gli altri mediante la mia “arte”, chi loro sono e da dove provengono, riesco in catharsis a camminare nel loro DNA descrivendo realtà personali e non solo, arte che in particolari occasioni è terapeutica per specifiche persone che hanno subito traumi psicologici, fisici etc. etc..

Queste affermazioni e testimonianze provengono da chi ha avuto modo di osservare i miei lavori e le mie performance, essi confermano con consapevolezza e ci credono, anni fa io pensavo fossero coincidenze ma in seguito queste qualità percettive si sono attivate in una specie di missione per me necessaria, rivelazioni appaiono nei miei disegni che in qualche modo aiutano a capirsi e capire, sono anche certo che l’essere umano ha sofisticate capacità percettive, ma la tecnologia e il poco uso della percezione delle vibrazioni sta sostituendo questo dono sensitivo dell’umano.

“Perception Artist”

Da qualche anno mi sto concentrando e sto studiando questa specifica qualità creativa mentre, mostre, gallerie, catalogo, curatori, competizioni etc… diciamo che le ho un po’ archiviate sebbene le continuo ad osservare, ho la consapevolezza che quel mondo è inflazionato di similitudini e malaffari, non mi piace e bisogna fare in modo che non sia l’unica strada percorribile, il mondo dell’arte oggi lo vedo e sento malato, inquinato, sfruttatore di sogni di artisti, business insano con un’area di eletti su cui si muove un mercato di decadenza snob, resta la volontà ed il sogno degli artisti che in qualche modo (e li capisco più che mai) devono vivere e diffondere e vendere il loro lavoro per vivere, i mezzi per ottenere ciò purtroppo sono nelle possibilità di pochi e per gli altri c’è poco da fare o il miracolo, questa è una mia personale visione, non intendo offendere o ferire nessuno e se qualcuno si sente ferito, chiedo scusa ma questa è la realtà che sebbene ha una immagine intrigante si conferma spesso deludente e deprimente, figuriamoci ad essere “perception artist” … una pecora nera fuori dal gregge, ma sì …. vediamo il lato positivo del Celio.

“Creatività può aiutare”

Oltre il piacere di disegnare ho capito nel tempo che la mia specifica modalità creativa esprime dettagli confermati appartenenti ad ambienti e persone, su questi ci si pone domande a cui rispondo con la lettura finale dell’opera tramite la mia tabella dei simboli, si rivela talvolta (dipende dal contesto) utile e terapeutica per il prossimo e talvolta anche educativa, funziona anche per le “bad person” per cui questa “arte” in qualche modo interviene e li pone in una modalità di autoriflessione, che, come uno specchio rimanda la consapevole propria realtà, chiunque è consapevole della propria natura soprattutto nelle attitudini verso il prossimo. Io semplicemente disegno… in catharsis… canalizzo e ciò che appare sul supporto è la mia percezione e canalizzazione delle vibrazioni emesse dai soggetti in questione o ambienti particolari con storie intense, per questo motivo sono “perception artist”, molti mi considerano anche “medium” e ne ho preso atto.

Questa intervista sarà utile per farvi capire ciò che accade tramite il mio gesto creativo e mi avvalgo dei valori che mi vengono attribuiti, devo accettarli e farne buon uso.

… chi è invece Celio uomo della quotidianità? Cosa ci racconti di te della tua vita al di là dell’arte e del lavoro?

Ho la sensibilità a volte fragile, mi emoziono facilmente davanti ad immagini sensibili, ma ho anche l’energia punk ed anticonformista che non mi abbandona, se tutti tendono ad andare in una direzione io scelgo un altro percorso ma nel giusto equilibrio e con rispetto del prossimo, credo di essere coraggioso nelle scelte e sono in grado di vivere con poco e una matita, do valore al danaro per vivere con dignità e se possibile in qualche modo aiutando gli altri, amo la natura incontaminata, mi piace vestire casual e non impacchettato styloso o “bomboniera”, mi piace la bellezza al naturale e non il “trucco”, adoro andare in bicicletta e qui ci sono piste ciclabili ovunque ma VUOTE e se non hai il completino da ciclista e indossi i jeans ti scambiano per un homeless (… Los Angeles …), mi piace cucinare e mangiare sano piuttosto che al fast food o ristorante (anche se ogni tanto cado nella trappola), mi piace aiutare gli altri per quanto sia possibile, detesto la falsità, l’avidità, l’egocentrismo, l’arroganza e la prepotenza, mi piace disegnare prima di addormentarmi e riflettere cucinando (molto bene), l’ozio mi è nemico.

A luglio ho sfiorato morte certa, i medici m’hanno salvato la vita e confermato (tutti) che sono stato miracolato e ci credo, sono un uomo fortunato, l’universo ha deciso che ho ancora molto da fare e vedo il mondo con occhi diversi, sono diventato ancora più sensibile e tollerante, do valore al perdono con comprensione, ho bisogno di fare qualcosa che possa migliorare l’umanità e forse la mia specifica creatività ne è la chiave, durante il mio ricovero ho disegnato tantissimo, ho regalato disegni a infermieri, medici e assistenti, erano strafelici, entusiasti ed emozionati per il mio gesto di gratitudine, mi hanno curato con un amore incredibile che non si può certamente comprare o pretendere, va conquistato e condiviso, sono convinto che il mondo può migliorare iniziando dai più piccoli gesti di gratitudine, riconoscendo l’impegno e condividendo rispetto, il sorriso sincero e parole gentili possono cambiare le giornate di chiunque.

Come definiresti il tuo linguaggio creativo?

Il mio linguaggio creativo? È in ciò che creo, la mia “arte” è la vibrazione di mille voci, è un linguaggio universale tradotto in migliaia di segni, una confusione di linee che poi genera nitidi dettagli descrittivi, ne appaiono altrui personalità percorrendo le memorie dei DNA, camminando nella storia di generazioni, discendenze e racconti di ambienti con energie particolari.

Invito gentilmente il lettore a riflettere su questo differente tipo di lettura, di linguaggio creativo che spiego a seguire;

– per esempio: se si osserva un dipinto del ‘600 con l’ambiente di una cucina, un mercato o un campo di battaglia, l’osservatore dovrebbe, oltre alla visione dell’immagine, concentrarsi sull’opera come faceva l’artista che percepiva mentre dipingeva tra odori e voci, rumori e grida, l’artista era lì, presente, a documentare un momento di vita e per trasmetterlo a noi, a coloro che verranno, è evidente che siamo abituati a raccogliere i dati dell’immagine come il racconto di una storia illustrata o di concetto, ma c’è molto di più in quei dipinti, lo possiamo percepire dalle vibrazioni che continuano ad emettere perché tutto emette vibrazioni compresi gli oggetti inanimati e la scienza lo conferma e insegna, noi umani come nel mondo animale abbiamo il dono della percezione e non lo usiamo nel modo corretto o sufficientemente.

Nei miei disegni il linguaggio deve essere interpretato tramite una accurata osservazione/connessione, bisogna immergersi nel dettaglio, nella sua tensione o leggerezza per tradurre la storia contenuta in esso fino a camminarci dentro “entrare”, in questa modalità l’osservatore potrà percepire le stesse vibrazioni del momento creativo.

Durante eventi in cui performo dal vivo tra la gente, si vede nei documenti video che il pubblico viene assorbito in una catharsis collettiva, ed io la percepisco e così anche loro nell’evolversi dell’evento iniziano ad essere coinvolti diventando in qualche modo parte dell’opera, è una esperienza incredibile, come se si sbloccasse qualcosa dentro noi stessi per uscire dal nostro corpo e diventare vibrazione di gruppo.

Chi sono stati i tuoi maestri d’arte che ami ricordare? Se ci sono, parlaci di loro…

Io “perception artist” mi lascio trasportare viaggiando all’interno di opere che mi catturano in quella modalità, chiunque sia l’artista famoso o non, se percepisco il suo momento creativo mi abbandono sino a camminare nell’opera, invito i nostri lettori a provare questo tipo di lettura e non solo l’osservazione estetica o concettuale, posso garantirne una eccezionale nuova esperienza e come in tutte le cose bisogna educarsi ed applicarsi per apprendere ed esercitare nuove abilità, in questo caso a leggere mediante la percezione.

Ho amici artisti, alcuni li ho persi durante il loro percorso, altri purtroppo non esistono più tranne le loro opere, alcuni li osservo in rete altri li scopro casualmente, credo che tutti loro hanno avuto il momento creativo specifico non ripetibile e non seriale dove nasce l’opera incredibile, ecco… quel momento e quell’opera li attribuisco ad un “maestro”, lo stesso avviene anche con la musica, scrittura ed arti in genere, alcuni brani sono unici ed altri irripetibili, sono convinto che l’artista quel giorno in quel momento era in catharsis, era “dentro”, lui era l’opera, generata da uno specifico speciale momento creativo in cui la mente si sconnette dalla realtà e diventa universo, si stacca da terra, meraviglioso… una energia diversa che permette alla percezione di amplificarsi, le vibrazioni diventano/sono energia e vengono canalizzate creativamente, quello è il momento del “maestro”.

Per questo Amo chinarmi davanti a opere immense dei grandi maestri del passato che percepivano in modo diverso e non erano barricati negli studi come la maggior parte degli artisti d’oggi, separati da contatti e vibrazioni.

Tu hai sviluppato un tecnica artistica unica nel panorama internazionale. Ci racconti come è nata, in cosa consiste esattamente, quali gli strumenti che utilizzi e i materiali, insomma, raccontaci di questo tuo modo peculiare di creare e di fare arte.

La tecnica specifica con cui mi affaccio da “diverso” nel mondo dell’arte contemporanea, richiama quella intuitiva modalità di disegnare che avevo da bambino a scuola (calamaio e penna con pennino più carta assorbente) eh sì… uno degli ultimi, poi la penna a sfera ha semplificato, ricordo che i maestri consigliarono i miei genitori per farmi frequentare la scuola d’arte in quanto avevo delle specifiche creative intriganti ed uniche, ma purtroppo l’esperienza del lavoro in fabbrica da adolescente mi ha ostacolato l’accesso agli studi e responsabilizzato come un adulto.

Il mondo del lavoro duro e precoce aveva preso la mia vita mentre altri hanno avuto l’opportunità di studiare e beati loro, l’esperienza del lavoro però, offriva anche l’autogestione e l’opportunità di scegliere per sé stessi ed ho scelto lo stile di vita che permetteva di avere tempo, soldi e libertà anche creativa.

Ho creativamente iniziato come musicista, bassista in una punk rock’n roll band “BAHNHOF” anni 80’ per poi passare al contrabbasso ed altre band.

La creatività è sempre stata al primo posto, dopo i vent’anni ero già immerso nella realizzazione di sculture e pezzi di design con materiali di recupero, iniziavano mostre ed eventi, contemporaneamente il mondo del cinema mi abbracciava come tecnico attrezzista e poi macchinista fino a diventare un vero professionista per 30 anni, il lato positivo di quel mestiere e specifico nella Pubblicità, mi permetteva di lavorare saltuariamente con buone entrate economiche, ciò mi permetteva di dedicare tempo alla mia arte in continua evoluzione.

Il disegno non l’ho mai abbandonato, un po’ di anni fa è tornato ad impossessarmi intensamente quasi fosse una necessità, la modalità?, è nei miei ricordi di quando ero un bambino, che disegnavo durante le lezioni, sempre, i maestri pensavano che non ascoltassi ma al contrario ero già in grado di separare il cervello in due attività differenti, una razionale e l’altra creativa nello stesso momento, perfetto!… Già nei disegni apparivano quantità di personaggi, entità ed espressioni ma io non capivo il perché, oggi si.

Ci sono momenti in cui disegno liberamente come fanno tutti credo, invece in altre/molte occasioni le figure all’interno dei miei lavori sono personaggi e storie che hanno avuto una realtà ed appartenenza a questo mondo, artista… “sensitivo” o “medium”…., quel che ho capito finora è che funziona e molto bene, spesso a sorpresa mia e degli altri, questo accade quando decido o è necessario indurre la catharsis per “entrare” come accade negli episodi online dal vivo, altre volte invece disegno semplicemente perché mi piace e rilassa, ma quando capitano quegli specifici momenti sento che qualcosa si attiva in me, le mani si scaldano tantissimo e nella mia testa si innesca qualcosa di diverso… la sensazione non è semplice da spiegare e molto intima, lì mi accorgo che inizia il processo specifico, una specie di fluido o “luce invisibile” elettromagnetica forse… percorra tutto il mio braccio fino ad uscire dal palmo nella direzione della mano come fosse la continuazione del braccio stesso, fino al supporto,  vibrazioni per certo, è un meccanismo che il cervello gestisce in autonomia, indipendente, la catharsis lo devia in una altra dimensione.

Uso penne stilografiche ed inchiostri, disegno su canvas o matboard (cartoncino di cotone 100%) o su qualsiasi supporto che possa assorbire l’inchiostro, a volte uso marker pennarelli con punta di 2cm e in quell’occasione tutto si sviluppa in grande dimensioni alla stessa velocità ma con il gesto più ampio e ne nascono opere di grande dimensione fino a 2 mt ma posso ancora di più in uno spazio per creare adatto.

Funziona così; La mano inizia con un gesto privo di comando e senza senso a tracciare una linea isterica continua e disordinata che si sovrappone in continuazione come dei layer fino ad espandersi, il gesto ritmico del movimento che genera il segno induce ad una fase di catharsis oscillatoria con la sensazione di staccarmi da terra ed iniziare ad “entrare…” come se io diventassi aria in ciò che sta accadendo, inizia l’accelerazione del gesto creativo sino a diventare velocissimo, si crea confusione di linee, chaos, segni sovrapposti a migliaia senza senso, continua continua continua, finché dal chaos iniziano da un nulla confuso ad emergere dettagli descrittivi nitidi, perfetti e definiti di personaggi con espressioni e configurazioni del viso differenti, animali, architetture ed ambienti, una storia… c’è in quei disegni una forza descrittiva che se osservata attentamente ci si può camminare dentro e percepirla.

Prima di trasferirmi in USA mi erano capitate occasioni in cui sensitivi, numerologi e medium avevano già allora descritto e confermato che il mio lavoro avesse una grande potenzialità ricettiva, erano in grado da esperti di leggere le mie opere in quella modalità, potete immaginare la mia reazione… stupore… ho quindi iniziato ad approfondire questo mio dono percettivo e studiarlo, ho paragonato i miei lavori ad altri sensitivi che disegnano e devo dire che sono proprio differenti e quindi la mia modalità è pressoché unica e non mi dispiace, per fare una accurata lettura dei miei lavori al loro termine, mi son creato la mia tabella di simbolismi con le appropriate associazioni, ossia nel disegno appaiono sovente alcuni simboli e nelle relazioni in cui si sottopone una persona vengono riconosciuti con un valore descrittivo di specifiche situazioni di vita, in altre appaiono volti con incredibili somiglianze estetiche e di espressione di personaggi parte della storia di colui che la vuol sapere, wowww . Una cosa che mi rende tranquillo in queste situazioni è che in qualche modo la mia arte mi protegge, lo sento ed io la rispetto con grande devozione, una forma di gratitudine reciproca che diventa autoprotezione.

“https://www.facebook.com/evidentialmediums” e “@humanizing the icon”, appuntamenti online in cui io mi connetto con ospiti che non guardo o vedo ma riesco a catturarne la storia nei miei disegni che realizzo dal vivo, cioè in tempo reale e visibile nella costruzione durante questi episodi.

Sono partner con Jennifer DeLia cinematografa e regista nel progetto @humanizingtheicon HTI, podcast, con più di 40 episodi in cui Jennifer intervista artisti e celebrità, durante l’intervista io disegno e chiunque può vedere, 40 minuti circa, percepisco le vibrazioni dell’ospite e le canalizzo in una storia descrittiva nel disegno confermata poi dall’ospite stesso .

In queste due differenti situazioni si possono vedere le mie opere in costruzione ed al termine dell’episodio descrivo e leggo la simbologia delle figure, sono attività online in diretta o registrate che permettono di tradurre ciò che ho scritto finora.

Gradirei non essere associato a stregone o colui che legge la sfera di cristallo, per cortesia mi vergogno solo a pensarlo, io disegno semplicemente e canalizzo, è un dono, lo condivido perché’ mi sembra giusto e siete liberi di credere o no come ho scritto all’inizio dell’intervista “l’Arena”, questa è la mia realtà”.

A volte penso alle tante esperienze del mio passato e tra queste alcune le associo al dono che ho, una di queste ad esempio quando ho frequentato nell’ ‘88 l’ospedale di antica medicina di Chiang Mai diplomandomi, il vecchio maestro diceva che avevo qualcosa di speciale nelle mie mani ed ogni giorno davanti a tutti gli allievi mi chiedeva di appoggiarle semplicemente sulle sue spalle, così facevo e gli cambiava il volto… si sconnetteva, era completamente out… si riprendeva nel momento in cui toglievo le mani dalle sue spalle, diceva che avevo una energia fuori dal comune, così anche in Giappone per un anno ad Osaka, ho frequentato un centro di pranoterapia/manoterapia no profit, in questo centro si aiutavano persone con mali e problemi fisici devastanti, ho praticato ed anche lì confermarono questa particolare mia “forza” e mi dissero che avrei aiutato tanta gente bisognosa e così ho fatto, ho iniziato a praticare sul prossimo e ho risolto problemi a numerose persone fino ad ammalarmi purtroppo decidendo di sospendere in quanto troppo ricettivo, sia chiaro io non sono un medico, ho un buona energia ed ho capito che può in qualche modo essere utile, raramente applico ancora e solo in emergenze o in incognito, sono certo che quella energia continua ad essere parte di me ed è canalizzata nel segno, in questa attività creativa. Probabilmente è questo uno dei motivi per cui in diverse occasioni la mia arte è terapeutica, l’anno scorso sono stato scelto a far parte di “Perception Project” è una organizzazione che mi ha permesso di applicare la mia modalità ad una “musa” persona che ha subito un forte trauma, ho avuto l’occasione di applicare la mia capacità, e, seguito dalla sua terapista, ho in tempo reale disegnato mentre la musa da remoto esprimeva pensieri e parlava di vita in generale, io non ascoltavo ma percepivo le sue vibrazioni, dopo circa un’ora al termine della seduta nel disegno è apparsa la sua storia, il trauma, gli antenati e il percorso a venire, la terapista e la musa sono rimaste felici e sorprese da  questo esperimento nella sua particolare modalità.

Che dire…. aiutare è magnifico, poterlo fare disegnando funziona molto bene, sostengo che solo pensando di aiutare qualcuno già lo si fa, si può e l’energia che si emana in qualche modo arriva sempre, e che sia positiva!

Quali sono secondo te le qualità, i talenti, le abilità che deve possedere un artista per essere definito tale? Chi è “Artista” oggi secondo te?

Oggi c’è una specie di competizione tra “artisti” per chi fa il lavoro migliore, più bizzarro o inconsueto, per i like o semplicemente per la fetta di onori di un pubblico generico, i follower…. addirittura comprabili.

Forse che ogni cosa si ripete, forse che la scuola insegna e in parte soffoca, forse è un grande business insegnare e creare milioni di similitudini creative nell’illusione di income, cioè entrata di danaro, è una grande macchina dei sogni, ma lo si scopre più avanti con l’età che creare è un astrarsi, è il trovare un piacere interiore tutto personale, una ricerca sempre in evoluzione da amare per poi condividere, se osserviamo con un grandangolo, i talenti e le loro qualità che vediamo sui social quali sono…? quelle bizzarre, le foto alterate, i super eroi, i 3D printartis, i concettuali… boh … non riesco a dare un giudizio ma sono veramente inflazionato alla visione di similitudini e banalità, al contrario, osservo con attenzione e rispetto l’artista capace di muovermi qualcosa dentro…, emozioni differenti, di alcuni artisti a volte mi piace solo un’opera, altri fanno le stesse cose con piccole varianti.

Mi odieranno o daranno ragione per il mio pensiero? Purtroppo a mio parere oggi “Artista” è chi ha follower, chi crea fatturato, chi fa qualcosa di bizzarro, buffo, ironico, di protesta per primo e in molti pagano per ottenere queste attrazioni (ogni giorno mi scrivono mail e dm con proposte di pacchetti di follower, di stampe, di curatele, sito, etc.).

Purtroppo ho visto “leccare” curatori e critici solo per essere commentati, spinti o per la fotina assieme da postare, vergognoso…  e quanto interessa a quei critici? Pagare “in qualche modo” la critica perché è un lavoro, magari per essere in un libro con mille altri e l’obbligo di comprarne 3 copie, spesso gli artisti sono spremuti fino all’osso, senza pietà, sì, sicuramente per “qualcuno” è stato vantaggioso e anche forse fortunato nel suo fatturato… che dire…  chiunque è libero di scegliere, c’è posto per tutti in questo mondo, ma tanti non sanno o non vogliono credere a questa amara realtà e mi fanno pena per ciò che ingoieranno… lo so che è crudele scriverlo o pensarlo ma è la realtà ed io sono un realista.

Non è comunque sempre tutto negativo, anzi, io cerco sempre di trovare positività e bellezza in questo mondo, c’è chi ama creare con il sentimento personale ed intimo, parte di una nicchia sincera di persone o gruppi con cui si scambiano idee, tecniche, emozioni in genere con il piacere di condividere ciò che si ama fare e pensare, senza gelosie e competizione, commenti sinceri anche se amari ma di crescita, gruppi con cui nascono esposizioni e ambizioni, progetti, per qualcuno arriva la vera occasione e la differenza si vede nel lavoro creativo, in eccezioni particolari diventano storia e protagonisti nei musei.

Tu da diversi anni oramai hai lasciato l’Italia e vivi e lavori a Los Angeles. Ci racconti di questa importante scelta di vita che hai fatto? Come è maturata, perché hai deciso di vivere in California?

Los Angeles, sebbene sia il sogno di molti, a me non piace più, credo sia stata una città incredibile dagli anni ‘20 agli ‘80 del secolo scorso, va bene per ritirarsi e fa sempre bel tempo, cagnolino che ti porta fuori mattina e sera.

Los Angeles è città molto cara e l’offerta non merita, se non hai l’automobile sei tagliato fuori, ci sono ricchi e homeless a migliaia che vivono sotto i ponti e tantissimi benestanti che vivono in ville esagerate, in molti osservano dal finestrino delle supercar gli altri con sufficienza lamentandosi delle tasse e che hanno troppa servitù in casa per cui i figli si stressano, poi c’è la classe media che lavora per pagare le rate e vive in appartamenti di compensato con affitti da capogiro, insomma c’è qualcosa che non va….

Spesso penso all’Italia… mi manca la mia casa nella valle più verde d’Italia e l’acqua di sorgente che esce dai rubinetti, la natura nella sua semplicità e cibo da capogiro… mah…  va capito bene cosa in realtà è il benessere, a volte l’immaginazione ci fa credere cose ma la realtà e’ diversa.

Mi sono trasferito qui a LA perché’ durante un viaggio liberatorio in USA ho conosciuto Linna, mia moglie, (attrice) in un set cinematografico all’opera nella parte di Cop (poliziotta) e mi ha arrestato il cuore (Celio sorride), in quel periodo l’Italia mi aveva demolito psicologicamente e pensavo fosse tutto finito, ma poi il cambiamento mi ha aiutato parecchio e cambiato la vita, ci vuole solo un po’ di coraggio ed è meno impegnativo fare che pensare di fare, quindi eccomi qui, stiamo valutando se spostarci sulla costa est, questa città ha dato e non ha niente più da offrire. Quindi nuova avventura, evviva il cambiamento e vediamo che succede…

Qual è, alla luce della tua esperienza, la differenza sostanziale tra un artista che vive del suo lavoro in Italia e un artista che vive del suo lavoro negli Stati Uniti ed in particolare a Los Angeles come te?

Vivere del proprio lavoro creativo è un traguardo di pochi, di tutti quelli che conosco la maggior parte se non ha un discreto capitale comunque deve lavorare, altri, ciò che guadagnano in arte, lo reinvestono per continuare a produrre quindi “$ entrano e $ escono” ma con una certa stabilità, poi ci sono artisti che sognano un giorno divenire famosi e ricchi… lo auguro a tutti.

In Italia ci si aspetta spesso che qualcuno o qualche inciucio possa essere l’occasione per uscire dai ranghi, è nell’Italiano il sistema ummaumma e il suo cervello lavora così anche all’estero e non c’è niente da fare…, infatti le domande che gli Italiani mi fanno spesso sono… “chi ti ha aiutato, chi ti ha introdotto etc. etc.”, io non rispondo ma dico che qui a LA non è più “the American Dream” ma…. se ti sbatti, cioè se ti dai da fare e credi in te, in ciò che fai e ti butti tra la gente con la tua abilità creativa qualcosa succede, non certo come in Italia che si aspetta che qualcun altro pensi per te, ma al contrario si può diventare colui che inventa la situazione e ingaggia gli altri, cioè imprenditore, o imprenditore di se stesso e qualcuno ci riesce bene, bisogna anche essere un po’ predisposti ma possibilità non mancano, io sono impegnato in diverse attività, come partner creativo, ho un podcast con più di 40 episodi, progetti di moda, collaboro con Medium e produco arte in live action con DJ, ho nel cassetto idee e progetti super innovativi che con l’occasione potrebbero anche passare alla storia (e non scherzo!), in caso contrario nulla cambia, si vive di alti e bassi, il mio cervello è sempre in moto e produco parecchio, in breve… se si ha voglia di fare e buone idee, qui qualcosa può accadere, non bisogna fidarsi troppo dei bla bla che ce ne sono a grappoli, ma una accurata selezione e conferme dei soggetti previene delusioni, sprechi di tempo, energia e danaro.

Come ripeto ci vuole coraggio e se non c’è cercarlo dentro se stessi, si vive una volta sola ed è preziosa, ogni giorno è prezioso, sbagliare è ok riprovare è migliorarsi, “non mollare mai” come dice sempre la mia amica Bettina, ma crederci.

Ci racconti un episodio bello e che ti ha fatto piacere che hai vissuto negli Stati Uniti e un episodio che ti è molto dispiaciuto?

Non è facile vivere in questa città, ho creduto a molte persone e spesso sbagliando… di bla bla bla qui è inflazionato, ho purtroppo dato fiducia e amicizia a persone rivelatesi non belle, sono stato umiliato in modalità sadica causandomi la più lunga vera depressione e l’intervento del medico, il sadismo… il personale piacere di umiliare, purtroppo alcuni provano soddisfazione e senso di “vittoria” in questo, forse la loro è invidia o forse nel loro autoesame, riconoscono la loro infelicità e feriscono gli altri per non sentirsi unici in questo, sanno ciò che fanno premeditando con astuzia.

Sono una persona sensibile e la crudeltà soprattutto quella gratuita la percepisco con molto dispiacere, ma apro sempre il mio cuore, perdonare è fondamentale anche se le ferite impiegano tempo a guarire e forse mai, la vita insegna e tutti si sbaglia, nemmeno io sono perfetto ma amo essere ciò che sono e rispetto gli altri, devo proteggere la mia energia e mai prendere cattive ispirazioni, desidero che la mia generosità sia sempre in primo piano e credo che dare è immenso e nobile, se tutti fossero un pochino più generosi il mondo sarebbe migliore, meno avido, meno violento ed egocentrico, socialmente onesto.

Da 6 anni vivo in questa società Americana di LA, ho cercato l’amicizia trasparente, quella che riempie il cuore e con cui spendere il tempo della nostra breve esistenza, una nicchia di belle persone attorno a me esiste e ne sono fiero, orgoglioso, sono i pilastri che mi sostengono e sostengo.

Episodi belli e brutti capitano ovunque, cambiano le culture e le modalità, tutto il mondo è paese, l’umano da sempre non si accontenta e ha inventato sistemi aberranti per ottenere sempre di più a volte eccitandosi dalla sofferenza altrui, sono anche convinto che il Karma o qualcosa di simile esista, viaggia su specifiche vibrazioni che ad un limite di oscillazioni scarica sull’obbiettivo come il fulmine durante la tempesta.

Ad un giovane artista italiano che dovesse decidere di trasferirsi in USA per esercitare la sua arte cosa diresti? Quali secondo te i punti di forza e quelli di debolezza, i vantaggi e gli svantaggi di una scelta così drastica?

Voglio essere sincero scoraggiando e incoraggiando.

Trasferirsi qui a LA significa partire con un po’ di soldi o risparmi, avere la fedina penale pulita e sapere esattamente dove vuoi arrivare perché’ con l’immigrazione qui non si va leggeri come in Italia, qui no… non passa semplice, intanto iniziare una ricerca dall’Italia nel settore e capire se la propria creatività qui può funzionare, ricordo a tutti che qui non ci sono migliaia ma milioni di artisti in generale, la linea creativa visual art che vedo viaggia su tre stili principali: Pop Art (che non riesco più a guardare), Astratto (creativamente più semplice ed inflazionato), Concettuale (necessario chi lo spiega), poi ci sono vie alternative, minimal, surreale, etc…, più qualche artista frizzante ed unico, ma pochi.

Le gallerie sono tante, molte chiuse altre chiudono o chiuderanno, le minori chiedono denaro agli artisti per esporre e con quei soldi stanno in piedi, più provvigione sulla vendita 40/50/60%, collezionisti privati vanno conquistati, non vengono a bussare alla porta e più di 2 opere difficilmente comprano, le gallerie importanti e con le radici più grosse lavorano più o meno con gli stessi artisti dopo averli elaborati nel mercato e sembra… producano fatturato ma per alcuni vivi ho dei dubbi.

Insomma credo che se un artista desidera venire qui debba prima fare un sopralluogo con un buon inglese, non come il mio (Celio sorride), deve avere buone idee da sviluppare con la nuova tecnologia/tecnica e marketing dei social, affittarsi uno studio se ha green card e costicchia…, non deve essere creativo “differente” dal mercato perché “diverso” spesso complica il vendibile emettendo confusione.

Ci sono team interi che lavorano dietro un artista e nessuno lavora gratis, qui soprattutto dove il danaro è n.1, quindi diventa lavoro da affidare e retribuire, chi osa sa bene quanto sia difficile e le probabilità limitate, ma solo muovendosi con coraggio ed ambizione si incontrano opportunità e ci sono, io ci sto lavorando e se non fossi venuto qui…. certo, bisogna prendersi a gomitate per avere il proprio spazio visibilità e per questo sono necessari: il sito obbligatorio, CV, eventi e mostre, Video, press magazine, critiche, curatore, spazio, promozione, studio, casa, macchina, grana e tanta pazienza. Quindi darsi da fare, risparmiare, crederci e non mollare mai!

Se per un momento dovessi pensare alle persone che ti hanno dato una mano, che ti hanno aiutato significativamente nella tua vita artistica e umana, soprattutto nei momenti di difficoltà e di insicurezza che hai vissuto, che sono state determinanti per le tue scelte professionali e di vita portandoti a prendere quelle decisioni che ti hanno condotto dove sei oggi, a realizzare i tuoi sogni, a chi penseresti? Chi sono queste persone che ti senti di ringraziare pubblicamente in questa intervista, e perché proprio loro?

Quando sono partito dall’Italia per l’America da artista emigrante, ho avuto vicino a me Amici incredibili che mi hanno ispirato e sostenuto, oggi sebbene lontano da loro sono diventati amici ancor di più, una forza incoraggiante che mi accompagna nella mia missione, parole dolci e incoraggianti nei momenti di depressione, grandi risate e continui aggiornamenti, li tengo informati sulle mie evoluzioni e nuove scommesse di cui alcune stanno funzionando bene, loro credono in me ed io rimando a loro i miei successi, seguono il mio coraggioso impegno e non li deluderò mai, sono sempre con me e tifano per me…. ci seguiamo a vicenda, oggi poi con la tecnologia e possibile vedersi ovunque in tempo reale, meraviglioso!

Sono i miei veri Amici, quelli che danno conforto e coraggio, quelli che hanno percepito il bisogno di aiuto e l’aiuto è arrivato senza chiedere.

Ho una moglie meravigliosa che mi sostiene e amo, mi supporta e stima per le mie qualità, lei è incredibilmente dolce, umana, intelligente, generosa e bellissima… sono fortunato!

Nell’ambiente americano ho maturato buone amicizie con cui porto avanti anche progetti importanti ed innovativi e ci stiamo espandendo, altre nuove sono emerse casualmente e continuano ad essere buone amicizie indipendentemente dal livello sociale, tra loro ci sono star del cinema, milionari, persone semplici, e homeless (di intelligenza superiore) il cuore al primo posto, più l’intelligenza, non è l’abito che fa il monaco anche se ci insegnano il contrario.

Quindi le amicizie si espandono su diversi fronti e sovente alcune le metto in connessione tra loro, percepisco in esse valide ed oneste collaborazioni e ciò avviene sempre, tra loro nascono nuovi progetti vincenti ed io sono felice per loro, è come una famiglia, quella che ho scelto.

«… mi sono trovato più volte a riflettere sul concetto di bellezza, e mi sono accorto che potrei benissimo (…) ripetere in proposito quanto rispondeva Agostino alla domanda su cosa fosse il tempo: “Se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so.”» (Umberto Eco, “La bellezza”, GEDI gruppo editoriale ed., 2021, pp. 5-6). Per te cos’è la bellezza? Prova a definire la bellezza dal tuo punto di vista. Come si fa a riconoscere la bellezza secondo te?

La visione della bellezza è individuale, c’è chi vede bellezza in una villa da 50 milioni, c’è chi vede bellezza in una margherita, altri nella villa con margherite haha.

La mia visione di bellezza si concentra nella purezza, più ciò che osservo è incontaminato, puro ed onesto e  le vibrazioni che emana le percepisco meravigliose, mi emoziona il sorriso sincero ed il gesto profondo, nei bambini piccoli vedo la bellezza dell’istintivo incontaminato.

La vera bellezza va anche conquistata, mi colpisce quando l’emozione nell’ammirazione mi stacca da terra, mi batte forte il cuore e mi rende consapevole che possono nascere dei fiori anche tra l’immondizia, alcuni gesti di umanità sono bellezza e quando sono diretti a noi stessi ce ne dobbiamo ricordare, trarne insegnamento e fare lo stesso verso gli altri, quanto è bella la bellezza!

 «C’è un interesse in ciò che è nascosto e ciò che il visibile non ci mostra. Questo interesse può assumere le forme di un sentimento decisamente intenso, una sorta di conflitto, direi, tra visibile nascosto e visibile apparente.» (René Magritte, 1898-1967). Cosa ne pensi di questa frase detta da Magritte? Nelle arti visive qual è, secondo te, il messaggio più incisivo? Quello che è visibile e di immediata comprensione oppure quello che, pur non essendo visibile, per associazione mentale e per meccanismi psicologici proiettivi scatena nell’osservatore emozioni imprevedibili e intense?

C’è chi compra arte che si accosta ai colori del divano o cose simili, altri perché ha un valore economico ma non hanno idea di cosa hanno comperato e capiscono solo l’investimento, altri che amano ed ammirano ciò che hanno comprato e via così… possiamo discuterne a lungo su questo visibile o invisibile.

Un giorno un ex gallerista con un certo spessore di conoscenza  entrò nel mio ex studio in Down Town, fece una cosa che non avevo mai visto fare, osservò un mio quadro di grandi dimensioni poi usci dallo studio senza dire nulla, a breve rientrò ed osservò lo stesso quadro ed usci di nuovo per poi rientrare ed osservarlo ancora, mi guardò e con un sorriso mi disse “i tuoi quadri sono potenti! Ogni volta che si osservano sono diversi!” very smart! Quindi l’impatto visivo di una opera può essere eccitante all’inizio e diventare noiosa ed inosservata dopo una settimana oppure essere dinamica e mutante ogni giorno.

È così, proprio così! L’arte deve essere dinamica e trasmettere vibrazioni in continuazione, deve sprigionare energia e fare viaggiare la mente, camminarci dentro in continuazione come in un labirinto, l’invisibile è lì dentro, emana ed eccita, diventa percepibile, non deve mai stancarti ma intrigarti in ogni piccolo dettaglio, alcune opere inducono all’autoipnosi… si muovono, il cervello apprezza e si lascia andare, volare…

«Appartengo a quella categoria di persone che ritiene ogni azione debba essere portata a termine. Non mi sono mai chiesto se dovevo affrontare o no un certo problema, ma solo come affrontarlo.» (Giovanni Falcone, “Cose di cosa nostra”, VII ed., Rizzoli libri spa, Milano, 2016, p. 25 | I edizione 1991). Tu a quale categoria di persone appartieni, volendo rimanere nelle parole di Giovanni Falcone? Sei una persona che punta un obiettivo e cerca in tutti i modi di raggiungerlo con determinazione e impegno, oppure pensi che conti molto il fato e la fortuna per avere successo nella vita e nelle cose che si fanno, al di là dei talenti posseduti e dell’impegno e della disciplina che mettiamo in quello che facciamo?

Sovente gli obbiettivi da raggiungere sono il frutto di una azione commerciale indotta dai media e dal pensiero di massa, vediamo l’obbiettivo con l’immaginazione di un arrivare, di essere, di diventare, di avere, poi  ti accorgi che la realtà è un’altra.

Tempo fa immaginavo di essere in America, di fare mostre di creare progetti con professionisti, adesso tutto questo è realtà ma la vita mi sembra normale, anzi voglio arrivare ad altri obbiettivi, insomma ciò che conquisti diventa normalità, il E’, il successo nella vita è fare quello che ti piace anche se per molti è durissima, ma il tempo a disposizione un giorno finisce e tutto si azzera, il nulla, ma chi se ne frega di avere un busto in piazza da morto, signori miei … vivere onesti con sé stessi e provare emozioni pure e sincere, senza pagarle, essere amati e rispettati per ciò che si è e non per ciò si ha, dare un senso alla vita quando ci si sveglia dal sonno, ho visto persone infelici sebbene abbiano tutto, tristi… arrabbiati e mai contenti sebbene seguiti e adorati da innumerevoli persone (forse per ciò che hanno?).

Credo nella determinazione e nell’impegno, crederci, onesti con se stessi, la vita è bella, non per tutti purtroppo ma dovremmo iniziare a cambiare migliorando, cercando in noi stessi quale è la vera felicità che desideriamo e meritiamo.

«Io vivo in una specie di fornace di affetti, amori, desideri, invenzioni, creazioni, attività e sogni. Non posso descrivere la mia vita in base ai fatti perché l’estasi non risiede nei fatti, in quello che succede o in quello che faccio, ma in ciò che viene suscitato in me e in ciò che viene creato grazie a tutto questo… Quello che voglio dire è che vivo una realtà al tempo stesso fisica e metafisica…» (Anaïs Nin, “Fuoco” in “Diari d’amore” terzo volume, 1986). Cosa pensi di queste parole della grandissima scrittrice Anaïs Nin? E quanto l’amore e i sentimenti così poderosi sono importanti per te e incidono nella tua arte e nelle tue opere?

In quelle parole c’è già la risposta, senza amore la vita sarebbe asettica, anche il più barbaro e crudele personaggio nella storia dell’umanità ha cercato l’amore, per riconoscere l’amore e la fortuna di essere sani è necessario osservare la realtà anche se amara, girarsi dall’altra parte per non vedere è facile ma poi arriva quel momento per tutti e ci si pente di non avere apprezzato abbastanza il valore della vita.

La mia creatività è una necessità mi fa stare bene e va oltre il gusto estetico, ha una sorta di completezza anche nei suoi vuoti, la ammiro e non mi stanca mai, anzi mi carica, a NY (the best city) ultimamente ho disegnato nei parchi tra la gente, ho conosciuto molte persone eccezionali che mi osservavano da lontano per poi avvicinarsi notando il mio piacere dell’essere lì in quel momento a disegnare, ammirazione del momento come messaggio di piacere nell’essenza, una penna stilografica ed un cartoncino = benessere, felicità, l’ho condivisa in diverse occasioni, complimenti tanti, connessioni e contatti, uno di questi adesso è parte di un progetto veramente avanti e sta funzionando molto bene, quindi….  i sentimenti sinceri, veri, sono importanti nell’esistenza e farne magnetismo aiuta.

Da ragazzo ho letto uno scritto di Oscar Wilde nel quale diceva cos’era l’arte secondo lui. Disse che l’arte è tale solo quando avviene l’incontro tra l’“oggetto” e la “persona”. Se non c’è quell’incontro, non esiste nemmeno l’arte. Poi qualche anno fa, in una mostra a Palermo alla Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Riso, ho ascoltato un’intervista di repertorio al grande Gino de Dominicis che sulle arti visive disse questo: «Le arti visive, la pittura, la scultura, l’architettura, sono linguaggi immobili, muti e materiali. Quindi il rapporto degli altri linguaggi con questo è difficile perché sono linguaggi molto diversi tra loro … L’arte visiva è vivente … l’oggetto d’arte visiva. Per cui paradossalmente non avrebbe bisogno neanche di essere visto. Mentre gli altri linguaggi devono essere visti, o sentiti, o ascoltati per esistere.» (Gino de Dominicis, intervista a Canale 5 del 1994-95). Cosa ne pensi in proposito? L’arte esiste se esiste l’incontro tra l’oggetto e la persona, come dice Oscar Wilde, oppure l’arte esiste indipendentemente dalla persona e dal suo incontro con l’oggetto, come dice de Dominicis per le arti visive? Qual è la tua prospettiva sull’arte in generale?

Fanno entrambe parte di un periodo storico creativo passato, se fossi stato in quel tempo probabilmente la mia identità avrebbe avuto uno spessore differente.

Nell’epoca che sto vivendo mi sento come un limbo pressato da due pareti protagoniste che viviamo, una è l’inflazione di creativi a cui ogni anno se ne aggiungono milioni, dall’altra il muro dello sfruttamento di questi, il limbo è quello spazio tra le due.

Visione e consapevolezza di ciò che esiste senza farne parte, per automatismo vengo definito artista ma forse è una definizione che nei valori attuali non mi rappresenta, la mia prospettiva sull’arte in generale è di mantenere l’eccezione come anarchia visiva e creativa, incorruttibile, ci hanno provato a dirmi “dipingi belle fighe così vendi” oppure “fai delle colatine di colore con le goccioline, la gente le compra” ho sorriso per il pochismo contenuto in quelle parole e come sempre sono la conferma di valori che non considero tali.

La mia prospettiva sull’arte in generale l’ho già espressa precedentemente, quello che prevedo come futuro dell’arte e legato alla tecnologia, sarà che il computer disegnerà, da solo, dipingerà e scolpirà, l’olografia eliminerà il materico e tutto si infilerà in un taschino, i nomi degli artisti sarà: algoritmo 1, algoritmo 2, algoritmo3, milioni…, le mostre le vedrai in 3d dal letto e ne vedrai 100 al giorno, il pennello sarà visibile in qualche vecchio museo virtuale o nella teca di qualche collezionista, forse siamo già’… anzi ci siamo in questa evoluzione e come tutti i cambiamenti dobbiamo prenderne atto, seguirli e farne parte altrimenti finisci nel dimenticatoio.

Saper disegnare con una stilografica nel futuro sarà una cosa meravigliosa, incredibile, trovarla sarà difficile come gli inchiostri o pigmenti, già oggi le penne stilografiche e gli inchiostri sono per collezionisti di una nicchia specifica, amatori della calligrafia, in pochi ci disegnano, sulla canvas nessuno tranne me.

«Poi c’è l’equivoco tra creazione e creatività. L’artista è un creatore. E non è un creativo. Ci sono persone creative, simpaticissime anche, ma non è la stessa cosa. Comunque, questa cosa qui dei creativi e degli artisti, nasce nella fine egli anni Sessanta dove iniziano i galleristi ad essere creativi, poi arrivano i critici creativi, poi arrivano i direttori dei musei creativi… E quindi è una escalation che poi crea questi equivoci delle Biennali di Venezia che vengono fatte come se fosse un’opera del direttore. Lui si sente artista e fa la sua mostra a tema, invitando gli artisti a illustrare con le loro opere il suo tema, la sua problematica. Questo mi sembra pazzesco.» (Intervista a Canale 5 del 1994-95). Tu cosa ne pensi in proposito? Secondo te qual è la differenza tra essere un “artista creatore” – come dice de Dominicis – e un “artigiano replicante” che crede di essere un “artista”?

Direi di più… la maggior parte di ciò che vedo e sebbene sia ben fatta la attribuirei a “decorazione” e ci sono fabbriche con centinaia di …. artisti… che stretti tra loro fanno quadri in 15 minuti anche meno, tipo 50 al giorno a testa, cosi fanno anche individualmente artisti che si definiscono tali, questa è realtà, in certi casi con meditata selezione se ne scelgono alcuni per la provenienza e vengono immessi nel mercato perché è un’azione politica, lo vedo qui per diversi artisti Messicani, il pubblico sollecitato dalle storie di barriere di confine apprezza le scelte dei curatori e galleristi, ma è un’operazione politica di mercato.

Anche la Biennale di Venezia si sa… ne ho fatte due da protagonista e tranne qualche eccezione l’ho trovata deludente mettendo in discussione anche il mio lavoro, dovrebbe illustrare l’avanguardia creativa nel mondo e invece è un contenitore di inciuci, malaffari e povertà creativa, ma partecipare alla Biennale fa punto e si aggiunge al CV.

Forse il web sta cambiando il mondo, anzi… l’ha cambiato e la tecnologia manderà in pensione tutta questa fuffa, se ne creerà un’altra sicuramente, curatori e critici ne ho conosciuti sia qui che in Italia, si sentono potenti, degli Dei, plauditi, ma sappiamo bene che il Re è creato dai sudditi, finché avranno sudditi e servitori questa situazione andrà avanti, poi ci sarà il botto e si rincomincerà da capo, è la storia dell’umanità.

“Divertitevi gente e chi troppo pensa vive male” ognuno che faccia magnetismo a ciò che vuole, prendersela consuma energia, sembra ieri e son passati 30 anni, ho imparato a vivere sereno con la mia creatività, finora nessuna critica negativa, anzi al contrario ho apprezzamenti eccezionali di cui sono felicemente a volte imbarazzato, vedremo quel che accadrà e accadrà perché’ esistiamo, quel che succede succede dipenderà dal magnete che sarò e dal boomerang nella sua traiettoria precisa.

Ti andrebbe di consigliare ai nostri lettori tre film da vedere assolutamente? E perché secondo te proprio questi?

Ultimamente trovo di piacevole visione film in BN e i muti, il web è pieno, un salto indietro nel tempo, in quei film c’è lo spazio immaginativo per lo spettatore che nei piani sequenza lunghi riflette e immagina, trovo vera poesia e teatralità in quei film, mi sono reso conto che è meglio togliere che aggiungere, l’essenza di un gesto ed un pensiero in un piano sequenza unico è potentissimo.

Al contrario nei film moderni ci sono una quantità esagerata di cambi immagine e sequenze che non lasciano più lo spazio allo spettatore di partecipare e interagire con la propria fantasia, quindi diventano immagini imposte anche nel dettaglio inutile, sebbene tecnicamente siano dei capolavori, si sono impoveriti nel profilo poetico e immaginativo a favore del pubblico.

Ci parli dei tuoi imminenti impegni professionali, dei tuoi lavori e delle tue opere in corso di realizzazione? A cosa stai lavorando in questo momento? In cosa sei impegnato?

… non voglio riempire questa risposta di troppe parole, ho raccontato sufficientemente e non vorrei diventare noioso o ripetitivo e credo di esserlo già stato (sorride).

Un progetto che sta funzionando bene (grazie alla pandemia) è HTI @HUMANIZINGTHEICON (umanizzare l’icona ) che ne ho descritto precedentemente come funziona.

Un altro progetto iniziato da poco è in collaborazione con un DJ di NYC, collaborare con musicisti mi ha sempre appassionato e questo qui in particolare avrà i suoi meriti per l’unicità e dinamicità.

Una domanda difficile Celio: perché i nostri lettori dovrebbero comprare le tue opere? Prova a incuriosirli perché vadano nei portali online o vengano a trovarti nel tuo atelier di Los Angeles per comprarne alcune.

Comprare le mie opere significa che ogni volta che si osservano sono diverse, sono vibranti piene di umanità, labirinti dell’inconscio e dettagli definiti che emergono dal chaos, hanno dei prezzi accessibili, realizzo anche stampe numerate su cartoncino prezioso accessibili a chiunque. Sono certo che è un investimento personale, forza comunicativa oltre all’estetica potente, onestà creativa.

Il danaro entra ed esce, gira… le mie opere restano e riempiono lo spazio, sono energia (ciò che dicono i miei collezionisti, i follower e tutti gli eccelsi ospiti del mio podcast @humanizingtheicon).

Comprare opere agli artisti significa ringraziarli per la vita che dedicano a creare, significa contribuire al loro percorso, significa sostenerli perché’ chi compra sostiene l’artista, da vivo.

– Ci sono collezionisti che vedono opere su Instagram, Fb o nel sito e mi scrivono per poi comprarle, le spedisco ovunque nel mondo, gli originali e le stampe hanno il certificato di autenticità, sono firmate e timbrate.

– Diverse commissioni sono invece personali e mi richiedono una connessione creativa che avviene da remoto online, si tratta di opere d’arte specifiche con contenuto personale del committente, intime e descrittive della propria personalità o ricerca di altre, opere d’arte nate durante l’incontro e terminate in seguito o semplicemente compiute.

– Un’altra modalità “Vibrant dress” è un progetto iniziato con una stilista di moda di Los Angeles, Angela Fuentes, il processo creativo per il cliente viene realizzato sempre mediante la connessione e la canalizzazione ma l’opera d’arte viene disegnata sul tessuto con cui verrà creato l’abito unico, il cliente o la cliente vestirà la sua propria energia, l’abito completa se stesso, parte di se, Angela la stilista creerà l’abito su misura insieme alla cliente, specifico secondo i gusti e consigli.

https://www.facebook.com/celio.bordin.7161/videos/282530007168300

Dove potranno seguirti i nostri lettori?

Instagram @celio_bordin

FB   https://www.facebook.com/celio.bordin.7161/

Per concludere questa chiacchierata, cosa vuoi dire alle persone che leggeranno questa intervista?

«Finché l’uomo sfrutterà l’uomo, finché l’umanità sarà divisa in padroni e servi, non ci sarà né normalità né pace. La ragione di tutto il male del nostro tempo è qui.» Pier Paolo Pasolini.

Vale anche per il mondo arte!

Celio Bordin

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Celio Bordin

Andrea Giostra

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Andrea Giostra al mercato di Ballarò a Palermo_Ph. Mapi Rizzo

Dino Martens ed Aureliano Toso: l’eccellente connubio dell’arte vetraria | di Daniela Cavallini

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Daniela Cavallini

Amiche, Amici carissimi e Collezionisti d’arte, oggi mi rivolgo a voi, esprimendo grande entusiasmo  per le collezioni di vetri  policromi, realizzate nelle vetrerie di Murano, nel periodo tra la fine del IX e la metà del XX secolo, privilegiando “il preferito tra i miei preferiti”: Dino Martens.

Oriente vaso Dino Martens

Innanzitutto un breve cenno al periodo su indicato, che fu un vero e proprio momento d’oro per l’arte vetraria e non solo. Fu infatti in questo contesto che l’arte vetraria Muranese,  assunse una posizione rilevante nel panorama internazionale.

Eldorado Dino Martens

Doveroso annoverare “La Fucina degli Angeli”, il movimento artistico  vetrario – l’unico – che tutt’oggi rappresenta l’aggregazione degli artisti più famosi del ‘900, grazie alla capacità del genio fondatore Egidio Costantini,  manifestata dal sapere egregiamente trasporre in opere d’arte i disegni dei più grandi artisti.

Oggi però la mia scelta è concentrata su  Dino Martens (1894 –  1970). Pittore e disegnatore veneziano, attivo dagli anni 20 che, collaborando con varie fabbriche – tra le quali risulta la prestigiosa Salviati & C. –  riscontrò grande successo nel 1939, grazie alla collaborazione con il maestro vetraio Aureliano Toso – fondatore dell’omonima vetreria che, con indicibile maestria concretizzò in oggetti di grande pregio, i disegni  dello stesso Martens. In seguito, a suggellare la fattiva cooperazione – Dino Martens – divenne Direttore Artistico della Vetreria Toso.

Ma quali caratteristiche rappresentano in particolare tali opere? Innanzitutto la policromia che, con  esaltazione dell’astrattismo,  consente effetti sorprendenti attraverso la combinazione di audaci asimmetrie con  accostamenti e sfumature cromatiche.  A questo si aggiungono le tradizionali tecniche di esecuzione – non certamente facili – realizzando con sapiente integrazione, un “concentrato” davvero originale e sorprendente.

Quando si nomina l’artista Dino Martens,  l’associazione immediata ricorre alla famosa serie “Oriente”, identificata dall’ evocativa  forma di una stella nera posta tra i colori vivaci e definiti, lo zanfirico e l’avventurina.

Una collezione nota, anche se non parimenti diffusa – e per questo assai più ambita  ed ancor più altamente quotata – è rappresentata dalla linea “Eldorado”. Tali opere sono contraddistinte da uno stile più sfumato dei colori, persistendo con l’integrazione dell’avventurina, tuttavia distribuita anch’essa in tono meno abbagliante –  in rispetto della pacata sintonia delle colorazioni. E’ altresì il  foro centrale, di perfetta esecuzione, a costituire l’elemento identificativo.

Ho accennato alle quotazioni di tali capolavori – reperibili presso le più celebrate Case d’Asta – e, da attenta collezionista, vi esorto alla diffidenza nei confronti di alcuni mercanti distributori di “illusioni”.

Tanto per riportare un esempio, un vaso della collezione “Eldorado”, h. 27 cm, è stato recentemente  stimato da una nota casa d’aste italiana in circa 15/16.000,00 € (notizia dal web) e, per completare l’informazione meramente economica, un esemplare della serie “Oriente”, di analoghe dimensioni, tra gli 8/10.000,00 €. Ovviamente il prezzo sale in proporzione alla smania di possesso.

Un abbraccio!

Daniela Cavallini

Arte: Torna il “Premio Cultura+Impresa” in favore dell’arte contemporanea

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Cultura+Impresa

Il Comitato non profit CULTURA + IMPRESA, promosso da Federculture e da The Round Table – in collaborazione con Fondazione Italiana Accenture e Ales/Ministero della Cultura – presenta la nona edizione del Premio CULTURA + IMPRESA, che ha l’obiettivo di premiare i migliori progetti di Sponsorizzazione e Partnership culturale, di Produzione culturale d’Impresa, e di attivazione dell’Art Bonus, valorizzando presenza e ruolo sia dell’Operatore culturale che dell’Impresa che investe in e con la Cultura. Favorire relazioni fattive tra il ‘Sistema Cultura’ e il ‘Sistema Impresa’ assicura un contributo strategico allo sviluppo culturale, sociale ed economico del nostro Paese e dei nostri Territori.

Il Premio CULTURA + IMPRESA fa parte del ‘Progetto CULTURA + IMPRESA’, una piattaforma informativa, formativa, relazionale e di benchmarking per intensificare e rendere più efficienti i rapporti tra Operatori e Istituzioni culturali pubblici e privati da un lato, e Imprese, Fondazioni erogative e Agenzie di comunicazione dall’altro.

Vengono accettati Progetti realizzati durante il 2021 (per quelli in corso sono considerate le attività organizzate entro il 31 dicembre 2021). I Progetti candidati devono pervenire entro il 28 febbraio 2022, a partire dal 15 Dicembre 2021. La presentazione dei Progetti candidati avviene attraverso la compilazione del form on-line sulla piattaforma Idea360 di Fondazione Italiana Accenture. Anche per questa nuova edizione la partecipazione al Premio CULTURA + IMPRESA è GRATUITA.

Cultura+Impresa

Il riconoscimento di Federculture e The Round Table che premia i migliori progetti di sponsorizzazione e partnership culturali si allea con la fiera torinese per l’istituzione della nuova Menzione Speciale “Arte Contemporanea + Impresa”

È stato fondato nel 2013 dal laboratorio di comunicazione The Round Table con Federculture evolvendo il Progetto CULTURA+IMPRESA avviato nel 2010, e si articola in attività di informazione, formazione, ricerca, relazione e benchmarking.

Grazie ad alcuni strumenti fiscali come l’Art Bonus o il Tax credit, molte imprese hanno ormai fatto degli investimenti in ambito culturale, una scelta strategica per rafforzare la propria reputazione aziendale. Per valorizzare queste realtà è stato istituito nel 2013 il “Premio Cultura + Impresa”: fondato da Federculture e da The Round Table.

Obbiettivo?

Premiare le migliori Sponsorizzazioni, Partnership, Produzioni culturali d’impresa del paese e, appunto, anche Art Bonus, il bando è aperto a tutti i progetti di sponsorizzazione e partnership culturale presentati da operatori culturali pubblici e privati; amministrazioni pubbliche centrali e locali; aziende, fondazioni e organizzazioni non profit; agenzie di comunicazione.

L’edizione 2021 del Premio Cultura + Impresa – giunta al suo nono capitolo – si arricchisce con la nuova Menzione Speciale: Arte Contemporanea + Impresa, in collaborazione con ARTISSIMA, che andrà al progetto che nel 2021 ha saputo associare al meglio la Comunicazione d’Impresa all’Arte contemporanea nelle sue diverse forme (Arti visive, Installazioni multimediali, Urban Arts, Digital Art, Fotografia). Del resto la fiera torinese non è nuova alla contaminazione tra arte contemporanea e mondo dell’impresa, nella convinzione che questa possa generare dialoghi capaci di promuovere nuovi scenari. Ne è un esempio Art Venture: una mappatura del territorio italiano – nata da un’idea di Nicola Zanella – che racconta in modo immediato ed efficace i dialoghi più significativi attivati da imprese che hanno scelto, non solo di investire nell’arte contemporanea di ricerca, ma che accolgono opere e artisti all’interno dei propri spazi aziendali.

LE CATEGORIE E LE MENZIONI SPECIALI DEL PREMIO

Sono, invece, confermate le categorie Sponsorizzazioni e Partnership Culturali, Produzioni Culturali d’Impresa e Art Bonus, e le Menzioni Speciali: Corporate Cultural Responsibility, per la valorizzazione dei progetti che hanno investito nella responsabilità sociale in collaborazione con Il Salone della CSR e dell’Innovazione Sociale; Under 35, in collaborazione con Patrimonio Cultura e dedicata ai prodotti culturali realizzati dai giovani under 35; Digital Innovation in Arts, tema strategico per l’Arte e la Cultura del nostro Paese, al quale sono riservate  2 Menzioni speciali, in collaborazione con Fondazione Italiana Accenture ; Networking in Arts, al miglior progetto che ha intrapreso la ‘buona pratica’ di creare e governare efficacemente pool di partner privati intorno a uno specifico progetto culturale.

Ai vincitori delle tre categorie principali verranno consegnati i nuovi Premi d’Artista, mentre alle Menzioni Speciali saranno riservati premi formativi, master in management e promozione culturale. Il tutto avverrà durante il workshop di premiazione previsto a maggio 2022.

Per candidarsi?

C’è tempo fino al 28 febbraio 2022.

 

INFO E APPROFONDIMENTI:

Cosa è “CULTURA+IMPRESA”?

«Il Comitato non profit CULTURA+IMPRESA è finalizzato a favorire e rendere più efficace il rapporto tra Cultura e Comunicazione d’impresa attraverso le Sponsorizzazioni, le Partnership Culturali e le Produzioni culturali d’Impresa, nell’interesse degli Operatori Culturali pubblici e privati, delle Imprese, dei Territori di riferimento e del ‘Sistema Italia’ in generale.»

“CULTURA+IMPRESA” è il principale osservatorio e punto di riferimento informativo e di benchmarking in Italia in materia di Sponsorizzazioni e Partnership culturali.

È luogo privilegiato di confronto e di incontro che tra il Sistema Cultura — Istituzioni e Operatori culturali pubblici e privati – e il Sistema Comunicazione d’Impresa — Aziende, Fondazioni erogative, Agenzie di comunicazione. Oltre che di Sponsorizzazioni e Partnership culturali tratta di Produzioni culturali d’Impresa e degli altri strumenti di finanziamento alla Cultura (Art Bonus, Crowdfunding, etc).

FONTE:

http://www.culturapiuimpresa.it

Musica: Il Brass Group per le Scuole | Inaugurazione della Rete Brass Educational il 20 dicembre ore 9:30 al Real Teatro Santa Cecilia di Palermo

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Il coro che accompagna le christmas ladies

Il Brass per le Scuole. Concerti di Natale allo Spasimo, Borse di studio, il Bando per la Brass Youth Jazz Orchestra, i matinées per tutte le scuole di ogni ordine e grado al Real Teatro Santa Cecilia. Inaugurazione della Rete Brass Educational il 20 dicembre alle ore 9.30 – Real teatro Santa Cecilia. Concerti della Scuola Popolare di Musica 19 e 20 dicembre – Ridotto dello Spasimo.

locandina Concerti di Natale

Il Brass Group per le Scuole con una serie di attività rivolte ai giovani, agli studenti amanti della musica e della creatività sonora. Diversi gli appuntamenti a cui potranno partecipare le giovani leve a partire dalla partecipazione al Bando per la Brass Youth Jazz Orchestra per continuare con i Concerti di Natale realizzati direttamente dagli allievi della Scuola Popolare di Musica del Brass, ed ancora Borse di Studio e i matinées al Real Teatro Santa Cecilia rivolti a tutte le scuole. Novità assoluta la creazione della Rete Brass Educational. Il Brass apre infatti i propri spazi a tutti gli studenti regionali. Un nuovo Circuito Cultuale, uno spazio di confronto e di sviluppo nell’area della ricerca educativa per lo studio sonoro e musicale. Attraverso il Dipartimento Educational del Brass si è attivata la Rete che intende abbracciare le esigenze, i desideri e le qualità da sviluppare degli allievi che amano studiare il percorso didattico della musica jazz. Il primo appuntamento è fissato per lunedì 20 dicembre alle ore 9.30 presso il Real teatro Santa Cecilia alla presenza del presidente del Brass Group, il Maestro Ignazio Garsia, il direttore della Scuola, il Maestro Vito Giordano, il coordinatore del Brass Educational, Roberto Cuccia ed i rappresentanti di diverse scuole con cui si è già stabilito un protocollo d’intesa per lo sviluppo della Rete stessa. La Rete Brass Educational rappresenta una risorsa rilevante nell’ampio panorama del sistema educativo, non solo per i principi che ne caratterizzano la cultura e l’azione, soprattutto per la particolare attenzione rivolta all’area dei Bisogni Educativi Speciali. La Rete si propone come un metodo di lavoro, un percorso di ricerca estremamente attuale che intende, grazie ad approcci formativi che si avvalgono del canale sonoro-musicale, promuovere l’inclusione scolastica e sociale di ciascun alunno mettendo al centro la crescita e la valorizzazione della persona umana, nel rispetto dell’età evolutiva, delle vocazioni, delle differenze e dell’identità di ciascuno. A tale fine offre servizi educativi e formativi inclusivi legati alla didattica della musica Jazz nonché servizi di assistenza e tutoraggio per la progettazione educativa nell’ambito dello svantaggio scolastico. I Gruppi Operativi di Progetto sono unità operative coordinate attraverso un sistema di management per la gestione operativa ed il monitoraggio. Tutte le unità sono in rete attraverso la piattaforma Brass Educational condividendo procedure e tecniche di progettazione compartecipata. La Rete Educational nasce per sostenere gemellaggi fra scuole nell’ottica di favorire la mobilità nazionale e gli scambi culturali e sociali tra le scuole siciliane nel contesto nazionale ed internazionale;

Gli obiettivi generali sono:

– Valorizzare la risorsa culturale della musica jazz siciliana come strumento per la creazione di benessere sociale e culturale per lo sviluppo di un nuovo Circuito Culturale, uno spazio di confronto e di sviluppo nell’area della ricerca educativa.

– Realizzare, attraverso il sostegno reciproco e l’azione comune, la qualificazione di tutto il personale scolastico mediante l’aggiornamento e la formazione continua;

– Promuovere l’arricchimento delle competenze professionali dei docenti di singola scuola mediante la socializzazione delle risorse esistenti all’interno della Rete e l’acquisizione di nuove, attraverso progetti ed iniziative di formazione comuni;

– Fornire alle scuole aderenti alla Rete un servizio di consulenza e di supporto nella gestione delle problematiche legate, ad esempio, tra le tante possibilità,

all’abuso, al maltrattamento ai minori, al cyberbullismo e alla devianza minorile;

– Sviluppare in modo omogeneo ed efficace l’integrazione del servizio scolastico con gli altri servizi in ambito sociale svolti sul territorio da enti pubblici e privati, allo scopo di determinare il rafforzamento della collaborazione interistituzionale e dell’azione formativa delle Scuole;

Le finalità di rete:

– Sostenere nuovi percorsi didattici che permettono alle comunità scolastiche di vivere la realtà della musica jazz siciliana in una dimensione inclusiva, direttamente all’interno della scuola di musica della Fondazione The Brass Group, in un clima di arricchimento personale di grande impatto ;

– Offrire percorsi di conoscenza del patrimonio jazz Siciliano attraverso i documenti musicali custoditi nel centro studi;

– Creare strade alternative di fruizione dell’ambiente musicale per soggetti in condizioni di disabilità.

– Formazione e aggiornamento del personale (dirigenti, docenti, Ata)

– Innovazioni metodologico-didattiche;

– Percorsi di integrazioni scuola lavoro (orientamento, alternanza, riprofilature territoriali delle competenze curriculari di istruzioni tecnica e professionale, placement);

– La rete è una rete di scopo che verrà fondata dalle seguenti scuole: Liceo Scientifico Galileo Galilei di Palermo, Istituto magistrale Finocchiaro Aprile di Palermo, Istituto Comprensivo Statale E. Armaforte di Altofonte, Istituto Comprensivo Statale Skanderbeg di Piana degli Albanesi, Liceo Scientifico Statale Benedetto Croce di Palermo, Istituto Comprensivo Statale “Margherita di Navarra” Pioppo di Monreale e l’istituto Professionale Di Stato Pietro Piazza di Palermo.

Gli allievi della Scuola Popolar di Musica del Brass Group protagonisti dei concerti al Blue Brass: in scena i Concerti di Natale:

La Scuola Popolare di Musica del Brass protagonista con i propri allievi delle feste natalizie del Brass Group. Saranno due le giornate dedicate ai giovani talenti a cui il Brass dedicata da decenni largo spazio con produzioni messe on stage proprio per le giovani leve. Appuntamento con  gli spettacoli “Concerti di Natale” domenica 19  ore 18.30 e martedì 21 dicembre ore 20.30 al Ridotto dello Spasimo – Blue Brass. Per il primo concerto entreranno in scena gli allievi della classe di canto jazz di Carmen Avellone il cui repertorio è soprattutto incentrato sulla canzone di Natale attraverso la sua storia internazionale per cui ai classici natalizi tradizionali si alterneranno brani che rappresentano il Natale nei vari generi musicali del 900: dal jazz al country al rhythm and blues e al pop. I docenti che accompagneranno gli studenti saranno: Giuseppe Preiti al piano, Umberto Porcaro alla chitarra, Giuseppe Costa al contrabasso, Giuseppe Madonia alla batteria, Mentre martedì saranno in scena gli allievi della classe di canto jazz di Lucy Garsia accompagnati dai Maestri  Giovanni Conte al piano, Giuseppe  Costa al contrabasso e Giuseppe  Madonia alla batteria. Gli allievi della Scuola popolare di Musica del Brass hanno orami da anni grazie alla loro prepazione partecipato a diversi concerti e produzioni inedite, e proprio il 22, 23 e 26 dicembre saranno loro ad accompagnare nel coro le Christmas Ladies. Il costo del biglietto per entrambi i concerti della Scuola Popolare di Musica è di euro 5. Info biglietti e prenotazioni: The Brass Group – www.bluetickets.it; brasspalermo@gmail.com, tel. 334 739 1972.

Bando Brass Youth Jazz Orchestra

Il bando è consultabile sul sito del Brass Group sul link:

www.brassgroup.it/bando-selezioni-2022-brass-youth-jazz-orchestra/

ed è rivolto a giovani musicisti di età compresa dai 15 ai 25 anni.

Concerti: Il “Sestetto Boccherini” e il soprano Francesca Adamo al Teatro Politeama Garibaldi di Palermo il 20 dicembre alle 20:45

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Francesca Adamo Sollima

Si conclude lunedì 20 Dicembre 2021, ore 20.45, presso il Politeama Garibaldi, la rassegna autunno/inverno promossa e organizzata dalla Associazione Siciliana Amici della Musica.

Protagonisti del concerto di chiusura sono il Sestetto Boccherini e il soprano Francesca Adamo che propongono al pubblico un programma monografico dedicato al compositore lucchese del Settecento.

Luigi Boccherini

In apertura eseguiranno il Sestetto d’archi G457 in fa minore e a seguire lo Stabat Mater G532 nella prima versione per soprano e archi.

I membri del Sestetto Boccherini hanno maturato la propria esperienza orchestrale con enti di spicco quali il Maggio Musicale Fiorentino, il Teatro Lirico Sperimentale “A.Belli” di Spoleto e l’Orchestra Sinfonica Siciliana. Nell’arco della loro carriera, le loro tournée li hanno portati ad esibirsi in gran parte dell’Europa, in Cina e in Giappone.

Francesca Adamo, figlia d’arte, è specializzata nel repertorio vocale da camera e, parallelamente agli studi del canto, ha conseguito il diploma di Composizione sotto la guida di Marco Betta presso il Conservatorio “A. Scarlatti” di Palermo. Ha perfezionato e approfondito il repertorio da camera con i Maestri Gemma Bertagnolli, Lucio Gallo, Barbara Lazotti, Leonardo De Lisi, Luisa Castellani e la tecnica vocale con il mezzosoprano Provvidenza Tortorella.

Svolge un’intensa attività concertistica in Italia e all’estero: nel 2015 ha presentato il suo primo lavoro discografico, Immagini di Donna, durante una tournée in USA nei teatri dell’Arkansas, Connecticut e New York, nella prestigiosa Carnegie Hall.

Attualmente è docente di Musicologia e Didattica della Musica presso l’Università LUMSA di Palermo.

SESTETTO BOCCHERINI

Dario Militano, Teresa Lombardo, violini

Clelia Lavenia, Salvatore Randazzo, viole

Jascha Parisi, Sunah Choi, violoncelli

Francesca Adamo, soprano

Sestetto Boccherini

INFO:

Il concerto è fuori abbonamento e il biglietto d’ingresso ha un costo €3

www.amicidellamusicapalermo.net

Il libro: “Enigma Raffaello. Fortuna, rivalità, contrasti: il mistero della morte del Sanzio” a cura di Pio Baldi e Alice Militello

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Enigma Raffaello. Fortuna, rivalità, contrasti: il mistero della morte del Sanzio

Un’intrigante nuova pubblicazione che tenta di chiarire i misteri legati alla biografia dell’artista per eccellenza, il campione vasariano della grazia

 

DESCRIZIONE a cura di Pio Baldi, Alice Militello

«Enigma Raffaello propone una serie di riflessioni sulla cerchia dei potenziali nemici del Sanzio, analizzando più criticamente la personalità dell’artista. Raffaello Sanzio da Urbino, attraverso la sua opera immortale, ha segnato per sempre il tempo della storia dell’arte. A distanza di cinquecento anni dalla sua prematura scomparsa, avvenuta il 6 aprile 1520 all’età di trentasette anni, la morte dell’artista resta ancora avvolta nel mistero e fonte inesauribile di interrogativi da parte degli studiosi di varie discipline. L’Urbinate è stato vittima solo dei suoi stessi vizi amorosi, come racconta Giorgio Vasari nelle Vite, oppure dietro la fine di quel giovane talentuoso, bello, pieno di riconoscimenti e di incarichi, dai modi raffinati e apparentemente amato da tutti, si celano il rancore, l’animosità e l’invidia dei suoi rivali? Enigma Raffaello propone una serie di riflessioni sulla cerchia dei potenziali nemici del Sanzio, analizzando più criticamente la personalità dell’artista. I contributi di studiosi, sia del campo storico-artistico sia del settore scientifico-medico, affrontano i vari aspetti connessi alla sepoltura e al decesso di Raffaello: la riesumazione delle sue presunte spoglie nel 1833; la realizzazione di un calco del teschio dai quei resti; la ricostruzione del suo volto attraverso le nuove tecnologie dell’antropologia forense. In caso di una nuova apertura del sepolcro, grazie al recupero di piccoli ossei, oggi la scienza è in grado di ricostruire alcune fasi della vita di Raffaello e le cause della sua morte. In queste pagine, dunque, storia dell’arte, ricerca archivistica e bibliografica, scienza del restauro, antropologia, medicina legale, tecnologie biomediche e bioarcheologiche, scienze anatomopatologiche si uniscono e si confrontano per dare un nuovo risvolto alle ricerche e ai quesiti sull’esistenza e sulla fine di uno degli artisti più celebrati della storia.»

PRESENTAZIONE:

A distanza di oltre cinquecento anni dalla prematura scomparsa di Raffaello Sanzio, avvenuta il 6 aprile 1520, la morte dell’artista resta ancora avvolta nel mistero ed è fonte inesauribile di interrogativi per gli studiosi di varie discipline. L’Urbinate è stato vittima dei suoi stessi vizi amorosi, come racconta Giorgio Vasari nelle Vite, oppure dietro alla sua fine, si celano il rancore, l’animosità e l’invidia dei suoi rivali?

Il volume, a cura di Pio Baldi e Alice Militello, raccoglie una serie di riflessioni transdisciplinari, proposte sia da studiosi del campo storico-artistico, che del settore scientifico-medico. I contributi analizzano più criticamente la personalità dell’artista e la cerchia dei suoi potenziali nemici; indagano i passaggi architettonici che, nel corso dei secoli, hanno interessato il luogo di sepoltura prescelto, la Cappella della Madonna del Sasso; passano in rassegna le cronache legate all’apertura della presunta tomba dell’artista nel 1833; sino ad arrivare alla ricostruzione del suo volto attraverso le nuove tecnologie dell’antropologia forense. Infine, affrontano, in prospettiva storico–medica, la morte e i possibili studi paleopatologici applicabili ai resti di Raffaello.

Il libro mette in fila tutta una serie di elementi, documenti ed expertise per dare un nuovo risvolto alle ricerche e ai quesiti sull’esistenza e sulla fine di uno degli artisti più celebrati della storia. La pubblicazione, presentata mercoledì 1° dicembre 2021 nell’Aula Magna del palazzo del Rettorato della Sapienza di Roma, è il risultato di un progetto congiunto nato da un accordo di collaborazione nel 2019 tra diverse istituzioni: Sapienza Università di Roma, i Musei Vaticani, la Pontificia Accademia dei Virtuosi al Pantheon e l’Accademia di Belle Arti di Roma.

Il volume è stato realizzato con il contributo del Comitato Nazionale per le Celebrazioni dei 500 anni dalla morte di Raffaello Sanzio del Ministero della Cultura (MiC).

I lavori in Aula magna sono stati aperti dai saluti della rettrice della Sapienza, Antonella Polimeni. L’introduzione è stata affidata a Pio Baldi, presidente della Pontificia Accademia dei Virtuosi al Pantheon Raffaello, a Barbara Jatta, direttrice dei Musei Vaticani e Alberta Campitelli, presidente dell’Accademia di belle arti di Roma.

APPROFONDIMENTO:

Raffaello riuscì a congiungere le virtù della pittura italiana, dal disegno fiorentino, al colorismo veneto, sino alla morbidezza e soavità emiliana in un’unica formula che gli valse il riconoscimento di pittore della grazia: Raffaello, il campione vasariano, l’artista degli artisti nelle Vite, continua a sollevare misteri ancora oggi.

A distanza di oltre cinquecento anni dalla sua scomparsa nel 1520, dopo l’impegnativa retrospettiva dedicatagli dalle Scuderie del Quirinale, l’artista urbinate che rivoluzionò la storia dell’arte, segnando il passaggio dal Rinascimento al Manierismo, continua ad affascinarci e a farci riflettere sul suo genio, sulla sua vita, sulle sue qualità artistiche e sulle caratteristiche prettamente umane. All’insegna della transdisciplinarietà, il panel di esperti ha presentato gli avanzamenti negli studi intorno ad un interrogativo principale: “Raffaello da Urbino è stato vittima solo dei suoi stessi vizi amorosi, come racconta Giorgio Vasari nelle “Vite”, oppure dietro la sua fine si celano il rancore, l’animosità e l’invidia dei suoi rivali”?

Gli interventi che si sono succeduti hanno investigato il problema ancora aperto del suo decesso. Eugenio Gaudio, presidente della Fondazione Roma Sapienza; si è affrontata la questione della sua scomparsa con un approccio multidisciplinare, Tiziana D’Acchille, docente dell’Accademia di Belle Arti di Roma; ci si è soffermati sugli avversari del pittore cortigiano, la storica dell’arte Sylvia Ferino-Pagden; sulla tomba di Raffaello al Pantheon, Flavia Cantatore, docente della Sapienza; sull’analisi e la ricostruzione del suo volto, Chantal Milani, antropologa e odontologa forense; sono state vagliate delle ipotesi mediche, Vittorio Fineschi, docente della Sapienza; si sono messe in campo la bioarcheologia e la paleopatologia, Gino Fornaciari, docente dell’Università di Pisa; infine sono state prese in esame le tecniche microinvasive applicabili alla tomba di Raffaello, Ulderico Santamaria, direttore del Laboratorio di ricerche scientifiche dei Musei Vaticani.

Il libro:

“Enigma Raffaello. Fortuna, rivalità, contrasti: il mistero della morte del Sanzio” a cura di Pio Baldi e Alice Militello

https://www.skira.net/books/enigma-raffaello/

Enigma Raffaello. Fortuna, rivalità, contrasti: il mistero della morte del Sanzio

Alice Militello

https://www.facebook.com/alice.militello

Pio Baldi

https://www.facebook.com/pio.baldi

Piazza Rivoluzione si illumina di speranza, cultura e tradizioni, dal 19 al 26 dicembre 2021 a Palermo.

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Alessia Carella

“Whats’art, Kokalo group” e “Arèa” presentano “Abbraccio di luci”, un progetto artistico e socio/culturale che punta alla valorizzazione del territorio e “abbraccia” metaforicamente tutta la comunità per il Natale.

Tra le luci che illumineranno la piazza in cui sorge il santo protettore pagano di Palermo e via Schiavuzzo, saranno visibili delle opere pittoriche realizzate da artisti siciliani.

All’interno dello spazio Arèa, invece, saranno esposte eccellenze del territorio tra arte, design e artigianato. Inoltre, a dare ulteriore vita alla piazza, vi sarà una estemporanea di pittura.

Inaugurazione: 19 dicembre a piazza Rivoluzione 1, ore 18:30;

Estemporanea di pittura: 23 dicembre, ore 11.00.

Nel rispetto delle norme anti-Covid vigenti, i fruitori dovranno essere forniti di Green Pass all’interno dello spazio.

Il progetto nasce con l’idea di rafforzare il concetto di unione e speranza che, in questo particolare momento storico, esige di esistere, regalando speranza, visioni e suggestioni, comunicando positività nel futuro e facendo tesoro di valori umani, reti di rapporti, amicizia ed impegno.

“L’arte nasce con una finalità di comunicazione con il sociale, veicola attitudini e sensibilità di una determinata epoca storica e di un territorio. Arèa, che da tempo lotta per dare nuovo impulso al quartiere, storico centro produttivo ed economico della città, sposa questo progetto per rafforzare il senso di comunità e riqualificare il territorio coinvolgendo cittadini e turisti, generando anche occasioni di aiuto reciproco e solidale”, spiegano Giovanni Lo Verso e Giorgia Görner Enrile di Arèa.

“Abbraccio di luci” si concretizza grazie alla preziosa collaborazione della I Circoscrizione del Comune di Palermo che ha aderito con impegno ed entusiasmo a questo progetto.

Fotografia: La “Street Photography” di Robert Doisneau, tra umorismo e scandalo | di Carmela Rizzuti

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Robert Doisneau

Un famoso fotografo francese, Robert Doisneau, fa degli scatti per la rivista LIFE cercando di cogliere le varie espressioni delle persone nascondendo la sua Rolliflex dietro una sedia antica in mostra alla galleria d’arte di Romi nel 5° arrondissement. Con il suo solito stile per l’umorismo, aveva impostato la sua macchina fotografica nell’angolazione corretta per scattare foto del dipinto del nudo e delle reazioni del pubblico. Anno 1948.

Carmela Rizzuti

INFO E APPROFONDIMENTI:

Biografia

Robert Doisneau è un fotografo francese noto per il suo approccio poetico alla street photography.

Nasce a Gentilly, un sobborgo di Parigi, nel 1912. Da giovane studia litografia presso l’Ecole Etienne, ma amava sostenere che le lezioni più importanti le abbia apprese nelle strade dei sobborghi operai in cui è cresciuto. Nel 1929 inizia ad occuparsi di fotografia lavorando per il fotografo pubblicitario André Vigneau per poi passare, agli inizi degli anni ‘30, a lavorare come fotografo industriale per la Renault. Già in questo periodo inizia a fotografare nelle periferie parigine con l’obbiettivo di vendere i propri scatti alle riviste di fotografia che proprio in quegli anni iniziavano ad espandersi.

Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, Doisneau interrompe momentaneamente le attività di fotografo ed entra a far parte della Resistenza, mettendo a disposizione le proprie capacità di litografo per falsificare documenti. Finita la guerra, ricomincia  a scattare a scopo pubblicitario, e realizza anche alcuni reportage per Vogue.

Nel 1949 pubblica il suo primo libro di fotografie “La Banlieu de Paris”, il primo di una lunga serie di volumi con immagini di Parigi e dei parigini.

Negli anni ‘50 divenne membro di “Group XV”, un’associazione di fotografi dediti alla ricerca tecnica ed artistica in campo fotografico. Da quel momento in avanti, proseguì la sua carriera di fotografo senza interruzione, regalandoci un vasto repertorio di immagini in cui giustappone elementi tradizionali ed anticonformisti, immagini caratterizzate da uno spiccato senso dell’ umorismo, da sentimenti anti-establishment e soprattutto da un profondo e sentito umanismo.

IL FOTOGRAFO

Robert Doisneau è riuscito, più di chiunque altro, a raccontare per immagini la “francesità’’”. Le sue fotografie hanno colto lo spirito di un’intera nazione e sono diventate sinonimo dello stile di vita francese. Nessuno come lui ha saputo raccontare il fascino della Ville Lumiere: Doisneau ha saputo cristallizzare in immagini tutti i miti e le icone della Parigi del ‘900. Attraversando la città dalla Senna alla periferie operaie, Doisneau ci racconta la Parigi degli innamorati, quella dei bistrot, quella degli atelier di moda e quella dei bambini di strada, regalando ai suoi ammiratori un monumentale affresco di Parigi e dei parigini.

Insieme ad Henry Cartier-Bresson è considerato uno dei padri fondatori del fotogiornalismo di strada, e fu uno degli esponenti di punta della corrente “umanista” della fotografia francese. Al centro della sua fotografia c’è l’uomo con le sue emozioni, spesso colte nei momenti surreali che si presentano nella vita quotidiana. Doisneau usa un registro ironico e poetico allo stesso tempo, i suoi soggetti più riusciti sono i bambini e gli innamorati. La sua visione del mondo e della fotografia la riassume chiaramente lui stesso: “Quello che io cercavo di mostrare era un mondo dove mi sarei sentito bene, dove le persone sarebbero state gentili, dove avrei trovato la tenerezza che speravo di ricevere. Le mie foto erano come una prova che questo mondo può esistere.”

La sua capacità di cogliere le emozioni gli deriva da un’immersione totale nella realtà che lo circonda, tanto che lui amava definirsi poeticamente un “pescatore di immagini”. Il suo processo è impulsivo, ecco come lo racconta lui stesso: “Vi spiego come mi prende la voglia di fare una fotografia. Spesso è la continuazione di un sogno. Mi sveglio un mattino con una straordinaria voglia di vedere, di vivere. Allora devo andare. Ma non troppo lontano, perché se si lascia passare del tempo l’entusiasmo, il bisogno, la voglia di fare svaniscono. Non credo che si possa “vedere” intensamente più di due ore al giorno”.

La sua foto più famosa, “Le Baiser de l’hotel de ville”, fu scattata nel 1950 mentre Doisneau stava realizzando un servizio fotografico per la rivista americana, “Life”.

All’inizio degli anni ‘90 fu oggetto di un contenzioso che fu seguito con attenzione e curiosità dai media. Un coppia francese, Denise e Jean Louis Lavergne, si presentarono ad una televisione francese sostenendo di essere i due protagonisti del celebre bacio immortalato da Doisneau e denunciando di essere stati defraudati dall’artista in quanto non avrebbe chiesto il loro permesso. Doisneau per difendersi dall’accusa fu costretto a dichiarare che i due soggetti della foto si erano messi in posa, per cui avevano rilasciato il loro permesso. A quel punto si presentò dal fotografo Francoise Bonnet che, mostrando la copia autografata dal fotografo, dimostrò di essere lei la vera protagonista dello scatto. La stessa Bonnet nel 2005 riuscì a vendere la copia autografata per 155.000 euro.

Nel 2014 la casa editrice Tashen ha pubblicato una monografia dedicata a Doisneau che raccoglie oltre 400 immagini realizzate dall’artista. Si tratta del libro più completo dedicato all’artista, ed è curato dall’amico ed esperto di fotografia Jean Claude Gautrand-

LIBRI DI FOTOGRAFIA CONSIGLIATI

– Robert Doisneau 1912-1994, Jean Claude Gautrand, 2014

Questo volume è la più completa retrospettiva mai pubblicata su Doisneau, il racconto della sua spettacolare carriera raccontata attraverso sia le sue immagini più celebri che quelle meno note. Il libro è disseminato di citazioni del fotografo francese, che aiutano il lettore a comprendere meglio la sensibilità e l’intensità che caratterizzano le sue foto. Questo libro è un lungo viaggio che, attraverso oltre 400 immagini, trasporta il lettore dalle periferie parigine della gioventù di Doisneau allo studio dove il fotografo francese ha realizzato ritratti delle più grandi personalità del ‘900. Un’opera curata dall’amico Jean Claude Gautrand, assolutamente imperdibile per tutti gli ammiratori di Doisneau. Testo in inglese, francese e tedesco.

– Robert Doisneau 1912-1994, Jean Claude Gautrand,  2012

Stesso libro del precedente, ma prezzo e dimensioni sono drasticamente ridotti. Il libro racconta in modo esauriente la carriera del fotografo. Molto economico anche se le dimensioni penalizzano un po’ le fotografie.

– Doisneau Paris, 2014

Un volume che celebra il rapporto tra Doisnea e la Ville Lumiere, città che nessuno ha saputo raccontare come Doisneau. Le fotografie, commentate dallo stesso Doisneau, sono suddivise per temi, e ci accompagnano in una passeggiata attraverso le strade di Parigi

– a. Pescatore d’immagini, Quentin Bajac, 2012

Un libro che  ripercorre la vita di Doisneau attraverso 120 documenti: dai disegni giovanili alle sue agende personali, dai reportages sulla liberazione di Parigi alle serate mondane per Vogue, dai servizi dai servizi per La Vie Ouvrière alle collaborazioni con Life. Il titolo fa riferimento ad un’espressione con cui il fotografo stesso amava definirsi.

FONTE:

https://www.grandi-fotografi.com/robert-doisneau

Concerti: Francesco Nicolosi con “Omaggio al Cinema Italiano” al Real Teatro Santa Cecilia di Palermo | 20 dicembre alle ore 19:00

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Francesco Nicolosi

In scena per la stagione Brass Extra Series Francesco Nicolosi con “Omaggio al Cinema Italiano”, al Real Teatro Santa Cecilia 20 dicembre alle ore 19.00 

Francesco Nicolosi

Passione e amore è il binomio che ha reso Francesco Nicolosi in pochissimo tempo uno dei violinisti più amati sia a livello nazionale che internazionale. L’artista siciliano sarà in scena per la stagione concertista Brass Extra Series con lo spettacolo “Omaggio al cinema Italiano” al Real Teatro Santa Cecilia 20 dicembre alle ore 19.00. La formazione dell’ensemble è composta da Francesco Nicolosi (vìolino), Piera Grifasi (voce), Antonio Putzu (sax soprano, clarinetto e flauti), Raul Perna (piano), Giulio Vinci (tastiere), Ago e Cetta Rio (ballerini) e tra i brani previsti in programma il pubblico avrà modo di ascoltare Cera una Volta il West, il Postino, Nuovo Cinema Paradiso e tanti altri ancora. Sull’artista palermitano i riflettori cominciano ad accendersi esattamente quando partecipa all’edizione 2013 del popolare programma televisivo Italia’s Got Talent. In quell’occasione Nicolosi sfiora d’un soffio la vittoria finale ma il pubblico è irrimediabilmente conquistato dal suono del suo violino e dall’intenso fuoco interpretativo di questo artista schivo e garbato e non lo abbandonerà mai più.  La carriera musicale di Nicolosi inizia assai precocemente. L’incontro con lo strumento, infatti, avviene ad appena 6 anni e del tutto casualmente: un violino regalato dalla nonna al fratello che però rinuncia dopo la prima lezione. Francesco, invece, ne è attratto ed è subito colpo di fulmine. Già due anni dopo vince da autentico bambino prodigio la sua prima rassegna musicale. Inevitabile per lui dapprima intraprendere gli studi al conservatorio (ove in breve si diploma col massimo dei voti) e poi intrecciare numerose collaborazioni con le maggiori istituzioni classiche e questo lo porta a sviluppare una vivace attività concertistica nei teatri più prestigiosi, tra cui il Teatro Massimo ed il Politeama Garibaldi. E’ stato anche solista dell’Orchestra Made in Sicily con la quale ha inciso l’album “The songs”, rivisitazione in chiave pop-jazz di celebri canzoni popolari siciliane (il disco ha venduto oltre 150 mila copie). Assai apprezzato anche per la versatilità del repertorio, Nicolosi ha avuto occasione di dividere il palco con parecchie celebrità appartenenti a vari ambiti musicali, tra cui Katia Ricciarelli ed il premio Oscar Ennio Morricone, delle cui musiche il violinista è un grande estimatore. Tra le sue più ferree convinzioni quella di emozionare il pubblico.

I concerti del Brass Group continuano con quelli fuori abbonamento ed inseriti nella stagione Brass Extra Series con le Christmas Ladies il 22, 23 e 26 dicembre.

INFO:

biglietti e prenotazioni The Brass Group

www.bluetickets.it

brasspalermo@gmail.com

+39 334 739 1972

“Aspettando il Natale” | di Aurora d’Errico

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Aurora d'Errico_Natale 2021

Miei cari lettori, eccoci di nuovo nella mia rubrica: “In salotto con Aurora”, di Mobmagazine.it.

Tra pochi giorni, in molti festeggeranno di nuovo il Natale. Tale ricorrenza non viene festeggiata, tuttavia, da tutte le religioni in quanto ci sono molti culti che non lo prevedono, come l’Islam e il Buddhismo e anche per il Corano, la nascita di Gesù non è una ricorrenza da festeggiare. Il significato del Natale veniva connesso ad antichissime feste solstiziali volte a propiziare che le terre lasciate incolte durante tutto l’inverno, tornassero poi in primavera, a dare nuova vita. Quindi, una festa di rinascita, prima terrena e poi mitologica, simboleggiata dalla venuta di un bambino semidivino partorito da una donna vergine e il trionfo della luce sulle tenebre. Nell’antica Roma, il Natale che significa “Nascita”, coincideva con il giorno della nascita del Sole Invitto, ovvero “ DIES NATALIS SOLIS INVICTI”, che veniva celebrata in quel periodo dell’anno in cui la durata del giorno iniziava ad essere più lunga, dopo il solstizio d’ inverno, indicando, appunto,  “ la rinascita del Sole”. Fu Papa Giulio I che trasformò questa festa pagana in una festa cristiana, dichiarando il 25 dicembre, anniversario della nascita di Gesù. E così, ogni anno, in prossimità del Natale, addobbiamo le nostre case con i simboli proprio della tradizione che si rinnova, come alberi, presepi, coccarde, nastrini, stelle comete, Babbi Natali, fili di luci, in attesa dell’arrivo del giorno più atteso dell’anno, appunto, il 25 dicembre. Ma, a parte i bellissimi addobbi che ciascuno riesce a realizzare nelle proprie dimore, credo che il vero significato del Natale dovrebbe essere l’unione, la fratellanza, la condivisione e l’amore per i nostri simili. Si, l’amore verso quel genere umano che spesso dimentichiamo di provare perché troppo impegnati a dare ascolto ai nostri egoismi. Ed infatti, la figura di Babbo Natale simboleggia l’incarnazione dell’altruismo, dell’amore verso il prossimo, la dimostrazione di affetto, di un pensiero verso qualcuno, un segno di amore sincero ed incondizionato, che attraverso i doni, regala quella felicità e serenità tanto attesa. Quell’aria di festa che evoca il Natale ogni dicembre, dovrebbe far parte delle nostre vite tutti i giorni, in ogni nota musicale che si ascolta lungo le strade, in ogni luce che si accende nelle nostre case e non essere circoscritta solo in quel particolare periodo dell’anno. La festività natalizia dovrebbe segnare per tutti noi l’insieme di ricordi della nostra infanzia, quei sentimenti e sensazioni provate quando da piccoli, tutti attorno ad un bel tavolo imbandito di piatti deliziosi da gustare accanto alla classica fetta di panettone e un bel tocco di torrone, festeggiavamo quel giorno speciale assieme ai nostri cari, nonni, zii, cugini che non vedevamo da tanto tempo. Senza dimenticare che poi la sera, ci si riuniva attorno all’albero ricco di luci e candele, per cantare o recitare poesie imparate sui banchi di scuola e giungere così, fino a tarda sera, tra una tombolata ed un calice di spumante. Era il giorno del ritrovarsi, della condivisione, anche se ahimè, ogni anno che passa, ci ritroviamo sempre con qualche componente in meno delle nostre famiglie. Ormai, più che un richiamo alla vita, il giorno di Natale ha perso la propria sacralità, quel sentimento che lo avvolgeva nei tempi passati della nostra cara infanzia e viene vissuto più come un fatto quasi esclusivamente commerciale, dove i regali fanno da padrone, diventando più importanti del Natale stesso.

La festività del Natale simboleggia la rinascita, il rinnovamento, il cambiamento, ma anche la speranza e la fiducia che attraverso le oscurità della vita si rafforzi la consapevolezza delle proprie capacità e risorse in modo da mettere in atto un’evoluzione interiore, e quindi un rinnovamento. Forse quest’anno, come non mai, a causa della brutta pandemia che continua a perseguitarci, il Natale che sta per arrivare, sarà sentito ancora di più come un auspicio per una vera rinascita, un rinnovamento delle nostre vite e una riconquista della libertà perduta, per un ritorno alla normalità. E, in questa lunga attesa di ritrovare finalmente la nostra serenità, miei cari lettori, assieme a tutti i redattori di Mobmagazine, non posso che augurarvi un sereno e tranquillo Buon Natale!

Aurora d’Errico

 

L’erotismo di Nicole Claveloux, fumettista e femminista francese degli anni Sessanta

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L’erotismo disegnato da Nicole Claveloux. Classe 1940, la francese Nicole Claveloux è passata dall’illustrazione per l’infanzia al mondo della rappresentazione erotica. Senza mai perdere, però, classe e divertimento.

La si ricordava come giovane e deliziosa illustratrice per l’infanzia, figurarsi. E la si ritrova come anziana e pepata visualizzatrice per erotomani, guarda un po’. Ma per la verità qualche premessa c’era già allora, nei fiammeggianti Anni Sessanta e Settanta: femminista intelligente, Nicole Claveloux (Saint-Étienne, 1940) è sempre andata per conto proprio, incurante di regole indotte e insofferente a qualunque prescrizione miope, fosse anche di campo femminista a sua volta. Lei è un’individualista, grazie al cielo di pensiero sempre autonomo.

Fin dai Sixties rivoluzionaria illustratrice sulle coloratissime orme dei grandi Milton Glaser e Heinz Edelmann, poi geniale fumettista per Métal Hurlant e Ah! Nana (la prima stordente rivista francese di bande dessinée tutta al femminile), poi di nuovo pirotecnica collaboratrice della storica casa editrice italiana Dalla parte delle bambine, e intanto pure pittrice, Claveloux è stata sempre, per i suoi pubblici, un’artista molto sorprendente. Tanto che la sua più recente stagione creativa, da sessantenne a ottantenne (quindi quella che con una strizzatina d’occhio si potrebbe definire “la più matura”), si è concentrata su figurazioni di carattere assolutamente e decisamente osé.

La sua ultima produzione espressiva è focalizzatissima, dunque, e al contempo la può far includere ormai nel novero dei grandi artisti della cochonnerie francese, tra Fragonard e Félicien Rops (ma pure il malandrino austriaco Franz von Bayros sarebbe fiero di lei).

Qualche esempio chiarificatore della sua licenziosa attività illustrativa? In Morceaux choisis de la Belle et la Bête (Eden 2003) sotto il suo pennino la famosa favola rinasce immersa in un’atmosfera tutt’altro che disneyana, ma piuttosto bellamente bestiale: la candidona e il pelosone ci danno dentro senza sosta. In Confessions d’un monte-en-l’air (Folies d’encre 2007) un acrobatico svaligiatore d’appartamenti della Belle Époque si trova sempre, guarda caso, in situazioni molto particolari, che mettono alla prova altre sue attitudini di superdotato e dalle quali esce in modi tutt’altro che disonorevoli; il tutto documentato con eleganti bianchi e neri (e grigi) che nulla lasciano all’immaginazione. Poi in Contes de la fève et du gland (Folies d’encre 2010) ecco che il fagiolo e la ghianda, allegri protagonisti di svariate narrazioni, vengono visualizzati stavolta con matite colorate e gouache, in modi più morbidi e umoristici, e si può dire anche più furbescamente “ingenui”, non senza qualche concessione al grottesco.

Gli altri titoli successivi, particolarmente espliciti – Les aphrodisiaques (Sabine Fournier 2006), L‘ingénue lubrique (Sabine Fournier 2007), Grammaire érotique (La Musardine 2010) –, le cui parti illustrative sono declinate in maniere formali ogni volta differenti (i contenuti invece sono sempre quelli, trionfalmente peccaminosi), non fanno che consolidare la fama di Nicole Claveloux quale decisa ultima interprete, diremmo filologica, della grande tradizione dell’erotismo libertino di matrice parigina. Coiti quasi surrealisti e languidi titillamenti incrociati la fanno sempre da padroni, ma con una divertita classe che qui, come il sangue, non è acqua. Come dire, un gran godimento.

INFO:

http://claveloux.curiosa.free.fr/

FONTE:

https://www.artribune.com/professioni-e-professionisti/who-is-who/2021/12/erotismo-nicole-claveloux/

Teatro: Emma Dante al Teatro Comunale di Bologna dirige “La Cenerentola” di Gioacchino Rossini | 16, 18, 21 e 23 dicembre 2021

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Cenerentola_Tisbe-Aloisa Aisemberg_Dandini-Andrea Vincenzo Bonsignore_Clorinda-Sonia Ciani_D4_8544_©AndreaRanzi (Casaluci-Ranzi)

Sul podio Nikolas Nägele. Protagonisti Chiara Amarù, Antonino Siragusa, Nicola Alaimo, Vincenzo Taormina e Gabriele Sagona. In scena dal 16 al 23 dicembre

È affidato a una grande regista di teatro e cinema come Emma Dante l’allestimento della Cenerentola di Gioachino Rossini, terzo e ultimo appuntamento del ciclo “Autunno all’Opera 2021” del Teatro Comunale di Bologna. Il capolavoro buffo, originariamente previsto a marzo ma posticipato a causa dell’emergenza sanitaria, incontra finalmente il pubblico del teatro felsineo giovedì 16 dicembre alle 20 (repliche sabato 18 e martedì 21 dicembre alle 20 e giovedì 23 dicembre alle 18) e sarà trasmesso anche in differita su Radio3 Rai.

Nata per il Teatro dell’Opera di Roma nel 2016 e riproposta sempre al Costanzi nel 2019, la produzione di Emma Dante – ripresa a Bologna da Federico Gagliardi – offre una rilettura in chiave pop-surrealista del dramma giocoso di Rossini, composto tra il 1816 e il 1817 su libretto di Jacopo Ferretti e ispirato alla celebre fiaba di Charles Perrault.

Firma le scene Carmine Maringola, i costumi Vanessa Sannino, le luci Cristian Zucaro e i movimenti coreografici Manuela Lo Sicco. Sul podio dell’Orchestra del Comunale ritorna il tedesco Nikolas Nägele, che già nel 2019 ha diretto nella Sala Bibiena un’altra opera del compositore pesarese, L’italiana in Algeri. Come di consueto, il Coro del Comunale è preparato da Gea Garatti Ansini.

La regista palermitana si concentra sui temi della violenza e dell’emarginazione, che da sempre mette in evidenza nelle sue creazioni: «nella mia messinscena c’è un lieto fine a metà – spiega Emma Dante –. Per tutto lo spettacolo racconto un mondo meccanico che circonda Cenerentola. Le metto accanto delle bambole meccaniche con una chiavetta nella schiena, come dei carillon, che lei carica in modo che si animino e l’aiutino non solo nei lavori domestici, ma anche a superare la solitudine. Anche il principe travestito da servitore avrà un suo seguito di “bamboli” vestiti come lui, come se i personaggi buoni in qualche modo non avessero la possibilità di dialogare, di comunicare con il resto del mondo, che invece è cieco e sordo, perfido e cattivo. Questi due personaggi – continua la regista – che sono gli unici buoni di tutta l’opera, in qualche modo sono circondati da “animelle” meccaniche che li accompagnano nel loro viaggio verso l’amore. Quando poi Cenerentola e il suo principe – che in realtà in tutta l’opera per lei è il servo – si innamoreranno, anche i loro bamboli e bambole avranno un idillio d’amore».

Sul palcoscenico sono impegnati apprezzati interpreti rossiniani come Chiara Amarù nel ruolo del titolo, Antonino Siragusa come Don Ramiro, Nicola Alaimo che si alterna con Andrea Vincenzo Bonsignore nei panni di Dandini, Vincenzo Taormina in quelli di Don Magnifico, Aloisa Aisenberg e Sonia Ciani rispettivamente come Tisbe e Clorinda e Gabriele Sagona come Alidoro.

Lo spettacolo è realizzato grazie al sostegno di Alfasigma (www.alfasigma.com) unica azienda farmaceutica dal DNA bolognese, ma presente in oltre novanta Paesi, da sempre a fianco del Teatro Comunale.

Le recite della Cenerentola saranno precedute, circa 45 minuti prima dell’inizio dello spettacolo, da una breve presentazione dell’opera nel Foyer Rossini del Teatro Comunale.

I biglietti – da 10 a 115 euro – sono in vendita online tramite Vivaticket e presso la biglietteria del Teatro Comunale, aperta dal martedì al venerdì dalle 12 alle 18, il sabato dalle 11 alle 15 (Ingresso Piazza Verdi) e nei giorni di spettacolo da due ore prima e fino a 15 minuti dopo l’inizio (Ingresso Largo Respighi 1).

INFO:

https://www.tcbo.it/eventi/autunno-allopera-2021-la-cenerentola/

LA CENERENTOLA
ossia La bontà in trionfo
Dramma giocoso in due atti

Musica di Gioachino Rossini
Libretto di Jacopo Ferretti

Direttore Nikolas Nägele
Regia Emma Dante
Maestro del Coro Gea Garatti Ansini

Scene Carmine Maringola
Costumi Vanessa Sannino
Luci Cristian Zucaro
Movimenti coreografici Manuela Lo Sicco

Regia ripresa da Federico Gagliardi

Personaggi e interpreti
Don Ramiro Antonino Siragusa
Dandini Nicola Alaimo (16 e 21 dicembre) Andrea Vincenzo Bonsignore (18 e 23 dicembre)
Don Magnifico Vincenzo Taormina
Clorinda Sonia Ciani
Tisbe Aloisa Aisemberg
Alidoro Gabriele Sagona   

Angelina, detta Cenerentola Chiara Amarù

Attori della compagnia di Emma Dante: Viola Garinci, Davide Celona, Roberto Galbo, Silvia Giuffrè, Francesca Laviosa, Ivano Picciallo, Samuel Salamone, Daniele Savarino, Sabrina Vicari, Marta Zollet

In collaborazione con la Scuola di Teatro di Bologna “Alessandra Galante Garrone”

Orchestra, Coro e Tecnici del Teatro Comunale di Bologna

Produzione del Teatro dell’Opera di Roma

Date
Giovedì 16 dicembre – ore 20
Sabato 18 dicembre – ore 20
Martedì 21 dicembre – ore 20
Giovedì 23 dicembre – ore 18

Paolo Massimo Rossi, autore e scrittore, presenta “Jacob Rohault. I giorni di Venezia” nella versione statunitense | INTERVISTA

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Paolo Massimo Rossi

«Il mio obiettivo primario di scrittore e amante della filosofia, è stato quello di risarcirlo di un torto. Rohault avrebbe potuto veramente traghettare un’idea della nuova scienza nell’epoca illuminista, non solo nei concetti ma anche nel modo.» (Paolo Massimo Rossi)

Paolo Massimo Rossi

Ciao Paolo Massimo, benvenuto e grazie per aver accettato il nostro invito. Come stai?

Potrei lamentarmi, preferisco dire che sto bene.

È appena uscito negli USA il tuo ultimo romanzo dal titolo “Jacob Rohault. I giorni di Venezia”. Ci racconti di cosa parla, qual è l’idea che lo ha generato, quale il messaggio che vuoi che arrivi al lettore, senza ovviamente fare spoiler?

“Jacob Rohault I giorni di Venezia” è stato scritto in italiano. Per una serie di circostanze di cui parlerò più avanti, è stato tradotto in inglese per essere pubblicato negli Stati Uniti e non solo.

Sinteticamente la storia: Jacob Rohault (filosofo e scienziato francese realmente esistito ed educato al sapere cartesiano), nell’anno 1658 trascorre sei mesi a Venezia per seguire, presso l’antico editore Eredi Hieronymus, la stampa dell’edizione italiana del suo Tractatus Physicus.

Nei giorni che trascorrono nell’attesa della sospirata stampa, si ritrova a frequentare la società patrizia e, suo malgrado, viene coinvolto in tipici intrighi della città lagunare.

Accetta l’incarico di precettore di una fanciulla di nobile casato, stabilisce rapporti di amicizia e, inevitabilmente, si crea dei nemici. Discute e difende la conoscenza della nuova scienza scontrandosi con detrattori che ironizzano e con estimatori sinceramente interessati. Sino al giorno in cui, richiamato dal Re, riparte per Parigi, lasciandosi alle spalle qualche rimpianto, commenti salaci, accuse di eresia, gratificazioni, delusioni e inevitabilmente dei cuori spezzati.

L’idea: il desiderio di rivalutare un autore che fu rapidamente dimenticato con l’avvento delle nuove teorie di Newton. Dunque una sorta di risarcimento filosofico-morale per chi poteva trasbordare il cartesianesimo nel secolo dei lumi in arrivo.

Questo romanzo è stato recentemente tradotto e pubblicato negli USA con tua grandissima soddisfazione. Come è nato questo progetto editoriale oltre oceano, chi lo ha curato, quale la casa editrice che lo ha pubblicato negli Stati Unici e quali le tue aspettative editoriali?

L’idea di pubblicarlo negli Stati Uniti nasce dalla proposta dello scrittore Antonello Di Carlo che ha coinvolto le Edizioni CTL di Livorno per un’edizione oltre oceano. Sostanzialmente, in un mercato più ricettivo e più aperto alla lettura di quanto sia quello italiano, considerato un po’ asfittico, se non nei confronti di grandi nomi vendibili con certezza. CTL ha già reso disponibile il libro in e-book e sta editando un cartaceo da distribuire negli Stati Uniti e in altri paesi di lingua anglosassone.

C’è qualcuno che vuoi ringraziare per avere raggiunto questo ambiziosissimo traguardo editoriale? Se sì, chi sono queste persone e perché le ringrazi pubblicamente?

Devo ringraziare lo scrittore Antonello Di Carlo, siciliano residente a Reggio Emilia che, dopo aver letto il romanzo, si è fatto promotore presso l’editore CTL di Livorno per una edizione americana. Oltretutto provvedendo anche alla prefazione in inglese e alla traduzione del testo con competenza e sensibilità.

Consigli per l’acquisto di questo ultimo libro? Cosa vuoi dire ai nostri lettori per invogliarli a comprare questa tua ultima opera, oltre che nella versione italiana anche in quella inglese?

La versione in inglese è ovviamente, almeno per il lettore italiano, un terreno di esplorazione lessicale. La versione in lingua italiana potrebbe essere apprezzata per l’uso di un linguaggio rispettoso, io credo, dei “modi” dialoganti dell’epoca in cui si svolge la storia. (E qui apro una parentesi: rendere in inglese un testo scritto rispettando un italiano seicentesco e con sfumature veneziane era un’opera di grande difficoltà. Merito di Antonello Di Carlo il risultato). Senza contare il connubio pervicacemente perseguito tra filosofia, sentimento e sesso. In altri termini il racconto di un breve periodo della vita di un personaggio che fu trasgressivo negli atteggiamenti e nel credo filosofico e che precorse i tempi in quella che alla fine del secolo sarebbe passata alla storia come la “querelle des Anciens et des Modernes”. Un argomento che potrebbe essere interessante anche per la cultura anglosassone.

Hai programmato delle presentazioni pubbliche negli Stati Uniti? Se sì, raccontaci di questo progetto promozionale del tuo romanzo.

Un’eventuale presentazione negli Stati Uniti dipende, ovviamente, dall’Editore. Posso solo dire che spero ci si possa arrivare: sarebbe un grande onore per me e per chiunque scriva.

Come vuoi concludere questa chiacchierata e cosa vuoi dire a chi leggerà questa breve intervista?

La storia di Jacob Rohault, pur rispettando un momento importante nella vita dello scienziato/filosofo francese, è evidentemente romanzata nella descrizione del suo soggiorno veneziano. Il mio obiettivo primario di scrittore e amante della filosofia, è stato quello di risarcirlo di un torto. Rohault avrebbe potuto veramente traghettare un’idea della nuova scienza nell’epoca illuminista, non solo nei concetti ma anche nel modo. Ma le sue teorie subirono il prevalere del Newtonismo che la società dell’epoca abbracciò con una sorta di fede positivista, là dove Rohault aveva dimostrato un’altra apertura mentale e non fideistica.

In una risposta che dà alla sua protettrice – la nobildonna Laura Stellarin – afferma: “Vi prego, signora, mi fate torto attribuendomi la nomea di nemico degli antichi. Non lo sono, e come potrei? Ritengo non sia giusto pensare che essi furono in errore; piuttosto credo che il loro atteggiamento verso la verità sia stato, semplicemente, la base per un nuovo inizio, per un nuovo modo di filosofare. Io sono nemico di chi crede che le teorie degli antichi siano immodificabili; lo sono – nemico, intendo – di coloro che le considerano come vere o false in assoluto. Molti cattivi moderni lo pensano, per paura della scienza, per gelosia o per difendere i loro privilegi”. In altri termini Rohault ha un’istintiva preveggenza in relazione alle mutazioni dell’atteggiamento che si deve avere verso la filosofia: potrebbe essere considerato un popperiano ante litteram. In questo polemizzando anzitempo con Newton che avrebbe proposto, qualche anno dopo, un sistema definitivo e immutabile, in fondo metafisico.

Dunque il messaggio, più letterario che filosofico: l’uomo Rohault a un certo punto prevale sul tecnico della scienza. Finisce per diventare nemico di ogni metafisica: antipositivista e razionale allo stesso tempo. Per meglio dire, nella mia interpretazione Jacob Rohault si pone il problema del sapere scientifico prefigurando quella che, secoli più tardi, sarebbe stata la fondazione dell’epistemologia come metodo per la conoscenza. Forse con qualche concessione alla fantasia, più che legittima in un romanzo.

Ma il messaggio vuole essere anche una riscoperta dell’importanza e del valore dei sentimenti: il mio è un romanzo e non un trattato, dunque, in esso non poteva non trovar posto l’amore. E Jacob crede nel grande amore, quello per la moglie morta e quello per la giovane allieva Fulvia. Ma come uomo di retta sensibilità, nel suo animo riesce e far trovar posto anche al tormento. Sembra pensare che le passioni d’amore, se è vero amore, sono ingovernabili, ma per definizione passione significa “patire, soffrire” se vogliamo prestare attenzione alle etimologie.

Partendo ammette, dunque, che sarebbe un controsenso una passione controllata.

In fondo, ci dice che non c’è mai ritorno nell’amore e nella vita da cui ci si allontana o dalle quali simo strappati. Le più grandi avventure sono quelle dalle quali non si ritorna.

Paolo Massimo Rossi

https://www.facebook.com/paolomassimo.rossi

Il libro:

Paolo Massimo Rossi, “Jacob Rohault. I giorni di Venezia”, Libeccio Edizioni, Livorno, 2021

https://www.ctleditorelivorno.it/product-page/jacob-rohault-i-giorni-di-venezia

Paolo Massimo Rossi, “Jacob Rohault. I giorni di Venezia”, Libeccio Edizioni, Livorno, 2021

Andrea Giostra

https://www.facebook.com/andreagiostrafilm/

https://andreagiostrafilm.blogspot.it

https://www.youtube.com/channel/UCJvCBdZmn_o9bWQA1IuD0Pg

Andrea Giostra al mercato di Ballarò a Palermo_Ph. Mapi Rizzo

“Van Gogh Multimedia Experience” I di Mattia Fiore

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Care lettrici e cari lettori,

il mondo della cultura e dell’arte ai tempi del Coronavirus non si ferma e reagisce alla pandemia promuovendo iniziative culturali online: visite virtuali di musei, mostre. “Sicuramente non possiamo vivere senza pane, ma anche esistere senza Bellezza è impossibile”, amava dire Dostoevskij.

Presso Palazzo Bonocore, Piazza Pretoria 2, Palermo, e’ allestita la mostraVan Gogh Multimedia Experienceinaugurata il 24 settembre 2021.  

Questa mostra multimediale, ideata e realizzata da Navigare S.r.l. e curata dalla professoressa Giovanna Strano, presenta la vita e le opere del pittore olandese mediante la visione in video di molti dipinti e disegni realizzati nel corso della sua vita.

La chiusura della mostra e’ stata anticipata al 30 Gennaio 2022, anziché al 20 febbraio 2022, come da programma iniziale.

Oggi, sperando di fare cosa gradita, ho deciso, col piacere e la bellezza della condivisione, di presentarvi la storia del grande artista olandese, Vincent Van Gogh ( 1853-1890 ), pittore degli umili e dei fiori, figura chiave nel passaggio dall’Ottocento alla modernità.

L’uomo che morì a 37 anni scoraggiato, avendo venduto un solo quadro dei circa ottocento che aveva dipinto ma diventa la leggenda artistica forse più popolare del Novecento.

Autoritratto (Parigi, primavera 1887); olio su cartone, cm42x33,7cm. The Art Institute of Chicago.

Tutta la vicenda umana di Van Gogh, con i suoi richiami religiosi e umanitari, con la sua irresistibile vocazione alla pittura, è un seguito di dure conquiste, ognuna delle quali scontata con il dolore e, infine, con la morte.

Il 30 marzo 1853, in un piccolo paese del Brabante olandese, a Groot Zundert, nasce Vincent Willem Van Gogh, figlio maggiore di un pastore protestante.

Vincent ricorderà l’infanzia e i giochi col prediletto fratello Theodorus (Theo), come il periodo “ forse più felice della sua vita”. Si deve a lui molta di quella felicità che quel fratello difficile riesce ad assaporare.

Per intervento dei tre fratelli del padre, tutti attivi nel mercato dell’arte, Vincent viene assunto nel 1869 presso la filiale dell’Aia della Galleria Goupil di Parigi, una delle maggiori ditte che operavano sul mercato artistico internazionale. Poi passa nella più importante succursale londinese  (1873), infine in quella centrale di Parigi (1874). L’artista perde l’impiego, per il quale non ha mai nutrito grande interesse e prende la via di casa all’inizio del 1876. Per compiacere il padre, intraprende studi ecclesiastici che poi abbandona l’anno dopo per predicare nel Borinage, zona mineraria fra le più povere del Belgio, deciso a perseguire l’imitazione di Cristo sollevando le sofferenze degli umili; qui, come egli dice, assiste ai corsi gratuiti della “grande università della miseria”, qui vive gli stenti e le privazioni dei minatori e da questa esperienza esce con un esaurimento da cui non si riprenderà mai più.

Nel 1880 va a studiare disegno ad Anversa e realizza schizzi di minatori ispirati a Millet, che ammira molto.

A 27 anni Vincent decide di farsi artista e quindi inizia a studiare arte e si interessa ai grandi maestri nei musei di Anversa, Bruxelles e l’Aia. Gli artisti più amati e studiati da Van Gogh sono stati da Rembrandt, Millet, Vermeer e Delacroix ai prediletti compagni di strada Toulouse Lautrec Gauguin, Bernard e Seraut. Vincent corteggia la cugina Kee Vos, vedova, di sette anni più anziana. Un rapporto impossibile per l’incerto status sociale di Vincent, che, avversato dalla famiglia, desiste.

Durante il soggiorno all’Aia (1881), il giovane Van Gogh, deciso a diventare artista, mette su casa con Chistine Clasina Maria Hoornik, detta Sien, una prostituta incontrata per strada, e madre di una bambina e in attesa di un altro figlio e che Vincent ha accolto per curarla e aiutarla.

Christine diventa la sua modella e la sua compagna. Naturalmente il padre dell’artista reagisce malissimo, minacciandolo, non per la prima volta, d’internamento in una clinica per malattie mentali.

“Sorrow”, 1882, disegno, cm 44 x 27 cm, collezione Garman Ryan, Walsall ,New Art Gallery Walsall. Il dipinto è ispirato alla vicenda di una prostituta di 32 anni, malata e incinta, nota come Sien.

Le crescenti ristrettezze lo costringono a rientrare in famiglia, trasferitasi a Nuenen, e dove resta per due anni circa, dal 1883 al 1885, lavorando intensamente. La tragedia sfiora la sua vita quando una vicina, Margot Bergeman, tenta di uccidersi in seguito al rifiuto opposto dalla famiglia al suo matrimonio con Vincent , del quale si era sinceramente innamorata.

Nel 1885 dipinge la prima opera d’impegno, “ I Mangiatori di patate”, in cui esprime il dramma della condizione umana che lo circonda: utilizza una tavolozza di colori scuri e densi e il disegno che sottolinea i contorni sgraziati di poveri contadini abbruttiti  che, nella penombra di un ambiente povero, seduti intorno a un tavolo, consumano un pasto frugale a base di patate, fonte di sostentamento principale. Le pennellate aggressive e vibranti , la pastosità del colore, rivelano così crudelmente quelle mani deformate dal lavoro, quei volti ossuti e rugosi, illuminati dalla lampada sul tavolo con forti contrasti chiaroscurali, Van Gogh in questo quadro esprime pienamente le sue intenzioni di denuncia sociale e la sua visione ”morale dell’arte”, differenziando la sua ricerca da quella dei pittori contemporanei francesi. “Lavorando ho voluto fare in modo che si capisse che quei popolani che, alla luce della lampada, mangiano le loro patate prendendole dal piatto con le mani, hanno personalmente zappato la terra in cui le patate sono cresciute…e ho voluto così che il mio quadro esalti il lavoro manuale e il cibo che hanno così onestamente guadagnato” ( Vincent al fratello Theo).

 

 

 

“I mangiatori di patate”,1885, cm 82×114 cm, Amsterdam, Rijksmuseum Vincent Van Gogh.

Muore il padre e Vincent dipinge “Natura morta con Bibbia e La joie de vivre di Emile Zola e nel 1885. all’inizio dell’inverno, si trasferisce ad Anversa dove scopre le stampe giapponesi, visita i musei e rimane impressionato dalla tecnica coloristica del pittore fiammingo Pieter Paul Rubens. L’opera “Natura morta con Bibbia”, rappresenta una monumentale Bibbia , affiancata a un romanzo contemporaneo di Emile Zola, il cui tema è se sia possibile una vita giusta e virtuosa in una società nella quale le religioni e la moralità tradizionale appaiono sempre meno autorevoli. Caratterizzata dai colori scuri, appartiene al periodo in cui Vincent cerca di vivere da predicatore laico, a contatto con le dure realtà sociali.

“Natura morta con Bibbia”,1885, olio su tela, cm65x78cm, Van Gogh Museum, Amsterdam.

L’anno successivo alla morte del padre, marzo 1886, Vincent raggiunge il fratello Theo a Parigi, una settimana prima dell’ottava mostra degli impressionisti e si integra con naturalezza nell’ambiente. Qui Vincent segue i corsi dell’atelier del pittore di soggetti storici Cormon. Nei due anni che egli trascorre a Parigi si maturano quelle esperienze culturali che gli consentiranno gli straordinari risultati artistici del periodo successivo.

Qui, il fratello Theo, oltre ad ospitarlo gli fa conoscere gli impressionisti e i loro amici:  Monet, Toulouse-Lautrec , Bernard, Pissarro, Seurat, Renoir, Signac e Gauguin, col quale specialmente si lega. La tavolozza di Van Gogh diventa luminosa, mentre l’uso della spatola veniva progressivamente sostituito da una pennellata che si fa violenta e spezzata, adottando così la tecnica dei neoimpressionisti.

Vincent visita musei e gallerie, dipinge il suo primo “Autoritratto”, in abito da città e cappello di feltro grigio e cerca da solo, nei suoi “Fiori “, la ricchezza che non aveva trovato negli impressionisti. Questo autoritratto mostra come Van Gogh interpreta le teorie divisioniste e l’uso già espressionistico del colore. Trovare dei modelli disposti a posare per un misero compenso o per amicizia non era facile; perciò, Van Gogh dipinse più volte il suo volto, servendosi di uno specchio. Si conoscono 35 autoritratti di Van Gogh.

“Autoritratto”,1887, olio su tela, Van Gogh Museum, Amsterdam.

La conoscenza con Paul Signac, una delle figure leader del nuovo impressionismo scientifico o pointillisme, ha come effetto una tavolozza considerevolmente schiarita e una pennellata più varia. Inoltre, sviluppando un’idea di Millet, dipinse “Un paio di scarpe” e i primi  “Girasoli”.

A marzo del 1887, Vincent organizza, insieme a Gauguin, Toulouse-Lautrec e a Emile Bernard una mostra al Caffè Le Tambourin, di proprietà della sua forse intima amica: l’italiana Agostina Segatori.

“ Un paio di scarpe”,1886, olio su tela, cm37,5×52,5 cm, Van Gogh Museum, Amsterdam.

“Girasoli”

I girasoli rappresentano i simboli del sole ardente del Mezzogiorno. Non c’è più traccia, qui, delle pennellate brevi e interrotte che appartengono all’esperienza divisionista. La pennellata continua, forte, aggressiva crea il disegno e il volume dei fiori, giallo su giallo, in una composizione piena di movimento. L’artista non si limita a rappresentare la realtà apparente ma si sforza di esprimere l’esperienza emozionale che prova davanti al mondo.

Risale al 1887 il ritratto di Pére Tanguy, il mercante di colori da cui si rifornivano gli impressionisti. Vendeva anche stampe giapponesi, molto amate da Van Gogh: la loro sintassi semplificata, a pochi campi di colore, lo aiuta a liberarsi dalle convenzioni accademiche. Il ritratto che Vincent gli ha dedicato esprime la sua gratitudine.

“Ritratto di Pére Tanguy”,1887, olio su tela, cm65x51cm, Musée Rodin, Parigi.

Il 18 febbraio del 1888 Vincent, affascinato dalla magia dell’Oriente, decora la casa di Theo con sue opere e stampe giapponesi;  il giorno successivo visita lo studio di Seraut e qualche ora dopo parte per Arles, nel sud della Francia,  su consiglio di Toulouse-Lautrec.

Van Gogh era entusiasta dei paesaggi luminosi e dei colori forti del mezzogiorno da cui prendere ispirazione. L’artista olandese si reca ad Arles, nella Francia meridionale dove affitta una casa e pensa a Bernard e a Gauguin per condividere il sogno di un Atelier del Sud , nella speranza di farne “ la casa degli amici”, un gruppo che lavori assieme, come avevano fatto gli impressionisti, stimolandosi verso la modernità.

Attivo nel mercato dell’arte, Theo decise di dare protezione a Vincent e ai suoi amici artisti per il progetto Atelier del Sud, ma questo aiuto stava per costargli il posto di lavoro (ricevette un richiamo all’ordine dai suoi superiori dell’impresa Boussod e Valadon). Saperlo risultò un colpo molto grave per Vincent, logorato dai lunghi anni di sforzi e travagliato dal turbamento che gli sembrava di apportare alla famiglia del fratello. Theo, che a dicembre aveva preso da Gauguin quattro opere in conto commissione, propone a Gauguin di raggiungere Vincent ad Arles.

 

In attesa, Van Gogh dipinge una riedizione del Seminatore” di Millet.

“Seminatore al tramonto “, 1888, olio su tela, cm64x 84,5cm, Kroller-Muller museum, Otterlo.

Nell’estate crea altri capolavori: una serie di girasoli per la camera di Gauguin, la “Notte stellata sul Rodano”, la “Camera da letto”, la “Casa gialla”.

“Notte stellata sul Rodano”,1888, olio su tela,cm72x92 cm, Museo d’Orsay, Parigi.

“Camera da letto”, 1888, olio su tela.

Il titolo è il nome di tre dipinti di Van Gogh , realizzati tra il 1888 e il 1889 e conservati rispettivamente presso il Van Gogh museum di Amsterdam , L’Art Institute of Chicago ed il museo d’Orsay di Parigi.

La prospettiva è leggermente rialzata, ondeggiante e allungata. L’immagine è affidata a colori accesi e brillanti , per niente realistici ma di assoluta capacità espressiva.

“Casa gialla”, 1888, olio su tela, cm76x94 cm, Rijksmuseum Vincent Van Gogh, Amsterdam.

È la casa studio che Van Gogh affitta nel maggio del 1888, in una piazza assolata vicino alle vecchie mura di Arles. Rappresenta il sogno dell’ Atelier del Sud, dove creare una comunità di artisti animati dagli stessi intenti per un’arte che possa tornare a illuminare la società nel suo cammino . Per preparare la casa alla futura collaborazione, Van Gogh la decora in una serie dei suoi Girasoli raggianti.

A questo stesso periodo appartengono i dipinti :

“Caffè di notte – interno” e il “Caffè di notte – esterno”

“Caffè di notte – interno”, 1888, olio su tela, cm65,5x81cm, Otterlo, Rijksmuseum Kroller-Muller

L’interno è quello del Café de l’Alcazar, un locale desolato, con poca gente, in Place Lamartine, dove Van Gogh trova ospitalità nel primo periodo del suo soggiorno ad Arles, prima di sistemarsi nella casa gialla. Intorno alle lampade a gas, la luce vibra per le pennellate al tratto con il loro andamento circolare. Qui il compito di comunicare sensazioni è affidato completamente all’accostamento dei colori complementari ( rosso e verde, blu e arancio). “ …nel mio quadro ”Caffè di notte” ho cercato di far capire che il Caffè è un posto dove si può rovinarsi, impazzire, commettere dei delitti” (Lettera a Theo)

“Caffè di notte – esterno”, 1888, olio su tela, cm81x65,5cm, Otterlo, Rijksmuseum Kroller-Muller. Qui, nella calma della piazzetta, il Caffè riversa il suo alone luminoso, mentre nel profondo del cielo le stelle si aprono come fiori di luce.

Vincent scrive a Theo: “…io ho un bisogno terribile di religione; allora vado di notte a dipingere le stelle…”

Ad Arles Gauguin non va volentieri, il sogno dell’Atelier del Sud non gli appartiene. Quando Gauguin arriva, (23 ottobre 1888), trova un Van Gogh preso dagli artisti francesi Jean-François Millet e Honoré Daumier, da sollecitudini umanitarie a lui indifferenti che rendono difficili trovare soggetti comuni.

La diversità dei loro temperamenti è grande, e le occasioni di disaccordo sempre più frequenti. Posato, riflessivo, malinconico Gauguin, irruente e variabile Van Gogh.

Il 23 dicembre 1888 Gauguin decide di rientrare a Parigi e Van Gogh precipita in un profondo sconforto. Per due volte Vincent cerca di avventarsi sull’amico con un rasoio, poi, per punirsi, la notte della partenza dell’amico si amputa un orecchio e lo offre a una prostituta, Rachel, dicendole : “ Ti ricorderai di me. Questo è sicuro.” È questa la prima violenta crisi di una serie che travaglia i suoi ultimi anni di vita. È ricoverato all’ospedale di Saint-Rémy-de-Provence, dove il fratello Theo lo raggiunge la mattina di Natale. Il 7 gennaio del 1889 Van Gogh viene dimesso e nelle settimane seguenti, da solo nella casa gialla, dipinge due “Autoritratti con l’orecchio bendato”, altre versioni deiGirasoli”, e un ritratto diMadame Roulin”.

“Autoritratto con l’orecchio bendato”,1889, olio su tela, cm69x49cm, Courtauld Gallery, Londra.

“Madame Roulin”, 1889, olio su tela, cm 91×71,5 cm, Amsterdam, Stedelijk museum.

Quest’opera , dipinta un mese dopo la crisi di dicembre, segna il massimo avvicinamento di Van Gogh allo stile di Gauguin. Madame Roulin regge una corda che in realtà serve a dondolare una culla, e che qui è simbolo misterioso di un legame, rafforzato dalle mani intrecciate, ornate della fede nuziale. È un’immagine consacrante: la carta da parati a fiori ricorda il drappo che fa da spalliera alle antiche Madonne. In una lettera a Theo, van Gogh spiega che andrebbe esposto con ai lati vasi di girasoli come omaggio votivo, per evocare gli antichi altari bretoni.  Il lavoro frenetico e lo scambio che si è ristabilito con Gauguin in forma epistolare lo rimettono in uno stato di eccitazione simile a quello di dicembre 1888.

Il 25 gennaio per le lagnanze del vicinato , viene internato e dimesso dall’ospedale di Arles e la polizia mette i sigilli alla casa gialla.

L’8 maggio 1889 Vincent entra nell’ospedale psichiatrico di Saint-Paul-de-Mausole a Saint-Rémy-de-Provence, con una diagnosi provvisoria di epilessia. Il luogo, un convento del XII secolo dove dispone di una stanza e di uno studio, vede nascere una serie di capolavori : gli Iris, la Oliveto con cielo azzurro , un’altra Notte stellata, nei quai prevale una gamma nuova: il blu, il giallo e il verde. Per l’artista è una presenza notturna e luttuosa del paesaggio , che si oppone al girasole; così, in un altro capolavoro dipinto al culmine dell’estate, la figura del Mietitore è in un certo senso , l’opposto del Seminatore.

Nel corso dell’anno passato all’ospedale eseguirà ancora  150 tele e centinaia di disegni, lavorando come un ossesso, interrotto nella sua attività da lunghe crisi seguite da dolorose prostrazioni.

Van Gogh predilige il tema dei cipressi; alla violenza cromatica sostituisce il dinamismo della linea, che assume forme torturate.

“Iris”, 1889, olio su tela, cm 71×93 cm, Paul Getty Museum, Los Angeles

Oliveto con cielo azzurro“, 1889, olio su tela, cm 92×72,5 cm, Otterlo, Rijksmuseum Kroller-Muller.

“Notte stellata”, 1889,olio su tela,cm 74×92 cm, Museum of Modern Art, New York.

Questo dipinto, icona della pittura occidentale, raffigura un paesaggio notturno di Saint-Rémy -de-Provence, poco prima del sorgere del sole. Appare il cipresso, simbolo del lutto per il sogno dell’Atelier del Sud, così come il Girasole era stato quello, luminoso, del suo avverarsi. L’artista pensa all’eternità : “Gauguin, Bernard e io forse non potremo vincere, ma nemmeno saremo vinti…forse non esistiamo né per l’una né per l’altra cosa, ma per consolare e per preparare la strada a una pittura che darà ancora più consolazione” ( Lettera a Theo, 1889)

“Mietitore”, 1889, olio su tela, cm59,5x73cm, Essen, Museum Folkwang.

Nello stesso anno Vincent dipinge “Autoritratto”, una delle più visionarie, interrogative, allarmanti immagini che l’artista abbia dato di sé stesso. Van Gogh negli autoritratti appare bendato oppure di profilo , per nascondere il lato del volto che portava il segno della sua fragilità mentale. Nell’autoritratto, tra i soggetti più frequentati dall’artista, le tecniche di stesura cromatica tentano di tradurre in immagine il complesso e misterioso stato d’animo del pittore. Il ritratto fu eseguito quando Van Gogh era internato all’ospedale di Saint-Remy ed è uno degli ultimi di una lunga serie di autoritratti. È quasi monocromo, giocato sulle tonalità di un delicato azzurro marino. L’unico tocco di colore è costituito dalla barba rossiccia del pittore. L’atteggiamento dell’artista denota una grande inquietudine e sofferenza interiori, un tormento psicologico enfatizzato dalla pennellata, nervosa e contorta, che si propaga sullo sfondo anch’esso azzurro e dall’andamento ondulato.

“Autoritratto”, 1889, olio su tela, cm 65x54cm, Museo d’Orsay, Parigi.

Il 22 Febbraio 1890 Vincent visita Arles per consegnare una copia (ora perduta) dell’Arlesiana a Madame Ginoux.

“Arlesiana, Madame Ginoux ”, 1888, olio su tela, cm92x74cm, Metropolitan Museum of Art, New York.

Vincent ha un crollo nervoso che lo lascia infermo per due mesi. Il 17 maggio 1890  fa un breve viaggio a Parigi per trovare il fratello Theo. Conosce quindi la cognata e il nipotino di tre mesi e mezzo che porta il suo nome.

Riparte poi per Auvers- sur-Oise, dove risiede il dottor Gachet, un appassionato d’Arte, amico di Cézanne e di Pissarro. Il dottor Gachet gli somiglia, e come lui è afflitto da depressione.

Il 20 maggio del 1890, Vincent arriva dal dottor Gachet che lo tranquillizza e accetta di prendersi cura di lui. Vincent dipinge un ritratto del nuovo amico, in cui si identifica.

Ad Auvers-sur-Oise il dottor Gachet, intellettuale e collezionista , cerca d persuadere Vincent che la depressione è la naturale conseguenza del lavoro mentale , e viene da lui ritratto nella posa del melanconico, col capo che riposa su una mano e con accanto un ramoscello di digitale ( pianta utilizzata in omeopatia per le sue proprietà cardiotoniche ma il suo impiego oggi è vietato perché altamente tossica).

“Ritratto del dottor Gachet”, 1890, olio su tela, cm68x57cm, Musée d’Orsay, Parigi.

Qui, a Auvers-sur-Oise, Van Gogh trascorse le ultime dieci settimane della sua vita durante le quali dipinse oltre cento quadri , compreso la “Chiesa di Auvers”. La tranquilla chiesa di villaggio, ritratta da Vincent dalla parte posteriore dell’abside che si erge contro il cielo, assume strane forme contorte e fiammeggianti, esprime un’inquietudine pesante, notturna. Una donna di spalle cammina sul sentiero costeggiando il bordo a ridosso del prato fiorito. Nel paesaggio inquietante è chiaramente trasfuso l’animo tormentato dell’artista.

“La chiesa di Auvers“, 1890, olio su tela,cm74x94cm, Museo d’Orsay, Parigi.

Intervengono nuove sofferenze e Vincent capisce che il sogno dell’Atelier del Sud non si realizzerà. Si sente un peso per il fratello Theo, che ha ormai un figlio. Il 24 luglio scrive a Theo che il suo progetto di una comunità di artisti appartiene ormai al passato.

Tre giorni dopo, in un campo di grano, il “seminatore“ si spara un colpo di rivoltella al cuore. Muore ad Auvers-sur-Oise il 29 luglio 1890, assistito dal fratello Theo e dall’amico Gachet.

È per questi campi che Vincent si avvierà, senza cavalletto e colori, ma con una pistola che utilizzerà su sé stesso. Morirà due giorni dopo. Questo sterminato campo di grano, deserto di ogni presenza umana, nel sole ardente, percorso soltanto dai grandi corvi, esprime davvero il suo stato d’animo. Lo stile si inasprisce : la composizione è espressa con i colori puri e il ritmo furioso dei colpi di spatola sulla tela.

“Campo di grano con voli di corvo”, 1890 , olio su tela, cm50,5×100,5 cm, Amsterdam, Rijksmuseum Vincent Van Gogh.

In solo cinque anni, dal 1885 al 1890, l’artista olandese trasformò le capacità espressive dell’arte moderna.

“L’unico momento in cui mi sento vivo è quando dipingo”( Van Gogh).

Van Gogh cercò sempre di “gioire pur nel dolore”, frase che torna con insistenza nei periodi più dolorosi.

N.B. Le foto sono state attinte da internet a scopo puramente didattico-illustrativo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Il venditore di pensieri altrui” | Il nuovo romanzo di Paolo Massimo Rossi

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“Il venditore di pensieri altrui” | Il nuovo romanzo di Paolo Massimo Rossi
Paolo Massimo Rossi

Quattro sono i temi portanti che caratterizzano il romanzo:

1) Solitudine, 2) Malinconia, 3) Vanità, 4) Bellezza.

Vengono enunciati chiaramente nel capitolo II° della terza parte (pag. 141), quella in cui si fa una sorta di resoconto della vita del protagonista Roè: “Uscì, infine, per non farsi vincere dalla solitudine, ma anche dalla malinconia, dalla vanità, dalla bellezza in ricordo, dalle parole rimaste nascoste. Gioco forza ne avrebbe accettato la casualità.”

I quattro temi sono, in altri termini, un substrato che pervade tutta la storia: nei pensieri sciorinati da Roè dal banchetto da psicomante, negli incontri con le donne, nelle chiacchiere non-sense all’Ideal bar. Rappresentano il palinsesto dove si localizzano i fatti narrati. Sono elementi che si presentano – anche se esplicitamente solo all’inizio della terza parte – come dichiarazione d’intenti poetici e letterari. E d’altra parte, le storie descritte sono sì il pretesto per far vivere quei temi portanti, ma trovano negli stessi la possibilità di rendere letterario il racconto della vita di Roè, delle persone che frequenta, come anche la struttura narrativa del romanzo.

Dunque, esplicitando ed esemplificando:

1) La Solitudine.

Subito nel capitolo II° della terza parte (pag. 141) c’è un accenno al tema: “La solitudine innescava la voglia di parlare del non detto e del non avvenuto, forse della lucidità auspicabile. Camminò sino ad Altabella e salì dalla Giusi. Il Settimanale non esisteva più, adesso lei aveva un’agenzia di pubblicità.”

Intanto, i fumi alcolici gli avevano liberato la mente dagli schemi per lasciare andare le parole a vagare in libertà. I passi lo guidarono sino all’imbocco dei portici di via Rizzoli.

«Facciamo che io ero un uomo felice,» pensava, con ludico imperfetto.

Proseguì, pur sapendo che sarebbe stato difficile ritrovare la strada di casa.

In Piazza non c’erano più i capannelli di litiganti in politica o sport: la misologia lentamente esondava e avanzava, rifugiandosi in conformistici e piatti schermi dell’ovvio. Avrebbe potuto commettere la solitudine con il piacere del pensare?”

E nel capitolo V° (pag. 157): “C’è sempre un che di azzardato quando si fugge dalla propria solitudine e da una vita anche appena dissoluta, e accade che ci si possa mettere di fronte a se stessi in modo superficiale.”

Infine sempre nel capitolo V° (pag. 161): “Vorrei ascoltare altre voci. Nel giorno del giudizio, che mai verrà probabilmente, l’Onnipotente ci rivolgerà queste stesse domande. Risponderemo che abbiamo vissuto insieme eppure in totale solitudine, ognuno per sé, ognuno in compagnia della propria morte e della propria resurrezione.”

2) La Malinconia.

Nel capitolo IV° (pag. 153): “Roè voltò la testa per poterla osservare ancora senza che lei potesse ricambiare lo sguardo. Poi la figura sparì e Roè fu preso da malinconia e rimpianto, per non essere riuscito a parlarle, per non avere un ricordo da far rivivere, per non poter correre indietro e dire a quella donna che era felice di averla ritrovata, che aveva aspettato da tanto quell’incontro. Sorrise all’idea mentre l’autobus, dopo aver preso velocità, correva verso la Porta S. Vitale, verso Aldrovandi e, costeggiando i portici, sino a Piazza Ravegnana, dopo aver oltrepassato i vicoli stretti in cui aveva vissuto gli anni della giovinezza, delle parole non dette o pronunciate senza riuscire a spiegarsi, ma anche del suo cercare.”

Nel capitolo VII° (pag. 169): “Era stato così all’epoca dell’Ideal bar, con Maurilio, Ernesto, Cesidio, Datchenkova e con tanti altri. Una stagione allegra il cui ricordo era, adesso, intriso di malinconia. Certo poteva scriverne e raccontare, poteva ricordare le parole che davanti a quel bancone, pur attraverso rimandi a volte cialtroneschi, avevano nascosto ovvi desideri: le speranze del cambiamento. Poi, le vite di ognuno di loro erano diventate quelle di uomini in perenne ricerca di altro da sé, costellate di piccole gioie e grandi insuccessi, momenti che venivano regolarmente scambiati per prospettive di un futuro migliore. E c’era chi aveva confuso la disperazione e la malinconia con una forma superiore di critica che, solo per pudore, non sarebbero state mostrate al mondo senza ipocrisia e infingimenti. Molti le avrebbero chiamate felicità.”

E precedentemente a pag. 48: “Roè sedette al suo posto e, nell’ora pomeridiana priva di compratori, cercò di non farsi vincere dalla malinconia.

Sogno di un’altra vita; gioco delle parti

e parte di un gioco immaginato e illusorio,

non percorreremo più l’uso e la strada,

la vita ci accoglierà altrove: stereotipo come un sorriso.»

3) La Vanità.

Capitolo II° (pag. 143): “In centotrecento suonò il campanello di Ernesto il professore. Una casa alta e stretta, con sei finestre in verticale per tre piani. La moglie aprì e lo fece salire.

Chiese se l’Ernesto era in casa e la moglie, laconica, s’informò di chi doveva dire.

Rispose: “Roè. Il professore capirà.”

La vanità era l’incombente peccato.”

E a pag. 62: “Il mio tempo: eufemisticamente inteso come interiore misura, richiamo a conoscere e a dire di me, passioni ora sopite ora improvvisamente tornanti. Il mio tempo: pessimisticamente inteso come delusione nei rapporti col mondo e con gli altri. Cercherò la salvezza nella vanità? Nell’ acquiescenza al conformismo? Nel mascheramento dei sentimenti dietro snobismi alla moda?

Capitolo IX (pag. 124): Io credo di non confessarmi mai.”

“No tu fuggi, per paura e per vanità, in fondo per te l’altro non esiste. In fondo proietti una sorta di tua vaga assenza in ogni presenza altrui!”

Capitolo IX (pag. 125): “Ma sono contento, per esempio, di riconoscere a te la capacità di mandare in frantumi la vanità con la quale mi illumino quando spengo il cervello.”

4) La Bellezza

Capitolo III° (pag. 146): “La bellezza era stata una delle vie sognate per raggiungere la felicità.”

Capitolo III° (pag. 147): “Svanita la bellezza autolesionista dell’amore perduto, restava quella degli abachi e dell’alfabeto.”

Allora, il senso della storia non è la biografia – neanche romanzata – di un personaggio anche sui generis come Roè, e neanche il racconto dei suoi amori e dei suoi incontri, ma l’esposizione minimalistica della verità racchiusa in quei quattro elementi: La Solitudine, La Malinconia, la Vanità, la Bellezza. Maurilio, Datchenkova, Solarina, lo stesso Roè sono quelli che sono ma avrebbero potuto essere, nelle descrizioni e nelle fattispecie narrative, completamente diversi: Senza di loro i quattro elementi sarebbero stati solo un penoso tentativo di fare della filosofia spicciola, ma, senza questi, i personaggi sarebbero stati solo fumettistici. Non è nella descrizione delle loro avventure la verosimiglianza della storia, ma nei modi in cui queste avventure trovano riferimenti e vita nel rapporto con la solitudine, con la malinconia, con la vanità, con la bellezza.

INFO:

www.elisonpublishing.com

“Il venditore di pensieri altrui” | Il nuovo romanzo di Paolo Massimo Rossi

Vincenzo Tagliaferri, poeta | INTERVISTA

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Vincenzo Tagliaferri

Ciao Vincenzo, benvenuto. Grazie per la tua disponibilità e per aver accettato il nostro invito. Se volessi presentarti ai nostri lettori, cosa racconteresti di te quale poeta?

Innanzitutto grazie a voi. Non so se definirmi un poeta, è un bel parolone che mi mette sempre un po’ soggezione, così come la definizione che talvolta mi danno di “musicista”, ma se proprio devo definirmi forse sono solo un musico che cerca di suonare qualsiasi cosa, e quindi anche le parole. La vita va condita con della musica, e io cerco di farlo anche nella scrittura. Spesso scrivo cose usando versi e rima, cercando però di non essere banale e di solito lo faccio quando c’è una forte ispirazione, e non capita neanche tanto spesso, dipende dai periodi, da ciò che la vita mi lascia dentro, che se poi diventa poesia o canzone è pura casualità.

…chi è invece Vincenzo Tagliaferri che vive la sua quotidianità e cosa fa al di fuori dell’arte dello scrivere, puoi raccontarci?

Nella quotidianità sogno, spero e poi mi disilludo. Ma poi ricomincio, non imparo mai, sono un po’ sognatore, lo sono sempre stato, non eccessivamente forse ma quel tanto che basta a farmi vivere la mia esistenza. Ma bisogna stare attenti, è pericolosa la speranza, così come i sogni, vanno maneggiati con cura, altrimenti potrebbero farti perdere l’orientamento, ti fanno andare in direzioni poco pragmatiche, e in una società cinica e pratica come quella moderna, ciò può condurti all’esclusione e alla deriva di una spiaggia deserta, in “quell’isola che non c’è” in cui il mare è quello spazio immenso tra il dire e il fare.

Ho uno stile di vita abbastanza tranquillo e quando non lavoro o non creo, esco intraprendendo lunghe passeggiate, spesso solitarie, oppure vado all’IKEA, non per comprare mobili o oggettistica varia, ma per fare merenda, perché bisogna dire che si mangia bene al bar dell’IKEA, almeno a quello del mio paese, poi passeggio tra le varie esposizioni e fantastico su una probabile vita alternativa in questa o quella stanza… tutto ciò mi rilassa, ho bisogno tanto di relax, di sentirmi a casa, me lo chiede spesso la mia anima inquieta.

Chi sono e chi sono stati i tuoi maestri d’arte, se vogliamo usare questo termine? Qual è stato il tuo percorso artistico/formativo ed esperienziale nel mondo della scrittura e della poesia?

I miei maestri? Il mondo intero e la vita sono il mio percorso formativo… Tutto può insegnarci a scrivere o darci del materiale per farlo… In ogni caso in senso più strettamente poetico mi piace la lezione degli ermetici, non tanto forse per la natura criptica dei componimenti, il che è comunque una caratteristica che ammiro, ma per la tendenza alla brevità, mi piace riuscire a raccontare qualcosa con poco, soppesando attentamente le parole da usare a seconda del contesto e delle sfumature che si vogliono dare… spesso definisco l’arte stessa come “l’immenso in un bocciolo”. Poi mi piacciono le analisi psico-sociali di Pirandello per non parlare della mitologia greca e norrena, probabilmente approfondirò anche altre mitologie, il mondo della mitologia mi ha sempre un po’ affascinato, anche se non mi ritengo un esperto.

Come definiresti il tuo stile poetico e la tua poetica? C’è qualche scrittore/poeta del passato o del presente al quale ti ispiri?

Come ho detto prima mi piace la brevità, non so in che categoria catalogarmi, non è una cosa su cui mi soffermo sinceramente, l’unica cosa in cui spero è di non essere banale cercando accostamenti originali di immagini e parole e perché no, velandole di mistero se riesco.

Come nasce la tua poesia Immensità (prima classificata al Premio Letterario Nazionale “Il Grido della Selva”inserita nell’antologia omonima bandito dalla casa editrice PandiLettere) qual è il messaggio che vuoi arrivi al lettore e quali gli stimoli che ti hanno portato a scrivere questo testo?

“Immensità” nacque in Francia mentre transitavo in auto su un’autostrada immersa tra i monti con della musica di sottofondo. Solitamente più passa tempo e più l’origine di ciò che scrivo diventa un po’ sfumata alla mia coscienza, però ricordo che sentii questa sorta di grido atavico, naturale esperendo una sensazione di fascino e terrore allo stesso tempo per poi sfociare in una sorta di commozione. Spesso non cerco un messaggio a priori da comunicare, scrivo semplicemente ciò che sento provando ad ascoltarmi, finché lo stesso messaggio, che può essere concettuale o anche emotivo, si palesa, ed è quello che mi è successo nella stesura di questa poesia, che ha una tinta un po’ esistenziale, è la constatazione dell’immensità della natura di cui noi non siamo altro che una parte insignificante, anche se spesso ce lo dimentichiamo e di volta in volta la natura stessa ci presenta il conto. Ecco è questo che vorrei arrivasse. Immensità ci dovrebbe ricordare che, essendo parte della natura, la dobbiamo preservare e non deturpare. Ci ricorda che per quanto proviamo a sentirci onnipotenti, in realtà noi con i nostri deliri siamo degli esseri piccolissimi inghiottiti nella vastità dell’universo. Un po’ rievoca anche i concetti e il mood dell’espressionismo nell’arte figurativa, esempio fra tutti l’urlo di Munch, che è tra le opere se non l’opera più rappresentativa e famosa di quell’epoca, in cui ciò che viene rappresentato in prima linea è il brivido terribile che ci pervade al suono dell’immensità dell’esistenza che diviene abisso nella coscienza. La differenza è che nella mia poesia non c’è solo inquietudine, ma anche una sorta di commozione, non so se per via dell’impotenza esperita o per il fascino del terrore, quel “delightful horror” di cui parlava Edmund Burke in epoca preromantica. Quindi, concludendo, in questa poesia convive ammirazione e spavento, meraviglia e consapevolezza cruda della natura con le sue leggi impietose (si pensi al più forte che vince sul più debole, alla stessa catena alimentare, ai fenomeni naturali più devastanti) in una dicotomica sensazione di meraviglia e spaventoso torpore con forse anche un po’ di rabbia.

Una domanda difficile Vincenzo: perché i nostri lettori dovrebbero comprare Il Grido della Selva? Prova a incuriosirli perché vadano in libreria o nei portali online per acquistarlo.

Perché da ciò che ho letto la scelta delle poesie operata da Lara e la commissione sono davvero scritte bene, alcune molto originali, un libro intimo, che ti fa respirare la natura in tutte le sue sfaccettature, a volte anche proprio materialmente, sembra di avvertirne gli odori i colori e mentre alcune ci invitano a riflettere sul nostro rapporto con essa altre sono abili metafore della condizione umana e della natura dell’uomo stesso. Insomma una silloge davvero coinvolgente e comunque si tratta pur sempre di poesia, la quale ahimè negli ultimi decenni ingiustamente è stata un po’ messa da parte dal mainstream, parlo di quella contemporanea ed emergente; invece, la scelta di Lara dev’essere supportata, bisogna dare nuova linfa alla poesia, ritornare alla musicalità del verso, e perché no qualche volta anche della rima.

«Appartengo a quella categoria di persone che ritiene che ogni azione debba essere portata a termine. Non mi sono mai chiesto se dovevo affrontare o no un certo problema, ma solo come affrontarlo.» (Giovanni Falcone, “Cose di cosa nostra”, VII ed., Rizzoli libri spa, Milano, 2016, p. 25 | I edizione 1991). Tu a quale categoria di persone appartieni, volendo rimanere nelle parole di Giovanni Falcone? Sei una persona che punta un obiettivo e cerca in tutti i modi di raggiungerlo con determinazione e impegno, oppure pensi che conti molto il fato e la fortuna per avere successo nella vita e nelle cose che si fanno, al di là dei talenti posseduti e dell’impegno e della disciplina che mettiamo in quello che facciamo?

Io sono un sognatore e un inguaribile ottimista, ma col tempo ho dovuto contaminare queste caratteristiche di realismo. Sì, è importante fare di tutto quando si ha un obiettivo da raggiungere, ma dobbiamo essere pronti anche al fatto che non tutto dipende da noi. Non credo nel destino, se veramente esistesse nulla avrebbe senso, saremmo solo personaggi ignari di un libro in cui tutto è stato già scritto e noi non avremmo più né meriti né demeriti; spesso la gente parla di destino, ma non immagina nemmeno che dramma sarebbe se esistesse davvero qualcosa di predeterminato. Ebbene in ogni caso, come dicevo, non tutto dipende da noi. La vita per me è un intrecciarsi continuo di situazioni che ti portano attraverso le scelte che facciamo e il caso sull’uno o l’altro binario in un viaggio in continuo mutamento e non sempre noi possiamo fermare il treno o direzionarlo dove vorremmo, ma una cosa è certa, dobbiamo provarci; avere delle capacità è una responsabilità e noi dobbiamo provare ad arrivare fin dove riusciamo e possiamo, lasciando i fatti il meno possibile in mano al caso e in mano a eventuali rimpianti.

«Io vivo in una specie di fornace di affetti, amori, desideri, invenzioni, creazioni, attività e sogni. Non posso descrivere la mia vita in base ai fatti perché l’estasi non risiede nei fatti, in quello che succede o in quello che faccio, ma in ciò che viene suscitato in me e in ciò che viene creato grazie a tutto questo… Quello che voglio dire è che vivo una realtà al tempo stesso fisica e metafisica…» (Anaïs Nin, “Fuoco” in “Diari d’amore” terzo volume, 1986). Cosa pensi di queste parole della grandissima scrittrice Anaïs Nin? E quanto l’amore e i sentimenti così poderosi sono importanti per te e incidono nella tua arte e nelle tue opere?

L’amore e i sentimenti insieme alle emozioni sono tutto ciò che siamo, l’amore è quella cosa che “move il sole e l’altre stelle” come diceva Dante, non se ne può prescindere. Auguro a ognuno di noi che la vita possa essere piena d’amore per quello che facciamo, anche se ci sono dei doveri, delle responsabilità di cui faremmo a meno, l’importante è che ci siano cose che ci appassionano, nelle quali ci identifichiamo, non per quanti soldi produciamo, ma per quanti cuori conquistiamo e per le quali i sacrifici fatti rendano soddisfatti e non semplicemente stanchi. È di questo che tendo a parlare nelle mie opere che siano musicali o poetiche, tutto ha a che fare con i sentimenti, le emozioni e l’amore.

«…anche l’amore era fra le esperienze mistiche e pericolose, perché toglie l’uomo dalle braccia della ragione e lo lascia letteralmente sospeso a mezz’aria sopra un abisso senza fondo.» (Robert Musil, “L’uomo senza qualità”, Volume primo, p. 28, Einaudi ed., 1996, Torino). Cosa pensi di questa frase di Robert Musil? Cos’è l’amore per te e come secondo te è vissuto oggi l’amore nella nostra società contemporanea, tecnologica e social?

Sono d’accordo, l’amore è pericoloso, ci fa abbassare le difese, ma se non ci fosse non vivremmo mai abbastanza, e “ci vuole coraggio per non morire” come dico nel mio poema sul mito di Orfeo ed Euridice intitolato “Chi ha ucciso Euridice? Il mito di Orfeo ed Euridice”. Nell’epoca dei social è tutto più veloce e a volte effimero e mendace, non si dà il giusto tempo all’amore e tutto diventa a volte freddo, calcolato, rapido e cinico ma non credo sia una costante, le realtà sono molteplici, possiamo solo parlare della maggioranza dei casi.

«Non mi preoccupo di cosa sia o meno una poesia, di cosa sia un romanzo. Li scrivo e basta… i casi sono due: o funzionano o non funzionano. Non sono preoccupato con: “Questa è una poesia, questo è un romanzo, questa è una scarpa, questo è un guanto”. Lo butto giù e questo è quanto. Io la penso così.» (Ben Pleasants, The Free Press Symposium: Conversations with Charles Bukowski, “Los Angeles Free Press”, October 31-November 6, 1975, pp. 14-16.) Secondo te perché un romanzo, un libro, una raccolta di poesie abbia successo è più importante la storia (quello che si narra) o come è scritta (il linguaggio utilizzato più o meno originale, armonico, musicale, accattivante per chi legge), volendo rimanere nel concetto di Bukowski?

Nel 90% dei casi l’arte ha sempre trattato le stesse tematiche, con interpretazioni variabili a seconda delle epoche e delle visioni di un determinato artista, certo, ma si è sempre trattato dell’amore, della vita sociale, della condizione umana etc. etc… Ma la cosa che fa differenza nell’arte, secondo me è il come. L’arte è estetica, che sia un’estetica comunemente definita bella o meno, gioiosa o conturbante, nella creazione artistica è la forma che conferisce valore all’opera. D’altra parte se non si ha qualcosa di importante e magari innovativo da dire, difficilmente si potrà fare arte, anche perché essa è prima di tutto comunicazione, ma ciò che farà sì che qualcuno si avvicini a te per ascoltarti è la forma, che sia concreta come le immagini evocate o anche soltanto astratta come le emozioni, faranno sì che l’altro si avvicinerà a te affascinato per sapere cosa stai dicendo. L’arte è un ponte che avvicina le persone. È una sorta di sistema quantico oserei dire, che tu sia distante anni luce, che sia una questione di spazio o di tempo, io posso influenzare il tuo pensiero e il tuo sentire con l’arte.

«Direi che sono disgustato, o ancor meglio nauseato… C’è in giro un sacco di poesia accademica. Mi arrivano libri o riviste da studenti che hanno pochissima energia… non hanno fuoco o pazzia. La gente affabile non crea molto bene. Questo non si applica soltanto ai giovani. Il poeta, più di tutti, deve forgiarsi tra le fiamme degli stenti. Troppo latte materno non va bene. Se il tipo di poesia è buona, io non ne ho vista. La teoria degli stenti e delle privazioni può essere vecchia, ma è diventata vecchia perché era buona … Il mio contributo è stato quello di rendere la poesia più libera e più semplificata, l’ho resa più umana. L’ho resa più facile da seguire per gli altri. Ho insegnato loro che si può scrivere una poesia allo stesso modo in cui si può scrivere una lettera, che una poesia può perfino intrattenere, e che non ci deve essere per forza qualcosa di sacro in essa.» (Intervista di William Childress, Charles Bukowski, “Poetry Now, vol. 1, n.6, 1974, pp 1, 19, 21.). Tu da poeta cosa ne pensi in proposito? Ha ragione Bukowski a dire queste cose? Cosa è oggi la poesia per te, riprendendo il pensiero di Bukowski?

La poesia per me è ricerca, è scelta accurata delle parole da usare. Sì ok posso anche scrivere d’istinto in una prima stesura ma poi è la ragione che deve ordinare e analizzare. Magari quella determinata poesia deriva da un qualcosa di metafisico, di istintivo mistico o materialistico, sacro o becero, da qualcosa di non totalmente conscio, ma ciò che conta molto, come dicevo poc’anzi, è la scelta della forma che vuoi dare alla tua esperienza, ciò lo fai soprattutto ascoltandoti, l’accademia c’entra fino a un certo punto, anzi se proprio dobbiamo dirla tutta nella maggior parte degli studi accademici (e questo vale per l’arte in generale) si studia ciò che è nato spontaneamente senza troppe regole, ed è solo a posteriori che si codifica. Insomma per fare poesia (e arte in generale) abbiamo bisogno di tutto il nostro essere, della nostra emotività, della nostra gioia e della nostra sofferenza, tra ragione e follia.

«Il ruolo del poeta è pressoché nullo… tristemente nullo… il poeta, per definizione, è un mezzo uomo – un mollaccione, non è una persona reale, e non ha la forza di guidare uomini veri in questioni di sangue e coraggio.» (Intervista ad Arnold Kaye, Charles Bukowski Speaks Out, “Literary Times”, Chicaco, vol 2, n. 4, March 1963, pp. 1-7). Qual è la tua idea in proposito rispetto alle parole di Bukowski? Cosa pensi del ruolo del poeta nella società contemporanea, oggi social e tecnologica fino alla esasperazione? Oggi al poeta, secondo te, viene riconosciuto un ruolo sociale e culturale, oppure, come dice Bukowski, fa parte di una “élite” di intellettuali che si autoincensano reciprocamente, una sorta di “club” riservato ed esclusivo, senza incidere realmente nella società e nella cultura contemporanea?

Non credo che un poeta sia un mollaccione come dice provocatoriamente il solito Charles, anzi per fare poesia bisogna avere la forza e il coraggio di essere nudi a sé stessi e poi magari agli altri, bisogna aver vissuto anche realtà non sempre facili, tutto può arricchire e dare materiale al poeta. Bukowski era un provocatore, alcune cose che diceva lasciano il tempo che trovano. Però è vero che oggi come oggi il poeta non ha lo stesso potere di un tempo, in realtà è vero anche che il potere di influenzare masse consistenti di persone, in fondo, non l’ha mai avuto, almeno non subito. La poesia è sempre stata questione di élite, magari voluta dagli stessi componenti nelle epoche passate e per forza di cause esterne nell’epoca contemporanea. Questo perché la maggior parte delle poesie richiede impegno, attesa, reiterazione, esplorazione, cose che in un mondo come quello odierno, dominato dalla velocità, dalla produzione efferata, dalla competizione di parole che non vengono ascoltate ma solo urlate, causano pesantezza, rallentano le cose, costringendo ad ascoltarci. La società moderna un po’ influenzata dalla tecnologia super veloce, un po’ influenzata dal mainstream commerciale è spaventata dall’abisso che ognuno ha dentro di sé, dietro la propria maschera che inganna lo stesso individuo che la porta. Meglio un romanzo, fatto di immagini concrete, dirette, scorrevoli. Non sto togliendo valore al romanzo sia chiaro, anzi, ci vuole molta arte e inventiva per scriverlo, ma è semplicemente una costatazione dei fatti. Lo stesso se troppo prolisso ed elaborato può non avere un seguito importante.

 «Per quanto riguarda i corsi di scrittura io li chiamo Club per cuori solitari. Perlopiù sono gruppetti di scrittori scadenti che si riuniscono ed… emerge sempre un leader, che si autopropone, in genere, e leggono la loro roba tra loro e di solito si autoincensano l’un l’altro, e la cosa è più distruttiva che altro, perché la loro roba gli rimbalza addosso quando la spediscono da qualche parte e dicono: “Oh, mio dio, quando l’ho letto l’altra sera al gruppo hanno detto tutti che era un lavoro geniale”» (Intervista a William J. Robson and Josette Bryson, Looking for the Giants: An Interview with charles Bukowski, “Southern California Literary Scene”, Los Angeles, vol. 1, n. 1, December 1970, pp. 30-46). Ha ragione Bukowski a dire queste cose a proposito di coloro che frequentano corsi di scrittura creativa? Cosa ne pensi in merito? Pensi che servano davvero per imparare a scrivere anche se il talento non c’è? Come si diventa grandi e apprezzati scrittori secondo te?

Non lo so, non li ho mai frequentati, ma credo che possano servire se l’esperienza che fai la sai usare, i confronti sono sempre ben accetti se si è disposti ad ascoltare, ma bisogna dire che nell’arte ci sono ambienti che servono solo a lusingarsi l’un l’altro, io lusingo te così tu poi lusinghi me, e non ho mai capito se ne sono consapevoli o è un fatto inconscio. In ogni caso bisogna discernere il grande scrittore da quello apprezzato e di successo: per diventare dei grandi scrittori bisogna avere qualcosa da dire e sapere come dirlo, invece per diventare scrittori di successo e di fama, che è un’altra cosa benché non necessariamente slegata dalla prima, bisogna avere i contatti giusti, e riuscire a farsi strada tra i canali del mainstream. Ovviamente se non vali duri poco, ma oggi, in fondo, tutto dura poco.

 «La lettura di buoni libri è una conversazione con i migliori uomini dei secoli passati che ne sono stati gli autori, anzi come una conversazione meditata, nella quale essi ci rivelano i loro pensieri migliori» (René Descartes in “Il discorso del metodo”, Leida, 1637). Qualche secolo dopo Marcel Proust dice invece che: «La lettura, al contrario della conversazione, consiste, per ciascuno di noi, nel ricevere un pensiero nella solitudine, continuando cioè a godere dei poteri intellettuali che abbiamo quando siamo soli con noi stessi e che invece la conversazione vanifica, a poter essere stimolati, a lavorare su noi stessi nel pieno possesso delle nostre facoltà spirituali.» (Marcel Proust, in “Sur la lecture”, pubblicato su “La Renaissance Latine”, 15 giugno 1905 | In italiano, Marcel Proust, “Del piacere di leggere”, Passigli ed., Firenze-Antella, 1998, p.30). Tu cosa ne pensi in proposito? Cos’è oggi leggere un libro? È davvero una conversazione con chi lo ha scritto, come dice Cartesio, oppure è “ricevere un pensiero nella solitudine” come dice Proust? Dicci il tuo pensiero…

Credo di essere più vicino a Proust, una conversazione è un atto comunicativo che può evolversi cambiare rotta, è vivo, la lettura è un’altra forma di comunicazione che però finisce nel momento in cui il lettore recepisce il messaggio e si fa una propria idea, non c’è un confronto dinamico caratterizzato da botta e risposta in grado di portare alla luce nuovi spunti alla conversazione. Detto questo credo che ognuna delle due modalità ha una sua valenza, la lettura è più intima, personale, forse più genuina, la conversazione risente dei filtri emotivi che invece ci sono nel momento in cui si apre un contatto con l’altro e quindi anche della comunicazione paraverbale, entrambi comunque possono essere arricchimento, occasione di crescita, e ciò dipende sempre dai due fruitori della comunicazione.

 «Ogni lettore, quando legge, legge sé stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in sé stesso.» (Marcel Proust, in “Sur la lecture”, pubblicato su “La Renaissance Latine”, 15 giugno 1905). Cosa ne pensi tu in proposito? Cosa legge il lettore in uno scritto? Quello che ha nella testa “chi lo ha scritto” oppure quello che gli appartiene e che altrimenti non vedrebbe?

Io sono un po’ contrario alla libera interpretazione ad ogni costo. Come ho detto prima, l’arte è comunicazione, per cui va bene che ci siano più sfumature a seconda dell’apporto del lettore e del suo sentire, ma il tutto dev’essere connesso in qualche modo con le intenzioni dell’autore, anche con quelle inconsce. Detto in parole povere, quando creiamo ci sono due dimensioni, quella conscia e quella inconscia: la prima è quella più evidente, quella più diretta, quindi riguarda soprattutto il contenuto più immediato, la forma che intenzionalmente si vuole dare al contenuto stesso, la seconda è più sottile, fa parte di quelle caratteristiche che il poeta, o l’artista in generale, mette in modo quasi istintivo, perché gli appartengono, sono insite nella sua personalità, nella sua cultura, quindi  possiamo riferirci ad alcuni aspetti dello stile in primis, ma anche a tutti i contenuti secondari che gravitano attorno a quello principale, poiché nell’arte ogni aspetto, che sia estetico o concettuale, voluto o inconsapevole, ti dice qualcosa dell’autore e del messaggio, si parla quindi di un livello che potremmo definire paraletterario. In ogni caso se io dico A e tu capisci B vuol dire o che io ho sbagliato a comunicare o che tu hai sbagliato a interpretare, se invece io dico A e tu dici A1 A2 A3 e così via allora si è stabilito un ponte di comunicazione. Per me questa è arte allo stato puro, che sia letteraria o di altra natura. Come ho detto più o meno prima l’arte è una sorta di ponte che stabilisce un contatto tra due o più anime e da ciò non è esente la letteratura.

 «…mi sono trovato più volte a riflettere sul concetto di bellezza, e mi sono accorto che potrei benissimo (…) ripetere in proposito quanto rispondeva Agostino alla domanda su cosa fosse il tempo: “Se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so.”» (Umberto Eco, “La bellezza”, GEDI gruppo editoriale ed., 2021, pp. 5-6). Per te cos’è la bellezza? Prova a definire la bellezza dal tuo punto di vista. Come si fa a riconoscere la bellezza secondo te?

Non so se so rispondere adeguatamente alla domanda su cosa sia la bellezza. Di sicuro è un qualcosa di soggettivo ma se proprio dovessi tirar fuori una definizione potrei usare quella che ho come incipit nella mia pagina Facebook La Fabbrica di Apollo e cioè che la bellezza non è nella perfezione delle cose ma nella loro armonia.

Se per un momento dovessi pensare alle persone che ti hanno dato una mano, che ti hanno aiutato significativamente nella tua vita artistica e umana, soprattutto nei momenti di difficoltà e di insicurezza che hai vissuto, che sono state determinanti per le tue scelte professionali e di vita portandoti a prendere quelle decisioni che ti hanno condotto dove sei oggi, a realizzare i tuoi sogni, a chi penseresti? Chi sono queste persone che ti senti di ringraziare pubblicamente in questa intervista, e perché proprio loro?

Se devo dirla tutta io non mi sento arrivato chissà dove, sicuramente ho raggiunto dei piccoli traguardi nei vari campi artistici, e trasmettere qualcosa al mondo, lasciare una traccia di me anche se piccolissima già mi rende orgoglioso, ma vivo ancora momenti di insicurezza e di difficoltà così come momenti di speranza e di sogni. Comunque tra le svariate persone che dovrei ringraziare per il supporto sicuramente in primis ci sono i miei genitori, i quali non mi hanno mai ostacolato nelle questioni artistiche, anzi, tutt’altro, mi hanno sempre sostenuto, ognuno a suo modo.

 Se dovessi consigliare ai nostri lettori tre film da vedere quali consiglieresti e perché?

Domanda abbastanza difficile da rispondere, sono molti i film che vale la pena consigliare, tra quelli che mi vengono in mente così di impulso, c’è il famosissimo Forrest Gump che mi ha sempre affascinato da piccolo, Il Sesto Senso di Shyamalan, The Others di Alejandro Amenábar, Vanilla Sky diretto da Cameron Crowe, Interstellar etc. etc. insomma non saprei decidermi già ho sforato di due!

Parlaci delle tue letture. Tre libri da leggere assolutamente nei prossimi mesi? Quali e perché proprio quelli?

Stessa difficoltà di prima! Tra le varie letture che ho fatto, anche se non sono un lettore forte, ci sono I dialoghi con Leucò di Cesare Pavese con la loro dimensione onirica e sospesa in cui personaggi mitologici si interrogano sull’esistenza e sulla condizione umana… Poi c’è il bellissimo Orfeo. Euridice. Hermes di Rainer Maria Rilke, un poemetto sul mito di Orfeo ed Euridice, scritto in maniera magistrale, che ci proietta in una dimensione anch’essa onirica con immagini stupefacenti e una eleganza a dir poco unica. Sicuramente c’è poi la raccolta di mitologia norrena della RBA che sto ancora leggendo e che devo dire è scritta bene anche se a tratti un po’ troppo romanzata, per una cosa più caratterizzante dell’epoca rimando invece all’Edda poetica di Snorri Sturluson… Come non annoverare inoltre un mio conterraneo quale Luciano De Crescenzo, scomparso poco tempo fa, un vero napoletano d’altro tempi, geniale nella sua semplicità con la capacità di rendere divertente e leggero qualsiasi argomento. Di sicuro poi mi piace ricordare Luigi Pirandello col suo mitico Uno Nessuno e Centomila, l’ho sentito davvero molto vicino per i concetti espressi come bello è stato anche Il fu Mattia Pascal… Un’opera che mi sento di citare anche in occasione del settecentenario di Dante è La Divina Commedia curata magistralmente da Franco Nembrini con delle illustrazioni a dir poco stupefacenti di Gabriele Dell’Otto… Mi manca ancora Il Paradiso ed è fatta. Non ancora letta tutta cito anche la raccolta I Racconti del Mistero di Edgar Allan Poe dallo stile inconfondibilmente tetro ma affascinante. Rimanendo sul genere ricordo poi con piacere anche delle letture in lingua originale di estratti del Frankenstein: or, The Modern Prometheus di Mary Shelley e Dr Jekyll and Mr Hyde di  Robert Louis Stevenson compiute ai tempi dell’università. Poi ci sono alcuni saggi a sfondo psicologico che mi hanno arricchito come persona. Poi ancora qualsiasi raccolta poetica di Ungaretti Montale o affini. Poi siccome devo sforare come coi film c’è anche il mio ovviamente! Chi ha ucciso Euridice? Il mito di Orfeo ed Euridice, è un poema scritto in versi che tratta del noto mito greco in versi e in rima. Ho cercato in pratica di riportare in auge un vecchio modo di raccontare, quello del poema, ma con un linguaggio moderno anche se strizza l’occhio al passato… Ogni canto è introdotto da una brevissima poesia, talvolta dal carattere un po’ ermetico e ci sono delle belle illustrazioni ad opera del disegnatore Luciano Gaudino.

I tuoi prossimi progetti? Cosa ti aspetta nel tuo futuro professionale e artistico che puoi raccontarci?

Sinceramente non so cosa aspettarmi dal futuro artistico e professionale, è tutto così incerto al giorno d’oggi, almeno per me. Nell’arte, poi, non vorrei trovarmi nella situazione di ostinato perseguimento di una meta che potrebbe far perdere di vista l’essenza dell’arte stessa. Faccio del mio meglio quando c’è ispirazione, poi se riesco ad arrivare in alto, molto meglio, altrimenti amen. Bisogna stare attenti, specie al giorno d’oggi, a non mercificare la propria creatività per barattarla col successo ordinario. Per me è un successo planetario anche solo sapere di una singola persona che si commuove o si emoziona per un mio brano o una mia poesia. Comunque al momento in campo musicale, ho un contratto con la Sounzone una società di sincronizzazione musicale di video, pubblicità etc. etc. Mi piacerebbe se qualche mio brano fosse notato e utilizzato per qualche bel documentario, film  etc. etc. A livello privato sto invece esplorando vari linguaggi musicali anche attraverso l’utilizzo di una loop station. In campo letterario c’è la Lfa Publisher con la quale ho pubblicato un libro sul mito di Orfeo ed Euridice che a distanza di cinque anni circa ancora ci dà qualche soddisfazione ed è stato anche grazie a ciò che ho fondato un canale YouTube dedicato alla poesia, chiamato appunto “Il regno di Orfeo”, nel quale si declamano poesie di poeti per lo più emergenti da parte di un’attrice e con musica mia in sottofondo. Al momento siamo fermi, ma speriamo di riprendere con le pubblicazioni al più presto.

Dove potranno seguirti i nostri lettori?

C’è la mia pagina Facebook dedicata all’arte chiamata La fabbrica di Apollo, il canale YouTube Il regno di Orfeo, mentre a livello musicale si può trovare qualcosa di mio su alcune piattaforme come ReverbNation, SoundCloud, Youtube e Sounzone.

 

Come vuoi concludere questa chiacchierata e cosa vuoi dire a chi leggerà questa intervista? Non smettete mai di esplorare, cercate bellezza, ognuno a modo suo, ascoltandosi e ascoltando, abbiate ancora la capacità di stupirvi, di stare in silenzio, di fermarvi, siate curiosi e grati. Ringrazio ad ogni modo Lara Di Carlo a cui va tutta la mia stima per il lavoro che sta svolgendo in campo letterario, Andrea Giostra per questo spazio e tutti coloro che sono riusciti a leggere la mia lunga ma stimolante intervista. Sono sempre chiacchierate ben accette queste! Ben venga tutto ciò che parla di arte, bellezza e fascino!

Il libro:

Antologia Poetica Il Grido della Selva (I edizione), AA.VV., PandiLettere ed., 2021

https://www.pandilettere.com/inostrilibri/antologiapoetica

Antologia Poetica Il Grido della Selva (I edizione), AA.VV., PandiLettere 2021

Ti provocano? Reagisci con sprezzante indifferenza! | di Daniela Cavallini

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Daniela Cavallini

Amiche ed Amici carissimi, talvolta, quando capita di percepirsi offesi o provocati da qualcuno, immediatamente la nostra mente segue l’urgenza emotiva e si attiva meditando una reazione punitiva, da agire in risposta a chi ci ha mancato di rispetto.

“Come fargliela pagare”, diviene spesso un pensiero fisso che, se ben affinato, può appagare il nostro momentaneo impulso nell’agognata proiezione della situazione  in cui “il verme” mostrerà vergogna per l’umiliazione subita.

Questa però è solo un’ipotesi: chi ci garantisce che l’infame soffrirà? Per contro, in realtà, una cosa è certa: gli stiamo dedicando le nostre risorse più preziose: tempo ed energia!

Riflettiamo: quando stiamo male per un torto subito, stiamo contestualmente concedendo ad un’altra persona il potere di  “farci stare male”.  Non solo: stiamo cedendo il nostro potere personale sul controllo dei nostri pensieri a chi, dopo averci feriti – o fatto arrabbiare -, usurperà anche la nostra fantasia poiché proprio noi stiamo scegliendo di dedicarla ad escogitare quella che ci pare la più stroncante punizione. Una sorta di “certamente mi stronco io, per – forse! – indispettire un pochino te”! No, troppo autolesivo e, soprattutto, decisamente inutile.

Talvolta, in funzione del sopruso ricevuto, come ad esempio a fronte di una minaccia, può scatenarsi la paura e dunque si brancola affannosamente nella ricerca di un contro ricatto induttivo a desistere, ma quale ragionevole certezza abbiamo che il malvagio desisterà? Anzi, potrebbe addirittura trarre il piacere di perseguitarci.

A fronte di queste brevi riflessioni, credo che non vi sia tattica più disarmante del mostrare indifferenza, ovvero non degnare neppure di un cenno chi si affanna nel vano intento di scombussolare i nostri sentimenti. Senza alcuno sforzo, capovolgiamo i ruoli…

Teniamo presente che la categoria “vermi” detiene il primato della mediocrità e pertanto e’ composta da persone di basso livello sociale, forse solo un poco furbe, ma non astute e certamente non intelligenti.

Un individuo mediocre può dunque essere un parassita, un truffaldino, un estorsore di spiccioli, un ex che magari minaccia di diffondere foto osé scattate in momenti di trascorsa intimità o palesare – rivelandosi così  in tutta la sua pochezza, a chi ancora non lo  conosce – grezze critiche con pretesa infamante sul nostro conto, che inevitabilmente gli si ritorceranno contro. Insomma un poveretto, indegno persino dell’insulto che inconsciamente mendica.

La nostra indifferenza sarà pertanto la peggiore delle punizioni…

Nel frattempo, in funzione della gravità dell’offesa ricevuta, se lo riteniamo opportuno, possiamo rivolgerci ad un avvocato che saprà come intervenire in nostra tutela.

Qualora ci percepissimo in pericolo, e mi riferisco ad esempio all’essere preda di ex fidanzati che minacciano rovinose vendette, come spesso riportano le cronache, non resta che rivolgersi alle Forze dell’Ordine, ma ancora una volta – oltre a rifiutare categoricamente qualsiasi contatto diretto – sottolineo di mostrarsi indifferenti… la forza di questi delinquenti sta proprio nella paura della persona perseguitata.

In conclusione, cito una frase di Paolo Crepet:

“…eppure si ferisce di più con l’omissione, l’indifferenza: espressioni della forma del più terribile disprezzo”.

Un abbraccio!

Daniela Cavallini