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Buon Compleanno Alain Delon | di Maria Rosa Bernasconi

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Alain Delon

E Dio…creò l’uomo…con la sua bella faccia

Affascinante, seducente, da perdere la testa

Il parallelismo con B.B. non vi dispiaccia

Buon compleanno Monsieur Delon, è la tua festa!

 

Infanzia infelice, carattere ribelle come da copione

Espulso da ogni scuola s’arruola e va in Indocina

Coi paracadutisti entra a far parte d’un battaglione

Cinque anni via, undici mesi in cella per indisciplina.

 

Rientra in Francia e accetta ogni tipo di lavoro

Ma la sua “faccia d’angelo” viene subito notata

L’avventura nel cinema ha il suo momento d’oro

L’incontro con Visconti e quella parte assegnata.

Alain Delon

“ROCCO E I SUOI FRATELLI” lo consacra al successo

Protagonista di un film che ha fatto la storia

Che definire capolavoro non è affatto un eccesso

Con la censura che si scaglia contro, piena di boria.

Alain Delon

Indimenticabile Tancredi ne “IL GATTOPARDO”

Con quegli occhi blu più profondi del mare

Bello come un dio, magnetico è lo sguardo

Il sogno di ogni donna quella bocca da baciare.

 

Innumerevoli i suoi flirt con attrici e modelle

Ma Romy Schneider resta l’amore della sua vita

Oggi non teme la vecchiaia ma la sedia a rotelle

Non esiterà nella malattia al finale di partita.

 

“Invecchiare fa schifo” e davvero nulla si può fare

Non ti riconosci più, e sono tanti gli acciacchi dell’età

“Ho chiesto ad Anthony la mia eutanasia d’organizzare”

“Lacerò questo mondo senza rimpianti” Iddio pietà.

 

Chi non ha visto i suoi film, ha una pessima opinione

Orso d’oro alla carriera, Legion d’onore, meritorio

Con la “gauche” che detesta le sue prese di posizione

Per i francesi è antipatico, megalomane, provocatorio.

 

L’aria vagamente trasandata, spettinati i capelli

La barba incolta, il bavero alzato del cappotto

“LA PRIMA NOTTE DI QUIETE” è senza orpelli

Ottantasette sfumature d’autunno ha il giorno otto.

Maria Rosa Bernasconi

Alain Delon

 

Dal digesto del giurista romano Paolo alla società liquida di Bauman | di Giuseppe Storti

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Zygmunt Bauman

Il giurista romano Paolo Giulio è stato uno dei più grandi e raffinati giuristi del periodo della Roma repubblicana. I suoi commenti e le sue opere di diritto erano le più considerate nei Tribunali romani. Oggi, diremmo che: “faceva scuola”. È stato uno dei più importanti rappresentanti della giurisprudenza classica. Le sue opere risultano le più seguite nella compilazione del celeberrimo “Corpus iuris civilis” fortemente voluto dall’Imperatore Giustiniano. Una imponente raccolta normativa e giurisprudenziale del diritto romano, che costituì l’architrave del sistema giuridico dell’Impero Romano d’Oriente. Ma qui il giurista romano Paolo ci interessa per i principi ispiratori del diritto privato moderno, e del cosiddetto rapporto sinallagmatico. Alla base delle obbligazioni e dei contratti a prestazioni corrispettive. Nel Digesto il giurista Paolo: formula i canoni essenziali del rapporto sinallagmatico, nelle seguenti e celebri formule che abbiamo imparato all’Università studiando il Diritto Romano. “Do ut des, do ut facias, facio ut des, facio ut facias.” Insomma i romani vollero fissare in maniera certa ed inequivocabile il principio della certezza del diritto nei rapporti “iure privatorum”, in maniera tale da rendere fluida l’economia e gli scambi commerciali, che erano supportati da un sistema di regolamentazione giuridica che poi ha costituito l’ossatura del diritto privato e commerciale contemporaneo. Quindi dal diritto romano ci arriva un grande insegnamento: sempre valido ed attuale. Ovvero quel senso di comunità e di appartenenza ad uno Stato, ed a una civiltà che da semplice città: Roma seppe diventare un impero che dominava il mondo anche sulla scorta di un sistema di regole condivise ed accettate dai romani e dalle popolazioni via via conquistate dall’esercito romano. A questo proposito gli storici parlano della cosiddetta romanizzazione. Un concetto ancora più ampio di quello dell’integrazione. Difatti la romanizzazione dei popoli conquistati, non si tradusse in una imposizione di una cultura e di tradizioni diverse, ma bensì in una assimilazione. I romani ebbero l’intuito di mantenere il quadro identitario delle popolazioni sottomesse, integrando le aristocrazie nelle nuove forme di potere. In questo modo le élite aderirono senza problemi al modello romano. Molti secoli dopo, sembra che la storia non abbia insegnato nulla alla società contemporanea. Infatti il sociologo Zygmunt Bauman nell’analizzare le dinamiche della società attuale l’ha definita “società liquida”. Una definizione entrata ormai nell’accezione comune.

Zygmunt Bauman

Una società nella quale l’incertezza è l’unica certezza. Il senso di comunità e di appartenenza, che abbiamo visto essere uno dei pilastri della “societas romana”, è andato in crisi, sostituito da un individualismo sfrenato. Nella società liquida, l’altro non viene mai visto come potenziale compagno di strada, ma come pericoloso concorrente. La mancanza di punti di riferimenti certi ha portato come conseguenza la dissolvenza di tutto in una sorta di liquidità sociale da cui nessuno sembra poter uscire né tantomeno poter sfuggire. Si perde la certezza del diritto, La magistratura viene vista come un nemico. Gli unici rifugi dell’uomo contemporaneo, in assenza di punti di riferimento sono l’apparire, assunto a valore, ed il consumismo sfrenato. Consumare sarebbe pure utile a far girare l’economia. Ma il consumismo dell’uomo moderno resta fine a sé stesso. Anzi si trasforma in una sorta di bulimia di oggetti che si vogliano solo possedere, ed un minuto dopo vengono accantonati, ritenendoli obsoleti.  La modernità liquida, secondo la lucida analisi del sociologo polacco, non è altro che: “la convinzione che il cambiamento è l’unica cosa permanente e che l’incertezza è l’unica certezza”. Niente a che vedere con il sistema creato nella società romana, basato sulla certezza del diritto, sul senso di comunità e di appartenenza, e sulla condivisione di regole comuni. Insomma per dirla con le parole di un famoso architetto ed accademico cinese, Wang Shu: “perdere il passato significa perdere il futuro”. E forse ripartire dalla dottrina sociale sottesa a quella giuridica del Diritto romano, potrebbe contribuire a dare inizio ad una nuova era per la società contemporanea.

Giuseppe Storti

 

La nuova Collana Dialoghi d’Autore è firmata Alessandro Zecchinato| di Caterina Civallero

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Nasce nel mese in cui Alessandro Zecchinato compie i suoi primi 55 anni la nuova collana Dialoghi d’Autore, un originale progetto editoriale che si propone di esporre (né proporre né imporre) punti di vista autorevoli inerenti la vita quotidiana e le sue implicazioni esistenziali, analizzati dalla sua dissacrante penna.

Ospiti della sua collana personaggi del campo psicogenealogico e formativo, terapeuti, medici, scrittori, registi, attori, astronauti e ricercatori.

Ogni testo sviluppa un tema attuale in chiave piacevole e discorsiva per permettere anche ai “non addetti ai lavori” di partecipare alla tavola rotonda che viene apparecchiata dalla vita ogni giorno.

L’obiettivo del progetto è di offrire una panoramica del “fenomeno umano” nel suo complesso, in un’ottica ontologica “frattale”. Chiunque potrà, in conseguenza di queste letture, in accordo o disaccordo che sia, crearsi un proprio “paesaggio interno”, sviluppando, se lo riterrà, delle risposte personali agli interrogativi che esso pone all’uomo qualunque attuale.

Apre la parata di argomenti, che Alessandro Zecchinato affronta con eleganza e ironia, ARCHETIPO AFRICA − Il culto degli Antenati nella Psicogenealogia, un libro a cui tengo particolarmente e che mi vede nel ruolo della persona intervistata.

Il libro è pubblicato su Amazon in versione cartacea e E-Book. Con kindle unlimited lo puoi leggere gratuitamente. Se desideri ricevere una copia autografata dagli autori scrivi una email a az.dialoghidautore@yahoo.it

Qui puoi ordinare la tua copia.

Come scrittrice, svelando ciò che accade dietro le quinte di un’opera editoriale, ho il forte desiderio di confidare che le conversazioni scritte che ci siamo scambiati Alessandro e io, per giungere alla pubblicazione del testo, hanno sollevato in me una serie di ulteriori domande. 

Al termine del libro ho avuto la netta sensazione che sia impossibile arrivare a comprendere un argomento se non lo si coltiva, nel tempo, con estrema cura. Nei miei quasi quarant’anni di carriera ho abbracciato diverse esperienze professionali, molte delle quali si sono fondate sullo studio del comportamento umano, in senso psicobiologico e psicogenealogico, e mi sento onorata di aver partecipato a questo progetto che mi vede seduta sulla poltrona dell’ospite: sono abituata a gestire i miei scritti da una posizione differente e questa dinamica mi ha giovato sicuramente.

Mi congratulo con Alessandro Zecchinato, collega e scrittore, che spende la sua vita sognando di diventare grande.

Auguri amico mio!

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“Come l’acqua del mare”, un romanzo carico di emozioni e punti sui quali poter riflettere

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“Come l’acqua del mare” è il nuovo dell’autrice partenopea Daniela Saraco. All’interno di questo libro si accosta l’ondeggiare dei sentimenti a quello del mare. Il mare visto come un amore autentico che si evolve, si ritira per poi espandersi nuovamente. La protagonista di questo romanzo è una giovane donna, Felicia, che sin da piccola ha subìto delle mancanze a causa della sua famiglia, tanto da cercare disperatamente il suo bisogno d’amore. L’unica persona al mondo che le donerà tutto ciò sarà la sua tata Germana, che gioierà insieme a lei per ogni piccola vittoria e successo della vita.

La donna creerà un legame indissolubile anche con la sua amica Cristina, che, come lei ha avuto delle mancanze durante la sua crescita.

E poi, c’è lui, l’amore “patologico”, Salvio.

“Il resto, senza neanche saperlo, lo avrebbe riservato a chi dimostrava di meritare. Felicia guadagnò questo privilegio. Gli toccò corde del suo cuore mai esplorate. Ruppe anni di silenzio, di corazze e soprattutto di difese. Ma con il tempo si accorse che spesso l’amore non basta. Non basta a trattenere. A restare. A sognare. A progettare. E neanche a vivere insieme.”

Il tema predominante del nuovo romanzo è l’amore

L’amore sembra essere il sentimento più facile e naturale da poter vivere, ma, il più delle volte ci rendiamo conto che non è così, soprattutto nella società odierna. Ho apprezzato molto il paragonare l’amore con il mare, perché proprio come fanno le onde del mare che trasportano corpi e anime, così fa l’amore. All’inizio della lettura si trova una straordinaria prefazione scritta dalla psicologa Rosaria Varrella, attraverso essa, prepara tutti noi ad affrontare un tema delicato e lo fa utilizzando parole dolce e delicate per la nostra anima. Un romanzo che va a intrecciarsi con tantissime emozioni. Il finale non è scontato, anzi, racconta la presa di coscienza da parte della protagonista.

 

Autore: Daniela Saraco

Titolo: Come l’acqua del mare

Prezzo: 14,90 euro

Genere: romanzo

Codice ISBN: 9788893542067

Anno di pubblicazione: 2022

 

Cinema: Ai nastri di partenza accordi @ DISACCORDI | Festival internazionale del cortometraggio 19ma edizione a Napoli

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accordi @ DISACCORDI | Festival internazionale del cortometraggio 19ma edizione a Napoli

Dal 7 al 13 Novembre 2022 si terrà a Napoli la diciannovesima edizione di accordi @ DISACCORDI – Festival internazionale del cortometraggio diretta da Pietro Pizzimento e Fabio Gargano; festival organizzato dall’associazione Movies Event in collaborazione con il Comune di Napoli e con il contributo della Regione Campania tramite il fondo regionale per il cinema e l’audiovisivo.

Centotrenta cortometraggi, documentari, film d’animazione e sperimentali, in rappresentanza di ventitré nazioni, con moltissime opere in assoluta anteprima europea e italiana sui quattromila diciotto lavori pervenuti da centoventuno Paesi a cui si affiancheranno incontri con gli autori e gli attori delle opere presentate, sono il robusto programma di questa edizione. Alle sezioni di sei concorsi consueti (internazionale, nazionale, Regione Campania, documentari, film brevi d’animazione e film a tematica ambientale) si affianca anche quest’anno, oltre alla sezione “Cortissimi”, quella fuori concorso dei film sperimentali giunti dagli Stati Uniti, dalla Germania, dalla Francia, dalla Gran Bretagna e da moltissime nazioni dei sette continenti, sezione di lavori cinematografici che ha tanto intrigato lo scorso anno il pubblico del festival costituito soprattutto da cinefili e da professionisti della filiera cinematografica.

accordi @ DISACCORDI | Festival internazionale del cortometraggio 19ma edizione a Napoli

Lo svolgimento di questa diciannovesima edizione, ad ingresso gratuito in presenza, avverrà in varie location di Napoli: oltre al PAN – Palazzo delle Arti Napoli, che rimarrà la location di prestigio principale si aggiunge la Corte dell’Arte di FOQUS – che ospiterà la serata conclusiva della kermesse il 13 Novembre con la cerimonia di premiazione condotta da Mariasilvia Malvone e con la visione dei filmati brevi vincitori di tutte le categorie del concorso festivaliero.

Novità anche nelle giurie del festival, oltre a quella del pubblico che assegnerà come di consueto il suo premio e quella artistica composta quest’anno dai presidenti, i  produttori cinematografici Alessandro Cannavale ed Andrea Cannavale,  anche le giurie delle associazioni nazionali partnership della manifestazione AMC – Associazione Montatori Cinematografici e Televisivi e AIC – Associazione Italiana degli Autori della Fotografia Cinematografica che assegneranno un loro premio al miglior montaggio e alla migliore fotografia ai film in concorso nelle sezioni, nazionale e quella della regione Campania. Le due associazioni nazionali di categoria hanno designato come giurati i montatori: Annalisa Schillaci, Francesco Di Stefano e Michele Sbendorio e gli autori della fotografia cinematografica: Daniele Nannuzzi, Simone Marra e Luca Cestari. La giuria d’onore composta da Guido Lombardi, Nero Nelson e Marcello Sannino affiancherà quella artistica nelle decisioni di assegnazione dei premi. Il festival si avvarrà, come sempre, della preziosa collaborazione del Centro Sperimentale di Cinematografia – Production, del Centro Nazionale del Cortometraggio, dell’Associazione Festival Italiani di Cinema  e delle agenzie nazionali di promozione cinematografica tedesca, francese e belga.

Nella sezione internazionale si contenderanno la vittoria finale, il film breve francese Bonjour Minuit di Elisabeth Silveiro con una stellare Fanny Ardant, l’americano When the rain sets in di James Hughes con un montaggio spettacolare del nomination Oscar 2019, Patrick J Don Vito; lo spagnolo pluripremiato Work it class! di Pol Diggler,  l’iraniano The Recess di Navid Nikkhah Azad sulla storia della “ragazza blu di Teheran” : alle donne in Iran dei giorni nostri è vietato l’ingresso negli stadi durante le partite di calcio maschili. Chiudono la sezione il sorprendente film inglese ”olfattivo”  Aroma cue di Michael Frank, il film spagnolo di un crudo realismo Frontera di Anatael Pérez Hernández e il tedesco sul Cile di Pinochet The things you don’t know about me, mum di Daniela Lucato e chiude la sezione il canadese Can I help you? di Nadeem Akhtar.

La sezione nazionale è ben rappresentata dal film Venti minuti di Daniele Esposito, premiato quest’anno con il Globo d’Oro, da L’ultimo stop di Massimo Ivan Falsetta, con Neri Marcorè in gran spolvero, Ieri di Edoardo Paganelli, con un’ottima recitazione di Alessandro Haber e Giuliana De Sio sul tema dell’Alzheimer, Sissy di Eitan Pitigliani, con Fortunato Cerlino e si rifletterà sul periodo di quarantena appena passato con Chiusi fuori di Giorgio Testi interpretato da Stefano Accorsi, rivisiteremo letterariamente Dorothy non deve morire di Andrea Simonetti e gli anni Sessanta con Un’ora sola di Serena Corvaglia con Giuliano Montaldo . L’ultimo spegne la luce di Tommaso Santambrogio, presentato lo scorso anno alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, chiude la sezione.

Sorprendente e ricchissima anche quest’anno la sezione dei film brevi prodotti o girati in Campania, che esprime il momento di notevole vivacità creativa della produzione cinematografica campana e di Napoli. La coppia di attori internazionali Teresa Saponangelo e Andrea Renzi rappresentano la punta di diamante di questa edizione del festival con l’anteprima nazionale de L’altro di Maurizio Fiume, ottimamente recitato da una intrigante Teresa Saponangelo e Bruno De Nittis P.M. di e con Andrea Renzi. Il mondo LGBT viene esplorato dal testo di Enzo Moscato con Ragazze sole di Gaetano Acunzo, ambientato pochi minuti prima del terremoto dell’Irpinia del 1980. Destinato a far discutere sarà Ambasciatori con Marcello Fonte, e di Francesco Romano, regista del Centro Sperimentale di Cinematografia,  già vincitore della edizione passata di accordi @ DISACCORDI  con il film Tropicana. Lello Arena conferma il suo notevole spessore attoriale con il nuovo film Destinata coniugi Lo Giglio di Nicola Prosatore; l’atmosfera pesante delle scene del  gioco d’azzardo si proverà con Buon compleanno Noemi di Angela Bevilacqua e si respirerà,  invece, l’atmosfera incantevole dell’isola di Procida, capitale italiana della cultura 2022, con Gigi Savoia nel film La challenge di Carlo Alessandro Argenzio. Ottima prova di Gianfranco Gallo nel film prodotto dal Centro Sperimentale di Cinematografia La vedova più bella del paese di Mino Capuano; chiudono la sezione Redento di Biagio Celotto e La gioia di Eduardo Castaldo.

Tra i documentari selezionati in concorso, meritano particolare attenzione l’anteprima nazionale di Ostav, Masha e Jurij – La guerra dei bambini , crude scene dal fronte di guerra in Ucraina, diretto dal giornalista, inviato di guerra per il Tg2 Rai Vincenzo Frenda , e il documentario breve prodotto in Germania da Monica Manganelli, The BLACK ChristS. Far From Justice. Rimarremo incantati dall’atmosfera delle moschee in Nahsh / Pattern 2022 di Hamideh Javadi.

Ricchissima anche la sezione dei film brevi d’animazione, sia in concorso che fuori concorso, pervenuti soprattutto grazie alla presenza accreditata del nostro festival nei principali circuiti internazionali del Cinema d’Animazione e Sperimentale. In concorso l’attenzione è stata rivolta al cinema d’animazione britannico, italiano e quello spagnolo.

Infine a chiudere le sezioni in concorso quella a tematica ambientale e sui cambiamenti climatici. Uno sguardo a 360° gradi sullo stato del Pianeta Terra, contemplando anche bellezze che forse un giorno potranno definitivamente scomparire.

In selezione ufficiale non mancherà lo sguardo verso il cinema sperimentale e verso i film brevissimi di durata fino a tre minuti. Si terranno, come di consueto workshop sul formato breve cinematografico per alcuni licei partenopei.

Il libro: “Il ritorno di Casanova” di Arthur Schnitzler | La decadenza del corpo quale metafora della decadenza di un’epoca trionfale! | Critica di Andrea Giostra

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Arthur Schnitzler

Questo racconto beve di Arthur Schnitzler, pubblicato nel 1918, l’ho riletto qualche mese fa da un libricino ritrovato che acquistai all’inizio degli anni Novanta, pubblicato in Italia nel 1994 da “Tascabili Economici Newton”, che allora faceva concorrenza a “La Biblioteca Ideale Tascabile”. Entrambe le case editrici pubblicavano saggi e romanzi brevi a bassissimo costo, mille lire di allora, circa cinquanta centesimi di euro di oggi con i quali non si può comprare neanche un caffè!

Arthur Schnitzler 1912

Questo romanzo breve è interessante e contemporaneo al contempo perché tratta un tema sempre attuale: il timore del perdere la capacità seduttiva e l’approssimarsi della vecchiaia, la giovinezza che s’affievolisce e l’anzianità che incalza.

La pulsione seduttiva irrefrenabile, il decadimento del corpo e delle forze, l’inesorabile irruenza della vecchiaia, la sofferenza della solitudine, sono i grandi temi psicologici e sociali affrontati da Schnitzler in questo romanzo breve di inizio Ottocento, che vede protagonista un cinquantreenne Giacomo Casanova – che nel romanzo ha la stessa età di Schnitzler quando scrisse quest’opera – e delle giovani e belle donne che incontra dopo essere fuggito dal carcere dei Piombi. Un duello ardito e feroce tra il ricordo del giovane seduttore e l’attempato galeotto che non s’arrende al tempo e all’età. Un duello che nel romanzo vedrà protagonisti l’ormai anziano rubacuori e colui che s’è visto sedotta con l’inganno, la giovane e bella amata Marcolina. Un duello mortale che vedrà la morte dell’uno e dell’altro, seppur da prospettive diverse.

Questo scritto di Schnitzler racconta del non più giovane Giacomo Casanova e delle sue ancora irrequiete velleità seduttive verso giovani e belle donne che lo costringono a prendere coscienza del decadimento del suo corpo e dell’inefficacia delle sue virtù seduttive per le quali era divenuto famoso in tutte le più importanti corti europee. Solo con l’arte dell’inganno Casanova riuscirà nel suo intento passionale che costringerà l’incolpevole e giovane Marcolina a cedere alla sua irruenta voluttà amorosa e di letto, finalmente preda succulenta di passione.

Il seguito del romanzo è da leggere tutto d’un fiato per la tragicità degli eventi e per il finale imprevedibile.

APPROFONDIMENTO:

Per scrivere di Arthur Schnitzler è necessario collocare la sua opera letteraria e teatrale (scrisse moltissimo anche per il teatro molto alla moda allora) nel periodo storico e culturale nel quale visse e si formò accademicamente, professionalmente e culturalmente. La Vienna di fino Ottocento inizio Novecento, è una Vienna in decadenza, sia dal punto di vista politico che sociale. La letteratura austriaca di quel periodo si caratterizzò infatti per una sorta di velata nostalgia per la grandezza della nazione che si stava progressivamente perdendo.

Schnitzler da parte sua non percorre questa strada, non si adegua alle correnti letterarie del suo tempo, ma con la sua opera vuole rappresentare – e da questo punto di vista torna ad essere sorprendentemente contemporaneo con una attualità narrativa inquietante – la vuotezza dei comportamenti sociali del suo tempo e la melanconia trasversale per l’approssimarsi della fine di un’epoca, il crollo dell’impero austriaco iniziato nel 1918, e di una cultura che fino ad allora era stata significativa e dominante in tutta Europa.

Sono le nevrosi del suo tempo, della sua gente, delle classi sociali che si intrecciano nella sua Vienna, l’oggetto principale delle sue opere, come lo sono oggi quelle del nostro tempo, del Ventunesimo secolo. L’interessante intrecciarsi tra letteratura e scienza, che a cavallo tra il Diciannovesimo e i  Ventesimo secolo è stata una peculiarità accademica e intellettuale molto importante, conforta questo suo intento e i messaggi della sua opera letteraria e teatrale: i protagonisti sono gli atteggiamenti e i comportamenti dei suoi contemporanei che Schnitzler rappresenta come ipocriti, crudeli ed egocentrici, e per altri versi di radicata leggerezza e superficialità.

È molto interessate, da questo punto di vista, il rapporto epistolare tra Schnitzler e Sigmund Freud.

Sigmund Freud

È ovviamente chiaro a tutti che Schnitzler e Freud percorrono strade diverse: scrittore, medico e psichiatra il primo che si dedica alla narrativa e alla letteratura; medico, psichiatra il secondo che dedica la sua vita allo studio delle nevrosi e dell’inconscio attraverso la psicoanalisi di cui fu il padre fondatore. Quello che però li accomuna è l’oggetto del loro interesse: l’inconscio, le nevrosi, l’onirico, con tutti i significati che questi elementi assumono nella vita dell’uomo e nell’espressione delle sue pulsioni. L’opera dell’uno non precede quella dell’altro, ma si completano e si integrano vicendevolmente. Assai significativa da questo punto di vista è una lettera scritta da Freud a Schnitzler in occasione del suo sessantesimo compleanno, il 14 maggio 1922, in cui si definisce “il suo doppio”: «Desidero farLe una confessione che lei avrà la bontà e riguardo di tenere per Sé. (…) Mi sono sempre chiesto, con tormento, per quale ragione in realtà io non abbia mai cercato in tutti questi anni di avvicinarla e di avere un colloquio con Lei (…) La risposta a questa domanda contiene la confessione che a me sembra troppo intima. Io ritengo di averLa evitata per una sorta di paura del “doppio”. Non che sia facilmente incline a identificarmi con altri, o che voglio trascurare la differenza di talento che mi separa da Lei, ma in effetti, ogni qual volta mi sono immerso nelle Sue belle creazioni, ho sempre creduto di riconoscere dietro la loro parvenza poetica gli stessi presupposti interessi ed esiti che sapevo essere miei.» (Sigmund Freud).

Freud aveva analizzato il fenomeno del doppio in un suo saggio del 1919 dal titolo Il perturbante come proiezione psichica di tutte le possibilità del destino che non si sono attuate. In questo saggio l’immagine riflessa allo specchio, dal punto di vista psicologico, è la conferma dell’identità dell’Io, quasi una negazione del potere della morte. Ma in una nevrosi narcisistica l’immagine del doppio può rovesciarsi in una minaccia di morte. Allora il doppio assume tutti gli aspetti inquietanti e sinistri che possono affiorare nei sogni e diventa simbologia di ciò che doveva restare celato, oppure può simboleggiare desideri inconfessabili. Il perturbante è uno dei quattro scritti di tutta la sua opera in cui Freud cita esplicitamente i lavori letterari di Schnitzler.

In una intervista rilasciata nel 1927, Schnitzler, da parte sua, fa esplicito riferimento alla corrispondenza con Freud e alla lettera che ricevette nel 1922 dal padre della psicoanalisi a proposito del doppio: «Per alcuni aspetti io costituisco il doppio del professor Freud. Lo stesso Freud mi ha definito una volta il suo gemello psichico. Nella letteratura percorro la stessa strada su cui Freud avanza con temerarietà sorprendente nella scienza. Entrambi, il poeta e lo psicoanalista, guardano attraverso la finestra dell’anima.» (Artur Schnitzler).

Il doppio che da parte sua Schnitzler rappresentò magnificamente in due opere straordinarie, Doppio sogno del 1925 (ripreso da Stanley Kubrick per scrivere la sceneggiatura della sua ultima opera cinematografica che uscì nelle sale di tutto il mondo subito dopo la sua morte, Eyes Wide Shut del 1999), e Fuga nelle tenebre del 1912-17, pubblicato solo nel 1931. Opere che Schnitzler non avrebbe mai potuto creare se non avesse avuto questo profondo interesse per lo studio dell’inconscio, della simbologia onirica e delle ossessioni nevrotiche, così come li ebbe Sigmund Freud per creare il più rivoluzionario e importante approccio clinico e di studio della mente di tutti i tempi: la psicoanalisi.

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Il libro:

Arthur Schnitzler, “Il ritorno di Casanova”, pubblicato nella rivista Die Neue Rundschau, Berlino, 1918

https://www.amazon.it/ritorno-Casanova-Arthur-Schnitzler/dp/8879834266

Arthur Schnitzler, “Il ritorno di Casanova”, pubblicato nella rivista Die Neue Rundschau, Berlino, 1918

Andrea Giostra

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Andrea Giostra al mercato di Ballarò a Palermo_Ph. Mapi Rizzo

10 film di Alfred Hitchcock da vedere su TIM VISION | di Andrea Giostra

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Alfred Hitchcock

«Se siamo disposti ad accettare … l’idea che il cinema non sia inferiore alla letteratura, credo che sia necessario classificare Hitchcock nella categoria degli artisti inquieti come Kafka, Dostoevskij, Poe. Questi artisti dell’angoscia non possono evidentemente aiutarci a vivere, perché vivere per loro è già difficile, ma la loro missione è di dividere con noi le loro ossessioni. Con questo, anche ed eventualmente senza volerlo, ci aiutano a conoscerci meglio, il che costituisce un obiettivo fondamentale di ogni opera d’arte». (Françoise Truffaut, “Il cinema secondo Hitchcock”, Il Saggiatore ed., Milano, 2014, pp.21-22).

È attraverso questa fortunatissima e concisa frase di Truffaut che, forse, l’arte cinematografica di Hitchcock può essere “guardata” dallo spettatore, dal cinefilo, dall’appassionato di settima arte, come se lo facesse attraverso un “magico” cannocchiale che dispone di particolari filtri e lenti che gli consentono di decodificare la sapienza creativa e progettuale dei suoi 53 (o forse 55!) film «realizzati con un’accuratezza straordinaria, una passione esclusiva, un’emotività estrema dissimulata da una non comune maestria tecnica» (ibidem, p.9). Ed è per questa straordinaria capacità di incidere e di colpire sull’emotività dello spettorate che i suoi film saranno sempre, come lo sono oggi, visti e rivisti in tutto il mondo e a tutte le latitudini. La capacità di varcare i confini della storicità delle produzioni artistiche, spesso legata a peculiari periodi storici, artistici e socio-culturali; e proprio per questo che i suoi film «… potranno competere con le nuove produzioni, quasi a verificare l’immagine di Jean Cocteau a proposito di Proust: “La sua opera continuava a vivere come gli orologi al polso dei soldati morti”» (ibidem, p.9).

Bastano queste poche righe, immagino, per sollecitare il lettore di questa pagina a nutrirsi di un po’ di cinema “classico” (se vogliamo definirlo così!), in questo caso quello di Hitchcock, attraverso il quale sarà certamente in grado di acquisire piccoli strumenti di lettura cinematografica che gli permetteranno di capire come oggi gran parte delle produzioni artistiche di genere – mi riferisco al Thriller, al Poliziesco, alle Spy Story, e a tutti i generi che alla base della sceneggiatura hanno il sale saporito della suspence – si ispirano, per non dire scopiazzano malamente, quanto realizzato diversi decenni fa da grandi maestri e innovatori quale fu Alfred Hitchcock.

Ma quali sono, se ci sono, gli strumenti che ha privilegiato Hitchcock per le sue produzioni cinematografiche in grado di tenere tesa la corda dell’attenzione dello spettatore dall’inizio alla fine dei fotogrammi proiettati sullo schermo? Quali le strategie per creare la suspence durante tutto l’arco della narrazione finzionale? E cosa è la suspence quale matrice di tutte le produzioni di Hitchcock?

Iniziamo a rispondere alla terza domanda, e per farlo ci affidiamo a Françoise Truffaut: «La suspence è prima di tutto la drammatizzazione del materiale narrativo di un film o almeno la presentazione più intensa possibile delle situazioni drammatiche» (ibidem, p.14). Per creare “drammatizzazione” e “tensione drammatica” nei suoi film, Hitchcock si affida principalmente all’immagine che, paradossalmente, in alcune scene, deve contrastare la narrazione! Il dialogo del protagonista che deve stonare con i suoi pensieri reali che Hitchcock ci fa cogliere attraverso le immagini del volto, della postura, degli sguardi. Una tecnica straordinaria quanto di difficile realizzazione proprio perché riuscire a lanciare contemporaneamente allo spettatore, sulla stessa scena, due o più messaggi dissonanti non è affatto facile, ma sicuramente è molto efficace per creare suspence e per generare ansia, incertezza, tenzione emotiva. Un esempio per comprende questa tecnica ce la descrive Truffaut: «Supponiamo che invitato a un ricevimento, ma come osservatore, io guardi il signor Y… che racconta a tre persone le vacanze che ha appena trascorro in Scozia con sua moglie. Osservando con attenzione il suo volto posso seguire i suoi sguardi e accorgermi che in realtà egli si interessa soprattutto delle gambe della signora X… Mi avvicino ora alla signora X… Parla dei cattivi risultati scolastici dei suoi due bambini, ma il suo sguardo freddo si posa spesso sull’elegante signorina Z… Quindi, l’essenziale della scena alla quale ho appena assistito non è contenuta nel dialogo che è strettamente mondano e di pura convenienza, ma nei pensieri dei personaggi: a) desiderio fisico del signor Y.. per la signora X…; b) gelosia della signora X… nei confronti della signorina Z…» (ibidem, p.17).

Questa breve premessa che vuole sollecitare il lettore di queste righe a vedere i film di Hitchcock, ci fa capire come il “classico” della cultura cinematografica, da questa prospettiva, rappresenta la possibilità che ha l’appassionato di questo genere cinematografico, ma anche letterario se vogliamo, di nutrirsi di quella cultura che può dargli in prestito “occhi competenti” per capire il grado di “bellezza” di quella specifica opera, ovvero, per renderlo consapevole di come la “coscienza” entri in giuoco in questo processo finzionale di immedesimazioni e proiezioni quali meccanismi di difesa psicoanalitici che giocano ruoli determinanti quando si guarda un film o si legge un libro nei quali il trascinamento emotivo diventa irrefrenabile e talvolta dirompente. Da questa prospettiva, come scrisse saggiamente Sciascia, è chiaro come «Sotto la chiave che potremmo dire di “coscienza”, ce n’è un’altra, a spiegare il successo e la diffusione del “Giallo” (del Thriller, del Poliziesco che generano suspence); una chiave freudiana: il giuoco dei divieti, delle infrazioni di essi; della profanazione e della ricostituzione dei tabù; delle ambivalenze, insomma: per cui il lettore di “Gialli” si trova a parteggiare, in egual misura, per il colpevole non ancora individuato o per l’investigatore che accanitamente lo persegue; sicché la soluzione di quel cruciverba narrativo che è il romanzo poliziesco coincide nel lettore con l’insoddisfazione, sempre.» (Leonardo Sciascia, Le chiavi del “Giallo”, in “La Gazzetta del Mezzogiorno”, 14 aprile 1962, p. 3). Una “insoddisfazione” che è anche incapacità di capire perché il “terrore”, l’“ansia”, la suspence, prodotti dai film e visti attraverso lo schermo, hanno quel fascino irresistibile che tutti noi appassionati di cinema riconosciamo nelle opere di Hitchcock.

Forse non occorre aggiungere altro in questa sede, se non l’invito a vedere, o a ri-vedere, i film di Alfred Hitchcock. Su TIM VISION sono disponibili 10 dei film del grande maestro: L’uomo che sapeva troppo, Il sipario strappato, Complotto di famiglia, Topaz, La congiura degli innocenti, La donna che visse due volte, Psyco, Gli uccelli, La finestra sul cortile, Marnie, Caccia al ladro. 10 film per dieci serata di cinema casalingo che certamente troverete interessanti, di cultura eccellente cinematografica e di sicura suspence. 10 film dei quali a seguire troverete i Trailer e una beve presentazione della trama.

Buona visione a tutti voi…


BREVE PRESENTAZIONE DEI 10 FILM CHE SI POSSONO VEDERE SU TIMVISION:

“L’uomo che sapeva troppo” (1956) di Alfred Hitchcock – Titolo originale: “The Man Who Knew Too Much”

Trailer:

Trama da Coming Soon

«In vacanza in Marocco i coniugi McKenna assistono ad un omicidio: un turista viene ucciso e Ben McKenna, che è un dottore, tenta di soccorrerlo. Prima di morire l’uomo gli confida che verrà presto commesso un attentato a Londra. L’uomo va alla polizia, ma per impedirgli di parlare, qualcuno gli rapisce il figlioletto…»

“Il sipario strappato” (1966) di Alfred Hitchcock – Titolo originale: “Torn curtain”

Trailer:

Trama da Coming Soon

«Il sipario strappato è un film diretto da Alfred Hitchcock, ambientato durante il periodo della Guerra Fredda.

In qualità di rappresentanti degli Stati Uniti, il fisico nucleare Michael Armstrong (Paul Newman) e la dottoressa Sarah Sherman (Julie Andrews) – sua assistente, nonché fidanzata – partecipano a un convegno scientifico a Copenhagen, in Danimarca. Quando Michael cerca di lasciare la città senza Sarah, la donna finalmente comprende perché l’uomo non voleva che lei si unisse a lui in quel viaggio: il fisico vuole infatti recarsi di nascosto a Lipsia, nella Germania dell’Est, dove si trova il professor Gustav Lindt (Ludwig Donath). Lo scienziato sarebbe in possesso di alcune informazioni che potrebbero aiutare Michael a portare a termine il suo progetto per la costruzione di un congegno antimissile, con suo grande disappunto non più finanziato dal governo americano. Presi in prossimità della cortina di ferro, Sarah deve decidere se il suo amore per Michael è più forte di quello per la patria. Ma ciò che non sa è che il fisico sta facendo il doppio gioco…»

“Complotto di famiglia” (1976) di Alfred Hitchcock – Titolo originale: “Family Plot”

Trailer:

Trama da Coming Soon

«Un’anziana e ricca signora si rivolge alla giovane veggente Blanche Tyler promettendole diecimila dollari se le ritroverà un nipote illegittimo abbandonato quarant’anni prima per il timore di uno scandalo e al quale ora, pentita, ella intende lasciare tutto il suo patrimonio. Aiutata da George, l’uomo con cui convive e che, fallito come attore, fa il tassista, Blanche si getta a corpo morto alla ricerca dello scomparso, e finalmente lo ritrova sotto le mentite spoglie di Arthur Adamson, gioielliere. Costui, che da giovane s’è liberato dei genitori adottivi facendo appiccare da un complice, John Maloney, il fuoco alla loro casa, e che ora, aiutato dalla sua donna, Frane, s’è specializzato in sequestri di persona, teme che l’interesse di Blanche e George per lui, del quale s’è accorto, abbia qualcosa che fare con la sua segreta attività criminosa. Quando, fallito con la sua morte un tentativo di Maloney di uccidere entrambi, il falso Adamson saprà dalla bocca stessa di Blanche il motivo delle sue ricerche, le circostanze – la giovane l’ha sorpreso nel bel mezzo di un sequestro di persona – lo convinceranno non esservi altra strada che quella di eliminarla inscenando un suicidio. Il tempestivo intervento di George, però, non solo gli impedirà di attuare il suo piano, ma frutterà al tassista e alla sua amica la sostanziosa taglia posta sul capo del furfante e della sua amica.»

 “Topaz” (1969) di Alfred Hitchcock – Titolo originale: “Topaz”

Trailer:

Trama da Coming Soon

«Un alto funzionario del servizio segreto sovietico, consegnatosi agli americani, rivela loro che i russi stanno fornendo missili a Cuba: alcuni documenti, sottratti alla delegazione castrista all’Onu, confermano la notizia. La CIA affida il compito di andare sul posto per un controllo all’agente francese André Devereaux, ufficialmente consigliere d’ambasciata, che simpatizza per gli americani ed ha, a Cuba, una preziosa informatrice, Juanita de Cordoba, vedova di un eroe della rivoluzione, ma avversaria dell’illiberale regime che è subentrato. La donna gli procura le prove che i missili ci sono, ma viene scoperta e uccisa mentre André riesce a tornare a New York e ad informare la CIA: una conseguenza della sua missione sarà il ritiro dei missili sovietici da Cuba. Intanto, un agente americano suo amico rivela a André che tra gli alti funzionari francesi, a Parigi, c’è un gruppo di traditori.»

 “La congiura degli innocenti” (1954) di Alfred Hitchcock – Titolo originale: “The Trouble with Harry”

Trailer:

Trama da Coming Soon

«In un bosco viene scoperto il cadavere di un uomo, la cui identificazione è facilitata da una lettera trovata nelle tasche della giubba: la lettera è indirizzata a Harry Worp di Boston. La scoperta turba profondamente varie persone, ciascuna delle quali crede di essere responsabile della morte di Harry. Il vecchio capitano Wiles crede di averlo ucciso con una fucilata, destinata ad un coniglio selvatico; la signorina Gravely, una matura zitellona, ha picchiato sonoramente Harry, che le era capitato in casa, prendendola per la propria moglie. Ora crede che le sue percosse ne abbiano cagionato la morte. La signora Jennifer, la moglie che Harry aveva da tempo abbandonato, trovandosi improvvisamente di fronte al marito, gli ha tirato una bottiglia sulla testa ed ora si crede responsabile della sua fine. Il pittore Sam Marlow, assiduo corteggiatore della signora Jennifer, teme lo si possa accusare di complicità in un presunto delitto. In preda all’orgasmo, i quattro seppelliscono e riesumano piu’ volte il cadavere, che ora viene ricercato dallo sceriffo: le scarpe del morto, rubate da un vagabondo, l’hanno indotto ad iniziare indagini.»

“La donna che visse due volte” (1958) di Alfred Hitchcock – Titolo originale: “Vertigo”

Trailer:

Trama da Coming Soon

«La donna che visse due volte, è un film thriller del 1958, diretto da Alfred Hitchcock, tratto dal romanzo “D’entre les morts” (1954), scritto da Thomas Narcejac e Pierre Boileau. L’agente di polizia, John “Scottie” Fergus (James Steward), durante un inseguimento sui tetti dei grattacieli di San Francisco, ha un incidente: resta aggrappato ad un cornicione, soffre di vertigini e rimane completamente paralizzato dalla paura. Un suo collega, nel tentativo di salvarlo, precipita nel vuoto e muore. Questo tragico evento cambia la vita di Scottie che lascia la polizia. Un suo ex compagno di college, ricco costruttore navale, Galvin Elster, gli chiede di assumere l’incarico di vigilare sulla sua bellissima moglie Madeleine (Kim Novak), la quale, da qualche tempo ha degli atteggiamenti molto particolari, strane ossessioni, incline al suicidio. Il marito teme che stia diventando pazza. La donna crede di essere la reincarnazione della bisnonna materna, Carlotta Valdes, la quale, abbandonata dall’amante e privata della figlia nata dalla loro relazione, muore suicida a 26 anni, la stessa età di Madeleine. Scottie è scettico, esitante, ma quando Elster gli mostra Madeleine rimane folgorato e accetta l’incarico. Fra tensioni psicologiche e colpi di scena, si sviluppa una storia complessa che vede Scottie assumere le vesti di un fedele innamorato che disperatamente, cerca di convincere Madeleine ad accettare il suo aiuto per guarire dalle sue ossessioni. Ma tutto il suo impegno non potrà evitare l’evolversi di incubi e di “vertigo” che vedranno Scottie in uno stato di assoluta impotenza.»

 “Psyco” (1960) di Alfred Hitchcock – Titolo originale: “Psycho”

Trailer:

Trama da Coming Soon

«Psyco è un film del 1960 diretto da Alfred Hitchcock. La storia si svolge fra la città di Phoenix e un motel lungo la strada che dall’Arizona porta alla California. La giovane e inquieta Marion Crane (Janet Leigh) deruba di 40.000 dollari un cliente dell’agenzia immobiliare per cui lavora, perché è stufa della vita che conduce; infatti è costretta a vedersi nei ritagli di tempo con il proprio amante Sam Loomis, senza potersi sposare perché l’uomo è sommerso dai debiti per pagare gli alimenti alla propria ex moglie. Viaggiando verso il negozio di Sam in California, a causa di un violento temporale, Marion si ferma presso il Bates Motel, incrociato sulla strada, per trascorrere la notte. Il Motel è diretto da Norman Bates (Anthony Perkins), un tranquillo giovane bistrattato e oppresso dall’anziana madre. Marion dopo l’incontro con Norman decide di tornare a Phoenix per restituire il denaro sottratto, ma le viene impedito perché una figura femminile l’assale nella doccia e l’accoltella a morte. Lila Crane, la sorella di Marion ingaggia un investigatore privato, Milton Arbogast, poiché è preoccupata dalla scomparsa della sorella. Insieme a lui decide di incontrare Sam per avere notizie di Marion, ma dopo aver parlato con lo squattrinato amante convince il detective ad andare alla ricerca della sorella, mentre lei rimane in California con Sam in attesa di notizie. Lila riceve una telefonata dal detective, in cui racconta di aver scoperto qualcosa, ma senza scendere in particolari. Anche Arbogast, però, sparisce nel nulla e Sam e Lila decidono di andare insieme alla sua ricerca per cercare di sciogliere questa misteriosa matassa ingarbugliata. La coppia si finge sposata e giunge al Motel Bates per scoprire qualcosa sui due scomparsi. Quello di cui verranno a conoscenza andrà ben al di là di un semplice furto di qualsiasi somma di denaro.»

 “Gli uccelli” (1963) di Alfred Hitchcock – Titolo originale: “The Birds”

Trailer:

Trama da Coming Soon

«Gli uccelli è un film del 1963 tratto dall’omonimo racconto di Daphne du Maurier pubblicato nel 1953. Melania Daniels (Tippi Hedren), ricca e giovane figlia di uno dei più importanti editori della città, incontra in un negozio di animali di San Francisco l’avvocato Mitch Brenner (Rod Taylor). Nonostante Mitch l’abbia riconosciuta, finge di scambiarla per una commessa del negozio: sta infatti cercando una coppia di pappagalli inseparabili da regalare alla sorella Cathy in occasione del suo undicesimo compleanno. Melania, infastidita ma al tempo stesso intrigata da Mitch, sta al gioco e gli risponde che il negozio non ha tali esemplari, e gli propone invece dei canarini. I due battibeccano, ma quando Mitch se ne va, Melania si annota la targa della sua auto e decide di acquistare la coppia di pappagalli che lui desiderava. Quindi, si reca personalmente all’appartamento di Mitch a San Francisco, ma, non trovandolo, decide di proseguire per Bodega Bay, il luogo dove Mitch trascorre il weekend in compagnia della madre e della sorellina. Giunta con la sua auto, Melania vuole fare un’ulteriore sorpresa all’uomo: noleggia così una barca, in modo da giungere alla casa di Mitch direttamente dalla baia. Entrata in casa, vi lascia la gabbia con all’interno i pappagalli, per poi tornare a nascondersi sul motoscafo. Accortosi degli uccellini, Mitch nota la barca di Melania, così sale in macchina per raggiungerla dall’altra parte della baia. Quando sta per toccare terra, Melania viene attaccata da un gabbiano, che le provoca una ferita; Mitch la medica e la invita restare a cena, e nonostante l’iniziale riluttanza, lei accetta. Quello che sembra un banale incidente non è altro che il principio di una serie di strani accadimenti di cui gli uccelli sono inquietanti protagonisti…»

 “La finestra sul cortile” (1954) di Alfred Hitchcock – Titolo originale: “Rear Window”

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Trama da Coming Soon

«La finestra sul cortile è un film diretto da Alfred Hitchcock del 1954. In seguito a un incidente sul lavoro, il fotoreporter L.B. Jeff Jefferies (James Stewart), un fotoreporter che, a causa di un incidente, si ritrova obbligato a stare in casa su una sedia a rotelle e a trascorrere un lungo periodo in immobilità. Le uniche distrazioni che vive in questa reclusione forzata sono le visite di Lisa Freemont (Grace Kelly), una bellissima ragazza innamorata di lui, le chiacchiere con Stella (Thelma Ritter), l’infermiera che lo assiste, e l’osservazione quasi ossessiva delle vite dei suoi vicini, che lui spia attraverso la finestra che da sul cortile. L’oggetto principale delle sue attenzioni è un certo Lars Thorwald (Raymond Burr), l’uomo, che fa il commesso viaggiatore vendendo bigiotteria, vive con una moglie noiosa e malata. Durante una notte Jefferies sente un rulo femminile provenire da una delle case di fronte e nei giorni seguenti vede il commesso armeggiare con una valigia d’alluminio e fare avanti e indietro dalla sua casa. Da quella notte in poi il fotoreporter realizza che nella casa non ci sono più tracce della presenza della moglie di Thorwald, mentre gli altri vicini dicono che sia partita. Jeff, improvvisatosi detective dilettante, teme che ci sia stato un omicidio. Jefferies cerca di convincere a indagare un suo amico poliziotto, ma lui non gli crede e questo porterà il reporter a iniziare una serie di indagini condotte con l’ausilio di un binocolo della sua fedele macchina fotografica, di Lisa e Stella. Le due appoggiano l’uomos nei suoi sospetti al punto da andare da sole nella casa del sospettato per ricavare qualche indizio della sua colpevolezza. In questa occasione la dolce Lisa si rivelerà una perfetta compagna per Jeff. Queste indagini purtroppo provocheranno una reazione da parte di Thorwald e porteranno il fotografo a rischiare la vita e a tornare a guardare dalla finestra… questa volta con due gambe fratturate.»

“Marnie” (1964) di Alfred Hitchcock – Titolo originale: “Marnie”

Trailer:

Trama da Coming Soon

«L’industriale Mark Rutland ha sposato una ragazza affetta da cleptomania, Marnie. La ragazza non riesce a ricambiare l’affetto del marito e a lasciarsi andare e tutti i tentativi di lui per sciogliere la barriera di freddezza della giovane s’infrangono miseramente. Mark comprende che Marnie deve le sue debolezze psichiche ad una drammatica esperienza che ha turbato la sua infanzia. Decide così di recarsi con Marnie a casa della madre per trovare la spiegazione del suo strano comportamento.»

“Caccia al ladro” (1955) di Alfred Hitchcock – Titolo originale: “To Catch a Thief”

Trailer:

Trama da Coming Soon

«Caccia al ladro, film diretto da Alfred Hitchcock, vede come protagonista l’americano John Robie (Cary Grant). Un tempo era un famoso ladro di gioielli noto come il Gatto, ma dopo la sua partecipazione alla Resistenza francese durante la Seconda guerra mondiale, l’uomo ha abbandonato il suo vecchio mestiere per condurre una vita serena. Sono quindi ormai molti anni che l’ex criminale si dedica esclusivamente alla cura dei propri vigneti nella sua lussuosa tenuta sulla Costa Azzurra. La tranquillità dell’uomo viene però sconvolta da una serie di furti di oggetti preziosi, commessi con lo stesso metodo de il Gatto. Da subito la polizia francese sospetta che Robie si sia rimesso in loschi affari, così come anche i suoi ex compagni della Resistenza, ora dipendenti del ristorante gestito da Bertani (Charles Vanel), amico di lunga data di Robie. L’ex ladro – sicuro della propria innocenza ma senza qualcuno disposto a credergli – decide quindi di collaborare con l’agente Hughson (John Williams), venuto da Londra per indagare sui furti. Robie desidera prendere il vero responsabile con le mani nel sacco: per fare ciò decide di entrare in contatto con i più ricchi proprietari di gioielli al momento presenti sulla costa francese. Incontra così la facoltosa vedova americana Jessie Stevens (Jessie Royce Landis) e l’affascinante figlia Frances (Grace Kelly). Quando i preziosi della signora Stevens vengono rubati, Robie è sicuro di aver scoperto l’identità del suo emulatore…»

TIMVISION Cinema:

https://www.timvision.it/listing/3919P2-cinema

Alfred Hitchcock Scheda IMDb

https://www.imdb.com/name/nm0000033/

Alfred Hitchcock

APPROFONDIMENTI:

il libro: Françoise Truffaut, “Il cinema secondo Hitchcock”, Il Saggiatore ed., Milano, 2014

https://www.ilsaggiatore.com/libro/il-cinema-secondo-hitchcock/

Alfred Hitchcock

Alfred Hitchcock sulla Treccani:

https://www.treccani.it/enciclopedia/sir-alfred-hitchcock_%28Enciclopedia-del-Cinema%29/

https://www.treccani.it/enciclopedia/sir-alfred-hitchcock

Andrea Giostra

https://www.facebook.com/andreagiostrafilm/

https://andreagiostrafilm.blogspot.it

https://www.youtube.com/channel/UCJvCBdZmn_o9bWQA1IuD0Pg

Andrea Giostra

“Scuola: Dimissioni come protesta – Il caso di alcuni insegnanti” ǀ di Maria Teresa De Donato

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“Scuola: Dimissioni come protesta - Il caso di alcuni insegnanti” ǀ di Maria Teresa De Donato

 

Nei due precedenti incontri con l’amico e collega autore Horst Költze sul tema Educazione e Libertà, Prima Parte e Seconda Parte, abbiamo affrontato aspetti fondamentali come l’autocoscienza, l’autoconsapevolezza e il ruolo che la scuola dovrebbe avere attraverso i propri programmi nell’offrire a ciascuno un aiuto individuale per sviluppare il proprio potenziale unico e quindi la propria creatività.

Tutto questo, come è stato sottolineato in questi articoli, può essere ottenuto solo attraverso la libertà. Al contrario, “Nel sistema scolastico tradizionale, attualmente dominato in 76 stati dallo studio funzionalista PISA [Program for International Student Assessment], bambini e adolescenti sono costretti ad adattarsi per almeno dieci anni durante la fase di crescita del cervello. … Con l’apprendimento forzato, non c’è riferimento esistenziale alla persona, al vero SÉ.  Ciò ostacola lo sviluppo delle aree cerebrali necessarie per l’autogenesi.  Alla fine della scuola, i diplomati non sanno CHI SONO e cosa vogliono davvero”.

Nel tentativo di risolvere questo colossale problema, professionisti del settore si sono attivati ​​in ogni modo possibile. Tra questi c’è stato Horst Költze, il quale,  attraverso le sue pubblicazioni, ha cercato di sottolineare tre aspetti fondamentali:

 

1) questa spaventosa lacuna nel sistema educativo;

2) l’impatto devastante che questa educazione ha sui bambini e sui giovani;

3) la necessità di apportare cambiamenti significativi non solo nei programmi didattici, ma soprattutto nelle modalità di formazione degli stessi docenti.

 

Anche dopo essere andato in pensione, Horst ha continuato la sua lotta imperterrito. L’obiettivo è sensibilizzare le autorità competenti, il personale scolastico ed i genitori degli studenti sulla necessità di un’istruzione più libera, in grado di riconoscere e massimizzare il potenziale creativo di ogni studente.  La realizzazione di questo tipo di educazione è auspicabile non solo in Germania, dove vive Horst, ma anche negli altri Paesi dove è stato utilizzato lo studio funzionalista PISA.

Naturalmente, Horst non è stato l’unico insegnante consapevole del danno arrecato ai bambini e agli alunni da un sistema educativo così inadeguato. Molti altri hanno riconosciuto le carenze e la necessità di cambiamento.  Purtroppo, alcuni suoi colleghi non sono riusciti a continuare a far parte di un sistema di cui non condividono né tecniche di valutazione né metodi di insegnamento, e hanno preso una decisione drastica: il licenziamento.

Hanno quindi rinunciato alla professione, con la conseguente perdita del lavoro e dei contributi pensionistici, come forma di denuncia e condanna di un sistema educativo che schiavizza i bambini e tarpa loro le ali fin dalla più tenera età.

Nell’articolo pubblicato online sulla rivista di educazione News4Teachers dal titolo “Il sistema scolastico ti fa ammalare”: Perché un’insegnante di scuola primaria si dimette dal servizio civile – il suo ragionamento nella formulazione, questa insegnante rinuncia al suo sostentamento per tutta la vita come dipendente pubblico.

Questo rappresenta, quindi, un documento vivo e personale dell’ABUSO dell’educazione, che è emerso chiaramente nelle interviste allo scrittore educativo Horst Költze sul tema “EDUCAZIONE E LIBERTÀ”, menzionate sopra.

Nella sua lettera di dimissioni all’Autorità per l’istruzione statale di Monaco del 16 marzo 2022 – Schulrat 12 – 80313 Monaco di Baviera, questa insegnante spiega i motivi della sua decisione drastica, iniziando con una domanda:

“Perché così tanti bambini perdono la gioia di imparare dopo poco tempo a scuola?”

 

Stando al contenuto della sua lettera, i motivi sono vari:

 

1) I bambini diventano “oggetto di aspettativa” mentre la loro situazione personale e familiare con ogni sorta di problemi correlati viene completamente ignorata. L’alto livello di frustrazione e rabbia porta al fenomeno del bullismo, ormai diffuso in tutte le scuole.

 

2) Violazione dei diritti umani, Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità e Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo: età, “origine, etnia, colore della pelle, genere, livello di istruzione dei genitori, nome di battesimo e povertà dei propri genitori” sono tutti fattori discriminanti e privi dell’aspetto “inclusione”, specie in relazione a persone con disabilità.   L’atmosfera nella scuola, specie in quella statale, è quella di «esperienza di dominio e di comunicazione gerarchica, non di partecipazione».

 

3) Concetto di apprendimento: l’apprendimento a scuola si basa sull’assunto errato che “il contenuto della conoscenza può essere trasferito da una persona all’altra, che lo voglia o no.”  Questo non è vero, poiché il cervello non solo memorizza i dati, ma li filtra. (NOTA MIA: Per questo, impariamo facilmente alcune cose e le ricordiamo, mentre altre abbiamo difficoltà a capirle e comunque le dimentichiamo rapidamente.)

 

4) La scuola dell’obbligo (distinta dall’istruzione obbligatoria) e l’apprendimento dell’obbligo contraddicono una serie di diritti umani e fondamentali.  Quindi, se si vuole “avere una funzione di integrazione in una società libera, dobbiamo finalmente abolire la scuola dell’obbligo”.

 

5) Il sistema scolastico fa ammalare, studenti e insegnanti allo stesso modo.

Ciò è illustrato dalle alte percentuali di sintomi osservati nei bambini e negli adolescenti in età scolare, come mal di testa, dolore addominale, mal di schiena e disturbi del sonno, solo per citarne alcuni.

 

Questa insegnante non è stata l’unica a compiere un “gesto estremo”.  Un altro caso che possiamo citare è proprio quello di Gunnar Kaiser.

Nella sua intervista A colloquio con Gunnar Kaiser – “Non lo faccio più”, pubblicata sul canale YouTube della piattaforma RESPECT, Kaiser ha spiegato che la gestione della situazione Covid e l’audizione delle autorità e quindi di quelle dei media, secondo cui non ci sarebbe stata più la normalità, almeno secondo i canoni consueti, è stata, nel suo caso, la goccia che ha fatto traboccare il vaso.  Al contrario, tutte le restrizioni e i cambiamenti sociali adottati a causa della pandemia, anche in relazione ai limiti imposti alla libertà, diventerebbero la nuova normalità.  Le libertà sottratte o almeno limitate dalla pandemia non sarebbero mai state ripristinate.

Una domanda interessante che si pone Gunnar Kaiser è: “Abbiamo mai vissuto davvero la democrazia se la cediamo così in fretta?”

 

Forse è giunto il momento di rompere gli schemi convenzionali ed abbracciare il mondo delle idee e degli alti ideali, indipendentemente da ciò che siamo abituati a fare o vedere intorno a noi.  Forse dovremmo smettere di domandarci se qualcosa sia “normale” e invece chiederci se sia “legittima” e quali ne siano le implicazioni.

Gunnar Kaiser ha quindi rinunciato anche all’insegnamento per vari motivi, molti dei quali contenuti nella lettera di dimissioni che la sua collega di Monaco ha inviato alle autorità scolastiche di competenza della sua zona.

Essere pienamente consapevoli del problema e avere una coscienza che riconosce che il sistema educativo, per come è progettato e funzionante, sta facendo più male che bene non solo agli studenti ma anche agli stessi insegnanti, segna il punto di non-ritorno.

 

Siate consapevoli delle difficoltà che stanno incontrando gli studenti

  • nello stare al passo con programmi a cui non sono affatto interessati;
  • nell’essere valutati attraverso test basati sul loro rendimento scolastico; e
  • nell’affrontare la vergogna del fallimento e il bullismo tra pari.

 

Questo fa sentire questi insegnanti completamente impotenti, come se si trovassero di fronte a un muro di gomma e di conseguenza incapaci di apportare modifiche significative al sistema.

Pertanto, per un discorso di coerenza e di coscienza, evitano di farne parte. Molti insegnanti decidono quindi di apportare drastici cambiamenti di carriera.  Rinunciano a un lavoro sicuro nel settore pubblico e ai conseguenti contributi pensionistici e si dimettono dal loro incarico.  Non vogliono sentirsi responsabili del fallimento del sistema educativo stesso e del danno che questo reca agli studenti.

Pertanto, qualunque siano le scelte personali di ogni singolo insegnante, nei Paesi in cui viene utilizzato il sistema funzionale PISA, la scuola fallisce miseramente in quello che dovrebbe essere il suo scopo e la sua stessa ragion d’essere: la promozione della creatività espressiva e lo sviluppo ed il massimo sfruttamento del potenziale di ogni studente.

ARCHETIPO AFRICA | Il culto degli Antenati nella Psicogenealogia

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Caterina Civallero e Alessandro Zecchinato, “ARCHETIPO AFRICA: Il culto degli Antenati nella Psicogenealogia”, Independently published, 2022

L’Africa, pachiderma planetario dove la figura dell’uomo emerge come un’eccezione quasi impalpabile, è il teatro su cui si muovono le pagine del nuovo libro di Alessandro Zecchinato e Caterina Civallero: Archetipo Africa- Il culto degli Antenati nella psicogenealogia. Uniti dalla comune passione per la scrittura, gli autori danzano sulle note dell’antico tamburo africano che batte nel cuore di ognuno di noi: figli di una Eva mitocondriale che proviene dal continente nero, gli esseri umani evolvono sull’asse del tempo portando inconsapevolmente un ancestrale messaggio di vita forte e discreto. Le origini dell’umanità e la manifestazione della famiglia, a partire dai primi nuclei che hanno creato il concetto di tribù, viene esplorato in questo prezioso libro secondo i canoni psicogenealogici fondati da Carl Gustav Jung: esploratore esigente e avventuroso, si spinse, più di un secolo fa, alla scoperta delle dinamiche che condizionano i rapporti interpersonali svelando le entità psichiche ed energetiche che alimentano la nostra anima.

   

Alessandro e Caterina utilizzano l’espediente narrativo dell’intervista per sciogliere quei nodi psico-filosofici inerenti la vita in famiglia: interessanti e audaci le loro riflessioni a proposito del vivere da single in una società sempre più confusa rispetto alla destinazione verso cui volge; geniali le risposte che stimolano a porsi altre domande ancor più intriganti.

Il dialogo fra gli autori lascia spazio a intercettazioni esterne e per questa ragione il libro ospita i punti di vista di due professioniste che operano nel settore della psicogenealogia e delle costellazioni familiari (MobMagazine ha pubblicato il 5-8-2022 un interessante articolo a proposito). Laura Rubiola e Maria Luisa Rossi, entrambe facilitatrici in psicogenealogia e costellazioni psicogenealogiche junghiane, espongono il frutto delle loro esperienze per rafforzare il concetto di famiglia così come viene intesa nel counseling e come ci si aspetta di poterla percepire quando le dinamiche fra i diversi componenti sono in equilibrio.

In questo libro, scorrevole e dinamico, è possibile apprendere le basi dei più concreti meccanismi di gestione del rapporto parentale; la modalità funzionale di sviluppare nei diversi capitoli esempi concreti e fruibili, consente al lettore di elaborare una personale strategia terapeutica adatta alle proprie esigenze. Stimolante e ricco, Archetipo Africa è un libro adatto a chiunque abbia a cuore la propria sopravvivenza emotiva.

 

Il libro:

Caterina Civallero e Alessandro Zecchinato, “ARCHETIPO AFRICA: Il culto degli Antenati nella Psicogenealogia”, Independently published, 2022

Alessandro Zecchinato

alessandrozecchinatoq@gmail.com
La mia pagina autore e i miei libri.
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È possibile trovare alcuni miei articoli anche sul sito www.caterinacivallero.com

Sito in lavorazione.

 

 

Caterina Civallero

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In scena al teatro Savio “La principessa e il ranocchio”, si inaugura la nuova stagione della Compagnia delle Fiabe

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Sabato 5 novembre e domenica 6 novembre alle ore 17:00 (e anche nei giorni 12 e 13 novembre) andrà in scena “La principessa e il ranocchio” al Teatro Savio, il primo spettacolo che apre la stagione 2022/2023 della Compagnia delle Fiabe dedicata ai più piccoli, con la direzione artistica di Francesco Giacalone.

Uno spettacolo che accompagnerà i bambini, ma anche gli adulti, in un mondo magico di suoni e colori. Una storia ricca di elementi d’azione ma anche dal forte impatto emotivo.

Tiana (Nunzia Sposito), lavora instancabilmente per racimolare i soldi che le servono per il suo più grande sogno: aprire un ristorante. La sua migliore amica Charlotte (Chiara Italiano) la assume per cucinare alla festa organizzata dal padre in occasione dell’arrivo in città di un suo potenziale marito il principe Naveen di Maldonia (Antonio Sposito). Naveen arriva in città per migliorare la sua situazione finanziaria accompagnato dal suo fedele maggiordomo Lawrence (Roberto Fabra). I due vengono affabulati da uno stregone vudù, il Dr. Facilier (Marcello Rimi) che per ottenere il potere in città trasforma Naveen in un ranocchio e da a Lawrence le sembianze del principe, così da potere ingannare Charlotte e ottenere i soldi del ricco padre. Naveen, ormai ranocchio, incontra a casa La Bouff Tiana e le chiede un bacio per tornare ad essere un principe, ma quello che accade è il contrario Tiana viene trasformata dal bacio in rana. I due ranocchi vengono cacciati e arrivati

nella palude incontrano un simpatico coccodrillo col sogno di diventare un musicista jazz, Louis (Rosario Costanza) e Ray (Ivan Fiore) dolce e sensibile lucciola in attesa di un incontro con la sua stella: Evangeline. Ray e Louis accompagnano le rane da Mamma Odie (Erina Mollica), l’unica in grado di potere spezzare un incantesimo Vudù. i due ranocchi riusciranno a trovare nel bacio del vero amore la rottura dell’incantesimo. Una commedia musicale brillante, dai ritmi sostenuti e dai vivaci e divertenti personaggi, che porterà ogni spettatore, sia grande che piccino, a ridere di gusto e riflettere sull’importanza di sudare e faticare per ottenere le cose.

Lezioni importanti dunque non solo per i bambini ma anche per i genitori perché quelli della Compagnia delle Fiabe sono spettacoli, che figli e genitori possono seguire insieme, spettacoli che avvicinano le famiglie.

Prossimo appuntamento dal 10 al 18 dicembre “Coco”.

Per informazioni – Botteghino Teatro Savio

Via Giovanni Evangelista Di Blasi 102/tel 091.6768181 – 3516181832

Costo biglietto singolo spettacolo: Intero 16 euro; Ridotto (fino a 12 anni) 13 euro.

Abbonamento: Intero 60 euro; Ridotto 50 euro.

Solitudine significa star bene con sé stessi | di Mari Onorato

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Mari Onorato

Nonostante i rumori quotidiani del mondo troppo spesso i nostri pensieri rimbombano nella mente facendo troppo rumore e, generalmente, quelli più ricorrenti, sono proprio i pensieri che ci fanno più male.

Ed è allora che si tende a riempire i propri spazi vuoti, con persone, situazioni, interessi e molto altro…

Di tutto pur di non sentire ancora e ancora più intenso quel dolore.

La sofferenza mentale è spesso paralizzante, perché ti tocca proprio nella parte più intima di te.

Affonda lentamente dentro noi stessi ancorando le proprie radici saldamente e così intensamente che a tratti ci impedisce di respirare.

Chi rifugge la solitudine è generalmente una persona che soffre e quando una persona prova una morsa lancinante allo stomaco farebbe qualsiasi cosa per avere uno spiraglio di luce.

Rimanere da soli con sé stessi fa paura, perché costringe ad avere a che fare con le proprie paure, quelle più nascoste, quelle

che cerchiamo ogni giorno di soffocare dentro noi stessi.

Solo quando una persona ha imparato a conoscersi , ad accettarsi,  affrontando i propri fantasmi del passato, ed a desiderare di stare senza una persona accanto, solo allora riesce a star bene da sola.

Occorre parecchia forza per riuscire ad amare la propria solitudine.

Solo una persona che ha veramente toccato il fondo è in grado poi di assaporare veramente la solitudine, e quando la solitudine è diventata una compagnia fedele anziché una nemica si inizia a dare valore al proprio tempo.

Non ci si circonda più di false presenze.

Non si scende più a compromessi con sé stessi.

Non ci si rassegna ad una presenza altalenante che ci fa comunque sentire soli.

Molti credono che la cosa peggiore nella vita sia quella di restare soli.

No, per me sicuramente non lo è, anzi, da sola mi sento libera, felice, serena… perché ho finalmente capito invece che la cosa peggiore nella vita è quella di finire con persone che ti fanno sentire veramente sola.

Mari Onorato

Musica: Riparte la Brass Youth Jazz Orchestra. I giovani punta di diamante del Brass Group

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foto BYJO diretta dal Maestro Domenico Riina credits Arturo Di Vita

Per i talenti in erba il Brass propone un format di presentazione per essere inseriti nell’orchestra giovanile dopo una selezione da parte dei Maestri della OJS. Da venerdì 4 novembre inizio invio Format

foto BYJO 1 credits Arturo Di Vita

 Il Brass Group riparte con la Brass Youth Jazz Orchestra proponendo la partecipazione ad una selezione di giovani talenti che verranno ascoltati e scelti dai professori della Orchestra Jazz Siciliana. Il nuovo slogan del Brass proposto è infatti “Suona con Noi” da Duke Ellington a Frank Foster, da Frank Zappa a Sting, da Michael Jackson a Beyoncé, dai Pink Floyd ai Coldplay. Così tutti i giovani musicisti che hanno voglia di suonare con la Brass Youth Jazz Orchestra potranno inviare il Format allegato per presentarsi ed essere contattati il prima possibile. Basterà inviare un video con uno o più brani e allegare il curriculum artistico-professionale. Il Brass aspetta di incontrare e conoscere solisti, orchestrali*, cantanti, compositori e arrangiatori under 35. I partecipanti, selezionati dai professori dell’Orchestra Jazz Siciliana, seguiranno un percorso di studi e di attività concertistica formativa, accanto ai professionisti dell’Ojs, che va dalla swing music alla musica del nostro tempo a partire dal mese di dicembre 2022 e riceveranno una borsa di studio pari ad 1000€ complessivi lordi. La borsa di studio sarà erogata a compimento dell’attività artistica-formativa. Gli strumenti interessati: flauto, clarinetto, sassofoni (alto, tenore, soprano, baritono) pianoforte, tastiere, chitarra elettrica e acustica, contrabbasso e basso elettrico, batteria, congas, bongos e percussioni leggere.

foto BYJO credits Arturo Di Vita

SUONA CON NOI al BRASS

…da Duke Ellington a Frank Foster, da Frank Zappa a Sting, da Michael Jackson a Beyoncè, dai Pink Floyd ai Coldplay…

Se vuoi suonare con la BRASS YOUTH JAZZ ORCHESTRA utilizza il form qui sotto per presentarti e verrai contattato il prima possibile. Ti chiediamo di presentarti brevemente, inviando uno video con uno o due brani e allegare il tuo curriculum artistico-professionale. Siamo molto felici di incontrare e conoscere solisti, orchestrali*, cantanti, compositori e arrangiatori under 35.

I partecipanti, selezionati dai professori dell’Orchestra Jazz Siciliana, seguiranno un percorso di studi e di attività concertistica formativa, accanto ai professionisti dell’Ojs, che va dalla swing music alla musica del nostro tempo a partire dal mese di dicembre 2022 e riceveranno una borsa di studio pari ad Euro 1000€ complessivi lordi. La borsa di studio sarà erogata a compimento dell’attività artistica-formativa.

*Strumenti interessati: flauto, clarinetto, sassofoni (alto, tenore, soprano, baritono) pianoforte, tastiere, chitarra elettrica e acustica, contrabbasso e basso el., batteria, congas, bongos e percussioni leggere.

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“Domani mi sveglio presto” di Davide Simeone, un libro che ci racconta come essere padri, senza esserlo ancora diventati

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Roberto ha trentasei anni, lavora in una lavanderia a gettoni, e non riesce più a ripartire con la sua vita, da quando Ludovica, la donna che amava, è scomparsa in un incidente stradale.

Il libro racconta fin dall’inizio di come la vita di Roberto, ormai alla deriva, in seguito alla perdita del suo unico amore, faccia fatica a ripartire. Tuttavia, in seguito a una serie di incontri fortunati, pare che la situazione di stallo trovi soluzione nelle voci e nelle vite dei tanti personaggi raccontati da Simeone.

Con Camilla, un’adolescente, che porta il nome della figlia che Roberto avrebbe voluto mettere al mondo con Ludovica, ci troveremo dinanzi alla beltà e alle brutture della giovinezza. Camilla ha i capelli rosa, e non ha paura di mostrarli al mondo. È una giovane donna che scopre il sesso, la rivalsa sugli altri, la gioia di un drink, fino a vedere con i propri occhi come il nido familiare possa trasformarsi in un luogo arcigno. Violetta, sua madre, una donna venuta dalla Bielorussia, è vittima di violenza. La violenza che vive ha su il cappuccio della vergogna, delle scuse dette a mezza voce, della paura di raccontarlo agli altri, e persino di muovere un passo verso la verità e la libertà. Simeone ci parla della violenza sulle donne con uno schiaffo duro e preciso, lasciando vedere al lettore da vicino quanta paura e vergogna viva una donna vittima di tali barbarie.

L’autore sottolinea di come il covid19 e i periodi di lockdown abbiano incrementato tali cattivi fenomeni, riducendo le donne che vivevano già in una prigione velata, in una schiavitù acclamata, incapace di risolversi in una fuga. L’autore ci parla del coprifuoco che l’Italia e il mondo si sono trovati ad affrontare, della perdita dei posti di lavoro, della sfilata di bare, del virus che non conoscevamo, e di cui solo il nome faceva battere i denti. Con Violetta indagheremo come una donna possa mentire per bene di sua figlia, di come la violenza possa degenerare di volta in volta, e di come, infine, a piccoli passi, a volte un amore nuovo possa bussare alla porta, trasportando un cuore malandato in una safe zone, dove l’amore non colpisce e non prende a calci, ma cura. La delusione e il male di Violetta può certamente essere distillata da una delle sue frasi: “Era quello che sognavi quando hai lasciato Minsk?”

Roberto e Camilla, instaureranno un rapporto significativo, quasi da padre e figlia. Il loro non sarà però un rapporto fatto di scale e ruoli, entrambi, infatti, si avvicenderanno tra responsabilità e goliardia, in vicende leggere e profonde, capaci di divertire ed incantare. Roberto diverrà una sorta di guida, verso una giovane donna, che nel suo immaginario, avrebbe potuto essere sua figlia. Le loro chiacchierate sono sincere e spavalde, non lasciano spazio all’imbarazzo, al vuoto, ai quesiti persi nel nulla. Racconteranno di sesso occasionale, di progetti per il futuro, di scuola, di amici, di morte, di vita, di violenza, e persino di rivalsa verso una vita che con entrambi è stata poco giusta, per motivi diversi. Roberto si erge a guida verso Camilla, senza mai risultare petulante, è un rapporto fatto di risate e scossoni, di alcolici e bravate, senza mai dimenticare che la vita non si spiega, ma si fa insieme.

Una delle frasi più emozionanti che Roberto dice a Camilla, infatti, è senz’altro quella che recita così: “Ama le persone e usa gli oggetti, il contrario non funziona mai”. È un rapporto dove con amore e delicatezza, l’una impara cos’è la vita attraverso l’esperienza del secondo, ritrovando in qualche misura un padre mai avuto, e l’altro, attraverso la leggerezza della prima, ritrova in qualche modo sé stesso, capace ancora di chiudere a doppia mandata per qualche giorno il dolore, affacciandosi sui tramonti e sulle lune più belle. In un rapporto speciale e paterno, dove una famiglia creata con le proprie mani, attraverso l’esigenza di volersi bene, riporta al lettore tutta la tenerezza e la voglia di ritrovarsi braccio a braccio con qualcuno che ci dica verso quale strada svoltare, e che poi venga insieme a noi. (Miriana Kuntz)

 

Editore: Les Flâneurs Edizioni

Genere: Narrativa

Pagine: 246

Anno di Pubblicazione: 2022

Amici della Musica: ad inaugurare il Turno pomeridiano sarà il violinista Giuseppe Gibboni | Lunedì 24 ottobre, ore 17.15, Teatro Politeama Garibaldi

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Giuseppe Gibboni

Lunedì 24 ottobre, ore 17.15, Politeama Garibaldi

Classe 2001, è il quarto italiano nella storia del prestigioso Concorso Paganini di Genova ad aver vinto il primo premio. Suona un violino Balestreri del 1752 e sarà accompagnato dalla Nuova Orchestra da Camera “Ferruccio Busoni” diretta da Massimo Belli.

Giuseppe Gibboni Massimo Belli e l’Orchestra Ferruccio Busoni

Le nuove carriere e i giovani artisti sono una delle peculiarità della 90a Stagione dell’Associazione siciliana Amici della musica e per l’inaugurazione dello storico Turno pomeridiano – che prenderà il via lunedì 24 ottobre alle 17.15 al Politeama Garibaldi – sarà ospite il più talentuoso fra i giovani di oggi: Giuseppe Gibboni, salernitano classe 2001, che dopo 24 anni nel 2021 ha riportato un italiano nell’albo dei vincitori del Premio Paganini di Genova, la più prestigiosa competizione per violino, dedicata al virtuoso più celebre della storia della musica.

Nato in un famiglia di musicisti, Giuseppe Gibboni ha imbracciato il violino per la prima volta all’età di tre anni. Sul YouTube spopolano i suoi video in compagnia del padre e delle sorelle (tutti violinisti) e della madre (pianista) mentre suonano insieme brani di Vivaldi. È stato ammesso al Conservatorio di musica della sua città a sei anni per meriti speciali, diplomandosi a quindici anni con il massimo dei voti. Da lì una sequela sempre maggiore di riconoscimenti e di ammissioni a scuole di primissimo livello come l’Accademia Stauffer di Cremona nella classe del celebre violinista Salvatore Accardo (vincitore anch’egli nel 1958 del Premio Paganini). Ancora minorenne frequenta i corsi di Pavel Berman all’Accademia Chigiana di Siena, di Pierre Amoyal al Mozarteum di Salisburgo. Partecipa ad importanti concorsi fino a vincere l’ambito Premio Paganini nel 2021 che gli vale anche il premio speciale per la miglior esecuzione del Concerto di Paganini, premio speciale per il maggior riconoscimento da parte del pubblico e il premio speciale per la migliore interpretazione dei Capricci di Paganini. Di lui Accardo ha detto «È uno dei talenti più straordinari che abbia conosciuto. Possiede un’intonazione perfetta, una tecnica strabiliante in tutti i suoi aspetti, un suono molto affascinante e una musicalità sincera».

Impegnato in una tournée organizzata dal CIDIM, il Comitato nazionale italiano musica, farà tappa a Palermo accompagnato dalla Nuova Orchestra da Camera “Ferruccio Busoni” diretta da Massimo Belli. In programma tanti brani virtuosistici ed espressivi come la Serenade per archi del compositore russo Vasilij Sergeevič Kalinnikov, le Variazioni su un tema originale per violino e archi del violinista e compositore polacco Henryk Wieniawski, la Suite in stile antico e Due melodie elegiache per archi di Edvard Grieg e, immancabile, La Campanella per violino e orchestra di Niccolò Paganini. Suona un violino Balestrieri 1752 prestatogli da Stefano Arancio per conto del progetto “Adopt a Musician” di Lugano.

Giuseppe Gibboni e l’Orchestra Ferruccio Busoni

Per assistere al concerto, presso i presso i punti vendita Mondadori Point (via Mariano Stabile 233) e Spazio Cultura Libreria Macaione (via Marchese di Villabianca 102) è possibile sottoscrivere l’abbonamento alla Stagione 2022/2023 che ha un costo da 70 a 120€ per 10 concerti del turno serale o del turno pomeridiano, o da 100 a 170 euro per i 20 concerti di entrambi i turni. Per gli studenti e gli under 30 l’abbonamento ad un turno ha un costo di 33 euro, ad entrambi di 55 euro. È anche possibile acquistare il singolo biglietto per lo spettacolo del 24 ottobre (intero 40 euro, ridotto 30 euro, posto in anfiteatro 20 euro).

Alessandro Di Fiore ci svela i segreti del suo libro “Il maledetto e i cavalieri di Carteus” (Pav edizioni)

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Alessandro Di Fiore e il suo misterioso libro Il “Maledetto” e i Cavalieri di Carterus Pav edizioni è stato pubblicato in questi mesi ed è dedicato a tutti gli appassionati del genere Fantasy…

Siamo molto curiosi di conoscere il perchè di alcuni passi del libro…

“Eugenio nacque nel 789, stesso anno in cui iniziarono i dissapori tra i regni di Carterus, di Mortingon e di Ermenion per stabilire chi dovesse regnare sulle regioni civilizzate del continente, dissapori che di lì a poco avrebbero portato a quella che sarebbe stata ricordata come la guerra di Ferro e Sangue, uno dei conflitti più sanguinosi che il regno avesse mai visto e che si protrasse per quarant’anni”

Alessandro, parli di un evento storicamente accaduto o…?Se tu potessi paragonarlo a un conflitto generato della politica attuale chi ti verrebbe in mente?

Non si tratta di un evento storicamente accaduto, ma solo di una battaglia di fantasia, pertanto non vi trovo un riscontro nella politica attuale.

 

“Per Eugenio quella notizia fu un sogno che si realizzava.”

E tu Alessandro hai sogni che si Sn realizzati?

Un sogno che si è realizzato è sicuramente la pubblicazione di questo manoscritto. Altri sogni non si sono ancora realizzati, ma c’è ancora tempo.

 

“Durante gli anni di guerra, Eugenio si distinse per il suo coraggio e la sua perspicacia, conditi da una buona dose di impulsività tipica della gioventù”

Credi che ora come ora ci sia qualcuno nel panorama attuale che si è distinto per il suo coraggio?

Sicuramente trovo coraggiosi tutti coloro che hanno compiuto una scelta rischiosa nella loro vita, sia lavorativa che di altro tipo, ed a hanno avuto la forza di portarla avanti pur non sapendo dove questa li avrebbe fatti arrivare.

 

Chi è re margus? E c’è qualcuno che gli somiglia nel panorama attuale nella società?

E’ una persona che fa di tutto per rimanere ancorato alla posizione di potere che ha ottenuto, incurante degli altri. Un archetipo tristemente comune nella società.

 

“Rom fu strappato dai suoi pensieri dal rumore della pioggia battente. Senza che se ne fosse reso conto, il clima sereno di quella giornata di metà autunno aveva lasciato il posto a una pioggia che era iniziata con poche sporadiche gocce ma che presto si era trasformata in pioggia battente, e dal rumore sembrava potesse solo peggiorare.”

Alessandro e la pioggia. Quale è il tuo rapporto col tempo? Ti piace la pioggia?

Son una persona che non ama particolarmente il sole o il tempo sereno, preferisco di gran lunga la notte o le giornate ventose. La pioggia, quando non troppo battente, mi rilassa, così come i tuoni.

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La Sicilia di Andrea Giostra. Novellistica o antropologia? | Critica letteraria di Antonello Di Carlo

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Andrea Giostra, “Novelle brevi di Sicilia”, CTL editore, Livorno, 2022

Quando si parla di Sicilia non si può fare a meno di pensare alla stessa come a quell’immenso contenitore di bellezze artistiche, architettoniche, geografiche e culturali che solo pochi altri luoghi al mondo possono fregiarsi di avere. Infatti è cosa saputa, lapalissiana e verità scolpita nella roccia il fatto che la Trinacria (non a caso definita in molti miei scritti “Isola Magna”), anche per i profani, rappresenta la fonte e del “Sublime” dell’area mediterranea e continentale. Nonostante le tante contraddizioni e luoghi comuni, questo è un ruolo che assume da millenni e, tra sogno e disincanto, l’energia che sprigiona da sempre continua a forgiare, plasmare e connettersi, in maniera intima e osmotica, con artisti, musicisti, poeti e scrittori che di essa hanno dipinto, creato, musicato e scritto, in maniera così edonistica e catartica, da rendere unici i loro prodotti intellettuali. Per me, che amo la letteratura più di ogni altra arte o tecnica, diventa giocoforza annoverare e ricordare tanti dei suoi geni.

Per esempio trabocco di felicità ogni qual volta penso che lo stesso Dante Alighieri, per primo, rilevò l’importanza storica e artistica della Scuola poetica siciliana e di Jacopo da Lentini, inventore del sonetto che fu l’invenzione metrica più originale ed innovativa della scuola stessa. Anche il ‘600 vide un notevole sviluppo delle idee manieriste con i suoi massimi rappresentanti: Giambattista Marino, esponente dell’arzigogolato Barocco letterario, ed il poeta drammaturgo Giuseppe Artale.

Il ‘700 invece è caratterizzato dal movimento dell’Arcadia, accademia letteraria che propugnava la reazione al manierismo proponendo un ritorno ai grandi classici come riferimento.

Per potere ritornare nuovamente all’apoteosi letteraria, sarà necessario attendere l’800, quando la Sicilia vive la seconda grande stagione della sua immensa cultura letteraria e diventerà la meta più importante del Gran Tour europeo. Degno di nota è Giovanni Meli, medico, abate, professore e poeta, esponente del ritorno all’antica tradizione bucolica della Sicilia. Alla fine del secolo si diffonderà il neoclassicismo. Determinanti furono per l’affermazione di questa nuova corrente, gli scavi e le scoperte archeologiche di Johan Winckelmann che nella sua storia dell’arte antica pone come ideale di perfezione l’arte classica. L’archeologo e scrittore Ignazio Paternò Castello, principe di Biscari (Catania 1719 – 1786), fu il fondatore dell’accademia degli etnei e condusse numerosi scavi archeologici in tutta la Sicilia, tanto che il suo palazzo barocco diventerà in poco tempo un vero e proprio museo.

E che dire dell’eccelso poeta e traduttore Mario Rapisardi (1844 – 1912) il quale deve il suo successo anche alle spietate e spesso immotivate critiche mosse da Giosuè Carducci.

Ma è con il Verismo, sorto intorno al 1870, che la letteratura Siciliana vive una nuova e lunga stagione di successi, durante la quale viene prodotta una narrativa di qualità eccelsa e sempre più attenta ai problemi umani e sociali, volta a dare una rappresentazione grafica della vita e del mondo fedele e tangente la realtà del tempo. I maggiori esponenti di questo movimento furono Luigi Capuana (Mineo 1839 – Catania 1915), Giovanni Verga (Catania 1840 – 1922) e Federico de Roberto (1861 – 1926)

Ai primi anni del ‘900 domina il teatro che tende a rappresentare la vita quotidiana, soprattutto nelle sue tematiche amorose. I più grandi cambiamenti culturali furono scatenati dalla forza e dall’orrore della guerra mondiale: nasce in questo periodo il teatro del grottesco, che sulla scia Shakespeariana fonde il comico ed il tragico, analizzando la vita con un gusto agrodolce. Tra i suoi rappresentanti annoveriamo Enrico Cavicchioli (Pazzalio 1885 – 1954) ed il nisseno Pier Maria Rosso (1887 – 1956), la cui fama è stata oscurata dalla fortuna di Luigi Pirandello (Agrigento 1867 – Roma 1936), il più grande tra gli scrittori di teatro siciliano.

La grandezza di questo autore consiste nell’aver inventato un teatro nuovo, con personaggi drammatici e tormentati, uomini agitati da dubbi ossessivi, afflitti da problemi insolubili, prigionieri di apparenze che si sovrappongono alla realtà, il più delle volte, celandola.

La Sicilia, dopo i veristi e Pirandello, continua ad essere terra di grandi scrittori. Salvatore Quasimodo (Modica 1901 – Napoli 1968) sensibile all’ermetismo, nelle sua prime poesie tratta la contemplazione della natura nelle varie stagioni e l’amore per la sua terra d’origine per poi spostare, in tempi più maturi, la sua attenzione verso i grandi dilemmi dell’uomo: l’amore, il dolore, e la solitudine dell’essere umano.

Promotore  ed anticipatore di numerose correnti, Elio Vittorini nacque a Siracusa ma trascorse l’infanzia in giro per svariate località della Sicilia.

Giuseppe Tomasi di Lampedusa è l’autore de “Il Gattopardo”, pubblicato postumo nel 1958. Ebbe uno straordinario successo tanto che fu la prima opera in Italia a superare le 100.000 copie vendute ed il regista Luchino Visconti ne trasse ispirazione per il celebre e omonimo film, ormai un cult del cinema italiano.

E che dire di Vitaliano Brancati, di Leonardo Sciascia e, per citare uno dei più recenti, lo stesso Andrea Camilleri? Insomma, l’elenco sarebbe ancora molto ricco ma, tutto ciò, ci serve solo per dire e sottolineare che il fermento letterario e culturale non si è mai arrestato e la splendida Sicilia, dalle mille contraddizioni e la sua letteratura di denuncia, di svago, dell’ironia e della diffidenza, continua a regalarci grandi opere pregne di orgoglio siculo.

Ed è proprio sulla scia di questo interminabile moto ondoso che questa piacevole “tramontana letteraria” continua a lambire menti fini ed inchiostri pregiati; in uno dei tanti mi sono imbattuto, curiosando su internet. Sto parlando di uno scrittore siciliano che di certo non avrà il blasone dei grandi prima menzionati, del resto è risaputo il fatto che nemo est profeta in patria, ma sicuramente è destinato ad arricchire la “mia lista” e ad irrompere con veemenza e meritata maniera nella migliore bibliografia della scuola siciliana. Sto parlando di Andrea Giostra, che solo da poco tempo posso fregiarmi di potere chiamare amico, ma che ho conosciuto solo per mera casualità e piacevole coincidenza, prima attraverso i suoi libri e, dopo, attraverso conoscenti comuni. Psicologo, criminologo e scrittore palermitano, ben noto nella sua città ma anche a livello nazionale proprio per aver vinto importanti premi, è anche autore di “Novelle brevi di Sicilia”, opera che ho trovato online e gratuita.

Le mie considerazioni vanno al di là dei motivi che abbiano spinto lo scrittore ad aver editato e offerto alla libera fruizione pubblica questo capolavoro letterario, anche perché, se così non fosse stato, difficilmente avrei scoperto e comprato i suoi libri. Infatti, oggi più che mai, ci troviamo tempestati da un flusso oceanico di testi che è sempre più difficile seguire, leggere e recensire: nella sola Italia si parla infatti di 500 pubblicazioni al giorno, di autori che grazie all’esistenza di “critici” ed opinionisti a pagamento compiacenti, vengono dipinti con enfasi come prossimi capolavori letterari del momento; questa è una prassi diffusa che spesso confonde e, naturalmente, depista l’orientamento dei lettori, i quali, una volta comprato il libro e resesi conto dell’abbaglio, si ritrovano in mano solo un libro le cui pagine saranno buone solo per accendere il camino o il barbecue. Ma, naturalmente, questo non è il caso di Andrea Giostra e della sua pubblicazione gratuita che di certo andrò a comprare. Al di là dello stile originale e alla competenza linguistica ciò che, a mio avviso, rende superba questa raccolta, è il registro narrativo sempre spontaneo, lineare, aggiungerei defaticante, da un lato e, dall’altro, i preziosismi e le originali e sempre volute discrasie di una scelta glottologica che solo in apparenza sembra rivolta ai lettori Siciliani, perché, in realtà, è ben colta e apprezzata (sembra un paradosso) da chi Siciliano non è. Aver letto “Novelle brevi di Sicilia” per me è stato un po’ come rispolverare il meglio della produzione artistico-letteraria isolana, una magia che solo un eccellente scrittore, conoscitore della sicilianità e, soprattutto, caparbio e indiscusso lettore, è in grado di far vivere e respirare. Non aggiungo altro per non privare il lettore del gusto sopraffino di leggere questa raccolta, visto che, come ho detto pocanzi, è gratuita su internet e, prendendo in prestito una celebre citazione di Sciascia, lasciate che vi dica: “… la Sicilia è quel continente fantastico in cui è impossibile vivere senza immaginazione”, ma se volete cogliere ed assaporare ogni sua singola fibra non potete fare a meno di leggere i classici… verissimo, ma non potete non leggere Andrea Giostra il quale magari per molti non sarà un “Leone di Sicilia”, o forse un maculato “Gattopardo”, ma penso che non me ne vorrà nessuno se lo paragono (restando sempre in tema di felini) ad un bellissimo, ipnotico, fascinoso ed ammaliante esemplare di “Persiano”. E il gatto, come è ben noto a tutti, è l’unico animale capace di rubarci l’anima e il cuore.

Antonello Di Carlo (critico letterario, traduttore, scrittore, poeta)

https://www.facebook.com/antonello.dicarlo

Antonello Di Carlo

DOVE LEGGERE O SCARICARE GRATUITAMENTE LA III EDIZIONE DELLE “NOVELLE BREVI SI SICILIA”:

https://andreagiostrafilm.blogspot.com/2017/09/novelle-brevi-di-sicilia-mia-nonna-vita.html

https://mobmagazine.it/blog/2020/01/3-libri-in-regalo-di-andrea-giostra/

QUALI LE 5 CASE EDITRICI CHE HANNO PUBBLICATO IL LIBRO E COME ACQUISTARE ONLINE LA IV EDIZIONE DELLE “NOVELLE BREVI DI SICILIA”:

“CTL editore”, Livorno, “Novelle brevi di Sicilia”, IV edizione, aprile 2022:

https://www.ctleditorelivorno.it/product-page/novelle-brevi-di-sicilia

“Casa Cărții de çtiință” ed., Cluj-Napoca, Transilvania, Romania, settembre 2021. “Povestiri scurte din Sicilia”, IV edizione:

https://www.casacartii.ro/editura/carte/povestiri-din-sicilia/

“Biblios ed.”, Milano, dicembre 2020. “Novelle brevi di Sicilia”, IV edizione:

“Rupe Mutevole ed.”, Bedonia (Parma), novembre 2020. “Novelle brevi di Sicilia”, IV edizione:

https://www.rupemutevole.com/shop-online?ecmAdv=true&page=5

“La Macina onlus ed.”, Roma, ottobre 2020. “Novelle brevi di Sicilia”, IV edizione:

https://www.lamacinamagazine.it/pubblicato-il-libro-novelle-brevi-di-sicilia/

L’Autore: Andrea Giostra

https://www.facebook.com/andreagiostrafilm/

https://andreagiostrafilm.blogspot.it

https://www.youtube.com/channel/UCJvCBdZmn_o9bWQA1IuD0Pg

Interviste ad Andrea Giostra | Play List di YouTube:

Interviste ad Andrea Giostra | Play List di Facebook:

https://www.facebook.com/watch/124219894392445/2499554480294100/

Andrea Giostra al mercato di Ballarò a Palermo_Ph. Mapi Rizzo

“Diario Culinario di una Mamma in Quarantena” ǀ di Valeria Gatti ǀ Recensione di Maria Teresa De Donato

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Antipasti, primi e secondi piatti, piatti unici, dolci e tanto altro è il contenuto di questo lavoro dell’amica, collega, autrice e blogger Valeria Gatti.

Abbondanti sono le spiegazioni ed i consigli, presentati in forma di idee e varianti, che possono favorire la nostra creatività in cucina, tenendo al tempo stesso conto di possibili esigenze e gusti personali diversi.

L’invito a partecipare alla preparazione delle varie pietanze è esteso a tutti i membri della famiglia, adolescenti e bambini inclusi.  Tutti possono, e vengono fortemente incoraggiati a farlo, esprimere il loro lato artistico in cucina, rendendosi utili ed imparando divertendosi.

Tuttavia, chi approcciasse questa pubblicazione con l’intento di leggere il solito libro di ricette rimarrà grandemente sorpreso.  Per ammissione della stessa autrice, infatti, “questo non è un libro di cucina ma il libro di una famiglia in cucina.” (p. 162)

Leggere Diario Culinario di una Mamma in Quarantena (V. Gatti, Edizioni Convalle, 2021) sarà un’esperienza felice, una degustazione di squisiti piatti e deliziose bevande consumati tra le mura domestiche utilizzando, perché no, anche i servizi generalmente riservati alle ‘occasioni speciali’ in un’atmosfera semplice, genuina, rilassante, ma altrettanto stimolante e soprattutto piena di amore per i propri cari, per la propria famiglia.

L’idea del libro nasce in tempo di Quarantena, quindi in un momento di forzato isolamento con limiti e ristrettezze di ogni genere.  Privati degli abbracci dei nostri familiari ed amici, della possibilità di avere una vita sociale normale e di muoverci liberamente, come siamo da sempre abituati a fare, questa forzatura ha dato, tuttavia, alcuni risultati positivi.

Questa, almeno, è l’ottica dell’autrice: un’ottica positiva, costruttiva che l’ha portata ad un profondo viaggio interiore.  “Lavorare la pasta [sfoglia] è un antistress naturale, un intimo piacere, un viaggio dentro noi stessi.  La pizza è un viaggio.” (p. 123)

Sì, cercare di non scoraggiarsi, ma, al contrario, fare del nostro meglio con quello che abbiamo a disposizione al momento, circostanze avverse incluse, ribalta le prospettive e da vittime ci trasforma in autori del nostro destino.

In questo senso, quindi, Diario Culinario di una Mamma in Quarantena diventa anche un libro di consapevolezza, di risveglio della coscienza, di rinuncia a lasciarsi andare, a perdere la speranza, a sentirsi senza via d’uscita.

“In questi giorni è stato facile tornare ai ricordi lontani, a immagini e profumi che sono stati fondamentali per la mia crescita…” ammette l’autrice.  Le ricette, infatti, non sono semplici ricette: la loro preparazione, cottura e degustazione sono momenti di riflessione, di analisi introspettiva.  Sono modo e strumento per tornare alle proprie radici, per rientrare in possesso della propria umana dimensione, per rivoluzionare la nostra ordinaria quotidianità trasformandola di nuovo in un tesoro prezioso da apprezzare e gustare nella sua forma più semplice, genuina ed essenziale.  Un nuovo equilibrio viene stabilito.  Torniamo a comprendere che le cose che realmente contano nella Vita e di cui abbiamo bisogno sono estremamente poche e giacciono lì, sotto i nostri occhi: i nostri affetti più cari, l’amore che abbiamo per loro e che loro hanno per noi e l’apprezzamento reciproco che lo stare insieme, condividendo serenamente e con gioia le piccole cose, porta.

La Quarantena – o qualsiasi altro imprevisto potenzialmente in grado di far vacillare in noi quelle che credevamo essere certezze ma che hanno dimostrato di essere solo congetture – può rappresentare un momento di totale metamorfosi: cambiare abitudini, apportare modifiche alla nostra vita, sperimentare cose in famiglia che avevamo sempre tralasciato reputandole ‘occasioni esterne’ e, perché no, aprirsi agli altri, condividendo, anche con chi non fosse parte della cerchia ristretta di familiari ed amici, ciò che avevamo sempre tenuto per noi stessi ma che può aiutare anche loro.

Diario Culinario di una Mamma in Quarantena è, quindi, un libro di ricette, ma anche di crescita, di sviluppo personale, di condivisione, di amore per la Vita, per i propri cari, di solidarietà umana che vi appassionerà, stimolerà la riflessione e la creatività apportando un raggio di luce ed un fresca boccata d’aria alla vostra Vita.

Un libro scritto con il cuore da una donna, moglie, madre ed autrice che consiglio a tutti i lettori.

Lo “schwa”, l’ultima “mənchəətə”* dell’estremismo esasperato del “politically correct” | di Andrea Giostra

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Le Coliche_Un Natale politicamente corretto

INTRODUZIONE:

L’introduzione di questo articolo che tratta dell’infelice tema sull’uso dello “schwa”, ovvero, dell’“asterisco”, nella lingua italiana scritta e parlata per non offendere tutti coloro che non si riconoscono nel “ genere maschile” e nel “genere femminile”, inizia con un cortometraggio ideato, scritto e prodotto da “Le Coliche” che vi invito a guardare prima di proseguire nella letture di queste pagine:

“Questo Natale fatevi i cazz* vostri!” 😁😁😁😂😂😂🤣🤣🤣 .. Bellissimo corto sul Natale de “Le Coliche” da vedere assolutamente!

https://fb.watch/9QuTF3xFvC/

nota:

* mənchəətə = minchiata (tradotto in italiano senza l’utilizzo dello “schwa”, ma con l’asterisco come nota di richiamo)

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PERCHÉ È INOPPORTUNO E SCORRETTO L’USO DELLO “SCHWA”

– La posizione di Paolo D’Achille (Accademia della Crusca)

«È giunto il momento di chiudere il discorso sull’uso dello schwa nella lingua italiana. È verissimo, come diceva Nanni Moretti in un suo film, che “le parole sono importanti” (ma lo sono anche la grafia, la fonetica, la morfologia, la sintassi) e denunciano spesso atteggiamenti sessisti o discriminatori, sia sul piano storico (per come le lingue si sono andate costituendo), sia sul piano individuale. Come abbiamo detto all’inizio, la quantità di richieste che abbiamo avuto, che ci hanno espresso dubbi e incertezze a proposito del genere e della distinzione di genere, ci rasserena, perché, soprattutto per come sono stati formulati i quesiti, documenta una larga diffusione di atteggiamenti di civiltà, di comprensione, di disponibilità. È senz’altro giusto, e anzi lodevole, quando parliamo o scriviamo, prestare attenzione alle scelte linguistiche relative al genere, evitando ogni forma di sessismo linguistico. Ma non dobbiamo cercare o pretendere di forzare la lingua – almeno nei suoi usi istituzionali, quelli propri dello standard che si insegna e si apprende a scuola – al servizio di un’ideologia, per quanto buona questa ci possa apparire. L’italiano ha due generi grammaticali, il maschile e il femminile, ma non il neutro, così come, nella categoria grammaticale del numero, distingue il singolare dal plurale, ma non ha il duale, presente in altre lingue, tra cui il greco antico. Dobbiamo serenamente prenderne atto, consci del fatto che sesso biologico e identità di genere sono cose diverse dal genere grammaticale. Forse, un uso consapevole del maschile plurale come genere grammaticale non marcato, e non come prevaricazione del maschile inteso come sesso biologico (come finora è stato interpretato, e non certo ingiustificatamente), potrebbe risolvere molti problemi, e non soltanto sul piano linguistico. Ma alle parole andrebbero poi accompagnati i fatti.» Paolo D’Achille (Accademia della Crusca)

– La posizione di Cecilia Robustelli (ordinaria di Linguistica italiana presso l’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia):

Per la linguista Cecilia Robustelli è “Inaccettabile, è impossibile o confusionaria la comunicazione con l’uso dello schwa” … “L’italiano si può rendere più inclusivo, ma le proposte per farlo devono rispettare le regole del sistema lingua, altrimenti la comunicazione non si realizza, e la lingua non funziona”. Sono le parole di Cecilia Robustelli, ordinaria di Linguistica italiana presso l’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia, che da anni lavora con l’Accademia della Crusca sulla questione ‘schwa’, la piccola ‘e’ rovesciata che alcuni vorrebbero aggiungere o sostituire alle desinenze italiane per includere in un colpo solo tutti i sessi e le identità di genere.

La ragione della contrarietà è anzitutto tecnica – “Parlo da linguista, non da filosofa o sociologa”, premette la professoressa – e ha a che fare con il rischio di sostituire con un simbolo il genere grammaticale.

In un’intervista alla Dire, la professoressa ha spiegato perché: “La funzione primaria del genere grammaticale in un testo è permettere di riconoscere tutto ciò che riferisce al referente, cioè all’essere cui ci riferiamo, attraverso l’accordo grammaticale. Se si eliminano le desinenze scompaiono tutti i collegamenti morfologici, e il testo diventa un mucchietto di parole delle quali non si capisce più la relazione”. Per i sostenitori della ‘schwa’, però, il genere grammaticale avrebbe il difetto di dare visibilità ai due soli generi maschile e femminile, ignorando il variegato mondo di coloro che non si identificano in uno dei due: “Ma il genere grammaticale – dice Robustelli – viene assegnato ai termini che si riferiscono agli esseri umani in base al sesso. Il genere ‘socioculturale’, cioè la costruzione, la percezione sociale di ciò che comporta l’appartenenza sessuale, rappresenta un passaggio successivo”. Invece, l’impressione è che “il termine ‘genere’ venga spesso usato con il significato di ‘sesso’ e questa confusione complica il ragionamento, già di per sé complesso”.

Una confusione a monte che le varie definizioni di ‘Italiano inclusivo’ reperibili in rete non aiutano a districare.

Continua Cecilia Robustelli dicendo che così “si eliminano gli accordi tra le parole e si mina l’intera coesione testuale: e questo è un fatto grave”. Invece, “quando si cambia qualcosa in una lingua, ci si deve innanzitutto chiedere se quel cambiamento funziona per assolvere allo scopo che un sistema linguistico deve compiere, cioè la comunicazione” spesso le proposte ingenue sono animate da buone intenzioni ma irrealizzabili nella realtà della lingua italiana. Piuttosto di affidare alla grammatica il compito irrealizzabile di comunicare nuovi generi o la decisione di non accettarli – propone la linguista – perché non intensificare la discussione sul loro significato e approfondire le ragioni che ne motivano la richiesta di riconoscimento sociale? È il discorso il luogo adatto a questo scopo, non la grammatica”.

Per Robustelli l’introduzione dello schwa al posto delle desinenze avrebbe anche la conseguenza di impedire il riconoscimento della presenza femminile nella società, quando è invece “fondamentale nella lingua italiana nominare donne e uomini con termini maschili e femminili e usare al femminile anche i termini che indicano ruoli istituzionali e professionali di genere femminile se sono riferiti a donne” … “non è soltanto una posizione femminista: è una posizione da linguista, perché se non si attribuisce alle donne il titolo femminile, si trasgredisce ai principi di accordo e assegnazione di genere che invece permettono di riconoscere, disambiguare e anche valorizzare le donne, dando inoltre un’immagine della realtà conforme a quella che è ora, non 50 anni fa”. Se si usano per le donne termini maschili, si usa un italiano in modo scorretto e proprio per questo “non è opportuno né permesso chiedere alla persona con cui si parla come vuole essere chiamata. Se è donna – incalza la professoressa – è ministra, avvocata, direttrice di orchestra”. E se qualcuna dice di voler essere chiamata al maschile? “La risposta deve essere ‘no’ –  conclude – Non lo chiedo io ma la lingua italiana. A nessuna persona si può chiedere di contravvenire alle regole della sua lingua e di esprimersi in modo non chiaro. Specialmente in campo istituzionale”.

La professoressa ha anche commentato la decisione del preside del liceo Cavour di Torino di sostituire, nelle comunicazioni ufficiali della scuola, le desinenze con l’asterisco: “Se proprio lo si vuole usare, un simbolo al posto di una desinenza può essere permesso in frasi brevissime, nelle formule di apertura o di chiusura di una comunicazione, e allora ha funzione identitaria, di riconoscimento all’interno di un gruppo, un po’ come avviene nei gerghi. Ma proprio per questo non è accettabile il suo uso da parte di una istituzione. Il linguaggio istituzionale ha come caratteristica precisa la chiarezza e la trasparenza, deve essere capito da tutte le persone che parlano una determinata lingua, che ne condividono il ‘codice’. Anche per questo esistono le lingue nazionali, e si spiega perché le comunicazioni istituzionali non si scrivono in dialetto”, ha chiarito Robustelli.

Non è vero che la lingua è creativa e può, anzi deve, cambiare? “Certo – ha risposto Robustelli – e infatti la lingua cambia ogni giorno, ma impercettibilmente e in un preciso settore: quello lessicale, attraverso l’ingresso di nuove parole che cambiano, muoiono, entrano sulla spinta dei mutamenti culturali, sociali, tecnologici, basti controllare i neologismi che entrano ogni anno nei dizionari e le parole che diventano rare, desuete. Ma non cambia, o molto lentamente, per quanto riguarda la morfologia, la sintassi. Ad esempio, per rimanere in tema – ha concluso la professoressa – nel lunghissimo passaggio dal latino all’italiano il genere grammaticale neutro piano piano se ne è andato, il sistema dei casi latini è scomparso, la funzione di soggetto e oggetto non è stata più determinata dalla desinenza ma dalla posizione rispetto al verbo, eccetera. Ma tutto questo ha richiesto secoli”.

APPROFONDIMENTI:

1) Un asterisco sul genere | di Paolo D’Achille (Accademia della Crusca)

2) I perché dell’italiano. Perché “fratelli” è usato sia come plurale di “fratello” che di “fratello” e “sorella” insieme? Perché “uomo” significa sia “individuo di sesso maschile” che “essere vivente appartenente al genere umano”? | di Anna M. Thornton (Treccani Magazine)

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1) Un asterisco sul genere | di Paolo D’Achille (Accademia della Crusca)

È ormai divenuto molto alto il numero dei quesiti pervenutici su temi legati al genere: uso dell’asterisco, dello schwa o di altri segni che “opacizzano” le desinenze maschili e femminili; possibilità per l’italiano di ricorrere a pronomi diversi da lui/lei o di “recuperare” il neutro per riferirsi a persone che si definiscono non binarie; genere grammaticale da utilizzare per transessuale e legittimità stessa di questa parola. Cercheremo in questo intervento di affrontare le diverse questioni.

PREMESSA

Le domande che ci sono state poste sono tante e toccano argomenti abbastanza diversi tra loro. Abbiamo preferito raccoglierle tutte insieme perché c’è un tema di fondo che le accomuna: la questione della distinzione di genere, anche al di là della tradizionale opposizione tra maschile e femminile. Anzitutto, due precisazioni:

1) tratteremo esclusivamente delle questioni poste dalle varie domande che ci sono pervenute, senza tener conto dei numerosissimi interventi sul tema, che ormai da vari mesi alimenta discussioni e polemiche anche molto accese sulla stampa e soprattutto in rete;

2) la nostra risposta investe il piano strettamente linguistico, con riferimento all’italiano (non potrebbe essere che così, del resto, visto che le domande sono rivolte all’Accademia della Crusca, ma ci pare opportuno esplicitarlo). Ci sembra doveroso premettere ancora una cosa: la maggior parte di coloro che ci hanno scritto – anche chi esprime la propria contrarietà all’uso di asterischi o di altri segni estranei alla tradizionale ortografia italiana – si mostra non solo contraria al sessismo linguistico e rispettosa nei confronti delle persone che si definiscono non binarie, ma anche sensibile alle loro esigenze. E questo è senz’altro un dato confortante, che va messo in rilievo.

GENERE NATURALE E GENERE GRAMMATICALE

Per impostare correttamente la questione dobbiamo dire subito che il genere grammaticale è cosa del tutto diversa dal genere naturale. Lo rilevavano nel 1984, a proposito del francese, Georges Dumézil e Claude Lévi-Strauss, incaricati dall’Académie Française di predisporre un testo su “La féminisation des noms de métiers, fonctions, grades ou titres” (‘la femminilizzazione dei nomi di mestieri, funzioni, gradi o titoli’). Non entriamo qui nella tematica della distinzione tra sesso biologico e identità di genere, su cui torneremo, almeno marginalmente, più oltre; ci limitiamo a ricordare che negli studi di psicologia e di sociologia il genere indica l’“appartenenza all’uno o all’altro sesso in quanto si riflette e connette con distinzioni sociali e culturali” (questa la definizione del GRADIT); tale accezione del termine, relativamente recente, è calcata su uno dei significati del corrispondente inglese gender, quello che indica appunto l’appartenenza a uno dei due sessi dal punto di vista culturale e non biologico (gli studi di genere o gender studies sono nati negli Stati Uniti negli anni Settanta, su impulso dei movimenti femministi).

Che il genere come categoria grammaticale non coincida affatto con il genere naturale si può dimostrare facilmente: è presente in molte lingue, ma ancora più numerose sono quelle che non lo hanno; può inoltre prevedere, nei nomi, una differenziazione in classi che in certi casi non sfrutta e in altri va ben oltre la distinzione tra maschile e femminile propria dell’italiano (dove riguarda anche articoli, aggettivi, pronomi e participi passati) perché, oltre al neutro (citato in molte domande pervenuteci, evidentemente sulla base della conoscenza del latino), esistono, in altre lingue, vari altri generi grammaticali, determinati da criteri ora formali ora semantici; infine, come avviene in inglese, può limitarsi ai pronomi, senza comportare quell’alto grado di accordo grammaticale che l’italiano prevede.

Neppure in italiano si ha una sistematica corrispondenza tra genere grammaticale e genere naturale. È indubbio che, in particolare quando ci si riferisce a persone, si tenda a far coincidere le due categorie (abbiamo coppie come il padre e la madre, il fratello e la sorella, il compare e la comare, oppure il maestro e la maestra, il principe e la principessa, il cameriere e la cameriera, il lavoratore e la lavoratrice, ecc.), ma questo non vale sempre: guida, sentinella e spia sono nomi femminili, ma indicano spesso (anzi, più spesso) uomini, mentre soprano e contralto sono, tradizionalmente almeno (oggi il femminile la soprano è piuttosto diffuso), nomi maschili che da oltre due secoli si riferiscono a cantanti donne. Arlecchino è una maschera, come Colombina (anche se Carlo Goldoni nelle Donne gelose gli fa usare il maschile màscaro e nei Rusteghi le donne in scena parlano di màscara omo per riferirsi al conte Riccardo e si rivolgono con siora màscara dona a Filippetto, entrato a casa di Lunardo in abiti femminili), mentre Mirandolina è un personaggio, come il Cavaliere di Ripafratta, che di lei si innamora. Vero è che nel parlato spostamenti di genere nell’àmbito dei nomi in rapporto al sesso del referente ci sono stati: da modello si è avuto modella (cfr. Anna M. Thornton, La datazione di modella, in “Lingua nostra”, LXXVI, 2015, pp. 25-27); si parla di un tipo ‘un tale’ ma anche di una tipa (Miriam Voghera, Da nome tassonomico a segnale discorsivo: una mappa delle costruzioni di tipo in italiano contemporaneo, in “Studi di Grammatica Italiana”, XXIII, 2014, pp. 197-221); accanto a membro si sta diffondendo membra (Anna M. Thornton, risposta nr. 7, in “La Crusca per voi”, 49, 2014, pp. 14-15); dall’altra parte, dal femminile figura deriva il maschile figuro (ma con una connotazione negativa). Abbiamo poi i cosiddetti nomi “di genere comune”, che non cambiano forma col cambio di genere, perché la distinzione è affidata agli articoli nei casi di cantante, preside, custode, consorte, coniuge (con cui molti di noi hanno familiarizzato attraverso la denuncia dei redditi, che parla ellitticamente di dichiarante e di coniuge dichiarante senza precisare i rispettivi sessi). Passando al mondo animale, distinguiamo, è vero, il montone o ariete e la pecora (ma il plurale le pecore si riferisce spesso al gregge e comprende quindi anche i montoni), il gatto e la gatta, il gallo e la gallina, il leone e la leonessa, ma nella maggior parte dei casi il nome, maschile o femminile che sia, indica tanto il maschio quanto la femmina (la lince, il leopardo, la iena, la volpe, il pappagallo, la gazza, il gambero, la medusa, ecc., nomi che la tradizione grammaticale indica come “epiceni”; lasciamo da parte l’esistenza di formazioni occasionali come il tartarugo e il ricorso non alla flessione, ma alla tecnica analitica, come in la tartaruga maschio, che è sicuramente possibile, ma marginale all’interno del sistema). Quanto alle cose inanimate, è evidente che il genere femminile di sedia, siepe, crisi e radio e il maschile di armadio, fiore, problema e brindisi non si possano legare in alcun modo al sesso, che le cose naturalmente non hanno.

IL NEUTRO

Chi, tra coloro che ci hanno scritto, propone di far ricorso al neutro per rispettare le esigenze delle persone che si definiscono non binarie, citando il latino, non tiene presente da un lato che l’italiano, diversamente dal latino, non dispone di elementi morfologici che possano contrassegnare un genere diverso dal maschile e dal femminile, dall’altro che in latino (e in greco) il neutro non si riferisce se non eccezionalmente a esseri umani (accade con alcuni diminutivi di nomi propri) e neppure agli dei: venus, -eris ‘bellezza, fascino’ (da cui venustas), che era neutro come genus, -eris, diventò femminile come nome proprio di Venere, la dea della bellezza. D’altra parte, per venire all’attualità, anche in inglese il rifiuto dei pronomi he (maschile) e she (femminile) da parte delle persone non binarie non ha comportato l’adozione del pronome neutro it, presente in quella lingua ma evidentemente inutilizzabile con riferimento a esseri umani, bensì l’uso del “singular they”, cioè del pronome plurale ambigenere they (e delle forme them, their, theirs e themself/themselves), come pronome singolare non marcato. Anche l’introduzione in svedese nel 2012, accanto al pronome maschile han e al femminile hon, del pronome hen, usato per esseri umani in cui il sesso non è definito o non è rilevante, si inserisce senza difficoltà nel sistema di quella lingua, in cui un genere “comune” (o “utro”), che non distingue tra maschile e femminile, si contrappone al genere neutro e l’opposizione tra maschile e femminile si ha solo nei pronomi personali di terza persona singolare.

IL MASCHILE PLURALE COME GENERE GRAMMATICALE NON MARCATO

Un altro dato da ricordare è che nell’italiano standard il maschile al plurale è da considerare come genere grammaticale non marcato, per esempio nel caso di participi o aggettivi in frasi come “Maria e Pietro sono stanchi” o “mamma e papà sono usciti”. Inoltre, se dico “stasera verranno da me alcuni amici” non significa affatto che la compagnia sarà di soli maschi (invece se dicessi “alcune amiche”, si tratterebbe soltanto di donne). Se qualcuno dichiara di avere “tre figli”, sappiamo con certezza solo che tra loro c’è un maschio (diversamente dal caso di “tre figlie”), a meno che non aggiunga “maschi” (cfr. l’intervento di Anna M. Thornton sul Magazine Treccani). Se in passato poteva capitare (oggi mi risulta che avvenga più di rado) che a un alunno indisciplinato si richiedesse di tornare a scuola il giorno dopo “accompagnato da uno dei genitori”, poteva essere sia il papà sia la mamma a farlo (e lo stesso valeva nel caso della dicitura al singolare, “da un genitore”, sebbene questo termine abbia anche il femminile genitrice, di uso peraltro assai più raro rispetto al maschile).

LINGUE NATURALI, PROCESSI DI STANDARDIZZAZIONE E DIRIGISMO LINGUISTICO

C’è poi un’altra questione di carattere generale che va tenuta presente: ogni lingua, a meno che non si tratti di un sistema “costruito a tavolino” come sono le lingue artificiali (un esempio ne è l’esperanto), è un organismo naturale, che evolve in base all’uso della comunità dei parlanti: è vero che molte lingue hanno subìto un processo di standardizzazione per cui, tra forme coesistenti in un certo arco temporale, alcune sono state selezionate, considerate corrette e destinate allo scritto e all’uso formale e altre censurate e giudicate erronee, o ammesse solo nel parlato o in registri informali e colloquiali; ma in questo processo la scelta (che può anche cambiare nel corso del tempo) avviene sempre nell’àmbito delle possibilità offerte dal sistema. Soltanto nel caso della scrittura (che infatti non si apprende naturalmente, ma va insegnata) è possibile imporre norme ortografiche che si discostino dalla pronuncia reale: per questo la stampa e la scuola hanno avuto e hanno tuttora un ruolo fondamentale nella costituzione della norma standard scritta. Non c’è dunque da meravigliarsi se alcune proposte di soluzione del problema della distinzione di genere abbiano riguardato, almeno in prima istanza, la grafia, più suscettibile di cambiamenti. Ma ormai da tempo l’ortografia italiana è da considerarsi stabilizzata, il rapporto tra grafia e pronuncia non presenta particolari difficoltà (basta prendere a confronto l’inglese e il francese) e i dubbi si concentrano quasi esclusivamente sull’uso dei segni paragrafematici (accenti, apostrofi, ecc.). Questo non esclude che, almeno in àmbiti molto precisi come la scrittura in rete e quella dei messaggini telefonici, si possano diffondere usi grafici particolari, spesso peraltro transitori; ma il legame sistematico tra grafia e pronuncia, così tipico dell’italiano, non dovrebbe essere spezzato. In ogni caso, la storia ci ha offerto non di rado, anche di recente (in altri Paesi), esempi di riforme ortografiche dovute a interventi dell’autorità pubblica. Ogni tanto, specie nei regimi totalitari, la politica è intervenuta anche ad altri livelli della lingua, ma quasi mai è andata a violare il sistema. E poi il “dirigismo linguistico” (di cui, secondo alcuni, anche il “politicamente corretto” raccomandato alla pubblica amministrazione costituirebbe una manifestazione) assai di rado ha avuto effetti duraturi. Al riguardo possiamo citare un caso che entra, se pure lateralmente, proprio nella questione che stiamo trattando: quello degli allocutivi.

GLI ALLOCUTIVI (TU, VOI, LEI) E LA TEMATICA DEL GENERE

Il latino conosceva un unico pronome per rivolgersi a un singolo destinatario, maschio o femmina che fosse: tu (al nominativo e al vocativo; tui, al genitivo; tibi, al dativo; te, all’accusativo e ablativo) e l’uso si è conservato, praticamente senza soluzione di continuità, a Roma, nel Lazio e lungo la corrispondente dorsale appenninica. In età imperiale cominciò a diffondersi il vos come forma di rispetto, da cui il voi dell’italiano antico, vivo tuttora in area meridionale. In età rinascimentale, sull’onda della diffusione (per influsso dello spagnolo) di titoli come vostra eccellenza, vostra signoria, vostra maestà, ci fu un altro cambiamento e si iniziò a usare, come forma di cortesia, anche il lei (ella, per la verità, almeno all’inizio, come soggetto e nell’uso allocutivo), che prima affiancò (a un livello di maggiore formalità) il voi e poi, in età contemporanea, ha finito col sostituirlo. Il fascismo cercò invano di bandire l’uso del lei (considerato uno “stranierismo” proprio della “borghesia”) e di imporre l’“autoctono” voi. Col crollo del regime, il voi è restato, come si è detto, solo nell’uso meridionale (dove il lei aveva avuto minore diffusione) ed è piuttosto l’espansione del tu generalizzato a contrastare il lei di cortesia, che peraltro resiste benissimo in situazioni anche solo mediamente formali.

Proprio il lei di cortesia ci documenta un’altra mancata corrispondenza tra genere grammaticale e genere naturale. Lei è un pronome femminile, ma lo si dà anche a uomini (lei è un po’ pigro, signore!. come lei è un po’ pigra, signora!); non solo, ma quando si usano le corrispondenti forme atone la e le l’accordo al femminile investe spesso anche il participio o l’aggettivo. Se è normale, rivolgendosi a un docente di sesso maschile, dire professore, oggi vedo che è molto occupato, si dice però comunemente professore, l’ho vista ieri (e non l’ho visto ieri) entrare in biblioteca. Insomma, anche l’allocutivo di cortesia dello standard è un esempio di come il maschile e il femminile grammaticali non corrispondano sempre, neppure in italiano, ai generi naturali.

LA LINGUA TRA NORMA, SISTEMA E SCELTE INDIVIDUALI

Chi si rivolge all’Accademia della Crusca (la quale peraltro non ha alcun potere di indirizzo politico, diversamente dall’Académie Française e dalla Real Academia Española, che hanno un ruolo ben diverso sul piano istituzionale) pensa alla lingua considerando la “norma” in senso prescrittivo (in molti quesiti ricorrono infatti parole come corretto e correttezza, propri della grammatica normativa e scolastica) oppure facendo riferimento agli usi istituzionali dell’italiano, non all’uso individuale di singoli o di gruppi ristretti. Ma neppure in questo secondo caso le scelte sono completamente libere, perché chi parla o scrive deve comunque far riferimento a un sistema di regole condiviso, in modo da farsi capire e accettare da chi ascolta o legge. Si può segnalare, per dimostrare la libertà che è concessa alle scelte individuali (specie nel caso della lingua letteraria), un passo di Luigi Pirandello che gioca sul genere grammaticale di una coppia di parole come moglie e marito (e non importa ora il suo possibile inserimento in una tradizione letteraria misogina ben nota). Il brano è citato in un importante studio della compianta accademica Maria Luisa Altieri Biagi (La lingua in scena, Bologna, Zanichelli, 1980, p. 173), una dei “maestri” della linguistica italiana (usiamo intenzionalmente il maschile plurale, che in questi casi, a nostro parere, è quasi una scelta obbligata per indicare un’eccellenza femminile in un ambiente a maggioranza maschile):

«Il protagonista di Acqua amara ha le sue idee, in fatto di morfologia. Se toccasse a lui modificarla, la adeguerebbe a una sua sofferta esperienza di vita:

Crede lei che ci siano due soli generi, il maschile e il femminile? Nossignore. La moglie è un genere a parte; come il marito, un genere a parte […] Se mi venisse la malinconia di comporre una grammatica ragionata, come dico io, vorrei mettere per regola che si debba dire: il moglie; e, per conseguenza, la marito.» (Nov., I, p. 274).

LA MOZIONE

La norma dell’italiano contempla un’ampia gamma di possibilità nel caso della mozione, cioè del cambiamento di genere grammaticale di un nome in rapporto al sesso. È un tema che sulle pagine del sito della nostra Consulenza è stato spesso affrontato perché moltissime sono le domande che sono arrivate e che continuano ad arrivare a proposito dei femminili di professioni e cariche espresse al maschile dato che in passato erano riservate solo a uomini. La scelta per il femminile, che l’Accademia ha più volte caldeggiato, non viene sempre accolta dalle stesse donne, tra cui non mancano quelle che preferiscono definirsi architetto, avvocato, sindaco, ministro, assessore, professore ordinario, il e non la presidente, ecc. D’altra parte, se storicamente è indubitabile che molti nomi femminili di questo tipo siano derivati da preesistenti nomi maschili (ciò vale pure per signora rispetto a signore), abbiamo anche casi di nomi maschili come divo nel mondo dello spettacolo, prostituto, casalingo, che sono documentati dopo i corrispondenti femminili, di cui vanno considerati derivati (per un’esemplare trattazione del fenomeno rinvio ad Anna M. Thornton, Mozione, in Grossmann-Rainer 2004, pp. 218-227).

TRANSESSUALE, TRANSGENERE E TRANSIZIONANTE

L’unico problema relativo alla scelta del genere di un nome che ci è stato sottoposto è quello di transessuale per indicare “chi ha assunto mediante interventi chirurgici i caratteri somatici del sesso opposto” (anche questa definizione è del GRADIT). Qui, in effetti, si assiste tuttora a un’oscillazione tra maschile e femminile (a partire dall’articolo che precede il nome). A nostro parere, sarebbe corretta (e rispettosa) una scelta conforme al genere sessuale “d’arrivo” e dunque una transessuale se si tratta di un maschio diventato femmina, un transessuale, se di una femmina diventata maschio, posto che proprio si debba sottolineare l’avvenuta “trasformazione”. Qualcuno ci ha fatto notare che sarebbe opportuno sostituire transessuale con transgenere, che non è propriamente l’equivalente dell’inglese transgender, perché ha implicazioni diverse sul piano medico e giuridico. È senz’altro così e pensiamo anche noi che questo termine (da usare tanto al maschile quanto al femminile con le avvertenze appena indicate per transessuale) sia più appropriato, ma sta di fatto che al momento risulta meno diffuso: stenta a trovare accoglienza anche nella lessicografia e comunque, nelle poche occasioni in cui è registrato, viene spiegato come un’italianizzazione della voce inglese, che, come capita spesso, viene ad esso preferita ed è infatti presente in molti più dizionari. Alcuni di essi registrano anche cisgender, nel senso di ‘individuo nel quale sesso biologico e identità di genere coincidono’, il cui corrispondente italiano, cisgenere, ha invece, al momento, soltanto attestazioni in rete.

Ci è inoltre pervenuta una richiesta di sostituire gli aggettivi omosessuale, eterosessuale, bisessuale, pansessuale e transessuale con omoaffettivo, eteroaffettivo, biaffettivo, panaffettivo e transizionante e al riguardo, dopo aver fatto rilevare al richiedente che nessuna parola entra nei vocabolari per decisione di una istituzione, seppur prestigiosa come l’Accademia della Crusca, ma deve prima entrare nell’uso della comunità dei parlanti (non di un singolo parlante) e mettervi radici, segnaliamo che omoaffettivo è già presente nella lessicografia italiana (il GRADIT lo registra e lo data al 2004), come pure il verbo transizionare (documentato dal 1999), nel senso di “compiere un percorso di cambiamento del sesso attraverso terapie ormonali, forme di supporto psicologico, interventi di chirurgia estetica e di riassegnazione chirurgica del sesso” (ancora GRADIT).

QUALE PRONOME PER CHI SI CONSIDERA GENDER FLUID?

Tornando al genere grammaticale, diverso è il caso di chi si considera gender fluid, cioè, per usare la definizione dello Zingarelli 2022 (che include questa locuzione aggettivale s.v. gender, molto ampliata rispetto allo Zingarelli 2021), “di persona che rifiuta di identificarsi stabilmente con il genere maschile e femminile (comp. con fluid ‘mutevole’)”. Il problema che ci è stato sottoposto per queste persone riguarda prevalentemente il genere del pronome da utilizzare per riferirsi ad esse.

Ebbene, di fronte a domande come la seguente: “Come dovrei rivolgermi nella lingua italiana a coloro che si identificano come non binari? Usando la terza persona plurale o rivolgendomi col sesso biologico della persona però non rispettando il modo di essere della persona?”, la nostra risposta è questa: l’italiano – anche se non ha un pronome “neutro” e non consente neppure l’uso di loro in corrispondenza di they/them dell’inglese (lingua in cui l’accordo ha un peso molto meno rilevante rispetto all’italiano e dove comunque l’uso di they al singolare per persone di cui si ignora il sesso costituiva una possibilità già prevista dal sistema, in quanto documentata da secoli) – offre tuttavia il modo di non precisare il genere della persona con cui o di cui si sta parlando. L’unica avvertenza sarebbe quella di evitare articoli, aggettivi della I classe, participi passati, ecc., scelta che peraltro (come ben sanno coloro che hanno affrontato la tematica del sessismo linguistico) è certamente onerosa. In ogni caso, tanto il pronome io quanto l’allocutivo tu (e, come si è visto sopra, anche gli allocutivi di cortesia lei e voi) non specificano nessun genere. Analogamente, i pronomi di terza persona lui e lei in funzione di soggetto possono essere omessi (in italiano non è obbligatoria la loro espressione, a differenza dell’inglese e del francese) oppure sostituiti da nomi e cognomi, tanto più che oggi sono in uso accorciamenti ipocoristici ambigeneri come Fede (Federico o Federica), Vale (Valerio o Valeria), ecc., e che (anche sul modello dell’inglese e proprio in un’ottica non sessista) si tende a non premettere l’articolo femminile a cognomi che indicano donne (Bonino e non la Bonino). Si potrebbe aggiungere che il clitico gli, maschile singolare nello standard, nel parlato non formale si usa anche al posto del femminile le e che l’opposizione è neutralizzata per combinazioni di clitici come glielo, gliela, gliene; anche l’elisione, nel parlato più frequente che non nello scritto, ci consente spesso di eliminare la distinzione tra lo e la. Insomma, il sistema della lingua può sempre offrire alternative perfettamente grammaticali a chi intende evitare l’uso di determinate forme ed è disposto a qualche dispendio lessicale o a usare qualche astratto in più pur di rispettare le aspettative di persone che si considerano non binarie. Certamente l’accordo del participio passato costituisce un problema; ma non c’è, al momento, una soluzione pronta: sarà piuttosto l’uso dei parlanti, nel tempo, a trovarla.

ANCORA SUL MASCHILE PLURALE COME GENERE GRAMMATICALE NON MARCATO

Diverso è il caso dei plurali: qui, come, si è detto all’inizio, il maschile non marcato, proprio della grammatica italiana, potrebbe risolvere tutti i problemi, comprendendo anche le persone non binarie. A nostro parere, mentre è giusto che, per esempio, nei bandi di concorso, non compaia, al singolare, “il candidato” ma si scriva “il candidato o la candidata”, oppure “la candidata e il candidato” (per abbreviare si ricorre spesso anche alla barra, che tuttavia non raccomanderemmo: “il/la candidato/a”), il plurale “i candidati” è accettabile perché, sul piano della langue, non esclude affatto le donne. Niente tuttavia impedisce di optare anche al plurale per “i candidati e le candidate” o viceversa (oppure, anche in questo caso, “i/le candidati/e”); vero è che da queste formulazioni potrebbero sentirsi escluse le persone non binarie. Aggiungiamo, rispondendo così ad alcuni specifici quesiti, che la scelta del plurale maschile nello standard non dipende dalla numerosità dei maschi rispetto alle femmine all’interno di un gruppo: basta una sola presenza maschile a determinarlo, ma non si tratterebbe di una scelta sessista (come viene invece considerata da molte donne), bensì dell’opzione per una forma “non marcata” sul piano del genere grammaticale. Capita peraltro abbastanza spesso, come ha notato qualcuno, che “nel caso di infermiere e maestre d’asilo” (o di altri gruppi professionali in cui la presenza femminile è preponderante) “si dirà ‘salve a tutte!’ e i pochi maschi se ne fa[ra]nno una ragione”. E questo, a nostro parere, “ci sta”, anche se, di fatto, spesso i maschi presenti protestano. Da richiamare è anche il fatto che, soprattutto nel parlato, l’accordo del participio o dell’aggettivo può riferirsi al genere grammaticale del nome ad essi più vicino: quindi “le mamme e i papà sono pregati di aspettare i figli fuori” (e non “sono pregate”), ma “i papà e le mamme sono pregati”, ma anche “sono pregate”.

LA PRESENZA DEL FEMMINILE PLURALE

Affiancare al maschile il femminile è senz’altro lecito e anzi, in certi contesti, sembra l’opzione preferibile (per esempio quando si indicano categorie professionali in cui la mozione al femminile ha stentato a imporsi). Nelle forme allocutive, in particolare, rappresenta indubbiamente, specie se a parlare o a scrivere è un maschio, un segnale di attenzione per le donne: bene dunque, per formule come care amiche e cari amici, cari colleghi e care colleghe, cari soci e care socie, carissime e carissimi, ecc. Anche nella tradizione dello spettacolo, del resto, chi presenta si rivolge al pubblico con signore e signori e i politici, specie in vista delle elezioni, parlano di elettori ed elettrici, cittadini e cittadine, ecc. Si ha poi il caso di nomi “esclusivamente” maschili come fratelli, a cui – visto che l’italiano non dispone di un termine corrispondente all’inglese sibling – è sempre opportuno affiancare sorelle (lo ha fatto del resto di recente anche la Chiesa, nella liturgia). Lasciamo da parte, per non dilungarci ulteriormente, il caso di uomini, già ampiamente trattato negli studi, a cui, in una prospettiva non sessista, si preferisce persone (altro nome femminile che può indicare anche un maschio pure al singolare).

DALL’ASTERISCO…

L’accostamento del femminile al maschile finisce spesso con l’allungare e appesantire il testo. Forse anche per evitare questo, ormai da vari anni, soprattutto da quando si è diffusa la scrittura al computer, ha gradualmente preso piede, in particolari àmbiti (tra cui la posta elettronica), l’uso dell’asterisco, che è andato progressivamente a sostituire la barra (già citata per candidati/e), il cui uso sembra ormai confinato ai testi burocratici.

L’asterisco (dal gr. asterískos ‘stelletta’, dim. di astḗr ‘stella’) – che nel titolo di questa risposta abbiamo usato invece nel senso di ‘nota’, ‘stelloncino’, significato che è, o era, diffuso nel linguaggio giornalistico – è un “segno tipografico a forma di stelletta a cinque o più punte” (Zingarelli 2022) usato, sempre in esponente (“apice”, nella terminologia della videoscrittura), con varie funzioni. Anzitutto, serve a mettere in evidenza qualcosa, per esempio un nome o un termine in un elenco, contrassegnandolo così rispetto agli altri. L’asterisco può anche segnalare una nota (soprattutto se isolata) o ancora (per lo più ripetuto due o tre volte) indicare un’omissione volontaria da parte dell’autore, specialmente di un nome proprio: si incontra non di rado, per esempio, nei Promessi Sposi perché Alessandro Manzoni usa tre asterischi per non esplicitare il nome del paese dove vivono Renzo e Lucia, il casato dell’Innominato, ecc. Un uso per certi versi analogo si ha nei fumetti e in rete, dove gli asterischi o altri segni (chiocciola, cancelletto, punto) sostituiscono le lettere interne delle parolacce, che vengono così censurate. In linguistica, infine, l’asterisco contrassegna forme non attestate o agrammaticali.

Nell’àmbito di cui ci stiamo occupando l’asterisco, in fine di parola, sostituisce spesso la terminazione di nomi e aggettivi per “neutralizzare” (o meglio “opacizzare”; in questo forse si può intravedere un sia pur tenue legame con la penultima funzione prima indicata) il genere grammaticale: abbiamo così forme come car* collegh* e, particolarmente frequente, car* tutt*, probabile calco su dear all (che invece non ha bisogno di asterischi perché l’inglese non ha genere grammaticale né accordo su articoli e aggettivi). L’asterisco negli ultimi anni ha conquistato anche i sostenitori del cosiddetto linguaggio gender neutral e non c’è dubbio che anche sotto questo aspetto possa avere una sua funzionalità. Tuttavia coloro che ci hanno scritto, pur se disponibili alle innovazioni, si dichiarano per lo più ostili all’asterisco: c’è chi parla di “insulto” alla nostra lingua, chi di “storpiatura”, chi lo ritiene “sgradevole”, chi addirittura “un’opzione terribile”.

Di certo l’uso dell’asterisco è legato all’informatica, ma non ne rispetta i principi. È interessante, al riguardo, leggere quanto afferma un nostro lettore, docente appunto di informatica, che tratta della forma asteriscata (di cui, a suo parere si abusa), che è stata «presumibilmente mutuata dalle convenzioni dei linguaggi di comando dei sistemi operativi (Unix, ma anche DOS/Windows) per i quali la notazione * indica una sequenza di zero o più caratteri qualunque […]. Pertanto, nella sua semantica originaria “car* tutt*” ha la valenza (anche) di “carini tuttologi” o di “carramba tuttora” oltre ai significati ricercati dai “gender-neutral” che, tuttavia, costituiscono una infima parte di quelli possibili».

In effetti è così: in informatica l’asterisco segnala una qualunque sequenza di caratteri, mentre al posto di un solo carattere si usa il punto interrogativo, che (a parte gli altri problemi che comporterebbe) potrebbe andare bene per tutt? ma non per amic?, dove invece funzionerebbe meglio l’asterisco amic* perché nel femminile la -e è graficamente preceduta dall’h. Ma nessuno dei due simboli potrebbe essere usato in casi (che ci sono stati segnalati) come sostenitor* (o sostenitor?), che non include il femminile sostenitrici accanto al maschile sostenitori. E non è necessario né opportuno ricorrere all’asterisco (o al punto interrogativo) neppure per i plurali di nomi e aggettivi in cui la terminazione in -i vale per entrambi i generi (nomi citati sopra come cantanti, aggettivi plurali come forti, grandi, importanti, ecc.).

Comunque sia, pur con tutti questi distinguo, se consideriamo che l’uso grafico dell’asterisco si concentra in comunicazioni scritte o trasmesse che sono destinate unicamente alla lettura silenziosa e che hanno carattere privato, professionale o sindacale all’interno di gruppi omogenei (spesso anche sul piano ideologico), in tali àmbiti (in cui sono presenti abbreviazioni convenzionali come sg., pagg., f.to, estranee all’uso comune) può essere considerato una semplice alternativa alla sbarretta sopra ricordata, rispetto alla quale presenterebbe il vantaggio di includere anche le persone non binarie. L’asterisco non è invece utilizzabile, a nostro parere, in testi di legge, avvisi o comunicazioni pubbliche, dove potrebbe causare sconcerto e incomprensione in molte fasce di utenti, né, tanto meno, in testi che prevedono una lettura ad alta voce.

Resta, infatti, il problema dell’impossibilità della resa dell’asterisco sul piano fonetico: possiamo scrivere car* tutt*, ma parlando, se vogliamo salutare un gruppo formato da maschi e femmine senza usare il maschile inclusivo, dobbiamo rassegnarci a dire ciao a tutti e a tutte. Qualcuno ha proposto espressioni come caru tuttu, che a nostro parere costituiscono una delle inopportune (e inutili) forzature al sistema linguistico di cui si diceva all’inizio. Teniamo anche presente che nell’italiano tradizionale non esistono parole terminanti in -u atona (a parte cognomi sardi o friulani, come Lussu e Frau, il nome proprio Turiddu, diminutivo siciliano di Turi, ipocoristico di Salvatore, entrato anche in italiano grazie alla popolarità della Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni e comunque ormai desueto, onomatopee come bau, sigle come ONU e IMU, forestierismi entrati di recente, come tofu o sudoku).

… ALLO SCHWA

In alternativa all’asterisco, specie con riferimento alle persone non binarie, è stato recentemente proposto di adottare lo schwa (o scevà), cioè il simbolo dell’Alfabeto Fonetico Internazionale (IPA) che rappresenta la vocale centrale propria di molte lingue e di vari dialetti italiani, in particolare quelli dell’area altomeridionale (il termine, grammaticalmente maschile, è di origine ebraica). Questa proposta, che sarebbe da preferire all’asterisco perché offrirebbe anche una soluzione sul piano della lingua parlata, ha già trovato vari sostenitori (sembra che l’abbiano adottata, almeno in parte, una casa editrice e un comune dell’Emilia-Romagna). A nostro parere, invece, si tratta di una proposta ancora meno praticabile rispetto all’asterisco, anche lasciando da parte le ulteriori difficoltà di lettura che creerebbe nei casi di dislessia.

Intanto, sul piano grafico va detto che mentre l’asterisco ha una pur limitata tradizione all’interno della scrittura, il segno per rappresentare lo schwa (la e rovesciata: ə, in corsivo ə, forse non di facilissima realizzazione nella scrittura corsiva a mano) è proprio, come si è detto, dell’IPA, ma non è usato come grafema in lingue che pure, diversamente dall’italiano, hanno lo schwa all’interno del loro sistema fonologico. Non a caso, a parte linguisti e dialettologi, coloro che scrivono in uno dei dialetti italiani che hanno lo schwa nell’inventario dei loro foni lo rendono spesso con e (talvolta con ë) o, impropriamente, con l’apostrofo. Se guardiamo al napoletano, che nella sua lunga tradizione di scrittura per le vocali atone finali si è allineato all’italiano, vediamo che oggi nelle scritte murali in dialetto della città la vocale atona finale viene sistematicamente omessa.

L’uso dello schwa non risolve neppure certe criticità che abbiamo già segnalato per l’asterisco: per esempio, sarebbero incongrue grafie come sostenitorə e come fortə, di cui pure ci è stato segnalato l’uso anche al singolare. C’è poi il problema, rilevato acutamente da qualche lettore, che del simbolo dello schwa non esiste il corrispondente maiuscolo e invece scrivere intere parole in caratteri maiuscoli può essere a volte necessario nella comunicazione scritta. C’è chi usa lo stesso segno, ingrandito, ma la differenza tra maiuscole e minuscole non è di corpo, ma di carattere e quindi accostare una E maiuscola all’inizio o nel corpo di una parola tutta scritta in maiuscolo a una ə alla fine della stessa non mi pare produca un bell’effetto. In alternativa, si potrebbe procedere per analogia e “rovesciare” la E, ma si tratterebbe di un ulteriore artificio, privo di riscontri – se non nella logica matematica, in cui il segno Ǝ significa ‘esiste’ (cosa che peraltro creerebbe, come nel caso dell’asterisco, un’altra “collisione” sul piano del significato) – e, presumibilmente, tutt’altro che chiaro per i lettori.

Quanto al parlato, non esistendo lo schwa nel repertorio dell’italiano standard, non vediamo alcun motivo per introdurlo o per accordare la preferenza a tuttə rispetto al tuttu che è stato sopra citato. Anche il riferimento ai sistemi dialettali ci sembra fallace perché nei dialetti spesso la presenza dello schwa limita, ma non esclude affatto la distinzione di genere grammaticale, che viene affidata alla vocale tonica, come risulta da coppie come, in napoletano, buόnə (maschile: ‘buono’ ma anche ‘buoni’) e bònə (femminile: ‘buona’ o ‘buone’), russə (‘rosso’ o ‘rossi’) e rόssə (‘rossa’ o ‘rosse’). Lo schwa opacizza invece spesso la differenza di numero, tanto che tra chi ne sostiene l’uso c’è stato chi ha proposto di servirsi di ə per il singolare e di ricorrere a un altro simbolo IPA, ɜ, come “schwa plurale” (altra scelta a nostro avviso discutibile, anche per la possibile confusione con la cifra 3).

CONCLUSIONI

È giunto il momento di chiudere il discorso. È verissimo, come diceva Nanni Moretti in un suo film, che “le parole sono importanti” (ma lo sono anche la grafia, la fonetica, la morfologia, la sintassi) e denunciano spesso atteggiamenti sessisti o discriminatori, sia sul piano storico (per come le lingue si sono andate costituendo), sia sul piano individuale. Come abbiamo detto all’inizio, la quantità di richieste che abbiamo avuto, che ci hanno espresso dubbi e incertezze a proposito del genere e della distinzione di genere, ci rasserena, perché, soprattutto per come sono stati formulati i quesiti, documenta una larga diffusione di atteggiamenti di civiltà, di comprensione, di disponibilità. È senz’altro giusto, e anzi lodevole, quando parliamo o scriviamo, prestare attenzione alle scelte linguistiche relative al genere, evitando ogni forma di sessismo linguistico. Ma non dobbiamo cercare o pretendere di forzare la lingua – almeno nei suoi usi istituzionali, quelli propri dello standard che si insegna e si apprende a scuola – al servizio di un’ideologia, per quanto buona questa ci possa apparire. L’italiano ha due generi grammaticali, il maschile e il femminile, ma non il neutro, così come, nella categoria grammaticale del numero, distingue il singolare dal plurale, ma non ha il duale, presente in altre lingue, tra cui il greco antico. Dobbiamo serenamente prenderne atto, consci del fatto che sesso biologico e identità di genere sono cose diverse dal genere grammaticale. Forse, un uso consapevole del maschile plurale come genere grammaticale non marcato, e non come prevaricazione del maschile inteso come sesso biologico (come finora è stato interpretato, e non certo ingiustificatamente), potrebbe risolvere molti problemi, e non soltanto sul piano linguistico. Ma alle parole andrebbero poi accompagnati i fatti.

Paolo D’Achille (Accademia della Crusca)

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2) I perché dell’italiano. Perché “fratelli” è usato sia come plurale di “fratello” che di “fratello” e “sorella” insieme? Perché “uomo” significa sia “individuo di sesso maschile” che “essere vivente appartenente al genere umano”? | di Anna M. Thornton (Treccani Magazine)

Le domande toccano una questione che non è specifica della lingua italiana, ma riguarda in qualche misura tutte le lingue che abbiano la categoria del genere (cioè, secondo le stime di Corbett 2013, un po’ meno della metà delle lingue del mondo) e nelle quali questa categoria sia organizzata in modo da comprendere tra i suoi valori quelli di ‘maschile’ e ‘femminile’. In molte di queste lingue, tra cui l’italiano, si ha una regola di assegnazione di genere in base alla quale i nomi che designano esseri umani di sesso maschile vanno in un certo genere e quelli che designano esseri umani di sesso femminile in un altro. Così abbiamo padre, marito, fratello maschili, e madre, moglie, sorella femminili. Si capisce dunque che l’uso di sostantivi maschili che includa il riferimento anche a persone di sesso femminile, come nei casi citati nelle domande, desti curiosità.

Questo uso è senz’altro ben presente nell’italiano contemporaneo. Lo documenterò con due esempi che mi hanno particolarmente colpito.

UOMINI E FRATELLI

In un’intervista, il naturalista Guido Prola, fratello del regista Ludovico e dell’illustratrice Anna Maria, ha descritto parte del suo lavoro di allestitore di sentieri natura nel modo seguente:

(1) «Lavoro in squadra con i miei fratelli», ci racconta Guido. «In particolare, mia sorella contribuisce alla realizzazione dei pannelli natura che installo lungo i sentieri, dipingendone le immagini. Noi tre fratelli mettiamo insieme le diverse competenze per offrire prodotti diversificati».

Nel videomessaggio rivolto a tutto il personale e agli studenti e studentesse dell’Università dell’Aquila l’11 marzo 2020, all’inizio dell’emergenza pandemica, il Rettore Edoardo Alesse ha detto:

(2) L’unico modo per proteggerci e per proteggere le fasce più fragili della popolazione è quello di prevenire il contagio adottando comportamenti efficaci a minimizzare la diffusione del virus: lavatevi le mani ripetutamente, evitate di frequentare ambienti affollati, viaggiate il meno possibile, tenendo a mente che il virus viaggia solo con gli uomini.

In entrambi questi testi, si osserva l’uso di un nome maschile (fratelli, uomini) per comprendere sia uomini che donne: Guido Prola quando dice “i miei fratelli”, “noi tre fratelli” vuole comprendere anche sua sorella; Edoardo Alesse quando dice che “il virus viaggia solo con gli uomini” non vuole certo implicare che le donne siano immuni dal contagio.

Va osservato che in questi testi i nomi maschili usati con riferimento anche a donne sono al plurale: Guido Prola può dire “noi tre fratelli”, ma non direbbe “mio fratello Anna Maria”.

Quindi la possibilità di usare nomi maschili per riferirsi anche a donne ha dei limiti: funziona, almeno per molti parlanti, in modo abbastanza naturale al plurale, quando si fa riferimento a gruppi misti, che comprendono sia uomini che donne; può funzionare al singolare quando il riferimento non è a un individuo specifico, ma generico, come nell’articolo 575 del Codice penale: “Chiunque cagiona la morte di un uomo è punito con la reclusione non inferiore ad anni ventuno”. Quando si fa riferimento a singole persone specifiche, invece, in molti casi l’uso del maschile per riferirsi a una donna non è possibile: non diciamo cose come *Maria è padre di due figli, *Maria è fratello di Paola, *Maria è un uomo intelligente, *Maria è amico di Anna, ecc.

IL COSIDDETTO “MASCHILE NON MARCATO”

Usi come quelli di uomini e fratelli qui illustrati sono interpretati, in linguistica, come manifestazioni di un fenomeno che è stato denominato da Roman Jakobson (1896-1982), uno dei massimi linguisti del Novecento, “uso non marcato” di uno dei due membri di un’opposizione. Jakobson sostiene che di due categorie grammaticali opposte l’una è “marcata” e l’altra “non marcata”. Il significato generale di una categoria marcata consiste nell’affermare la presenza di una certa proprietà A, positiva o negativa. Il significato generale della categoria non-marcata corrispondente nulla esprime che concerna la presenza di A ed è usato principalmente, ma non esclusivamente, per segnalare l’assenza di A (Jakobson [1957] 1978:157-158).

Jakobson esemplifica il suo ragionamento considerando una coppia di nomi in russo: suprug ‘coniuge, marito’ e supruga ‘moglie’. In alcuni contesti il nome maschile è usato per riferirsi specificamente a un individuo di sesso maschile, come nell’espressione suprug i supruga ‘marito e moglie’, ma in altri casi, come odin iz suprogov ‘uno dei due coniugi’, il maschile plurale è usato in senso generico, per riferirsi a uno dei due membri di una coppia di coniugi, senza specificare se si tratti del marito o della moglie. Secondo Jakobson, dunque, l’uso del nome di genere maschile suprug può avere un duplice valore: in senso specifico può servire a fare riferimento a un individuo di sesso maschile, ma in senso generico non fa riferimento né al sesso maschile né a quello femminile, è “non marcato”; il nome di genere femminile supruga, invece, secondo Jakobson è sempre “marcato”, implica il riferimento all’individuo di sesso femminile della coppia. Gli usi di uomo e fratelli che si citano nella domanda sarebbero dunque usi “non marcati” del maschile, che non implicano il riferimento a persone di sesso maschile, e possono essere interpretati come comprendenti un riferimento anche a donne.

MA IL MASCHILE È DAVVERO “NON MARCATO”?

Sempre più spesso in epoca recente, ma in qualche caso anche già da tempo, non tutti i parlanti di lingue che conoscono il fenomeno del “maschile non marcato” accedono con la stessa naturalezza all’interpretazione generica, inclusiva, “non marcata” dei nomi maschili, e li interpretano invece come riferiti specificamente solo a persone di sesso maschile. Questo provoca a volte reazioni e conseguenze. È ben noto il fatto che Olympe de Gouges (1748-1793) rispose alla Déclaration des droits de l’homme et du citoyen emanata nel 1789 con una Déclaration des droits de la femme et de la citoyenne. La chiesa cattolica nel 2020 ha sostituito la parola fratelli che appariva in diverse parti della messa e nel testo di diverse preghiere con la formula fratelli e sorelle. L’infettivologo Massimo Galli in una intervista televisiva (a La 7, 13 gennaio 2021) ha dichiarato che “il virus cammina con le gambe delle persone”, evitando l’uso di uomini in un contesto del tutto analogo a quello in cui questa forma era stata usata dal Rettore Alesse. Io personalmente ho reagito con fastidio all’uso di fratelli nella intervista a Guido Prola citata sopra, e di uomini nel messaggio del mio Rettore, sentendo istintivamente che la presenza della sorella di Guido e la mia (come quella di tutte le altre donne) erano oscurate dalla scelta di queste forme maschili, senz’altro “non marcate” nelle intenzioni di chi parlava, ma non sempre recepite come tali da tutti e tutte coloro che ascoltano o leggono un testo che le contiene.

La questione è complicata dal fatto che non tutti i sostantivi maschili si trovano esattamente nelle stesse condizioni: se per evitare di usare uomini in senso “non marcato” sono disponibili alternative come persone, o esseri umani, in italiano per indicare il rapporto che lega persone di qualunque sesso nate dagli stessi genitori non abbiamo un termine unico alternativo a fratelli, come per es. l’inglese siblings o il tedesco Geschwister, come nota Edoardo Lombardi Vallauri (2016). E c’è chi trova l’uso di formule come fratelli e sorelle fastidioso perché troppo lungo, poco economico.

Allargando l’orizzonte a altri sostantivi, troveremmo altre peculiarità e altri problemi.

E molte e molti parlanti sentono comunque il bisogno di usare forme uniche per riferirsi a gruppi di persone che comprendono individui dei due sessi (come i miei figli, i miei studenti, detto anche da chi abbia anche figlie e studentesse).

PER CONCLUDERE

Resta tuttavia il fatto che in molte persone rimane forte il senso di esclusione delle donne provato di fronte a usi cosiddetti non marcati di uomo / uomini e fratelli, e di molti altri sostantivi maschili.

Abbiamo già visto che la possibilità di usare in senso generico, “non marcato”, inclusivo del femminile, diversi termini maschili ha dei limiti (non si dice *Anna Maria è fratello di Guido, ecc.). Nell’epoca contemporanea, in Italia e non solo, questi limiti si stanno ampliando, e l’uso di sostantivi maschili con riferimento a donne o a gruppi di persone che comprendono sia uomini che donne è sempre più spesso percepito come inappropriato, e recepito con fastidio soprattutto da molte donne. Molte e molti parlanti ricercano dunque formule che permettano di non oscurare la presenza delle donne tra i referenti, come fratelli e sorelle invece che solo fratelli, o persone invece che uomini.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

– Corbett, G. G., Number of Genders, in M. Dryer e M. Haspelmath (a cura di), The World Atlas of Language Structures Online, Leipzig, Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology, 2013. (Online: http://wals.info/chapter/30, ultimo accesso 04-05-2021)

– Jakobson, R., Commutatori, categorie verbali e il verbo russo [1957], in  Id., Saggi di linguistica generale, Milano, Feltrinelli, 1978.

– Lombardi Vallauri, E., Possiamo tradurre sibling? Online:

https://accademiadellacrusca.it/it/consulenza/possiamo-tradurre-sibling/1194 , 29 novembre 2016 (ultimo accesso 06-05-2021).

– La rubrica “I perché dell’italiano: domande e risposte su strutture e usi” è curata da Roberta Grassi e da Enrico Serena. Di seguito gli articoli già pubblicati:

Roberta Grassi, Enrico Serena, Presentazione della rubrica “I perché dell’italiano”

Giuliano Bernini, Introduzione

Sergio Lubello, Perché le desinenze del futuro e del condizionale sono molto simili, rispettivamente, alle forme del presente indicativo e del passato remoto del verbo “avere”?

Elisabetta Bonvino, Perché in alcuni casi il soggetto segue il verbo?

Salvatore Claudio Sgroi, Perché si dice “Se io andassi alla festa mi annoierei” e NON SI DICE “se io andrei mi annoierei” e NEPPURE SI DICE “se io andrei mi annoiassi”? – Sulle Regole e le norme del periodo ipotetico

Anna M. Thornton (Treccani Magazine)

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FONTI:

Accademia della Crusca: “Un asterisco sul genere”

https://accademiadellacrusca.it/it/consulenza/un-asterisco-sul-genere/4018

I perché dell’italiano. Perché “fratelli” è usato sia come plurale di “fratello” che di “fratello” e “sorella” insieme? Perché “uomo” significa sia “individuo di sesso maschile” che “essere vivente appartenente al genere umano”? | di Anna M. Thornton (Treccani Magazine)

https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/I_perche_dell_italiano_4/02_Thornton.html

La battaglia della Crusca contro lo schwa: “Rende tutto un mucchietto di parole”

https://www.huffingtonpost.it/entry/la-battaglia-della-crusca-contro-lo-schwa-rende-tutto-un-mucchietto-di-parole_it_61a87719e4b0451e55111228

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Andrea Giostra

https://www.facebook.com/andreagiostrafilm/

https://andreagiostrafilm.blogspot.it

https://www.youtube.com/channel/UCJvCBdZmn_o9bWQA1IuD0Pg

Andrea Giostra al mercato di Ballarò a Palermo_Ph. Mapi Rizzo

Interviste ad Andrea Giostra | Play List di YouTube:

https://www.youtube.com/playlist?list=PLwBvbICCL566fjtyqsPwctGuJ4YDekbKq

Come le foglie | di Antonello Di Carlo

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Antonello Di Carlo

Con le sue giornate spesso piovigginose, le sue tonalità cromatiche contrastanti e il primo fresco che porta con sé, l’autunno è una stagione che non lascia indifferenti. È densa di malinconia e, al tempo stesso, di una vitalità che sfociano nel fatidico ritorno alla routine dopo le ferie estive, quando si è pronti ad affrontare un nuovo anno di impegni, di letture e si attende, rassegnati, l’inverno.

Nella storia della letteratura e della poesia, l’autunno è “dipinto” nei modi più variegati, con riflessioni e spunti dal fascino senza spazio, senza tempo e che, nero su bianco, ancora oggi, sono in grado di catturare in poche righe l’essenza sfaccettata di questa stagione e di ridestarne, con impetuosa veemenza, anche la catarsi lirica più lontana e sperduta nell’oceano del tempo.

A tal proposito, intendo iniziare questa mia riflessione, augurandomi di fare qualche utile considerazione e ricordando due delle liriche più belle della storia della poesia. Iniziamo proprio con il frammento 2D di Mimnermo, lirico greco nato intorno al 630 a.C. a Smirne. Di esso ci sono giunte poche notizie; scrisse due elegie, raccolte dagli antichi cantori in due libri: Nannò, la quale prende il nome della suonatrice di flauto da lui amata, e Smirneide.

Ci sono pervenuti circa un’ottantina di versi che, con toni intensi e malinconici, ben testimoniano la particolare propensione di quest’ultimo a temi connessi all’amore, al rimpianto per la giovinezza fugace e alla tristezza per l’inevitabile appropinquarsi della vecchiaia e della morte.

«Al modo delle foglie che nel tempo
fiorito della primavera nascono
e ai raggi del sole rapide crescono,
noi simili a quelle per un attimo
abbiamo diletto del fiore dell’età,
ignorando il bene e il male per dono dei Celesti.
Ma le nere dèe ci stanno a fianco,
l’una con il segno della grave vecchiaia
e l’altra della morte. Fulmineo
precipita il frutto di giovinezza,
come la luce d’un giorno sulla terra.
E quando il suo tempo è dileguato
è meglio la morte che la vita».

L’altro frammento che vorrei sottoporre alla vostra attenzione, appartiene ad Anacreonte, di cui abbiamo notizie più precise. Questi nacque verso il 570 a.C. a Teo, nella Ionia, città che abbandonò in seguito all’occupazione persiana.

Si trasferì prima a Samo, presso la corte del tiranno Policrate, successivamente ad Atene e infine in Tessaglia, presso gli Alevadi, ove rimase come poeta di corte fino al momento della sua tanto temuta, quanto naturale dipartita.

Con Anacreonte, nel mondo ellenistico, nasce una nuova tipologia di intellettuale. Infatti, amico di principi e tiranni, il poeta non disdegna affatto di avere un ruolo sociale che, consentendogli una posizione di sicuro prestigio, gli impone anche un repertorio adeguato alle aspettative di un pubblico tipicamente cortigiano.

Tralascia quindi i temi politici e preferisce quelli più leggeri dell’amore e del convivio. Di quest’ultimo ci sono giunti circa 200 frammenti e ci raccontano la particolare attitudine poetica ai motivi propri e inerenti al canto, al gioco, al vino e all’amore che, proprio come un dio terribile, domina l’uomo e le stesse divinità. A voi il frammento 44.

«Biancheggiano già le mie tempie
e calvo è il capo;
la cara giovinezza non è più,
e devastati sono i denti.
Della dolce vita ormai
mi resta breve tempo.
E spesso mi lamento
per timore dell’Ade.
Tremendo è l’abisso di Acheronte
e inesorabile la sua discesa:
perché chi vi precipita
è legge che più non risalga».

Mimnermo e Anacreonte riprendono nei loro frammenti la vecchiaia e la morte, due dei grandi  temi tradizionali della lirica greca arcaica. Intimamente connesso a questi motivi portanti è quello della fugacità della vita, presente, pur con le rispettive varianti, in entrambe le liriche. Dal canto suo, Mimnermo considera la vecchiaia come fase dell’esistenza che prelude alla morte, al contrario, Anacreonte, con maggiori dettagli realistici, coglie le sfumature inerenti al progressivo decadimento fisico a causa del quale non si può più  apprezzare i piaceri della terra.

La giovinezza è dunque un bene fugace che “precipita” fulmineo. Soltanto la triste vecchiaia e la nera morte attendono l’uomo, una volta che sia sfiorito il suo tempo migliore. Il timore dell’Ade e “dell’inesorabile abisso” contraddistingue la seconda parte della lirica di Anacreonte. Infatti, di fronte alle gioie della vita risiede il pensiero angoscioso della vecchiaia, del passare del tempo che priva l’uomo della bellezza e dell’amore, conducendolo, inevitabilmente, nella tenebra più scura e arcana.                          Per il poeta antico la discesa nel regno di Acheronte è paragonabile a un viaggio senza speranza: alla vita “dolce” e alla “cara giovinezza” si contrappongono le luttuose immagini dell’abisso, dove “è legge che più non si risalga”. Secondo la concezione della legge arcaica greca e classica, le anime dei morti scendono agli Inferi senza possibilità di ritorno, eternamente sottoposte ad Ade e alla sua sposa Persefone.                            L’esistenza nell’Oltretomba è solo un pallido ricordo della vita terrena e, tra il mondo superiore e quello degli Inferi, vi è un contrasto inconciliabile, lo stesso che contrappone la Vita alla Morte, la Luce alla Tenebra, il Giorno alla Notte.

Di fronte alla morte è inevitabile ogni senso di sgomento, ma per l’uomo dell’antichità questa sensazione appare ancor più radicale e dolorosa poiché la vita terrena è considerata o, per meglio dire, interpretata come un bene positivo, per i doni e i piaceri che la stessa reca con sé. Di contro, quello della morte è il regno del dolore, del lutto, del buio, dell’angoscia: nell’Ade non vi è proprio nulla di allettante, nello stesso non alberga nessuna speranza di ricompensa per l’agire umano e nessuna valutazione morale di quanto è stato compiuto nell’arco dell’esistenza.

Il “timore dell’Ade” è più forte nella lirica anacreontica, nella quale la vita, in maniera più incisiva, appare come un bene prezioso, seppur sia vissuta nelle limitatezze della condizione senile.

Diametralmente opposto è il pensiero poetico di Mimnermo, il quale sostiene quanto non valga la pena vivere quando il tempo della giovinezza si sia dileguato per sempre e più alcuna gioia rallegri il soggiorno dell’uomo sulla terra. Sfiorita la bellezza e venuto meno l’amore, quale piacere può esservi ancora nel prolungare la permanenza nel mondo?

Nella sua lirica (frammento 2D), ai temi tradizionali della caducità della vita, delle brevi gioie concesse all’uomo, dell’incalzare della vecchiaia e della morte, nei versi di apertura è “costruita” una similitudine rimasta famosa e destinata a essere annoverata tra i motivi letterali più belli in assoluto della storia della poesia e della letteratura. Sto parlando del delicato e inevitabile parallelismo tra il destino degli uomini e quello delle foglie.

Come le foglie, generate dalla fiorita stagione di primavera (tale è la vita degli uomini) e come il ramo verdeggia per breve tempo, alla stessa stregua, la giovinezza sembra che sia durata solo un istante e precipita fulminea verso la vecchiaia… Verso la morte.

Lungi da me l’ardire qualunque accostamento all’immensa grandezza delle due liriche e,  al solo umile scopo, di “offrire” un modestissimo contributo rievocativo dei temi contenuti nei due frammenti presi in esame, spero gradirete il mio componimento intitolato: “Ultima speme”.

«Naufragar vorrei e del mondo
anelo ogni parte.
Ma ciò che incalza è il gravar
del tempo.

Come le foglie, a terra sparse,
secche e morte,
un carrubo geme affranto
al freddo e al vento.

Un giorno Cupido mi trafisse
col suo dardo
– tramonti mesti si alternano
ad albe gioconde-

la mente e il cor ammaliati
dal Suo sguardo,
e io naufrago avvistavo
aliene sponde.

La bellezza svanisce
con mestizia,
come un petalo affidato
al vento.

La giovinezza è effimera
e fittizia:
fiammella che si consuma
in poco tempo.

Come disse il canuto
padre al figlio,
“della vita dischiuder
dovrai   le porte”.

Questo fu forse il più
bel  consiglio,
prima che il vecchio fosse
rapito  dalla morte.

Siam tutti schiavi della
stessa sorte,
e nell’ignoto ricerchiamo
comodo appiglio.

I sogni infranti li viviamo
solo in parte
e confidando al meglio, troviamo
il mortal giaciglio».

Antonello Di Carlo

https://www.facebook.com/antonello.dicarlo 

Antonello Di Carlo editore

Cinema: Minerva Pictures entra nel capitale di WeShort

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Team WeShort startup

Versace | Curti puntano sulla startup del grande cinema breve

 

La società di produzione e distribuzione cinematografica audiovisiva, digitale ed editrice di canali web Minerva Pictures diventa socia di WeShort, piattaforma di streaming dedicata al cinema breve. Oltre mille cortometraggi selezionati con cura da tutto il mondo e l’obiettivo di accompagnare la crescita di  produttori e registi emergenti.

Minerva Pictures, storica società italiana di produzione e distribuzione cinematografica ufficializza l’unione con WeShort, la piattaforma streaming del grande cinema breve, fondata in Puglia a fine 2020.

Attratta dalle peculiarità e potenzialità del progetto che nasce con un’identità rivolta ai mercati internazionali, Minerva Pictures ha scelto di diventare lead investor di WeShort, sottoscrivendo una quota pari al 30% del capitale sociale.

Con l’entrata di Minerva Pictures, WeShort ha chiuso il suo primo round d’investimento raccogliendo una somma complessiva di circa 1 milione di euro in soli 18 mesi. Alla chiusura del round hanno contribuito anche un gruppo di business angel formato da figure di spicco del mondo delle startup, cinema, marketing, moda e tecnologia. L’operazione è stata curata da OnLex studio legale, con gli avvocati Sabino SerniaCeleste Liso.

WeShort nasce con la missione di rendere i cortometraggi una scelta quotidiana d’intrattenimento per il grande pubblico. La piattaforma attualmente possiede una library di oltre mille film brevi provenienti da 40 paesi del mondo, in 15 lingue diverse e sottotitolati nelle cinque lingue più parlate, oltre all’italiano.

Minerva Pictures, società di produzione e distribuzione cinematografica audiovisiva e digitale indipendente, con sede a Roma e guidata dal presidente Santo Versace e dall’AD Gianluca Curti, è attiva da settant’anni nel mercato cinematografico e audiovisivo nazionale e internazionale. Minerva Pictures ha, da sempre, pionieristicamente un occhio puntato verso l’innovazione digitale.

Con una library composta da oltre 2350 titoli, arricchita da capolavori e perle rare che hanno segnato la storia del cinema, Minerva si è affermata come solido punto di riferimento sul mercato cinematografico nazionale ed internazionale in qualità di produttore, distributore ed editore multimediale. Oltre 100 i film e più di 40 i documentari prodotti, molti dei quali hanno ottenuto prestigiosi riconoscimenti in Italia e all’estero. La società ha inoltre attualmente in sviluppo i primi progetti di serie tv internazionali con alcune tra le principali OTT.

Sul piano della valorizzazione digitale del contenuto audiovisivo Minerva rappresenta una tra le aziende indipendenti più all’avanguardia a livello europeo. La società ha infatti avviato collaborazioni con tutte le più influenti piattaforme di distribuzione digitale. È presente su Amazon Prime Video Channels dal 2020 con i canali RaroVideo ChannelFull Action e Minerva Classic. È stata inoltre la prima -e, ad ora, unica- azienda italiana ad entrare nel mondo Apple aprendo il canale Minerva Pictures su Apple TV+. Sulla piattaforma Samsung TV Plus, Minerva Pictures lancia tra il 2020 e il 2021 i canali Bizzarro MoviesCinema Segreto (replicati anche sugli LG Channels Rakuten e Xumo) e Western Peplum, e nel 2022 Full Moon e un quinto canale in arrivo entro la fine dell’anno.

Minerva Pictures gestisce inoltre Film&Clips, il primo canale YouTube di cinema gratuito e legale in Italia e tra i primi a livello europeo con oltre 4.3 milioni di iscritti e migliaia di contenuti.

Nel corso del 2022 Minerva ha lanciato due piattaforme SVOD proprietarie.

The Film Club, la piattaforma multicanale italiana in streaming che mette a disposizione del pubblico un esclusivo catalogo di film d’autore e di genere, classici, cult, action e rari, da guardare senza interruzioni pubblicitarie, ovunque e in qualsiasi momento. Tre canali e più di 800 titoli al lancio e, unica nel panorama delle piattaforme streaming, l’esclusiva possibilità per l’utente di ricevere un biglietto omaggio al mese per tornare in sala presso oltre 2.500 schermi in tutta Italia, compresi quelli dei circuiti UCI e The Space.

Movieitaly, il primo e unico SVOD interamente dedicato al cinema italiano, in italiano con sottotitoli in inglese e francese, per il pubblico di Stati Uniti e Canada che aggrega, insieme alla proposta Minerva, i contenuti di oltre 10 aziende partner che hanno scelto di salire a bordo di questo vero e proprio hub di italianità dedicato alla valorizzazione e promozione della nostra lingua, cultura, tradizioni, paesaggi ed eccellenze.

WeShort è una piattaforma di streaming, dedicata al mondo del cinema breve, disponibile in tutto il mondo e su tutti i dispositivi web e mobile iOS e Android. Fondata a fine 2020 dal 32enne pugliese Alessandro Loprieno, la piattaforma nasce con l’obiettivo di valorizzare le migliaia di film e serie brevi da tutto il mondo, e dare una terza opzione d’intrattenimento al grande pubblico: dalle opere di registi pieni di talento ancora da scoprire fino a premi Oscar, BAFTA, Sundance e Cannes. Una sezione WeShort è già presente nell’offerta dei canali TCL su oltre 44 milioni di smart TV in tutto il mondo, e sul catalogo della piattaforma CHILI, realtà europea dell’intrattenimento digitale.

«Siamo certi – racconta Gianluca Curti, CEO di Minerva che la collaborazione con Alessandro e il suo team sarà foriera di iniziative capaci di raggiungere importanti traguardi a livello internazionale in un territorio, il digitale, da sempre centrale nella nostra visione culturale e industriale».

Gianluca Curti

«Con questa partecipazione – spiega Santo Versace, Presidente MinervaMinerva compie un altro passo verso la sua affermazione nel ruolo di aggregatore indipendente di aziende italiane dal forte valore attuale e potenziale».

Santo Versace

«L’ingresso di Minerva nel capitale di WeShort segna una tappa fondamentale nello sviluppo della piattaforma e ci permetterà di accelerare la scalata del mercato dell’intrattenimento digitale globale. – spiega Alessandro Loprieno, founder e CEO di WeShortUn connubio perfetto che rappresenta i valori della tradizione e dell’innovazione, con l’obiettivo di diffondere la cultura del cinema breve di qualità in tutto il mondo».

Alessandro Loprieno

Info:

www.weshort.com

Concerti: Palermo unica in Europa con Jon Faddis | Unica in Italia, esclusa dal MIBACT per il Jazz

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Jon Faddis

In unplugged la leggenda del Jazz ritorna al Brass dopo 30 anni con l’Orchestra Jazz Siciliana diretta dal M° Domenico Riina | venerdì 28 e sabato 29 ottobre ore 19.00 e 21.30 – Real Teatro Santa Cecilia

 Ultimi posti disponibili su www.bluetickets.it – #brassinjazz #realteatrosantacecilia #brassgroup

L’inaugurazione della stagione Brass in Jazz 2022 – 2023 è affidata alla leggenda del Jazz Jon Faddis che ritorna dopo 30 anni al Brass Group invitato dal suo presidente il Maestro Ignazio Garsia. Il sipario del Real Teatro Santa Cecilia inoltre si tingerà di armonia e suoni in jazz con diverse produzioni dell’Orchestra Jazz Siciliana sempre più internazionale, con ospiti solisti e direttori d’orchestra come Bernard van Rossum. In scena per la prima della stagione che porta la firma della direzione artistica di Luca Luzzu, un progetto originale con Jon Faddis, plurivincitore di tantissimi premi tra i quali l’ MVP/Trumpet del New York Charpet. Ad accompagnare sul palco Faddis  per lo spettacolo The Faddisphere, venerdì 28 e sabato 29 ottobre, con doppio turno alle 19.00 e alle 21.30, l’Orchestra Jazz Siciliana diretta dal resident conductor, il M° Domenico Riina. Una scelta importante quella del Brass che anche quest’anno ha voluto raddoppiare i concerti in programma nella stagione. L’aumento delle repliche dei concerti deriva da uno specifico bisogno culturale a cui la Fondazione risponde con un calendario ricco di artisti internazionali, produzioni orchestrali e prime assolute. Tanti i nomi del mondo jazz inseriti per la nuova stagione concertistica del Brass.

L’apertura della stagione è dunque affidata proprio a Jon Faddis che ha iniziato a suonare la tromba all’età di otto anni, ispirato da un’apparizione di Louis Armstrong all’Ed Sullivan Show. Tre anni dopo, il suo insegnante di tromba Bill Catalano, un alunno della band di Stan Kenton, trasformò il giovane appassionato di jazz in Dizzy Gillespie. Verso la metà dell’adolescenza, Jon non solo aveva incontrato Dizzy, ma aveva anche assistito alla combo del suo eroe al famoso Jazz Workshop di San Francisco. La caratteristica voce di tromba di Jon sarebbe stata ascoltata negli album da artisti disparati come Duke Ellington, The Rolling Stones, Frank Sinatra, Aretha Franklin, Paul Simon, Kool and the Gang, Luther Vandross, Quincy Jones, Billy Joel e Stanley Clarke, per citare un pochi. Il suo corno sarebbe apparso nel tema di The Bill Cosby Show, nella colonna sonora dei film di Clint Eastwood The Gauntlet e Bird. Sebbene Jon avesse girato l’Europa con Dizzy Gillespie nel 1977, esibendosi e registrando con lui al Montreux Jazz Festival, un punto di svolta fu l’invito di Dizzy ad accompagnarlo in una visita alla Casa Bianca nel 1982. E dopo 10 anni, il 18 gennaio 1992, Jon venne invitato a suonare al Brass Group dal Maestro Garsia. Dopo 30 anni l’invito si ripete in ricordo del grande successo ottenuto per quella spettacolare esibizione.

Tra gli artisti che scorrono nel cartellone del Brass in Jazz, anche una famosissima band spagnola la BVR Flamenco Project accompagnata dall’OJS diretta dal Maestro  Bernard Van Rossum, il tutto arricchito dal ballo tipico del flamenco con ballerini che verranno appositamente invitati dalla Spagna. Ed ancora la prima mondiale con il concerto di Benny Green in Master of Piano feat. Vito Giordano. Benny Green possiede la storia del Jazz a portata di mano. Combina la padronanza della tecnica della tastiera con decenni di esperienza nel mondo reale suonando con nientemeno i più celebri artisti dell’ultimo mezzo secolo, e non c’è da stupirsi che  sia stato salutato come il pianista hard-bop più eccitante di sempre come emerge da Jazz Messengers di Art Blakey. All’interno del programma ci sono anche tante figure femminili come la bellissima Janusett Mcpherson con il concerto Deezer  che dopo una brillante carriera a Cuba dove ha vinto l’equivalente di una Victoire de la Musique (Premio Adolfo Guzman) e ha moltiplicato prestigiose collaborazioni (Orquestra Anacaona, Omara Portuondo & Buena Vista Social Club, Alain Perez, Manolito Simonet, Tata Guines, Miles Peña ecc), cantante, pianista, arrangiatrice e cantautrice cubana, si stabilì nel sud della Francia. Notata da Yves Chamberland nel 2011 (produttore di Nina Simone, Henri Salvador, Michel Petrucciani, Richard Galliano…), ha registrato il suo primo album in Francia con alcuni illustri ospiti (Didier Lockwood, Andy Narell, Michel Alibo, Thierry Fanfant, Olivier Louvel, etc…), e arrangiamenti firmati da Nicolas Folmer (Paris Jazz Big Band) e Bernard Arcadio (Henri Salvador)). Altro concerto in rosa è rappresentato da Lucy Garsia, che con le sue altissime qualità canore, di recente ha riscontrato enorme successo sia al Teatro Massimo che nel concerto delle Ladie, si esibirà in Tribute to Sarah Vaughan con l’OJS diretta dal Maestro Domenico Riina. Altro concerto al femminile è quello della straordinaria Bianca Gismondi in Maracatù. In duetto saranno invece Cande y Paulo con lo spettacolo The Voice of the Double Bass. Un progetto in esclusiva nazionale e prima assoluta è anche quello che verrà messo in scena con un noto martista siciliano, Mario Incudine che si esibirà con l’Orchestra Jazz Siciliana diretta dal Maestro Domenico Riina in Serenate d’Amuri mentre l’esibizione dell’artista Ola Onabulè sarà diretta dal Maestro Antonino Pedone. Elo spettacolo Hollywood Movies avrà la direzione del Maestro Vito Giordano. Una stagione quella del Brass Group per un audience ampia e con target diversificato, per gli amanti del jazz e della bella musica.

Ancora ultimi posti disponibili per la stagione a cui è possibile abbonarsi alla stagione concertistica sia all’acquisto online collegandosi al sito www.bluetickets.it che tramite i  due punti di prevendita, uno presso il Real Teatro Santa Cecilia (Piazza Santa Cecilia n. 5 – 90133 Palermo – 091\ 88 75 201, 091 88 75 119, dal martedì al sabato a partire dalle 9.30 sino alle 12.30, ed un altro presso Santa Maria dello Spasimo (Via dello Spasimo, n. 15 – 90133 Palermo – 091 77 82 860, 091 77 82 861) dal lunedì al venerdì a partire dalle ore 15.30 alle 19.30.

Infoline Fondazione The Brass Group: 091 778 2860 – 334.7391972, info@thebrassgroup.it, www.thebrassgroup.it, fb fondazionethebrassgroup. Di seguito il link del trailer promozionale della stagione  https://youtu.be/5E0IjPZiN2s

 Di seguito il programma completo della stagione concertistica Brass in Jazz 2022 – 2023:

 

 

28-29 ottobre

The Faddisphere

Jon Faddis

Orchestra Jazz Siciliana

 

11-12 novembre

Luz de Luna

BVR Flamenco project

Orchestra Jazz Siciliana

 

25-26 novembre

Moment in trio

Yaniv Taubenhouse trio

 

 

2-3 dicembre

from Djando to now

Paulus Schafer

 

20-21 gennaio

Deezer

Janysett McphersonTrio

 

 

3-4 febbraio

Ola Onabulè

Orchestra Jazz Siciliana

 

 

17-18 febbraio

Serenate d’amuri

Mario Incudine

Orchestra Jazz Siciliana

 

3-4 marzo

Saluting his piano heroes

Benny Green

 

 

24-25 marzo

Hollywood Movies

Vito Giordano

Orchestra Jazz Sicilian

 

14-15 aprile

Tribute to Sarah Vaughan

Lucy Garsia, voce

Orchestra Jazz Siciliana

 

 

28-29 aprile

The voice of the double bass

Cande y Paulo

 

 

12-13 maggio

Maracatù

Bianca Gismonti Trio

 

 

Il libro: Antonella Madonia, “I cassetti dell’anima” | Presentazione

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Antonella Madonia

Il libro: Antonella Madonia, “I cassetti dell’anima”, Qanat editore, Palermo, 2020

(dalla prefazione di Giulio Cusumano)

Perché si scrive un romanzo? Per sé stessi o per gli altri? Penso che scatti l’esigenza di raccogliere esperienze e riflessioni scaturite dalla vita vissuta e dall’osservazione di quanto avviene nell’ambiente e nel tempo in cui viviamo. Perché in fondo un romanzo ha sempre la radice biografica di chi lo scrive.

E certamente è questo il caso di Antonella Madonia che scrive chiaramente “la libertà è essere se stessi senza paura di farsi vedere per come si è”, “la libertà non è essere come ci vorrebbero gli altri”. Una donna, un’amica che ha il coraggio di svelare le proprie debolezze di una vita, ha il diritto-dovere di essere da esempio e conseguentemente, nonostante la nostra conoscenza non sia di lunga data, di Antonella Madonia mi ha subito colpito la determinazione che mette nei pro[1]getti in cui crede.

Ma entrando nel contesto dell’opera, “I cassetti dell’anima” narra le vicissitudini che ha dovuto affrontare, le umiliazioni e le ingiustizie che ha dovuto subire Marta, moglie e madre nella società, prima di essere donna.

La protagonista lotta per la conquista di un diritto, ma si scontra con una realtà difficile, nella quale gli stereotipi maschili e femminili (e i conseguenti pregiudizi) rendono tutto più amaro.

La vicenda di Marta è sempre e comunque ancorata a tre bitte molto resistenti, che le fanno trovare sempre il porto sicuro: i suoi tre figli.

Il contesto di questa storia ci induce a svariate riflessioni, ecco perché invito il lettore a tuffarsi nella lettura di questa “vita“ e magari (perché no?) ad aprire qualche cassetto della propria anima.

(Giulio Cusumano)

Antonella Madonia:

https://www.facebook.com/antonellamadonia64

Antonietta Madonia

Il libro:

Antonella Madonia, “I cassetti dell’anima”, Qanat editore, Palermo, 2020

I cassetti dall’anima_in copertina opera della pittrice Patanella

Il libro: «Sono rimasta affascinata dallo stile narrativo delle Novelle… in ogni descrizione mi ci vedo “catapultata” dentro a viverla pure io…» | Recensione di Fiammetta Vece

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Fiammetta Vece

Ho finito ora di “divorare” le tue precise pennellate di vita nostrana delle “Novelle brevi di Sicilia”. Che dire? … se non che sono rimasta affascinata dal tuo stile narrativo? In ogni descrizione mi ci vedo “catapultata” dentro a viverla pure io quella tua Novella, ed è bello leggerti e rileggerti. Davvero! … del resto critici molto più autorevoli di me le hanno trovate ottime. Il tuo italiano è molto sintetico ed efficace per quello che vuoi rappresentare. E infatti sembra di vedere i personaggi e le cose descritte in maniera molto vivace.

“I dissuasori”, rappresentano una scena di quotidianità palermitana che rispecchia magistralmente quanto succede sempre e ad ogni ora nella nostra stupenda città. Rivedo il mio bellissimo Viale della Libertà e il Borgo Vecchio dove passavo spesso per andare a piedi in Banca dove ho lavorato per diversi anni. Bisogna amarla davvero così come è con quei paesaggi fuori dal comune, con quelle scene di vita che mancano quando vivi al Nord o comunque lontano. Magari aiutarla un po’ a non esagerare, almeno laddove c’è esasperazione. È un raccontare magico ed è stato piacevole ascoltarlo. Poi Chiara Bentivegna, che ha letto e interpretato la Novella “I dissuasori”, è davvero brava.

“Gli auguri di mia nonna ottantenne” l’ho letta ieri. Bellissima e aiuta a riflettere molto. Sono d’accordo con questa nonna. Come già ti ho detto, è sempre piacevole leggerti…

Penso che tu Andrea hai il dono della parola e della scrittura.

Fiammetta Vece, lettrice.

https://www.facebook.com/fiammetta.vece

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“I dissuasori” | Legge Chiara Bentivegna | Attrice | racconto tratto da “Novelle brevi di Sicilia” | per ascoltare clicca qui:

Gli auguri di mia nonna ottantenne” | legge Chiara Bentivegna | attrice | racconto tratto da “Novelle brevi di Sicilia” | per ascoltare clicca qui:

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NOTE E INFO SULLE “NOVELLE BREVI DI SICILIA”:

DOVE LEGGERE O SCARICARE GRATUITAMENTE LA III EDIZIONE DELLE “NOVELLE BREVI SI SICILIA”:

https://andreagiostrafilm.blogspot.com/2017/09/novelle-brevi-di-sicilia-mia-nonna-vita.html

https://mobmagazine.it/blog/2020/01/3-libri-in-regalo-di-andrea-giostra/

QUALI LE 5 CASE EDITRICI CHE HANNO PUBBLICATO IL LIBRO E COME ACQUISTARE ONLINE LA IV EDIZIONE DELLE “NOVELLE BREVI DI SICILIA”:

“CTL editore”, Livorno, “Novelle brevi di Sicilia”, IV edizione, aprile 2022:

https://www.ctleditorelivorno.it/product-page/novelle-brevi-di-sicilia

“Casa Cărții de çtiință” ed., Cluj-Napoca, Transilvania, Romania, settembre 2021. “Povestiri scurte din Sicilia”, IV edizione:

https://www.casacartii.ro/editura/carte/povestiri-din-sicilia/

“Biblios ed.”, Milano, dicembre 2020. “Novelle brevi di Sicilia”, IV edizione:

“Rupe Mutevole ed.”, Bedonia (Parma), novembre 2020. “Novelle brevi di Sicilia”, IV edizione:

https://www.rupemutevole.com/shop-online?ecmAdv=true&page=5

“La Macina onlus ed.”, Roma, ottobre 2020. “Novelle brevi di Sicilia”, IV edizione:

https://www.amazon.it/Novelle-brevi-Sicilia-Andrea-Giostra/dp/8894261425/

https://www.lamacinamagazine.it/pubblicato-il-libro-novelle-brevi-di-sicilia/

 

LE RECITE DELLE NOVELLE E I RACCONTI REALIZZATE DA 26 ARTISTI, ATTRICI E ATTORI:

Dove ascoltare i video-clip di recita delle Novelle brevi di Sicilia: da YouTube o da Facebook Watch, con tutti gli artisti che hanno letto e interpretato i racconti e le novelle siciliani:

da YouTube:

“Audio-letture di oltre 120 Novelle e Racconti siciliani di Andrea Giostra” | Leggono 30 artisti: attrici e attori professionisti e semiprofessionisti:

da Facebook Watch:

“Audio-letture di oltre 120 Novelle e Racconti siciliani di Andrea Giostra” | Leggono 30 artisti: attrici e attori professionisti e semiprofessionisti:

https://www.facebook.com/watch/124219894392445/434295254615223

L’AUTORE ANDREA GIOSTRA:

Interviste ad Andrea Giostra | Play List di YouTube:

Interviste ad Andrea Giostra | Play List di Facebook Watch:

https://www.facebook.com/watch/124219894392445/2499554480294100/

Contatti Andrea Giostra

https://www.facebook.com/andreagiostrafilm/ 

https://andreagiostrafilm.blogspot.it 

https://www.youtube.com/channel/UCJvCBdZmn_o9bWQA1IuD0Pg

Andrea Giostra al mercato di Ballarò di Palermo_Ph. Mapi Rizzo

Il libro: “Le Novelle brevi di Sicilia” viste dall’artista palermitana Linda Sofia Randazzo: «Siamo noi siciliani, eroi tragici di una contemporaneità che nella brevità minima di un racconto ci fa sentire immortali»

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Linda Sofia Randazzo 2021

Ad incontrarlo Andrea è un uomo elegante, raffinato, discreto, parla poco. Ha un breve sorriso ironico, nascosto da un accenno di timidezza, normanno certamente, ha la fisicità di un nordico e l’acume dell’intellettuale siciliano.

Andrea osserva molto, sta zitto e guarda (secondo me divertito). Andrea sostiene di non essere uno scrittore, bensì un “ignorante plebeo siciliano” e insieme “uno che scrive” per passione e diletto. Eppure, tutto quello che ha da dire, lo dice agli estranei con la sua lingua scritta, affilata come un coltello che affetta la carne succulenta e sanguinante di una realtà vera, verissima e crudelmente assurda, barocca, barocchissima come una chiesa di Palermo.

La scrittura di Andrea è paradossale, drammatica ma estremamente ironica e piena d’amore compassionevole di chi sa, conosce e descrive le “tragiche” miserie della commedia umana. Il suo sguardo non è mai giudicante, ma antropologico, sociologico, freddamente descrittivo, non è uno “stronzo”, non è un radical chic di Palermo. Andrea non si compiace della sua scrittura ma ne è divertito, si diverte, ( forse scrivere è il suo modo di stare solo divertendosi).

Le “Novelle brevi di Sicilia” sono brevi come lo sono le illuminazioni che passano senza che si possa esserne totalmente coscienti. Le Novelle di Andrea sono siciliane senza essere mai retoriche, qui la Sicilia è un luogo dell’anima, il luogo dell’assurdità totale, della dolce malinconia, della complicata stratificazione sociale che fa diventare cliché viventi certi modi di pensare e di vivere. Le Novelle sono assolute, come lo sono le nevrosi dei protagonisti descritte con l’acume di uno psicologo che non vuole fare il terapeuta, e la simpatica affettività di un fumettista che disegna senza pudore ogni caratteristica del proprio personaggio. I personaggi delle Novelle siamo tutti noi, nelle nostre infinite declinazioni di uomini e donne, presi dai dubbi esistenziali e filosofici, senza per questo essere nobili filosofi come Schopenhauer; siamo noi nel pieno del turbinio della piccola e materiale dimensione del quotidiano. Andrea ci guarda con tenerezza divertita. Così le Novelle siamo noi senza colpa. Scagionati da tutto perché umani, estremamente e meravigliosamente umani, degni di nota, di scrittura, di attenzione, di amore. Siamo degni di diventare arte.

Qualcosa nella tecnica della scrittura di Giostra ci porta dritti al punto, a volte metafisico, che spesso è il vero soggetto della narrazione. Questo punto quando è sospeso, è lo sguardo verso il paesaggio, o un sentimento indescrivibile, o un particolare non logicamente rilevante della scena. La sua scrittura ci porta da un punto all’altro di luoghi non razionali e lo fa nel batter d’occhio di una sapiente macchina cinematografica che gioca tra un vai e vieni, dal presente al passato, dall’interno all’esterno del pensiero dei protagonisti. Ci sono sempre le due voci, una interna del personaggio e una esterna fuori campo del destino.

Andrea non ci descrive mai il soggetto della Novella in modo diretto ma attraverso un dispiegamento di escamotage letterari che ci “divertono”. Lo sguardo della rappresentazione si sposta sempre da un punto all’altro, da una dissolvenza all’altra, con la velocità della nevrosi, della malinconia, del colpo di scena improvviso, della commedia, della sospensione senza rimedio di un innamorato che si ritrova senza la sua amata la mattina, al risveglio dal suo bellissimo sogno d’amore svanito nel nulla, nel letto, nella fisiologia di un atto onanistico. Non c’è oscenità, non c’è pornografia, c’è sempre una dimensione della donna come dea dalla sottile aura impenetrabile, da desiderare e desiderosa… un erotismo innocente.

Non si dice mai troppo, non si svela mai troppo. Lo spettatore, il lettore delle Novelle è totalmente coinvolto nella scrittura perché ha spazio. Lo spazio è dato dalla capacità dello scrittore di evocare ed emanare un immaginario, cosa assai rara ormai nella scrittura e nelle arti. Scrivere, dipingere, lasciando spazio, creando nel lettore un altro personaggio, coinvolgendolo, creando quel mondo di cui tutti noi abbiamo bisogno, (troppo bisogno), per superare questa tremenda e tragica, assurda e a volte insopportabile realtà.

Ecco perché la dimensione tragica non è solo degli Eroi egei, ma anche di noi piccoli uomini e donne che viviamo in una piccola e assurda isola alla fine del mondo, la Sicilia.

Siamo eroi tragici di una contemporaneità che nella brevità minima di un racconto ci fa sentire immortali.

Linda Sofia Randazzo

Linda Randazzo_Autoritratto_collezione Benetton

Chi è Linda Sofia Randazzo:

https://it.lindarandazzo.net/

https://www.facebook.com/lindasofiarandazzo

https://www.instagram.com/linda_randazzo_art/

Linda Randazzo, pittrice e brillante artista palermitana | INTERVISTA | «La bella Sicilia dei professionisti e degli artisti…», rubrica d’arte e cultura a cura di Andrea Giostra e Carmela Rizzuti

https://www.ilsicilia.it/linda-randazzo-pittrice-e-brillante-artista-palermitana-intervista/

Linda Randazzo_Autoritratto da isterica_Ph. Olger Bauer

DOVE LEGGERE O SCARICARE GRATUITAMENTE LA III EDIZIONE DELLE “NOVELLE BREVI SI SICILIA”:

https://andreagiostrafilm.blogspot.com/2017/09/novelle-brevi-di-sicilia-mia-nonna-vita.html

https://mobmagazine.it/blog/2020/01/3-libri-in-regalo-di-andrea-giostra/

QUALI LE 5 CASE EDITRICI CHE HANNO PUBBLICATO IL LIBRO E COME ACQUISTARE ONLINE LA IV EDIZIONE DELLE “NOVELLE BREVI DI SICILIA”:

“CTL editore”, Livorno, “Novelle brevi di Sicilia”, IV edizione, aprile 2022:

https://www.ctleditorelivorno.it/product-page/novelle-brevi-di-sicilia

“Casa Cărții de çtiință” ed., Cluj-Napoca, Transilvania, Romania, settembre 2021. “Povestiri scurte din Sicilia”, IV edizione:

https://www.casacartii.ro/editura/carte/povestiri-din-sicilia/

“Biblios ed.”, Milano, dicembre 2020. “Novelle brevi di Sicilia”, IV edizione:

https://www.amazon.it/Novelle-brevi-Sicilia-Andrea-Giostra/dp/8894565521/

“Rupe Mutevole ed.”, Bedonia (Parma), novembre 2020. “Novelle brevi di Sicilia”, IV edizione:

“La Macina onlus ed.”, Roma, ottobre 2020. “Novelle brevi di Sicilia”, IV edizione:

https://www.amazon.it/Novelle-brevi-Sicilia-Andrea-Giostra/dp/8894261425/

https://www.lamacinamagazine.it/pubblicato-il-libro-novelle-brevi-di-sicilia/

NOTE E INFO SULLE “NOVELLE BREVI DI SICILIA”:

Le “Novelle brevi di Sicilia” si leggono da sempre (dal 2017) gratuitamente online e il libro che le contiene (le prime tre edizioni), si può scaricare in pdf da diversi portali, magazine e pagine social.

Tutte le “Novelle brevi di Sicilia” sono state pubblicate a puntate, in una sorta di Romanzo d’appendice tipico di fine Ottocento inizio Novecento, in diversi magazine online, sia nazionali che regionali. E tutte le Novelle si possono ascoltare, sempre gratuitamente, dal Canale YouTube e dal Canale Facebook Watch (i cui link sono riportati a seguire) nelle oltre 100 recite e interpretazione di 25 tra attrici e attori professionisti e semiprofessionisti, che hanno prestato (gratuitamente!) la loro arte recitativa nell’interpretare tutte le Novelle brevi di Sicilia e altri racconti brevi.

Tutti questi canali, per accedere alla lettura o all’ascolto delle Novelle, hanno portato ad un dato oggettivo che è quello che (alla data del 30 giugno 2021) oltre 200 mila persone hanno letto o ascoltato almeno una delle Novelle brevi di Sicilia.

Sulle Novelle brevi di Sicilia, in questi anni, dal 2017, l’autore ha ricevuto diverse proposte editoriali (oltre 20) da diverse Case Editrici, che ha rifiutato proprio perché ha voluto mantenere la gratuità della lettura e dello scaricare i pdf dai vari portali o canali social.

A metà settembre 2020, l’autore ha proposto ad alcune delle case editrici che gli avevano chiesto e lo avevano contattato nei mesi e negli anni scorsi, di pubblicare la IV edizione delle Novelle brevi di Sicilia – che vedono rispetto alle tre precedenti edizioni 4 nuovi racconti –  come se fosse un classico che ha perso i diritti d’autore, e senza chiedere loro alcuna fee rispetto alle vendite che avrebbero fatto del cartaceo e/o della versione digitale.

Al momento le C.E. che hanno acquisito i diritti non esclusivi di pubblicazione, quelle che hanno pubblicato il libricino e quelle che lo pubblicheranno prossimamente, sono quelle a seguire.

DOVE ACQUISTARE IL CARTACEO, QUALI CASE EDITRICI HANNO ACQUISITO I DIRITTI NON ESCLUSIVI DI PUBBLICAZIONE, E QUALI HANNO PUBBLICATO LA “IV EDIZIONE” DELLE “NOVELLE BREVI DI SICILIA”:

 

LE RECITE DELLE NOVELLE E I RACCONTI REALIZZATE DA 25 ARTISTI, ATTRICI E ATTORI:

Se invece il lettore volesse ascoltare i video-clip da YouTube o da Facebook Watch, con tutti gli artisti (sono 30 attori e attrici professionisti e semiprofessionisti) che hanno letto e interpretato i racconti e le novelle siciliani, li potrà trovare nei link a seguire:

da YouTube: “Audio-letture di oltre 120 Novelle e Racconti siciliani di Andrea Giostra” | Leggono 30 artisti: attrici e attori professionisti e semiprofessionisti:

da Facebook Watch: “Audio-letture di oltre 120 Novelle e Racconti siciliani di Andrea Giostra” | Leggono 30 artisti: attrici e attori professionisti e semiprofessionisti:

https://www.facebook.com/watch/124219894392445/434295254615223

LE NOVELLE E I RACCONTI LETTI DA VINCENZO BOCCIARELLI:

Da queste Play List di YouTube e di Facebook Watch il lettore potrà trovare tutti i videoclip delle letture e interpretazioni delle “Novelle brevi di Sicilia”, IV edizione, recitate da un grande attore di teatro e di cinema, Vincenzo Bocciarelli, allievo di Giorgio Strehler e del Piccolo Teatro di Milano:

da YouTube: Vincenzo Bocciarelli – Play List su Canale YouTube

da Facebook: Vincenzo Bocciarelli – Play List su Canale Facebook

https://www.facebook.com/watch/124219894392445/339522750427332/

L’AUTORE ANDREA GIOSTRA:

Interviste ad Andrea Giostra | Play List di YouTube:

Interviste ad Andrea Giostra | Play List di Facebook Watch:

https://www.facebook.com/watch/124219894392445/2499554480294100/

Contatti Andrea Giostra

https://www.facebook.com/andreagiostrafilm/ 

https://andreagiostrafilm.blogspot.it 

https://www.youtube.com/channel/UCJvCBdZmn_o9bWQA1IuD0Pg


LE OPERE DI ARTISTI DELLE ARTI VISIVE CHE SONO STATE DEDICATE ALLE “NOVELLE BREVI DI SICILIA”:

Copertina della IV edizione delle “Novelle brevi di Sicilia”, opera di Linda Randazzo:

Chi è Linda Randazzo:

https://it.lindarandazzo.net/

https://www.facebook.com/lindasofiarandazzo

https://www.instagram.com/linda_randazzo_art/

Linda Randazzo_Le monde Le Monde_vetrina per Bisso Bistrò_2021

Linda Randazzo, “Barcarello”, Olio su tela, 100 x 70 cm., 2021, https://it.lindarandazzo.net

Linda Randazzo, “Barcarello”, Olio su tela, 100 x 70 cm., 2021, https://it.lindarandazzo.net

 

Le opere che la nota pop-artist Francesca Falli ha realizzato e dedicato alle “Novelle brevi di Sicilia”:

chi è Francesca Falli:

http://www.artetra.it/it/francesca-falli/

https://www.youtube.com/watch?v=suZprgmuLzI 

https://www.facebook.com/francesca.falli1

Francesca Falli
Francesca Falli, “Modigliani e Cha-Gall in Sicilia”, collage digitale su ceramica, 20×30 cm., 2020

Francesca Falli, “Modigliani e Cha-Gall in Sicilia”, collage digitale su ceramica, 20×30 cm., 2020

Francesca Falli, “Sicilia da amare”, collage digitale su ceramica, 20×30 cm., 2020

Francesca Falli, “Sicilia da amare”, collage digitale su ceramica, 20×30 cm., 2020

Francesca Falli, “Andrea Giostra”, collage digitale su ceramica, 20×30 cm., 2020

Francesca Falli, “Andrea Giostra”, collage digitale su ceramica, 20×30 cm., 2020


Copertina della III edizione delle “Novelle brevi di Sicilia”, opera di Daniela Ventrone:

Chi è Daniela Ventrone:

http://www.danielaventrone.it

https://www.facebook.com/daniela.ventrone.9

https://www.facebook.com/danielaventronearte

Vittorio Sgarbi e Daniela Ventrone
Daniela Ventrone, “In punta di piedi la memoria riaffiora”, olio su tela, cm. 80×50, 2015

Daniela Ventrone, “In punta di piedi la memoria riaffiora”, olio su tela, cm. 80×50, 2015 

“Incanto” poesie d’amore di Grazia Distefano

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“Incanto” poesie d’amore di Grazia Distefano edito da Aletti Editore.

Ilaria Solazzo, giornalista pubblicista e blogger, ha intervistato per noi, oggi, la scrittrice Grazia Distefano.

Recensione

La poesia di Grazia Distefano, è un cantico emozionale, dove l’introspezione diventa un volo onirico e le parole si materializzano in immagini visive.

Tra i versi, non vi sono né retoriche né banalità; l’autrice s’impone con un tratto di abilità semantica in slanci del cuore e deflagrazioni dell’anima.

Il lettore trasportato, ne godrà d’intensità, e assaporerà di quell’amore fatto di essenza e di calore, d’intesa e di passione.

Ottimo l’uso che la Distefano fa delle figure retoriche, ciò avvalora il suo dire e rende l’immaginazione tangibile e chiara alla riflessione del lettore.

Grazia ha colto perfettamente quello che la poesia deve dare: ritmo, metrica, incanto e messaggio emozionale.

Attraverso le sue liriche, la Dottoressa Distefano, ci fa intendere la sua voce, ora suadente, ora soffusa, ora tremante in un inno a quel sentimento di cui l’essere umano non può fare a meno fin dai tempi primordiali, un sentimento irrazionale, illogico, incoerente, folle: l’amore!

Intervista

ILARIA – Affermi che la poesia può cambiare il mondo: ci spieghi meglio quanto la forza della poesia possa modificare atteggiamenti , modelli culturali, oggi, ed in che misura?
GRAZIA – La comunicazione poetica è l’espressione del nostro sentire e della nostra umanità. La poesia è un input, alla riflessione umana del sentire il dono e il valore della vita. La poesia è un invito all’altruismo come forza per vivere meglio, la poesia è comprensione al rispetto dell’esistenza apre il circuito dell’entusiasmo e del fare positivo, la poesia è una leva per cambiare in meglio il mondo.

ILARIA – Da quale motivazione profonda nasce in te l’esigenza di scrivere?
GRAZIA – La motivazione profonda? Lasciare qualcosa dei miei cari nel mondo della cultura. La cultura è una grande motivazione al vivere e al non aver paura del dopo.

ILARIA – Una domanda che contiene anche una provocazione: alcuni poeti assumono la maschera del sentimento della sensibilità, nei loro libri ma, mi risulta che , nella vita, siano, al contrario, delle persone dagli atteggiamenti e comportamenti non congruenti ai messaggi espressi dalle loro poetica; Cosa ne pensi?
GRAZIA – Il mondo è ricco di pseudo poeti, di persone che scrivono versi poi i comportamenti sono ego centristi, di rivalsa, maligni, con amarezza ho incontrato sulla mia strada “poeti” di questo stampo, ma, mi sono ricordata di un verso di Dante:” Guarda e passa e non ti curar di loro”.

ILARIA – Fernando Pessoa affermava “ E se tutti noi fossimo sogni che qualcuno sogna, pensieri che qualcuno pensa!”: Per te Grazia, per te poetessa, cosa sono i sogni? E quali sogni tieni ancora nel cassetto?
GRAZIA – Per me, i sogni sono una speranza ad una vita facoltosa di rispetto, di affetti veri e progetti costruttivi che diano sale alla vita. Il mio sogno nel cassetto è vedere i frutti del mio lavoro di questi ultimi vent’anni diventare concreti. Ho investito per un mondo migliore. Il mio sogno più grande è essere amata per aver fatto del bene. L’arte dell’abitare con amore il pianeta terra è poesia.

ILARIA – La poesia cambierà il mondo, ne sei proprio sicura?
GRAZIA – Sì. Con la poesia ed un rapporto più stretto ed intimo con la natura, attraverso la cura delle piante, il rispetto degli alberi… realmente possiamo recuperare energie e comprendere quanto, nella vita di tutti i giorni, la cura delle persone, delle amicizie, nel rispetto dell’altro, come per una pianta, siano linfa vitale per la nostra vita.

ILARIA – Vuoi aggiungere qualcosa altro?
GRAZIA – Chi si cimenta a scrivere poesie lo fa per un proprio bisogno personale, ha un animo (il più delle volte ferito) che deve essere risanato e attraverso la poesia trova la propria cura. Per me è stato così! La mia poesia è a versi liberi… faccio parlare il cuore.

ILARIA – Chi sono i destinatari che hai immaginato mentre lo scrivevi?
GRAZIA – Come ho scritto precedentemente è un percorso di vita, dunque ho pensato a chi ha né ha fatto parte, amori andati, lasciati, a chi oggi fa parte del mio presente come i miei figli e anche a chi purtroppo non c’è più.

ILARIA – Una domanda difficile: perché i nostri lettori dovrebbero comprare “incanto” o gli altri tuoi libri? GRAZIA – Prova a incuriosirli perché vadano in libreria o nei portali online per acquistarlo.
Perché sono belli, veri e soprattutto perché c’è tutta me stessa, la mia anima ed il mio cuore. Infatti la mano ha scritto ciò che il cuore gli ha dettato. Sono sicura che il lettore non si pentirà affatto dell’acquisto, ma anzi lo leggerà e rileggerà con piacere.

Carlo Ravaioli, scrittore, ci parla del suo libro “Memorie di un ginnasta quasi olimpico” | INTERVISTA

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Carlo Ravaioli

Ciao Carlo, benvenuto e grazie per aver accettato il nostro invito. Come ti vuoi presentare ai nostri lettori che volessero sapere di te quale scrittore?

Sono un quasi sessantenne e vivo vicino a Bologna. Sono sposato con Giovanna ed ho due figli, Luca e Diego. Sono insegnante alla scuola secondaria di primo grado. Mi piace scrivere, bere vino, ascoltare musica da un vecchio 33 giri. Adoro frequentare persone stimolanti e fuori dagli schemi. Non sopporto uomini e donne che fingono di essere ciò che non sono.

Ci parli del tuo libro, “Memorie di un ginnasta quasi olimpico”, pubblicato da Argentodorato Editore? Come nasce, qual è l’ispirazione che l’ha generato, quale il messaggio che vuoi che arrivi al lettore, quale le storie che ci racconti senza ovviamente fare spoiler?

In gioventù ho praticato uno sport agonistico ad alto livello, la ginnastica artistica. Ho iniziato a Ferrara, poi sono stato in allenamento, per diversi anni, presso il Centro di preparazione olimpica di Roma. Tutto si è svolto a cavallo tra gli anni 70 e 80, poi, per trent’anni, ho riflettuto sul fatto che avrei dovuto fermare nel tempo gli avvenimenti di quegli anni. Quindi nel 2018 ho iniziato a scrivere e più andavo avanti e più mi rendevo conto di non aver chiuso i conti con quell’epoca scapestrata e densa di avventure. La bellezza di ciò che è stata la mia storia mi veniva continuamente confermata dai miei compagni di avventure ai quali facevo leggere quanto stavo scrivendo e così non mi sono fermato sino a concludere il racconto.

Una domanda difficile: perché i nostri lettori dovrebbero comprare “Memorie di un ginnasta quasi olimpico”? Prova a incuriosirli perché vadano in libreria o nei portali online per acquistarlo.

Perché non è solo un libro sulla ginnastica artistica ma un racconto sulla gioventù, con i sogni e le illusioni, sull’amicizia, che dura in eterno se è quella vera, sull’amore fisico e spirituale delle prime esperienze, sulla comicità e sulla tragicità, caratteristiche che rendono la vita degna d’essere vissuta, sui nostri Maestri, che ci hanno tracciato la strada.

Ci parli dei tuoi imminenti e prossimi impegni culturali e professionali, dei tuoi lavori in corso di realizzazione? A cosa stai lavorando in questo momento? In cosa sei impegnato che puoi raccontarci?

Sto scrivendo un romanzo giallo. In realtà sarebbe meglio definirlo “rosso” perché parla di Pompieri. È la trama tipica con tanto di omicidi, serial killer e qualcuno che indaga per svelare i misteri. Il romanzo si sviluppa nell’ambiente dei Vigili del fuoco e, per scriverlo, sono partito, anche in questo caso come nel precedente romanzo, dalla vita vissuta in gioventù quando, figlio di pompiere, ho vissuto per venti anni, all’interno di una caserma. Dovrebbe essere pronto prima di Natale.

Dove potranno seguirti i nostri lettori?

Sicuramente su Facebook.

Come vuoi concludere questa chiacchierata e cosa vuoi dire a chi leggerà questa breve intervista?

A chi leggerà questa intervista dico che spero di averli incuriositi e che sicuramente non si annoieranno, nel leggere i miei libri.

Carlo Ravaioli:

https://www.facebook.com/carlo.ravaioli.92

Carlo Ravaioli

Il libro:

Carlo Ravaioli, “Memorie di un ginnasta quasi olimpico”, Argentodorato Editore, 2019

Andrea Giostra

https://www.facebook.com/andreagiostrafilm/

https://andreagiostrafilm.blogspot.it

https://www.youtube.com/channel/UCJvCBdZmn_o9bWQA1IuD0Pg

Andrea Giostra al mercato di Ballarò a Palermo_Ph. Mapi Rizzo

Barbara Gaiardoni, Pedagogista e Love Writer | INTERVISTA

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Barbara Gaiardoni

«Credo di essere, ahimè, una timida e una perfezionista. Non amo parlare in pubblico. Credo che le parole abbiano un peso e sono convinta che, quando si narra scrivendo, si riesca ad avere il tempo per riflettere e per trovare i termini appropriati» Barbara Gaiardoni

haiku scarlet dragonfly journal

Ciao Barbara, benvenuta e grazie per aver accettato il nostro invito. Come ti vuoi presentare ai nostri lettori che volessero sapere di te quale scrittrice?

Grazie a voi per l’ospitalità. Scrittrice è una parola grossa. Preferisco la definizione di Love Writer, narratrice dell’amore e degli affetti, al servizio di chi crede che un’impresa, l’impresa del Cuore possa essere narrata attraverso la scrittura in tutte le sue forme. Un esempio è “Favole su Misura”, una delle quattro attività proposte da “Pedagogista in quartiere”; un’iniziativa che vede questa figura professionale come mediatrice tra le istituzioni/aziende e le fragilità nascoste presenti in una comunità. “Naso Rosso” è un testo su misura: è stato scritto per gli allievi e le allieve della scuola primaria, durante il secondo lockdown e in occasione del Natale. L’obiettivo del lavoro era quello di trovare una strategia per collaborare con il corpo docente, nonostante la clausura, nonostante le porte chiuse. E così è stato: “Naso Rosso” è entrato nelle classi e si è potuto attivare quella collaborazione che non sarebbe stata possibile senza questa storia.

http://barbaragaiardoni.altervista.org/blog/naso-rosso/

Chi è invece Barbara Donna al di là della sua passione per la scrittura e l’arte? Cosa puoi raccontarci della tua quotidianità?

Adoro camminare nella Natura, la Bontà delle piccole cose e dei gesti semplici: cucinare per gli affetti, leggere un libro, viaggiare con chi amo, coltivare il Mio Sogno.

L’altruismo è stato, ahimè, il mio peggior difetto, il desiderio di ricerca il mio miglior pregio.

«Posso, devo e lo farò» è il mio mantra.

Qual è il tuo percorso accademico, formativo, professionale ed esperienziale che hai seguito e che ti ha portato a fare quello che fai oggi nel vestire i panni della scrittrice?

Ho due lauree: una in Scienze dell’Educazione e la Specialistica in Scienze pedagogiche. Ho un diploma in violino che mi ha portata a svolgere la professione di violinista fino ai 28 anni. Ho lavorato 4 anni nell’ambito psichiatrico e altri 4 con i soggetti affetti da demenza di tipo Alzheimer. Oggi mi dedico alle dipendenze affettive nell’ambito del disagio scolastico, professionale e lavorativo. Nella mia professione, la narrazione scritta è uno strumento importante per riconoscere con precisione il problema.

Un esempio: la mia consulenza pedagogica inizia, sempre o quasi, con una mail in cui chiedo di raccontarmi dell’accaduto. Successivamente e durante il colloquio in presenza, vado a confrontare la narrazione scritta con quella orale. Questa comparazione, mi consente d’identificare il problema con maggior precisione, riducendo i costi.

Come nasce la tua passione per la scrittura e per i libri? Chi sono stati i tuoi maestri e quali gli autori che da questo punto di vista ti hanno segnato e insegnato ad amare i libri, le storie da scrivere e raccontare, la lettura, la scrittura e l’arte nelle sue varie forme espressive?

Credo di essere, ahimè, una timida e una perfezionista. Non amo parlare in pubblico. Credo che le parole abbiano un peso e sono convinta che, quando si narra scrivendo, si riesca ad avere il tempo per riflettere e per trovare i termini appropriati. Non solo! La sintesi, la brevità m’appassionano: la scrittura mi consente di metterle in pratica. Da qui, nasce la scelta di dedicarmi agli stili della poesia giapponese.

Non credo di avere maestri, anche se molto, ma molto tempo fa partecipai ad un laboratorio di scrittura con Giampiero Rigosi, l’autore di “Notturno bus”.

Di certo, leggere aiuta a scrivere. Leggo dai “Promessi sposi” al “Metodo Sticazzi”, agli albi illustrati: sono un esempio concreto di quanto vi ho detto poc’anzi.

Quando posso, seguo manifestazioni culturali: quelle di piazza m’appassionano, perché sono vere e proprie immersioni culturali.

haiga cats in love gaia&vana

Ci parli dei tuoi libri e dei tuoi scritti? Quali sono, come nascono, qual è l’ispirazione che li ha generati, quale il messaggio che vuoi che arrivi al lettore, quali le storie che ci racconti senza ovviamente fare spoiler?

A proposito dei miei libri, vi consiglierei di fare una cosa che ho proposto anche ai partecipanti alla Giornata della Didattica 2022 a Verona. Vi chiederei di aprire a caso il mio libro “Meno male che Heidi c’è. Avventure educative e altri amori”. Scegliete una parola o una frase che vi ha “toccati” e segnatevi il numero di pagina: scrivete a mano ciò che avete letto su carta, su un diario, un post-it o su un taccuino. Poi contattatemi barbaragaiardoni@yahoo.it spedendo la foto di ciò che avete estrapolato e scritto.

Con “Il Piccolo Mago e la stadera” e “Novelle Spicce”, invece, leggeteli ad alta voce ai vostri affetti, “piccoli” compresi; scrivetemi, raccontando quello che siete riusciti a mettere in pratica.

Chi sono i destinatari che hai immaginato mentre li scrivevi?

Fate ciò che vi ho chiesto e poi ci riaggiorniamo.

Una domanda difficile, Barbara: perché i nostri lettori dovrebbero comprare i tuoi libri? Prova a incuriosirli perché vadano in libreria o nei portali online per acquistarli.

Perché i miei libri sono una bussola: sanno orientare chi ci crede.

«… mi sono trovato più volte a riflettere sul concetto di bellezza, e mi sono accorto che potrei benissimo (…) ripetere in proposito quanto rispondeva Agostino alla domanda su cosa fosse il tempo: “Se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so.”» (Umberto Eco, “La bellezza”, GEDI gruppo editoriale ed., 2021, pp. 5-6). Per te cos’è la bellezza? La bellezza letteraria e della scrittura in particolare, la bellezza nell’arte, nella cultura, nella conoscenza… Prova a definire la bellezza dal tuo punto di vista. Come si fa a riconoscere la bellezza secondo te?

La Bellezza non è fuori, ma abita dentro, in ciascuno di noi: è apprezzabile e riconoscibile solo da chi la possiede e la sa coltivare. Pertanto, sì: non saprei spiegarla… mi limito a educarmi a riconoscerla e, soprattutto, a goderne.

«Appartengo a quella categoria di persone che ritiene che ogni azione debba essere portata a termine. Non mi sono mai chiesto se dovevo affrontare o no un certo problema, ma solo come affrontarlo.» (Giovanni Falcone, “Cose di cosa nostra”, VII ed., Rizzoli libri spa, Milano, 2016, p. 25 | I edizione 1991). Tu a quale categoria di persone appartieni, volendo rimanere nelle parole di Giovanni Falcone? Sei una persona che punta un obiettivo e cerca in tutti i modi di raggiungerlo con determinazione e impegno, oppure pensi che conti molto il fato e la fortuna per avere successo nella vita e nelle cose che si fanno, al di là dei talenti posseduti e dell’impegno e della disciplina che mettiamo in quello che facciamo?

Non so cosa significhi essere Giovanni Falcone per il quale nutro ammirazione e stima, ma so che cosa comporta coltivare la disciplina: in passato, mi sono spesa per il nuoto agonistico, ho iniziato da bambina e poi, dopo una lunga pausa, ho ripreso per altri 15 anni allenandomi con una squadra di master. Nel frattempo ho svolto la professione di violinista: tutte esperienze che mi hanno addestrata a considerare l’impegno una condizione necessaria per evolvere e per cambiare con consapevolezza. Certo! Conta anche essere nel posto giusto al momento giusto. Del resto, nella vita tutto conta.

«La lettura di buoni libri è una conversazione con i migliori uomini dei secoli passati che ne sono stati gli autori, anzi come una conversazione meditata, nella quale essi ci rivelano i loro pensieri migliori» (René Descartes in “Il discorso del metodo”, Leida, 1637). Qualche secolo dopo Marcel Proust dice invece che: «La lettura, al contrario della conversazione, consiste, per ciascuno di noi, nel ricevere un pensiero nella solitudine, continuando cioè a godere dei poteri intellettuali che abbiamo quando siamo soli con noi stessi e che invece la conversazione vanifica, a poter essere stimolati, a lavorare su noi stessi nel pieno possesso delle nostre facoltà spirituali. (…) Ogni lettore, quando legge, legge sé stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in sé stesso.» (Marcel Proust, in “Sur la lecture”, pubblicato su “La Renaissance Latine”, 15 giugno 1905 | In italiano, Marcel Proust, “Del piacere di leggere”, Passigli ed., Firenze-Antella, 1998, p.30). Tu cosa ne pensi in proposito? Cos’è oggi leggere un libro? È davvero una conversazione con chi lo ha scritto, come dice Cartesio, oppure è “ricevere un pensiero nella solitudine”, ovvero, “leggere sé stessi” come dice Proust? Dicci il tuo pensiero…

La parola leggere richiama ad un’azione coinvolgente la totalità dell’individuo, che “raccoglie” significati più o meno profondi di un testo. Ciò che per me conta, è che serva: che sia al servizio di chi ne usufruirà. Pertanto, che sia conversazione o un atto di solitudine, poco importa. Importa che si legga e che funzioni. Spetterà poi alla lettrice e al lettore deciderne il significato.

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«Non mi preoccupo di cosa sia o meno una poesia, di cosa sia un romanzo. Li scrivo e basta… i casi sono due: o funzionano o non funzionano. Non sono preoccupato con: “Questa è una poesia, questo è un romanzo, questa è una scarpa, questo è un guanto”. Lo butto giù e questo è quanto. Io la penso così.» (Ben Pleasants, The Free Press Symposium: Conversations with Charles Bukowski, “Los Angeles Free Press”, October 31-November 6, 1975, pp. 14-16.) Secondo te perché un romanzo, un libro, una raccolta di poesie abbia successo è più importante la storia (quello che si narra) o come è scritta (il linguaggio utilizzato più o meno originale, armonico, musicale, accattivante per chi legge), volendo rimanere nel concetto di Bukowski?

Sono d’accordo con Bukowski: la poesia non (mi) preoccupa.

«Io vivo in una specie di fornace di affetti, amori, desideri, invenzioni, creazioni, attività e sogni. Non posso descrivere la mia vita in base ai fatti perché l’estasi non risiede nei fatti, in quello che succede o in quello che faccio, ma in ciò che viene suscitato in me e in ciò che viene creato grazie a tutto questo… Quello che voglio dire è che vivo una realtà al tempo stesso fisica e metafisica…» (Anaïs Nin, “Fuoco” in “Diari d’amore” terzo volume, 1986). Cosa pensi di queste parole della grandissima scrittrice Anaïs Nin? E quanto l’amore e i sentimenti così poderosi sono importanti per te e incidono nella tua scrittura, nella tua arte e nel tuo lavoro?

L’essere affetti da qualcosa e/o da qualcuno è fondamentale, anche per narrare. Perciò, la scrittura è un incontro, un rincontrarsi all’infinito e senza confini alcuni.

«Lasciate che vi dia un suggerimento pratico: la letteratura, la vera letteratura, non dev’essere ingurgitata come una sorta di pozione che può far bene al cuore o al cervello – il cervello, lo stomaco dell’anima. La letteratura dev’essere presa e fatta a pezzetti, sminuzzata, schiacciata – allora il suo squisito aroma lo si potrà fiutare nell’incavo del palmo della mano, la potrete sgranocchiare e rollare sulla lingua con gusto; allora, e solo allora, il suo sapore raro sarà apprezzato per il suo autentico calore e le parti spezzate e schiacciate si ricomporranno nella vostra mente e schiuderanno la bellezza di un’unità alla quale voi avrete dato qualcosa del vostro stesso sangue» (Vladimir Nabokov, “Lezioni di letteratura russa”, Adelphi ed., Milano, 2021). Cosa ne pensi delle parole di Nabokov a proposito della lettura? Come dev’essere letto un libro, secondo te, cercando di identificarsi liberamente con i protagonisti della storia, oppure, lasciarsi trascinare dalla scrittura, sminuzzarla nelle sue componenti, per poi riceverne una nuova e intima esperienza che poco ha a che fare con quella di chi l’ha scritta? Qual è la tua posizione in merito?

Rispetto alla frase di Nabokov, ho apprezzato quando scrive che la letteratura ha un “sapore” proprio derivante da una parcellizzazione, da una “masticazione” e da una “digestione” di ciò che si è appreso. Rispetto alla lettura di un libro, mi muovo così: leggo la prima pagina e, se mi convince, proseguo. Da quel preciso istante, si concretizza l’avventura d’amore con il testo.

Se per un momento dovessi pensare alle persone che ti hanno dato una mano, che ti hanno aiutato significativamente nella tua vita professionale e umana, soprattutto nei momenti di difficoltà e di insicurezza che avrai vissuto, che sono state determinanti per le tue scelte professionali e di vita portandoti a prendere quelle decisioni che ti hanno condotto dove sei oggi, a realizzare i tuoi sogni, a chi penseresti? Chi sono queste persone che ti senti di ringraziare pubblicamente in questa intervista, e perché proprio loro?

Penso e ringrazio tutti gli affetti, anche quelli che mi hanno affossata, o meglio, ho permesso loro m’affossassero. Li porterò sempre nel cuore, nonostante l’immensurabile lontananza e distanza.

Con chi, invece, mi ha assecondata nel ritrovare Voce e Ali, siamo tutt’ora amanti. Siamo Gratitudine e Grazia l’uno per l’altra, gli uni per gli altri. Non è cosa da poco!

Gli autori e i libri che secondo te andrebbero letti assolutamente quali sono? Consiglia ai nostri lettori almeno tre libri da leggere nei prossimi mesi dicendoci il motivo della tua scelta.

“Tranquilla Piepesante” di Michael Ende: educa al “Mi dispiace, ma non è possibile. La mia decisione è irrevocabile”; “Dovunque tu vada ci sei già” di Jon Kabat-Zinn, perché s’apprende l’arte della consapevolezza; “Le leggi della semplicità” di John Maeda: il titolo è già esplicativo, non credi?

Ti andrebbe di consigliare ai nostri lettori tre film da vedere? E perché secondo te proprio questi?

Ne ho visti e ne vedo tutt’ora tanti… Penso alle “anime” di Hayao Miyazaki e a “Nomadland” di Chloé Zhao: sono umani.

Ci parli dei tuoi imminenti e prossimi impegni culturali e professionali, dei tuoi lavori in corso di realizzazione? A cosa stai lavorando in questo momento? In cosa sei impegnata che puoi raccontarci?

Sto lavorando a “Pedagogista in quartiere” di cui allego il link: leggete alle pp. 91-93.

https://www.comune.verona.it/media/_ComVR/Cdr/Istruzione/I%20Ragazzi%20alla%20Scoperta%20di%20Verona%202022%20-%202023/I_Ragazzi_Scoperta_Verona_2022-2023.pdf

Dal lockdown ad oggi, sto partecipando a concorsi letterari e di poesia nazionali/internazionali. Ho pubblicato su alcune riviste specializzate nella poesia giapponese in inglese (tanka, senryu, haibun, haiga): un filone a cui mi sto dedicando e che mi sta aprendo al mondo della narrazione grafico pittorica.

Dove potranno seguirti i nostri lettori?

Anche sui social.

Come vuoi concludere questa chiacchierata e cosa vuoi dire a chi leggerà questa breve intervista?

Restiamo in contatto!

Barbara Gaiardoni

http://barbaragaiardoni.altervista.org/

https://www.linkedin.com/in/barbara-gaiardoni-pedagogista-42b14a61/

https://www.facebook.com/barbaragaiardonipedagogista.it

https://www.instagram.com/barbaragaiardoni/

I libri:

“Meno male che Heidi c’è. Avventure educative e altri amori” (Arduino Sacco Editore):

“Il Piccolo Mago e la Stadera”, solo in versione audiolibro e ebook: http://barbaragaiardoni.altervista.org/blog/1librox2/

https://www.amazon.it/piccolo-Mago-stadera-libro-ebook/dp/B01MTV50M1/ref=sr_1_1

“Novelle Spicce”:

Andrea Giostra

https://www.facebook.com/andreagiostrafilm/

https://andreagiostrafilm.blogspot.it

https://www.youtube.com/channel/UCJvCBdZmn_o9bWQA1IuD0Pg

Andrea Giostra al mercato di Ballarò a Palermo_Ph. Mapi Rizzo

MASSIMO PANESE: pittore di stile e sensualità|INTERVISTA di Monica Isabella Bonaventura

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Massimo Panese è un pittore realista che vive a Presicce in Puglia, si esprime attraverso i colori e le figure femminili regalandone style e sentimentalismo.
Le protagoniste dei suoi ritratti, di uomini ce ne sono pochissimi, sono tutte donne forti dallo guardo imperturbabile e spesso penetrante, sempre realizzate con colori vivaci e dinamici a volte cupi e profondi. Sono immagini affascinanti e intriganti, in grado di comunicare una forte sensualità ed erotismo.

-Ben arrivato Massimo fra i nostri lettori e grazie per dedicarci del tuo tempo prezioso. Sei un pittore pugliese, la tua terra, il tuo paese Presicce, è ricco di meraviglie e di storia, dai capolavori architettonici ai scenari autentici con colori coinvolgenti della campagna stessa. Quando hai sentito l’esigenza o ti sei sentito predisposto a dipingere? Qual’è quindi il tuo primo ricordo di voler essere artista, o la tua formazione?
Prima di tutto vorrei ringraziarti Monica, per questa opportunità. C’era mio zio che dipingeva, io avevo sette anni all’epoca. Mi mettevo affianco a lui e lo guardavo dipingere su quella tela per ore. Mi entusiasmava guardare i colori vivi che apparivano sulla tela e sentire l’odore della pittura. Un giorno ho deciso di provare a disegnare dei fumetti su fogli ed ero felice di riuscire a creare qualcosa di tutto mio. A dodici anni ho comprato la mia prima tela, ed ho incominciato a dipingere i miei primi paesaggi. E da lì ho proseguito da autodidatta.

-La tua pittura è sicuramente realista, circondata dal mondo femminile, pertanto carica di fascino, charme e quasi desiderio dei sensi.  Cosa ti porta a dipingere la sensualità e come trovi le tue modelle?
Un giorno, me ne stavo in spiaggia, e guardandomi intorno ho visto una donna sdraiata sulla sabbia, il suo corpo era così sensuale. Gli chiesi se potevo farle un ritratto, ovviamente con una foto. Iniziai a dipingere ogni curva di questa donna e capii che questo era quello che avrei dipinto anche in future. Ma all’epoca, non essendoci, internet, compravo riviste per adulti. Per me dipingere la sensualità è appoggiare il pennello sulla tela e creare ogni curva della donna. Nei miei quadri, mi piace creare, quel desiderio velato, del “vedo e non vedo”. E colgo l’occasione di ringraziare le modelle, per le loro foto e soprattutto, per la loro gentilezza.

-Come prepari la prima fase del tuo lavoro, osservarvi le modelle, disponi con schizzi lo scenario e inizi a disegnare?
Io lavoro sempre con le foto, iniziando con la matita. Nella mia mente, il dipinto è già concluso.

-L’arte ha la capacità e la forza di immortalare. Sei soddisfatto di dare un’eternità alle tue modelle, che sia non soltanto estetica ma anche di turbamento per la bellezza che per il fascino?
Certo, l’arte ha la capacità di immortalare, ma a questo punto bisognerebbe chiedere alle modelle. Ma presumo di si.

-Le tue figure, le tue modelle, si esprimono attraverso le pose, i gesti, il corpo. Qual è il messaggio che intendi comunicare, quello di una donna libera dallo preconcetto di vivere la vita e se stessa con superbia o una donna che gioca tra il divino e l’erotismo?
Il messaggio che do tramite le mie opera, è che la sensualità e l’erotismo si può dipingere senza essere volgari. Perché non mostrare alla gente con pregiudizi, il corpo di una donna? Questo è quello che voglio far vedere nelle mie mostre, una donna libera nella sua nudità, senza essere volgare.

-Si sa che stiamo passando un periodo difficile, socialmente, fra gli artisti si percepisce una forte pressione a riguardo. Pensi che l’arte ne abbia e ne stia risentendo? Secondo te questo può essere definito un tempo di riflessione, o un’urgenza di espressione e intersecazione?
Certo, l’arte ne sta risentendo con questi tempi duri, ma secondo me noi artisti dobbiamo andare avanti per alleggerire questo periodo difficile, e per liberare la mente anche solo per un attimo

-Nel mondo artistico da un po’ di tempo sono avvenuti importanti cambiamenti. Come vivi tutto questo e in che modo ha influenzato il tuo lavoro di artista?
È difficile stare al passo con tutta questa tecnologia e con le varie tecniche di pittura. Sono stato influenzato anche io da tutto ciò, dando ai quadri nuove tecniche senza mai cambiare il mio modo di esprimere.

-Quale valore dai all’arte e come può un artista procedere nella società contemporanea?
Grazie alle piattaforme social del momento, un artista può farsi conoscere più facilmente. Grazie anche al nostro territorio che offre a noi artisti la possibilità di fare le mostre.

-Hai nuovi progetti creativi?
Si, mi piacerebbe espandere le mie opera in altri paesi, e perché no, aprire anche una galleria d’arte.

-Dove possono i nostri lettori trovare le tue opere?
Le mie opere, attualmente, si possono trovare su Facebook e Instagram con il nome di Massimo Panese. Presto però, aprirò il mio sito internet.

Grazie per il tuo tempo.
Maestra d’Arte Monica Isabella Bonaventura

Il libro: Le Novelle brevi di Sicilia | Recensione di Alberto Raffaelli, ideatore e autore di “Segnalazioni letterarie” e del suo Bollettino

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Segnalazioni Letterarie: https://www.facebook.com/groups/segnalazioniletterarie

Queste “Novelle brevi di Sicilia” sono leggibili on line gratuitamente dal 2017, e fatte oggetto da parte di attrici e attori di un centinaio di recitazioni fruibili sul web:

(info: https://www.facebook.com/watch/124219894392445/434295254615223).

La recente acquisizione da parte di diversi editori di diritti non esclusivi (che oltretutto non prevedono compensi per l’autore) conferma la peculiarità del progetto.

A partire dalla sapida introduzione, in cui una nonna formula scanzonati auguri al nipote diciottenne, la raccolta di Andrea Giostra presenta una variegata serie di spunti spesso limati fino all’accenno bozzettistico, i quali esprimono appieno, però aggiornandoli, i caratteri più tipici dell’immaginario associato all’isola più grande del Mediterraneo.

Un velo vitalistico – che tra le righe non dimentica il lato invece fatalistico dell’uomo siculo (in una magari nascosta fantasmagoria di sentimenti costituente il “luttuoso lusso di essere siciliani”: citazione di Gesualdo Bufalino), pur nella volontà di andare oltre le oscurità del passato e del Covid – permea questi brevi racconti. Essi come “in un teatro all’aperto” oscillano tra le due polarità sostanziali dell’eros (alluso o carnale) e della morte, dove la luce accecante del Mediterraneo sovraespone gesti e caratteri, e tra vizi privatissimi e pubbliche cerimonie permane talora certa ironia cupa che è cifra distintiva dei tipi isolani (la si direbbe una modalità di reazione all’inquadramento in maschere sociali e personaggi – senatori o gente semplice che siano –, per richiamare Pirandello).

Giostra sfodera con tocchi efficaci gli stereotipi siculi più sperimentati, su cui s’innestano magari novità recenti come il cenno al badante immigrato – si precisa – regolarmente; ma sciorina anche, all’opposto, abitudini che sanno di atavico come il non farsi troppe domande in caso di reati di sangue: il tutto incrociato nella novella “Il senatore”. Nelle stesse righe l’accenno a “Una storia semplice” di Leonardo Sciascia è indizio di un rifarsi intertestuale a una precisa cultura letteraria, ben accreditata e riconoscibile, per quanto Giostra sappia personalizzarla di spessore attuale.

Queste novelle in definitiva hanno il merito di non essere zavorrate di giudizi morali – come talvolta accade nei libri incentrati su usi e costumi – e di offrire un caleidoscopio antropologico adatto ai nostri giorni: letture brevi, anche brevissime (da smartphone?), e in sé concluse, che magari lasciano ipotizzare sviluppi o anche sembrano frammenti di trame più corpose accostate le une alle altre, ma si adattano comunque a una lettura agile e ben fruibile.

Alberto Raffaelli

Alberto Raffaelli

Chi è Alberto Raffaelli (Amministratore del gruppo Facebook “Segnalazioni Letterarie”):

https://www.facebook.com/alberto.raffaelli.3

albertoraf2@gmail.com

Segnalazioni Letterarie:

https://www.facebook.com/groups/segnalazioniletterarie

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DOVE LEGGERE O SCARICARE GRATUITAMENTE LA III EDIZIONE DELLE “NOVELLE BREVI SI SICILIA”:

https://andreagiostrafilm.blogspot.com/2017/09/novelle-brevi-di-sicilia-mia-nonna-vita.html

https://mobmagazine.it/blog/2020/01/3-libri-in-regalo-di-andrea-giostra/

QUALI LE 5 CASE EDITRICI CHE HANNO PUBBLICATO IL LIBRO E COME ACQUISTARE ONLINE LA IV EDIZIONE DELLE “NOVELLE BREVI DI SICILIA”:

“CTL editore”, Livorno, “Novelle brevi di Sicilia”, IV edizione, aprile 2022:

https://www.ctleditorelivorno.it/product-page/novelle-brevi-di-sicilia

“Casa Cărții de çtiință” ed., Cluj-Napoca, Transilvania, Romania, settembre 2021. “Povestiri scurte din Sicilia”, IV edizione:

https://www.casacartii.ro/editura/carte/povestiri-din-sicilia/

“Biblios ed.”, Milano, dicembre 2020. “Novelle brevi di Sicilia”, IV edizione:

https://www.amazon.it/Novelle-brevi-Sicilia-Andrea-Giostra/dp/8894565521/

“Rupe Mutevole ed.”, Bedonia (Parma), novembre 2020. “Novelle brevi di Sicilia”, IV edizione:

https://www.rupemutevole.com/shop-online?ecmAdv=true&page=5

“La Macina onlus ed.”, Roma, ottobre 2020. “Novelle brevi di Sicilia”, IV edizione:

https://www.amazon.it/Novelle-brevi-Sicilia-Andrea-Giostra/dp/8894261425/

https://www.lamacinamagazine.it/pubblicato-il-libro-novelle-brevi-di-sicilia/

NOTE E INFO SULLE “NOVELLE BREVI DI SICILIA”:

Le “Novelle brevi di Sicilia” si leggono da sempre (dal 2017) gratuitamente online e il libro che le contiene (le prime tre edizioni), si può scaricare in pdf da diversi portali, magazine e pagine social.

Tutte le “Novelle brevi di Sicilia” sono state pubblicate a puntate, in una sorta di Romanzo d’appendice tipico di fine Ottocento inizio Novecento, in diversi magazine online, sia nazionali che regionali. E tutte le Novelle si possono ascoltare, sempre gratuitamente, dal Canale YouTube e dal Canale Facebook Watch (i cui link sono riportati a seguire) nelle oltre 100 recite e interpretazione di 30 tra attrici e attori professionisti e semiprofessionisti, che hanno prestato (gratuitamente!) la loro arte recitativa nell’interpretare tutte le Novelle brevi di Sicilia e altri racconti brevi.

Tutti questi canali, per accedere alla lettura o all’ascolto delle Novelle, hanno portato ad un dato oggettivo che è quello che (alla data del 30 giugno 2021) oltre 200 mila persone hanno letto o ascoltato almeno una delle Novelle brevi di Sicilia.

Sulle Novelle brevi di Sicilia, in questi anni, dal 2017, l’autore ha ricevuto diverse proposte editoriali (oltre 20) da diverse Case Editrici, che ha rifiutato proprio perché ha voluto mantenere la gratuità della lettura e dello scaricare i pdf dai vari portali o canali social.

A metà settembre 2020, l’autore ha proposto ad alcune delle case editrici che gli avevano chiesto e lo avevano contattato nei mesi e negli anni scorsi, di pubblicare la IV edizione delle Novelle brevi di Sicilia – che vedono rispetto alle tre precedenti edizioni 4 nuovi racconti –  come se fosse un classico che ha perso i diritti d’autore, e senza chiedere loro alcuna fee rispetto alle vendite che avrebbero fatto del cartaceo e/o della versione digitale.

 

 

LE RECITE DELLE NOVELLE E I RACCONTI REALIZZATE DA 30 ARTISTI, ATTRICI E ATTORI:

Se invece il lettore volesse ascoltare i video-clip da YouTube o da Facebook Watch, con tutti gli artisti (sono 30 attori e attrici professionisti e semiprofessionisti) che hanno letto e interpretato i racconti e le novelle siciliani, li potrà trovare nei link a seguire:

da YouTube:

“Audio-letture di oltre 120 Novelle e Racconti siciliani di Andrea Giostra” | Leggono 30 artisti: attrici e attori professionisti e semiprofessionisti:

da Facebook Watch:

“Audio-letture di oltre 120 Novelle e Racconti siciliani di Andrea Giostra” | Leggono 30 artisti: attrici e attori professionisti e semiprofessionisti:

https://www.facebook.com/watch/124219894392445/434295254615223

LE NOVELLE E I RACCONTI LETTI DA VINCENZO BOCCIARELLI:

Da queste Play List di YouTube e di Facebook Watch il lettore potrà trovare tutti i videoclip delle letture e interpretazioni delle “Novelle brevi di Sicilia”, IV edizione, recitate da un grande attore di teatro e di cinema, Vincenzo Bocciarelli, allievo di Giorgio Strehler e del Piccolo Teatro di Milano:

da YouTube: Vincenzo Bocciarelli – Play List su Canale YouTube

da Facebook Watch: Vincenzo Bocciarelli – Play List su Canale Facebook

https://www.facebook.com/watch/124219894392445/339522750427332/

L’AUTORE ANDREA GIOSTRA:

Interviste ad Andrea Giostra | Play List di YouTube:

Interviste ad Andrea Giostra | Play List di Facebook Watch:

https://www.facebook.com/watch/124219894392445/2499554480294100/

Contatti Andrea Giostra

https://www.facebook.com/andreagiostrafilm/ 

https://andreagiostrafilm.blogspot.it 

https://www.youtube.com/channel/UCJvCBdZmn_o9bWQA1IuD0Pg

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LE OPERE DI ARTISTI DELLE ARTI VISIVE CHE SONO STATE DEDICATE ALLE “NOVELLE BREVI DI SICILIA”:

Copertina della IV edizione delle “Novelle brevi di Sicilia”, opera di Linda Randazzo:

Chi è Linda Randazzo:

https://it.lindarandazzo.net/

https://www.facebook.com/lindasofiarandazzo

https://www.instagram.com/linda_randazzo_art/

Linda Randazzo_Autoritratto da isterica_Ph. Olger Bauer

Linda Randazzo, “Barcarello”, Olio su tela, 100 x 70 cm., 2021, https://it.lindarandazzo.net

Linda Randazzo, “Barcarello”, Olio su tela, 100 x 70 cm., 2021, https://it.lindarandazzo.net

Le opere che la nota pop-artist Francesca Falli ha realizzato e dedicato alle “Novelle brevi di Sicilia”:

 chi è Francesca Falli:

http://www.artetra.it/it/francesca-falli/

https://www.youtube.com/watch?v=suZprgmuLzI 

https://www.facebook.com/francesca.falli1

Francesca Falli

Francesca Falli, “Modigliani e Cha-Gall in Sicilia”, collage digitale su ceramica, 20×30 cm., 2020

Francesca Falli, “Modigliani e Cha-Gall in Sicilia”, collage digitale su ceramica, 20×30 cm., 2020

Francesca Falli, “Sicilia da amare”, collage digitale su ceramica, 20×30 cm., 2020

Francesca Falli, “Sicilia da amare”, collage digitale su ceramica, 20×30 cm., 2020

Francesca Falli, “Andrea Giostra”, collage digitale su ceramica, 20×30 cm., 2020

Francesca Falli, “Andrea Giostra”, collage digitale su ceramica, 20×30 cm., 2020

Copertina della III edizione delle “Novelle brevi di Sicilia”, opera di Daniela Ventrone:

Chi è Daniela Ventrone:

http://www.danielaventrone.it

https://www.facebook.com/daniela.ventrone.9

https://www.facebook.com/danielaventronearte

Vittorio Sgarbi e Daniela Ventrone

Daniela Ventrone, “In punta di piedi la memoria riaffiora”, olio su tela, cm. 80×50, 2015

Daniela Ventrone, “In punta di piedi la memoria riaffiora”, olio su tela, cm. 80×50, 2015