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Hiv e Aids

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L’Aids è la malattia da immunodeficenza acquisita causata dal virus Hiv che attacca il sistema immunitario e rende la persona più suscettibile alle infezioni e alla formazione di tumori Aids (Acquired immune deficiency sindrome) significa “sindrome da immunodeficienza acquisita”. Nelle persone malate di Aids le difese immunitarie normalmente presenti nell’organismo sono fortemente indebolite a causa di un virus denominato Hiv (Human immunodeficiency virus) e non sono più in grado di contrastare l’insorgenza di infezioni e malattie, più o meno gravi, causate da altri virus, batteri o funghi (infezioni/malattie opportunistiche). E’ questo il motivo per cui l’organismo di una persona contagiata subisce malattie e infezioni che, in condizioni normali, potrebbero essere curate più facilmente. L’infezione non ha una propria specifica manifestazione, ma si rivela esclusivamente attraverso gli effetti che provoca sul sistema immunitario. Una persona contagiata dal virus viene definita sieropositiva all’Hiv. In questa fase viene riscontrata la presenza di anticorpi anti-Hiv, ma non sono ancora comparse le infezioni opportunistiche. In questo periodo il soggetto può aver bisogno di farmaci antiretrovirali che combattono l’infezione. Pur essendo sieropositivi, è possibile vivere per anni senza alcun sintomo e accorgersi del contagio solo al manifestarsi di una malattia opportunistica. Sottoporsi al test della ricerca degli anticorpi anti-Hiv è, quindi, l’unico modo di scoprire l’infezione. L’introduzione di terapie antiretrovirali (Haart), che riducono e bloccano la replicazione virale, ha migliorato la qualità di vita e prolungato la sopravvivenza delle persone sieropositive. Come si trasmette Il virus dell’Hiv è presente nei seguenti liquidi biologici: sangue liquido pre-eiaculatorio sperma secrezioni vaginali latte materno Il virus si trasmette quindi attraverso: sangue infetto (stretto e diretto contatto tra ferite aperte e sanguinanti, scambio di siringhe) rapporti sessuali (vaginali, anali, orogenitali), con persone con Hiv, non protetti dal preservativo da madre con Hiv a figlio durante la gravidanza, il parto oppure l’allattamento al seno Trasmissione attraverso il sangue A partire dal 1985 la selezione dei donatori di sangue, mirata all’individuazione di comportamenti a maggior rischio di esposizione al virus responsabile dell’Aids e lo screening delle unità di sangue, effettuata attraverso la ricerca di anticorpi specifici anti-Hiv, con l’uso di metodiche validate e kit appositi, hanno ridotto il rischio di contagio attraverso le terapie emotrasfusionali. Il miglioramento delle metodiche in linea con le conoscenze scientifiche ha di fatto contribuito in breve tempo all’abbattimento del rischio di contagio trasfusionale con Hiv. La trasmissione attraverso il sangue rappresenta, invece, la principale modalità di contagio responsabile della diffusione dell’infezione nella popolazione dedita all’uso di droga per via endovenosa. L’infezione avviene a causa della pratica, diffusa tra i tossicodipendenti, di scambio della siringa contenente sangue infetto. Con la stessa modalità è possibile la trasmissione sia dell’Hiv che di altri virus tra i quali quelli responsabili dell’epatite B e C, infezioni anch’esse molto diffuse tra i tossicodipendenti. Trasmissione sessuale La trasmissione sessuale è nel mondo la modalità di trasmissione più diffusa dell’infezione da Hiv. I rapporti sessuali, sia eterosessuali che omosessuali, non protetti dal profilattico possono essere causa di trasmissione dell’infezione. Tale trasmissione avviene attraverso il contatto tra liquidi biologici infetti (secrezioni vaginali, liquido pre-eiaculatorio, sperma, sangue) e mucose, anche integre, durante i rapporti sessuali. Ovviamente tutte le pratiche sessuali che favoriscano traumi o lesioni delle mucose possono provocare un aumento del rischio di trasmissione. Per questo motivo i rapporti anali sono a maggior rischio: la mucosa anale è, infatti, più fragile e meno protetta di quella vaginale e quindi il virus può trasmettersi più facilmente. Ulcerazioni e lesioni dei genitali causate da altre patologie possono far aumentare il rischio di contagio. I rapporti sessuali non protetti possono essere causa di trasmissione non solo dell’Hiv. Esistono, infatti, oltre 30 infezioni sessualmente trasmissibili (IST). Il coito interrotto non protegge dall’Hiv, così come l’uso della pillola anticoncezionale, del diaframma e della spirale. Le lavande vaginali, dopo un rapporto sessuale, non eliminano la possibilità di contagio. Trasmissione verticale e perinatale (da madre a figlio) La trasmissione da madre sieropositiva al feto o al neonato può avvenire durante la gravidanza, il parto o l’allattamento al seno. Il rischio per una donna sieropositiva di trasmettere l’infezione al feto è circa il 20% (cioè 1 su 5). Oggi è possibile ridurre questo rischio al di sotto del 4% se viene somministrata la terapia antiretrovirale alla madre durante la gravidanza e al neonato per le prime sei settimane di vita. Per stabilire se è avvenuto il contagio il bambino deve essere sottoposto a controlli in strutture specializzate per almeno i primi due anni di vita. Tutti i bambini nascono con gli anticorpi materni. Per questa ragione, il test Hiv effettuato sul sangue di un bambino nato da una donna sieropositiva risulta sempre positivo. Anche se il bambino non ha contratto l’Hiv gli anticorpi materni possono rimanere nel sangue fino al diciottesimo mese di vita, al più tardi entro i due anni. Il bambino viene sottoposto a test supplementari per verificare se è veramente portatore del virus o se ha ricevuto solo gli anticorpi materni. Come non si trasmette Il virus non si trasmette attraverso: strette di mano, abbracci, vestiti baci, saliva, morsi, graffi, tosse, lacrime, sudore, muco, urina e feci bicchieri, posate, piatti, asciugamani e lenzuola punture di insetti. Il virus non si trasmette frequentando: palestre, piscine, docce, saune e gabinetti scuole, asilo e luoghi di lavoro ristoranti, bar, cinema e locali pubblici mezzi di trasporto. Sintomi e segni L’infezione da Hiv si può dividere in tre stadi: infezione acuta (persona Hiv positiva) stadio di latenza clinica (anche se non si hanno sintomi il virus continua a replicarsi nelle cellule e può essere trasmesso attraverso comportamenti a rischio) che dura in media 5-6 anni stadio sintomatico, in cui la sindrome inizia a manifestarsi con infezioni opportunistiche (Aids). La persona Hiv-positiva, non malata, può non mostrare alcun sintomo per molto tempo, da pochi mesi a 10-15 anni. L’evoluzione dallo stadio di sieropositività all’Aids è dovuta al progressivo indebolimento del sistema immunitario, a causa del costante e continuo attacco del virus Hiv sui linfociti T. L’Aids è la fase pienamente sintomatica dell’infezione da Hiv, durante la quale si manifestano le maggiori infezioni opportunistiche o tumori HIV-correlati. Nelle fasi iniziali della malattia si possono accusare sintomi simili a quelli di un raffreddore o di una leggera influenza: febbre, eruzioni cutanee, stanchezza, dolori muscolari, mal di testa. Si può osservare un aumento di volume dei linfonodi, dolorabili alla palpazione. Possono essere presenti sintomi gastroenterici, come nausea, vomito, diarrea e aumento di fegato e milza. Il grado di danno al sistema immunitario di una persona viene misurato attraverso la conta dei linfociti CD4 presenti nel sangue. Queste cellule sono molto importanti per la funzione del sistema immunitario. In una persona sana il valore dei linfociti CD4 è tra le 500 e le 1500 cellule per ogni microlitro (µl) di sangue. Complicanze Le complicanze dell’Aids sono dovute all’abbattimento delle difese immunitarie della persona malata. Con il passare del tempo, infatti, la malattia rende più vulnerabili ed è più facile essere aggrediti da infezioni opportunistiche (le infezioni che approfittano di un sistema immunitario indebolito) causate da germi, che normalmente non provocano malattie in una persona sana. Le infezioni opportunistiche più frequenti sono: infezioni virali come herpes simplex, herpes zoster, infezione da citomegalovirus infezioni causate da parassiti come la polmonite da pneumocisti carinii, la toxoplasmosi Infezioni batteriche come meningiti, tubercolosi, salmonellosi. Infezioni fungine come l’esofagite (un’infiammazione dell’esofago), la candidosi o il mughetto. In fase terminale il sistema immunitario è talmente compromesso da non riuscire più a respingere ed evitare gravi malattie potenzialmente letali, come i tumori (linfomi, sarcoma di Kaposi ecc.) Diagnosi Per sapere se si è stati contagiati dall’Hiv è sufficiente sottoporsi al test specifico per la ricerca degli anticorpi anti-Hiv che si effettua attraverso un normale prelievo di sangue. Il test dell’Hiv è in grado di identificare la presenza di anticorpi specifici che l’organismo produce nel caso in cui entra in contatto con questo virus. Se si sono avuti comportamenti a rischio è bene effettuare il test dopo 3 mesi (periodo finestra) dall’ultimo comportamento a rischio. Tale periodo di tempo è necessario all’organismo per sviluppare gli anticorpi specifici contro l’Hiv. E’ opportuno fare sempre riferimento alla valutazione del medico che prescrive l’esame o del medico del Centro diagnostico-clinico, in quanto il periodo finesta potrebbe variare a seconda della tipologia del test utilizzato. Bisogna tenere presente che durante il periodo finestra (periodo di tempo che va dal momento del contagio a quello della comparsa degli anticorpi) è comunque possibile trasmettere il virus pur non risultando positivi al test. La Legge italiana (135 del giugno 1990) garantisce che il test sia effettuato solo con il consenso della persona. Il test non è obbligatorio, ma se si sono avuti comportamenti a rischio sarebbe opportuno effettuarlo. Per eseguire il test, nella maggior parte dei servizi, non serve ricetta medica; è gratuito e anonimo. Le persone straniere, anche se prive di permesso di soggiorno, possono effettuare il test alle stesse condizioni del cittadino italiano. Per tutte le coppie che intendono avere un bambino sarebbe opportuno sottoporsi al test per la sicurezza del neonato. Il risultato del test viene comunicato esclusivamente alla persona che lo ha effettuato. Sapere precocemente di essere sieropositivi al test dell’HIV consente di effettuare tempestivamente la terapia farmacologica che permette oggi di migliorare la qualità di vita e vivere più a lungo. Per approfondire leggi il Documento di consenso sulle politiche di offerta e le modalità di esecuzione del test per Hiv in Italia. Terapia Per il trattamento della malattia, oggi vengono utilizzate terapie combinate High Aggressive Antiretroviral Therapy (HAART), che consistono nell’associazione di più farmaci e permettono un abbassamento della carica virale. Ciò consente alla persona con Hiv di avere una migliore qualità di vita e una maggiore prospettiva di vita. Anche in caso di Aids conclamato, è possibile una regressione dell’infezione ad una fase di latenza clinica. La terapia utilizzata per le persone sieropositive, introdotta in Italia a partire dal 1996, deve essere mirata per ogni singola persona con Hiv e va concordata con il medico infettivologo che segue la persona. Prevenzione Il virus dell’Hiv si trasmette attraverso il sangue infetto e i rapporti sessuali; è quindi opportuno: usare il preservativo rispettare alcune norme igieniche particolari. Nei rapporti sessuali il preservativo è l’unica reale barriera protettiva per difendersi dall’Hiv. L’uso corretto del profilattico può annullare il rischio di infezione durante ogni tipo di rapporto sessuale con ogni partner. Non vanno usati lubrificanti oleosi (vaselina, burro) perché potrebbero alterare la struttura del preservativo e provocarne la rottura. E’ necessario usare il preservativo all’inizio di ogni rapporto sessuale (vaginale, anale, orogenitale) e per tutta la sua durata.Anche un solo rapporto sessuale non protetto potrebbe essere causa di contagio. Per un uso corretto del profilattico è importante: leggere le istruzioni accluse indossarlo dall’inizio alla fine del rapporto sessuale usarlo solo una volta srotolarlo sul pene in erezione, facendo attenzione a non danneggiarlo con unghie o anelli conservarlo con cura: lontano da fonti di calore (cruscotto dell’auto ed altro) e senza ripiegarlo (nelle tasche, nel portafoglio). La pillola, la spirale e il diaframma sono metodi utili a prevenire gravidanze indesiderate, ma non hanno nessuna efficacia contro il virus dell’Hiv. L’uso di siringhe in comune con altre persone sieropositive costituisce un rischio di contagio pertanto è necessario utilizzare siringhe sterili. Sarebbe opportuno sottoporsi ad agopuntura, mesoterapia, tatuaggi e piercing utilizzando aghi monouso e sterili. Le trasfusioni, i trapianti di organo e le inseminazioni, nei Paesi europei, sono sottoposti a screening e ad accurati controlli per escludere la presenza dell’Hiv.

Pesce truccato con il collirio e l’ammoniaca e venduto per fresco. Come riconoscere il pesce fresco?

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Per riconoscere il pesce fresco esistono facili accorgimenti. L’occhio deve essere sporgente e lucentissimo. Qualcuno afferma che in certi ristoranti e presso alcuni pescivendoli si usa mettere qualche goccia di collirio nell’occhio del pesce, per farlo apparire freschissimo… Forse non è vero, ma certo è che con il pesce non si sta mai abbastanza attenti. Anche le squame devono essere lucenti, le branchie dal rosa vivo al rosso chiaro, mai però rosso scuro o brunastro. La carne deve essere soda al tocco. Se il pesce è merluzzo, dentice, cefalo o orata, deve avere il ventre bianco e fermo. La tendenza al giallo nella colorazione è indice di poca freschezza. Beninteso, il pesce non deve avere odore sgradevole. Se nella pescheria in cui intendete fare acquisti avvertite odore di ammoniaca, non acquistate: vuol dire che vi si vende pesce non fresco. La sogliola, la razza, il rombo devono essere rosati attorno alla bocca e ricoperti di una materia viscosa che li rende molto scivolosi tra le mani, tanto da far risultare difficoltosa l’operazione di pulitura. Quando la sogliola è troppo asciutta, vuol dire che non è fresca. Gli scampi sono un piatto delizioso e appetitoso: devono essere di un colore rosa sgargiante. Se nella parte sotto la coda troverete macchioline scure, non acquistateli. Non sono freschi e, una volta cotti, sapranno di ammoniaca. I gamberetti di mare devono essere ancora vivi quando li comperate, lucidi e di un colore grigio perla scuro. Non prendeteli mai già morti, soprattutto se il colore è un rosa carico. Sono decisamente vecchi. Anche le aragoste vanno acquistate soltanto vive. Sono crostacei molto costosi: non fatevi quindi tentare dal pescivendolo che ve le offre a un prezzo « speciale », assicurandovi che hanno appena smesso di respirare! Butterete via denaro e mangerete male. Seppie, calamari e polpi devono avere l’occhio lucido e la carne molto brillante. Il nero inchiostro delle seppie non deve essere opaco. I frutti di mare devono essere sempre ermeticamente chiusi e pieni di acqua di mare. Anche per i pesci conviene trovare un pescivendolo di fiducia: vi pulirà sempre il pesce con cura, vi dirà qual è la stagione più indicata per ogni tipo di pesce, e non vi imbroglierà nell’acquisto. Tenete comunque presente che, se volete la garanzia di mangiare pesce fresco, vi conviene senz’altro acquistare quello surgelato. Il procedimento usato nelle grandi industrie è quello di surgelare il pesce appena pescato, a bordo delle imbarcazioni stesse.

Igiene del sonno: quali sono le abitudini per un sonno salutare nei giovani e negli anziani?

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C’è chi ricorre ai sonniferi, alla tisana di camomilla, alla compressa di ansiolitico o al bicchiere di latte tiepido. Pochi considerano che bisogna, prima di tutto, rendere l’ambiente della stanza da notte comodo e più razionale il letto. Ancora meno sono quelli che mostrano preoccupazione per il materasso o il tipo di cuscino da mettere sotto la testa. Insomma, ci sono gli insonni per un “disguido interno”, ma ci sono anche quelli che passano le ore della notte in una sorta di dormiveglia, perché hanno riservato poca attenzione a fattori esterni. Letti, materassi, cuscini, abbigliamento inadatto possono rappresentare una minaccia per il sonno e giocare un ruolo non indifferente come elemento scatenante di dolori latenti della colonna vertebrale. In molti casi per dormire bene è sufficiente modificare lo stile di vita. Se un soggetto svolge un lavoro sedentario, e trascorre le ore libere davanti al televisore, è ovvio che trovi difficoltà a prendere sonno: La pratica di uno sport può essere di grande aiuto per vincere l’insonnia, purché l’esercizio venga fatto durante il giorno e non prima di andare a letto. I giovani devono imparare a non coricarsi troppo tardi. Gli anziani non devono incorrere nell’errore di coricarsi troppo presto. I neuropsichiatri raccomandano di non stare a lungo svegli nel letto durante la notte: conviene alzarsi e impegnarsi in una occupazione calma e riposante (una lettura, l’ascolto di una musica distensiva). Non è consigliabile guardare la televisione a letto e conviene evitare “pisolini” durante il giorno. Dopo pranzo è preferibile una pausa di relax in poltrona, chiacchierando o passeggiare lentamente, piuttosto che infilarsi sotto le lenzuola. Innanzitutto sarà bene cercare di coricarsi e di svegliarsi possibilmente ad orari fissi, evitando di voler riposare più di quanto si è portati a fare. Mangiare poco di sera per non appesantirsi e non mettersi a letto subito dopo mangiato. Evitare gli alcolici che, dopo un iniziale stordimento, disturbano la continuità del sonno. Evitare di pensare ai problemi del giorno appena trascorso. Un po’ di movimento prima di sedersi a tavola aiuta a scaricare la tensione fisica. Come pure un materasso confortevole, adeguatamente duro ma non troppo. Per un buon relax, ottimo il bagno caldo serale seguito da una tisana o da un bicchiere di latte. Non ostinarsi a voler dormire quando il sonno non arriva o si interrompe. Mantenere la camera ad una temperatura di circa 20 gradi ed evitare il più possibile i rumori esterni facendosi montare i doppi vetri o insonorizzando l’ambiente. Un buon massaggio rilassante che interessi anche la testa, può essere di grande aiuto. Bisognerebbe arrivare alla sera con una stanchezza “sana”, senza strafare, naturalmente: camminate non faticose, magari con la scusa di qualche cosa da comperare o per portare fuori il cane. L’ideale sarebbe un paio d’ore di passeggiata: mezz’ora per andare e mezz’ora per tornare, due volte al giorno. Se l’insonnia è ribelle a tutti i trucchi la causa potrebbe essere un problema psicologico o una vera e propria malattia psichiatrica, neurologica. È bene allora che l’insonne si rivolga a uno specialista del sonno, che dopo i necessari accertamenti diagnostici potrebbe anche suggerire il trattamento farmacologico. Sembra una contraddizione ma contro l’insonnia spesso è efficace una terapia restrittiva del sonno. Chi soffre di questo disturbo tende a pensare di avere dormito meno a lungo del reale. Appunto contro simili disagi, può risultare valida questa terapia. Il principio è semplice: bisogna limitare il tempo di permanenza a letto soltanto al numero di ore di sonno che si pensa di poter totalizzare. La continuità del sonno andrà via via migliorando permettendo di aumentare gradualmente il tempo di permanenza a letto. Questo consiglio è del prof. Arthur Spielman, direttore del centro per la cura dei disturbi del sonno del City College di New York: si tratta della terapia della restrizione. Il segreto è quello di consentire al paziente solo un breve periodo di tempo a letto. Un esempio: ad una persona che si mette a dormire verso la mezzanotte e non riesce a prendere sonno fino alle quattro, ma rimane a letto fino alle otto del mattino, il prof. Spielmann consente di andare a dormire solo alle quattro del mattino e di stare a letto fino alle otto. Se siete fumatori cercate di non fumare nell’ora che precede il sonno: la nicotina infatti è uno stimolatore del sistema nervoso centrale. Resistere alla “tentazione” dei riposini pomeridiani con i quali si peggiora l’insonnia notturna. Coricarsi e svegliarsi in un orario che andrebbe grosso modo mantenuto. Sottrarsi alle discussioni accese e prolungate nelle ore che precedono il sonno. Evitare di “sonnecchiare” mentre si guarda la televisione perché rende più difficile poi il riaddormentarsi. Mantenere la camera da letto fresca, buia e silenziosa. Stabilire un limite per addormentarsi, per esempio, 20 minuti. Superato questo tempo è opportuno alzarsi. Leggete la sera a letto, ma non scegliete un libro giallo o poliziesco con della suspense che vi terrebbe svegli. Ci vuole un libro facile da leggere, con pochi dialoghi e molte descrizioni, che vi tranquillizzi e rassicuri. Una solida tradizione afferma che bisogna orientare il letto con la testa al nord e i piedi al sud. Se non si può, almeno la testa ad est ed i piedi a ovest. Se dormite male senza ragione apparente, tentate anche questo. Se siete troppo stanchi per uscire, fate un buona provvista d’aria. Spegnete la luce, spalancate la finestra e mettetevi all’aria vestiti il meno possibile. Fate un massaggio al corpo con unguento di crine. Respirate lungamente col naso. Un bagno caldo prima di pranzo distende sempre e favorisce il sonno. Prendetelo a 38 gradi. Mettete una compressa d’acqua fredda sulla fronte. Aggiungete acqua calda alternandola a quella fredda. Il sonno è associato alla sensazione di sicurezza e non dormirete veramente bene soltanto se vi sentite totalmente rassicurati. I rumori della natura: rumore del vento tra i rami, della pioggia, di un torrente, del mare, sono sempre rassicuranti. Esistono rumori di questo tipo registrati.   Fonte: medicina33.com

Gravidanza, corretta alimentazione

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Una buona alimentazione in gravidanza è importante per garantire la salute della mamma e del nascituro

La qualità dell’alimentazione materna durante la gravidanza è uno dei fattori che può influenzare in maniera significativa la salute della gestante durante tale periodo e quella del nascituro. È quindi opportuno prestare attenzione all’alimentazione della futura mamma, già a partire dal periodo pre-concezionale, cioè prima del concepimento, fino a tutto il periodo in cui il bambino verrà allattato al seno.

Ecco una serie di consigli dedicati alla donna in gravidanza per mangiare bene e in modo sano.

In generale

Segui una dieta quotidiana il più possibile varia e contenente tutti i principi nutritivi Fai 4-5 pasti al giorno Mangia lentamente, l’ingestione di aria può dare un senso di gonfiore addominale Bevi almeno 2 litri di acqua al giorno, preferibilmente oligominerale, non gasata. Da preferire Alimenti freschi per mantenerne inalterato il contenuto di vitamine e minerali Carni magre consumate ben cotte Pesci tipo sogliola, merluzzo, nasello, trota, palombo, dentice, orata cucinati arrosto, al cartoccio, al vapore o in umido Formaggi magri tipo mozzarella, ricotta, crescenza, robiola Latte e yogurt, preferibilmente magri Verdura e frutta di stagione, ben lavata, ogni giorno. Da limitare Caffè e tè: preferisci i prodotti decaffeinati o deteinati Sale: preferisci quello iodato Zuccheri: preferisci i carboidrati complessi, come pasta, pane, patate Uova: non più di 2 a settimana, ben cotte Grassi: preferisci l’olio extravergine di oliva. Il caffè, come tutte le bevande contenenti le cosiddette sostanze “nervine” (tè, bibite tipo cola, cioccolato), va assunto con moderazione perché la caffeina attraversa la placenta. Inoltre, durante questo particolare periodo il metabolismo della caffeina è rallentato di 15 volte e le future mamme sono più sensibili ai suoi effetti. Un consumo elevato di sale aumenta il rischio di malattie cardiovascolari e ipertensione. Preferisci il sale iodato, anche perché, durante la gravidanza e l’allattamento, il fabbisogno di iodio è maggiore. Da evitare Bevande alcoliche. L’alcol ingerito dalla madre giunge dopo pochi minuti nel sangue del feto, ma il feto non può metabolizzarlo perché è privo degli enzimi adatti a questo compito, di conseguenza l’alcol e i suoi metaboliti si accumulano nel suo sistema nervoso e in altri organi danneggiandoli.

Prendi il posto giusto

In gravidanza è necessario coprire non solo i bisogni nutritivi della madre ma anche quelli del nascituro. Questo porta a pensare che la gestante debba “mangiare per due”, affermazione certamente esagerata. In gravidanza aumenta il fabbisogno di proteine, mentre è pressoché invariato quello di carboidrati e di grassi. Se la donna segue un’alimentazione varia, consumando alimenti quali frutta, verdura, legumi, tutti i fabbisogni di vitamine sono garantiti e perciò non necessita di particolari supplementazioni, ad eccezione dell’acido folico. Come per le vitamine, anche per i minerali una corretta alimentazione permette di coprire i fabbisogni nutrizionali in gravidanza, ponendo particolare attenzione al fabbisogno in calcio, ferro e iodio. Durante la gravidanza possono manifestarsi quelle che volgarmente definiamo “voglie”, cioè improvvisi desideri della donna verso un particolare cibo, qualcosa di insolito, un frutto fuori stagione. Le voglie non vanno demonizzate, sono espressione di un bisogno, fisico o psicologico e, nei limiti della ragionevolezza e, se non ci sono controindicazioni legate a particolari situazioni, vale la pena di soddisfarle, facendo però attenzione alle quantità, se non si vuole ingrassare a vista d’occhio! I primi tre mesi Nel primo trimestre di gravidanza, l’aumento di peso della mamma si deve all’aumento del volume di sangue e alla crescita dell’utero. Non è quindi un aumento di peso rilevante (può essere all’incirca di 1 Kg) e, a meno che non vi siano situazioni di particolari carenze o insufficienza di peso da parte della donna, non è necessario incrementare l’apporto dietetico di energia: la dieta deve essere variata, completa, equilibrata e prevedere l’integrazione di acido folico e, se necessario, di ferro. Dal quarto mese Nel secondo trimestre, l’aumento dei tessuti materni (volume mammario, placenta, liquido amniotico, riserve di grassi) e la crescita fetale fanno sì che aumenti il fabbisogno calorico. Il peso, per donne normopeso, cresce di circa 1/2 kg a settimana. I LARN (Livelli di assunzione di riferimento di nutrienti ed energia per la popolazione italiana) consigliano un fabbisogno aggiuntivo di 350 kcal al giorno per il secondo semestre di gravidanza e di 460 kcal al giorno per il terzo trimestre. Questo leggero aumento in energia giornaliera consente di coprire anche i bisogni del feto, permettendo un normale sviluppo del bambino ed evitando di intaccare le riserve materne di nutrienti. È bene ricordare che il fabbisogno aggiuntivo di energia in gravidanza e l’aumento auspicabile di peso va comunque stabilito individualmente e varia a seconda dell’IMC prima della gravidanza (Indice di massa corporea, in inglese Body Mass Index – BMI, valore che si ottiene dividendo il peso in Kg per il quadrato dell’altezza in metri). Per una donna normopeso (IMC precedente alla gravidanza compreso tra 18,5 e 24,9), ad esempio, l’incremento di peso può essere compreso tra 9 e 16 kg. L’intervallo cambia a seconda che il soggetto sia sottopeso o sovrappeso o in caso di gravidanza gemellare. Il fabbisogno giornaliero di una donna in gravidanza è generalmente compreso tra 1600 e 2400 kcal al giorno. Un adeguato aumento di peso influisce sulla durata della gravidanza e sul peso del neonato. Un eccessivo aumento durante la gravidanza è da evitare, perché responsabile di complicanze, sia per la futura mamma (gestosi, diabete gestazionale, parto prematuro), che per il nascituro (macrosomia, lesioni durante il parto). Nutrienti essenziali Durante l’intero periodo di gravidanza e prima del suo inizio è bene seguire una dieta varia e sana per assicurare al feto tutti i nutrienti di cui ha bisogno per il suo sviluppo. In gravidanza e durante l’allattamento aumenta il fabbisogno di vitamine (A, D, C, B6, B12, acido folico), sali minerali (calcio, ferro, fosforo), lipidi (acidi grassi essenziali). Un basso livello di folati nella madre è un fattore di rischio per lo sviluppo di difetti del tubo neurale nel feto. L’incremento dell’apporto di acido folico in gravidanza, che deve raggiungere almeno i 400 microgrammi al giorno, si è dimostrato efficace per la prevenzione della spina bifida e dell’anencefalia. L’integrazione con acido folico dovrebbe iniziare almeno un mese prima e continuare tre mesi dopo il concepimento. Gli acidi grassi essenziali sono molto importanti sia per la madre che per la crescita e lo sviluppo del sistema nervoso centrale del neonato e servono, in particolare, alle strutture cerebrali e retiniche. Non sono prodotti autonomamente dall’organismo e vanno introdotti con la dieta; tra questi, gli acidi grassi monoinsaturi e gli acidi grassi polinsaturi a lunga catena, in particolare della serie Omega-3, tra cui il più il più importante è il DHA presente nel pesce, soprattutto quello “azzurro”. Per coprire il fabbisogno di acidi grassi essenziali, si può ricorrere su consiglio del medico ad alimenti fortificati o supplementare l’assunzione con integratori. Gli alimenti che non devono mancare sono: frutta e verdura carboidrati (pane, pasta, riso, orzo, patate), limitando gli zuccheri semplici, derivanti prevalentemente da dolci e bibite proteine (pesce, carne, legumi, uova) latte e derivati del latte (formaggi, yogurt) alimenti ricchi di fibre, per contrastare la stipsi che spesso si presenta durante gravidanza (pane, pasta e cereali integrali, frutta, verdura). Le donne che seguono una dieta vegetariana o vegana devono prestare attenzione ai livelli di assunzione raccomandati dalla comunità scientifica per quanto riguarda le proteine: la raccomandazione è quella di un incremento giornaliero di 6 g/die. Alle donne vegetariane in stato di gravidanza si consiglia inoltre un supplemento di vitamina B12: è opportuno chiedere al medico indicazioni su come alimentarsi al meglio.   Mangia sicuro Per le loro specifiche caratteristiche alcuni prodotti sono meno adatti alle gestanti e devono essere consumati adottando particolari accortezze. Alcuni alimenti, ad esempio, possono veicolare agenti patogeni come Listeria monocytogenes e Toxoplasma gondii, responsabili di patologie a carico del feto, altri alimenti possono veicolare germi responsabili di infezioni o tossinfezioni alimentari. Consulta la tabella con i principali alimenti che dovrebbero essere evitati in gravidanza o assunti con le dovute precauzioni.  

Alimento Rischio Cosa fare
Latte crudo non pastorizzato Escherichia coli verocitotossici, Brucella spp. Consumare solo dopo bollitura
Uova crude o poco cotte Salmonella spp. Consumare dopo accurata cottura (il tuorlo deve essere coagulato)
Carni crude o poco cotte (ad es. tartare o carpaccio), compreso pollame e selvaggina Toxoplasma gondii, Escherichia coli verocitotossici, Salmonella spp., Campylobacter spp. Cuocere bene la carne fino al cuore (deve scomparire il colore rosato)
Salsicce fresche e salami freschi (poco stagionati) Toxoplasma gondii, Salmonella spp, Listeria monocytogenes Cuocere bene fino al cuore (deve scomparire il colore rosato). La stagionatura molto breve rende il profilo di rischio di questi alimenti simile a quello della carne cruda
Pesce crudo (ad es. sushi), poco cotto o marinato Listeria monocytogenes e, se non adeguatamente congelato, Anisakis spp. Consumare solo dopo accurata cottura
Frutti di mare crudi (cozze e ostriche) Salmonella spp., virus dell’Epatite A e Norovirus Consumare solo dopo accurata cottura
Prodotti pronti per il consumo a base di pesce affumicato Listeria monocytogenes Preferibile non consumarli
Formaggi a breve stagionatura, a pasta molle o semimolle, con muffe Listeria monocytogenes Preferire altre tipologie di formaggi
Frutta e verdura cruda, frutti di bosco surgelati Toxoplasma gondii, Salmonella spp., Virus dell’epatite A e Norovirus Consumare le verdure solo dopo accurato lavaggio, comprese quelle in busta già pronte per il consumo. Consumare la frutta ben lavata, meglio se sbucciata, i frutti di bosco surgelati solo cotti

 

 

Ricorda di…

  • lavare le mani prima e dopo aver toccato alimenti crudi
  • consumare i prodotti preconfezionati deperibili subito dopo l’apertura e, comunque, mai oltre la data di scadenza
  • mantenere separati i cibi crudi da quelli cotti
  • refrigerare subito gli alimenti già cotti, se non mangiati al momento, e riscaldarli accuratamente fino al cuore, prima di consumarli
  • non superare una porzione da 100 g alla settimana di grandi pesci predatori (pesce spada, squaloidi, marlin, luccio) e non consumare tonno più di 2 volte a settimana. In caso si vogliano comunque consumare, si consiglia di non prevedere nella dieta settimanale altre specie di pesce, per evitare una maggiore esposizione ai possibili contaminanti (ad es. metilmercurio)
  • eliminare le parti scure (di aspetto bruno-verdastro) contenute nel cefalotorace dei granchi, per contenere l’esposizione al cadmio.

Fonte Salute.gov.it

Alimentazione corretta

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Secondo l’OMS circa 1/3 delle malattie cardiovascolari e dei tumori possono essere evitati grazie a una equilibrata e sana alimentazione Un’alimentazione varia ed equilibrata è alla base di una vita in salute. Un’alimentazione inadeguata, infatti, oltre a incidere sul benessere psico-fisico, rappresenta uno dei principali fattori di rischio per l’insorgenza di numerose malattie croniche. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, circa 1/3 delle malattie cardiovascolari e dei tumori potrebbero essere evitati grazie a una equilibrata e sana alimentazione. Di cosa abbiamo bisogno L’organismo umano ha bisogno di tutti i tipi di nutrienti per funzionare correttamente. Alcuni sono essenziali a sopperire il bisogno di energia, altri ad alimentare il continuo ricambio di cellule e altri elementi del corpo, altri a rendere possibili i processi fisiologici, altri ancora hanno funzioni protettive. Per questa ragione l’alimentazione deve essere quanto più possibile varia ed equilibrata. Cereali Grano, mais, avena, orzo, farro e gli alimenti da loro derivati (pane, pasta, riso) apportano all’organismo carboidrati, che rappresentano la fonte energetica principale dell’organismo, meglio se consumati integrali. Contengono inoltre vitamine del complesso B e minerali, oltre a piccole quantità di proteine. Frutta e ortaggi Sono una fonte importantissima di fibre, un elemento essenziale nel processo digestivo. Frutta e ortaggi sono inoltre ricchi di vitamine e minerali, essenziali nel corretto funzionamento dei meccanismi fisiologici. Contengono, infine, antiossidanti che svolgono un’azione protettiva. Carne, pesce, uova e legumi Questi alimenti hanno la funzione principale di fornire proteine, una classe di molecole biologiche che svolge una pluralità di funzioni. Partecipano alla “costruzione” delle diverse componenti del corpo, favoriscono le reazioni chimiche che avvengono nell’organismo, trasportano le sostanze nel sangue, sono componenti della risposta immunitaria: forniscono energia “di riserva”, aiutano l’assorbimento di alcune vitamine e di alcuni antiossidanti, sono elementi importanti nella costruzione di alcune molecole biologiche. Un insufficiente apporto di proteine può compromettere queste funzioni (per esempio si può perdere massa muscolare), ma un eccesso è altrettanto inappropriato: le proteine di troppo vengono infatti trasformate in depositi di grasso e le scorie di questa trasformazione diventano sostanze, che possono danneggiare fegato e reni. Le carni, in particolare quelle rosse, contengono grassi saturi e colesterolo. Pertanto vanno consumate con moderazione. Vanno consumati con maggior frequenza il pesce, che ha un effetto protettivo verso le malattie cardiovascolari (contiene i grassi omega-3) e i legumi, che rappresentano la fonte più ricca di proteine vegetali e sono inoltre ricchi di fibre. Latte e derivati Sono alimenti ricchi di calcio, un minerale essenziale nella costruzione delle ossa. E’ preferibile il consumo di latte scremato e di latticini a basso contenuto di grassi. Acqua Circa il 70% dell’organismo umano è composto di acqua e la sua presenza, in quantità adeguate, è essenziale per il mantenimento della vita. L’acqua è, infatti, indispensabile per lo svolgimento di tutti i processi fisiologici e delle reazioni biochimiche che avvengono nel corpo, svolge un ruolo essenziale nella digestione, nell’assorbimento, nel trasporto e nell’impiego dei nutrienti. È il mezzo principale attraverso cui vengono eliminate le sostanze di scarto dei processi biologici. Per questo, un giusto equilibrio del “bilancio idrico” è fondamentale per conservare un buono stato di salute nel breve, nel medio e nel lungo termine. Istruzioni per l’uso La quantità giusta Il fabbisogno di energia varia nel corso della vita ed è diverso tra uomini e donne, dipende: dall’attività fisica (persone che svolgono lavori “fisici” hanno un fabbisogno maggiore rispetto a quanti svolgono lavori da ufficio) dallo stile di vita (chi pratica regolarmente attività fisica necessita di maggior energia rispetto a quanti conducono una vita sedentaria) dalle caratteristiche individuali (la statura, la corporatura ecc.) dall’età. I cibi giusti Una sana alimentazione è quella che fornisce all’organismo tutte le sostanze nutritive di cui necessita nella giusta proporzione. È consigliabile dividere opportunamente le calorie di cui abbiamo bisogno nel corso della giornata. Sarebbe corretto che le calorie assunte fossero ripartite per il 20% a colazione, per il 5% a metà mattina, per il 40% a pranzo, per il 5% a metà pomeriggio, per il 30% a cena. Un modello da seguire è quello della dieta mediterranea. Molti studi scientifici ne hanno dimostrato la capacità di produrre benefici per l’organismo e ridurre il rischio di malattie croniche. Oltre a queste indicazioni di base, per una corretta alimentazione è fondamentale seguire alcuni suggerimenti: fare sempre una sana prima colazione con latte o yogurt, qualche fetta biscottata ed un frutto variare spesso le scelte e non saltare i pasti consumare almeno 5 porzioni di frutta e verdura al giorno ridurre quanto più possibile il consumo di sale privilegiando le spezie per insaporire i cibi limitare il consumo di dolci preferire l’acqua, almeno 1,5-2 litri al giorno limitando le bevande zuccherate ridurre il consumo di alcol. Cosa consumare con limitazione Grassi da condimento E’ buona abitudine non esagerare con i grassi da condimento ed è meglio preferire quelli di origine vegetale come l’olio extravergine d’oliva. Sale Contiene il sodio che è un minerale essenziale per il funzionamento dell’organismo. Tuttavia, il sodio contenuto naturalmente negli alimenti è sufficiente a soddisfare il fabbisogno. Non ci sarebbe, dunque, nessuna necessità di aggiungerlo all’alimentazione, se non per rendere più gustose le pietanze. Soprattutto perché un eccessivo consumo di sale favorisce la comparsa di ipertensione arteriosa, di alcune malattie del cuore e dei reni. Zucchero e cibi zuccherati Sono composti da carboidrati con una struttura molto semplice che, proprio in virtù di questa semplicità, vengono impiegati dall’organismo come immediata fonte di energia. Tuttavia, non occorre esagerare nell’assunzione poiché questi stessi carboidrati sono presenti in molti alimenti costitutivi della alimentazione. Un eccessivo consumo può dunque aumentare il rischio di insorgenza di obesità, diabete e malattie cardiovascolari. Alcol Il costituente fondamentale e caratteristico di ogni bevanda alcolica è l’etanolo, sostanza estranea all’organismo e non essenziale. Pur non essendo un nutriente, l’etanolo apporta una cospicua quantità di calorie che si sommano a quelle degli altri alimenti e contribuire all’aumento di peso.   Cosa si può prevenire con la giusta alimentazione L’alimentazione, assieme all’attività fisica e all’astensione dal fumo, ha un ruolo fondamentale nella prevenzione di molte malattie. Ecco un elenco di quelle più comuni. Malattie cardiovascolari Sono la prima causa di morte al mondo. Dopo il fumo e l’età, un’alimentazione non equilibrata rappresenta il fattore di rischio principale per questo gruppo di malattie. A influire negativamente è un’alimentazione ricca di grassi saturi e povera di fibre, che favorisce l’insorgenza di aterosclerosi. Obesità Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità l’obesità colpisce nel mondo quasi mezzo miliardo di persone. Rappresenta uno dei principali fattori di rischio per l’insorgenza delle malattie cardiovascolari, del diabete di tipo 2, di alcuni tumori, dell’artrosi, dell’osteoporosi. L’alimentazione gioca un ruolo fondamentale assieme alla mancanza di attività fisica. Diabete di tipo 2 Colpisce circa il 6% della popolazione mondiale e fra le sue complicanze annovera le malattie cardiovascolari, le malattie renali, la vascolopatia diabetica (piede diabetico) e la cecità. Le persone che ne sono affette hanno un’aspettativa di vita ridotta rispetto alla popolazione generale. Tra gli elementi che possono favorirne la comparsa c’è anche uno stile alimentare errato. Osteoporosi Un’alimentazione povera di calcio e vitamina D nel corso della vita, associata ad una scarsa attività fisica, può facilitare il danno osseo causato da condizioni come l’osteoporosi, una patologia molto diffusa soprattutto a causa dell’allungamento della vita, che aumenta il rischio di fratture e riduce la qualità di vita.   Prevenzione su misura Corretta alimentazione significa anche adattare la propria alimentazione al momento della vita che si sta attraversando. Le indicazioni valide per la popolazione generale possono, infatti, necessitare di leggeri adattamenti, che rispondano alle necessità del corpo caratteristiche di particolari periodi. Durante la gravidanza, per esempio, è necessario apportare nutrienti che soddisfino il fabbisogno della mamma, ma anche quello di crescita del feto. In gravidanza è necessario evitare di prendere troppo peso, controllando il peso e affidandosi ai consigli dietetici del medico per ridurre al minimo i rischi di complicanze. L’organismo dei bambini, va tenuto presente, utilizza parte dell’energia assunta con il cibo per la crescita. Gli anziani, al contrario, possiedono processi di utilizzo del cibo rallentati. È quindi opportuno scegliere con cura la quantità e la tipologia di nutrienti in maniera appropriata in ogni fase della vita.

Bambini

L’alimentazione dei più piccoli è fondamentale per una normale crescita, per prevenire malattie croniche e per acquisire uno stile alimentare sano che si porterà avanti per tutta la vita. Tuttavia, i bisogni nutrizionali di bambini sono peculiari. Innanzitutto, perché il loro bisogno in energia e in nutrienti è più alto, in rapporto al peso, rispetto a quello degli adulti. Ciò impone di adottare uno stile alimentare distribuito in 5 pasti quotidiani: oltre ai 3 principali, 2 spuntini che facciano fronte ai bisogni nutritivi, senza portare però a un eccessivo introito di calorie. È fondamentale che la dieta sia varia, ricca e abbia un alto contenuto di frutta e ortaggi. Fondamentale è l’apporto di proteine, vitamine (soprattutto la C, la D e il complesso B) e sali minerali (soprattutto calcio, ferro e iodio, quest’ultimo anche mediante l’uso di sale iodato). I bambini andrebbero incoraggiati ad assaggiare cibi diversi e a masticare bene il cibo. È importante,inoltre, che siano attivi fisicamente per almeno 1 ora al giorno, anche solo correndo e giocando, e che non trascorrano molto tempo della loro giornata in attività sedentarie.

Adolescenti

L’adolescenza è un momento decisivo nella vita: il corpo cresce rapidamente, si registrano cambiamenti ormonali. E di pari passo cambia il fabbisogno di sostanze nutritive. Aumenta la necessità di proteine, ferro, calcio, vitamine A, C e D.L’alimentazione, dunque dovrà prestare particolare attenzione a un corretto consumo degli alimenti che contengono questi nutrienti.Inoltre, molta attenzione va posta alla tendenza, in questo periodo della vita, specie tra le ragazze, a seguire un’alimentazione squilibrata per cercare di ridurre il peso.

Donne in menopausa

I cambiamenti ormonali, che si verificano con la menopausa, espongono l’organismo all’aumento di rischio per molte malattie. Il cuore e i vasi sanguigni, per esempio, perdono protezione dall’aterosclerosi e dalla trombosi, si perde più rapidamente il calcio dei tessuti ossee e aumenta quindi il rischio di osteoporosi. Allo stesso tempo, si registra una diminuzione del bisogno di energia e la cessazione dei flussi mestruali riduce notevolmente il fabbisogno di ferro. A questa mutata situazione bisogna rispondere con l’alimentazione, che deve ricalcare l’alimentazione della donna adulta sana, salvo alcune correzioni legate all’età e alla particolare condizione ormonale. In generale, è opportuno ridurre l’apporto calorico, mentre è utile aumentare il consumo di latte e derivati, privilegiando il latte scremato a scapito di latte intero e latticini che possono avere un elevato contenuto di grassi. Occorre preferire il pesce, le carni magre, i legumi per soddisfare il fabbisogno quotidiano di proteine.

Anziani

È sbagliato pensare che le persone anziane debbano mangiare in maniera completamente diversa rispetto agli adulti. Se non ci sono ragioni mediche che lo impediscano, l’alimentazione indicata per gli anziani è sovrapponibile a quella dell’adulto se non per la quantità: il bisogno di energia infatti diminuisce all’aumentare dell’età e, pertanto, di questo si dovrà tenere conto nella scelta dell’alimentazione. Concretamente, gli anziani devono consumare la stessa quantità di proteine che erano soliti consumare in precedenza, privilegiando latte, formaggi latticini a basso contenuto di grassi, legumi, uova, pesce e la carne (soprattutto carne magra e pollame). Sono da ridurre i grassi, preferendo quelli più ricchi in acidi monoinsaturi (olio di oliva) e polinsaturi (olio di semi). Anche se in quantità inferiori rispetto a un adulto, occorre continuare ad assumere i carboidrati complessi, come quelli apportati da cereali, pane integrale, legumi e certi tipi di verdura e di frutta, che forniscono energia, fibra, ferro, insieme ad altri minerali e vitamine. Da limitare gli zuccheri raffinati, i salumi, i formaggi stagionati e, in generale, i cibi ricchi di sale. Naturalmente, occorrerà scegliere gli alimenti sulla base delle condizioni dell’apparato masticatorio, anche per facilitare i processi digestivi che nell’anziano sono meno efficienti. Quindi, sarà necessario prestare attenzione anche alla preparazione dei cibi: tritare le carni, grattugiare o schiacciare frutta ben matura, preparare minestre, purea e frullati, scegliere un pane morbido o ammorbidirlo in un liquido, possono essere soluzioni per continuare ad avere un’alimentazione varia e sana. Per approfondire consulta le scheda: Gravidanza, corretta alimentazione

Alluvioni, leggi l’infografica del Ministero

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Le alluvioni rappresentano il disastro naturale più comune a livello mondiale e la loro frequenza è destinata ad aumentare a causa dei cambiamenti climatici. In Italia i comuni a rischio idrogeologico sono 6.000, oltre il 70% del totale. In caso di alluvioni possono verificarsi frane, smottamenti e allagamenti. I principali rischi per la salute sono rappresentati da: annegamento, traumatismi e lesioni (lacerazioni, ustioni, folgorazioni), malattie gastrointestinali, avvelenamenti da sostanze tossiche o da acque contaminate, stress post-traumatico (ansia, depressione, insonnia), infarto. Il Ministero della salute ha realizzato, in collaborazione con il Dipartimento di Epidemiologia della regione Lazio, un’infografica contenente alcune raccomandazioni da mettere in atto durante e dopo un’alluvione.  

DURANTE L’ALLUVIONE

 

  • Non transitare in zone allagate e in acqua in movimento: il rischio di annegamento è alto. Sott’acqua potrebbero esserci pericoli nascosti come voragini, buche e tombini aperti.
  • Durante un’alluvione il rischio di traumatismi ed infortuni è alto. Muoviti con prudenza in casa e fuori, soprattutto nelle zone allagate. La forza dell’acqua può danneggiare anche gli edifici e le infrastrutture.
  • Evita di sostare o transitare in sottopassi, argini di corsi d’acqua, ponti. In caso di alluvione non utilizzare l’automobile. Non tentare di spostarla dal garage.

 

DURANTE/DOPO L’ALLUVIONE

 

  • Attenzione: l’acqua del rubinetto potrebbe diventare non potabile e causare problemi di salute. Prima di utilizzarla, assicurati che ordinanze o avvisi comunali non lo vietino. Fai bollire l’acqua o consuma quella imbottigliata.
  • Attenzione: germi e batteri possono proliferare in casa, nell’acqua e nel cibo e provocare malattie gastroenteriche. Lava accuratamente le mani o disinfettale. Disinfetta le superfici e gli utensili usati per preparare il cibo. Elimina tutti gli utensili che non possono essere disinfettati (es. di legno).
  • Durante l’alluvione ricordati di staccare la corrente. Evita di sostare vicino a fonti elettriche. Non toccare impianti e apparecchi elettrici con mani o piedi bagnati. Dopo l’alluvione contattare un tecnico prima di utilizzare impianti a gas o elettrici nelle aree alluvionate.
  • Generatori e apparecchi a combustione per il riscaldamento/deumidificazione possono causare avvelenamento da monossido di carbonio. Assicurati che gli ambienti siano ben ventilati e non utilizzare generatori a combustione in ambienti chiusi. In caso di intossicazione contatta un medico.
  • L’alluvione può avere causato la fuoriuscita di sostanze chimiche. Segnala eventuali sversamenti alle autorità competenti. In caso di contatto con sostanze chimiche lava accuratamente le parti del corpo contaminate e consulta un medico.
  • Sintomi da stress o ansia sono comuni dopo una calamità naturale come le alluvioni. Rivolgiti ai servizi sociosanitari locali che possono aiutarti a superare questo trauma.
  • Se hai in corso terapie farmacologiche e/o cure mediche, rivolgiti ai servizi sanitari locali per evitare la loro interruzione.
  • Informati sui comportamenti salvavita da adottare prima, durante e dopo l’alluvione. Rivolgiti al tuo Comune per avere informazioni sul Piano di emergenza (fornisce informazioni sulle aree alluvionabili, le vie di fuga e le aree sicure della tua città).

  Fonte: Salute.Gov.it

Sicuri in viaggio

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Prima di mettersi in viaggio è importante conoscere le caratteristiche del Paese ospitante e rivolgersi al proprio medico per le eventuali vaccinazioni da eseguire Molte malattie, da tempo sconfitte in Italia, sono ancora diffuse in alcuni Paesi, specie quelli in via di sviluppo. Si tratta di malattie infettive, la cui diffusione è favorita dalle caratteristiche climatiche dei Paesi e dalla persistenza di situazioni di carenze igienico-sanitarie e che in molti casi possono avere serie conseguenze per la salute. Prima di mettersi in viaggio è dunque di massima importanza conoscere le caratteristiche del Paese ospitante e rivolgersi al proprio medico o alle strutture sanitarie preposte alla prevenzione delle malattie dei viaggiatori per ottenere indicazioni specifiche. Malattie del viaggiatore Molte delle malattie in cui è possibile imbattersi viaggiando verso mete esotiche erano fino a qualche decennio fa diffuse anche in Italia. In altri casi si tratta di patologie strettamente legate alle caratteristiche di questi luoghi. Ecco un elenco delle più diffuse. Amebiasi È una malattia diffusa nei Paesi tropicali e sub-tropicali ed è favorita dai climi caldi e umidi e da condizioni igienico-ambientali scadenti. È provocata da un parassita (l’ameba) e si trasmette per via oro-fecale (vale a dire tramite l’ingestione di acqua o cibi contaminati da feci di individui infetti). Ha come sintomo caratteristico una diarrea acuta. Può presentarsi anche con febbre, brividi, sangue nelle feci. In presenza di questi sintomi, sia che ci si trovi ancora in viaggio sia che si presentino appena tornati a casa, è necessario rivolgersi immediatamente a un medico. Non esistono vaccinazioni nei confronti dell’amebiasi. Come per tutte le malattie a trasmissione oro-fecale, per prevenire la malattia è fondamentale il rispetto di norme igieniche. Colera È diffuso soprattutto in Asia (India e Bangladesh, per esempio) e in Africa. È causato da batteri appartenenti al genere vibrioni che producono una tossina in grado di danneggiare le cellule del rivestimento dell’intestino alterando così la loro capacità di assorbire le sostanze nutritive e i liquidi contenuti negli alimenti. Il colera si manifesta con molte scariche di diarrea acquosa, vomito, rapida disidratazione, abbassamento della temperatura. Nel caso insorgessero sintomi sospetti è necessario rivolgersi immediatamente a un medico. La perdita di grandi quantità di liquidi con il vomito e la diarrea può infatti provocare stato di shock e, se non opportunamente curato, la morte. Esistono vaccini per la prevenzione di questa malattia, ma la loro protezione è di molto inferiore al 100 per cento. Per questa ragione, resta fondamentale l’adozione delle norme igieniche per la prevenzione delle malattie a trasmissione oro-fecale. Dengue La malattia è presenta allo stato endemico in gran parte del Sud est asiatico, in Africa, America Centrale e Meridionale e in alcune parti dell’Oceania. A causarla è un virus che viene trasmesso attraverso la puntura di zanzare. La dengue si manifesta in due forme: quella classica e quella emorragica. La dengue classica è la forma benigna della malattia: ha sintomi simili all’influenza (febbre, mal di testa, dolori osteoarticolari, disturbi gastrointestinali) e in alcuni casi, specie nei bambini, causa un’eruzione cutanea (simili a quelli del morbillo o della rosolia). La dengue emorragica, invece, si manifesta con febbre, arrossamento del viso, inappetenza, lievi disturbi gastrointestinali e delle vie aeree superiori. A questi sintomi fa seguito una fase di aggravamento della malattia caratterizzata, tra le altre cose, da fenomeni emorragici. La dengue emorragica si manifesta in genere al secondo episodio della malattia (a seguito di una reinfezione con un sierotipo diverso del virus), per cui chi ha già contratto una volta la dengue deve stare più attento. In caso di comparsa improvvisa di febbre, mentre si è ancora in viaggio o appena tornati a casa, è necessario rivolgersi a un medico evitando l’automedicazione, che può aggravare la situazione. Non sono disponibili vaccini contro la dengue né misure di profilassi. La prevenzione consiste nell’adozione di misure di protezione dalla puntura delle zanzare. Diarrea del viaggiatore È forse la malattia del viaggiatore più nota. È conosciuta con diversi nomi, il più comune dei quali è probabilmente “la vendetta di Montezuma”. A causarla possono essere sia batteri, sia virus sia parassiti. Ma possono influire, sebbene in misura minore, anche i cambiamenti di abitudini e delle condizioni climatiche. È caratterizzata da diarrea, che in genere si presenta con almeno tre scariche al giorno. Quando si presentano i sintomi è necessario rivolgersi a un medico, soprattutto per escludere la possibilità che si tratti di altre condizioni più serie. Non esistono modalità di prevenzione in grado di contrastare tutte le possibili fonti del disturbo. L’unica strategia efficace è il rispetto delle norme igieniche per prevenire le malattie a trasmissione oro-fecale. Shigellosi (dissenteria bacillare) È diffusa in tutti i paesi economicamente poco sviluppati. È causata da batteri appartenenti al genere Shigella. Si manifesta con diarrea (talvolta sanguinolenta), febbre, nausea, dolori addominali. La trasmissione è oro-fecale, quindi può essere contratta in seguito all’ingestione di acqua e alimenti contaminati da materiale fecale di persone infette. Quando si presentano i sintomi è necessario rivolgersi a un mendico. Il mancato trattamento può portare infatti in alcuni casi alla morte. Non esistono forme di prevenzione se non l’adozione delle norme di prevenzione delle malattie a trasmissione oro-fecale. Febbre gialla È un problema di sanità pubblica in molti paesi dell’Africa centrale e occidentale. È inoltre diffusa in alcune regioni equatoriali e tropicali dell’America centrale e meridionale. È dovuta a un virus trasmesso tramite le punture di zanzara. Si manifesta con febbre accompagnata da brividi, dolori muscolari, senso di prostrazione, nausea vomito. È possibile la comparsa di un colorito giallo della pelle; infatti, il virus colpisce il fegato. A volte possono comparire manifestazioni emorragiche. In caso di febbre, se ci si trova in una zona a rischio o si è appena ritornati da un viaggio in queste aree, è necessario rivolgersi a un medico. Se non opportunamente curata, la malattia può essere infatti letale. Contro la febbre gialla esiste un vaccino a base di virus viventi attenuati che ha un’efficacia protettiva superiore al 90 per cento. Utili sono comunque le misure per prevenire la puntura da parte delle zanzare. Febbre tifoide È diffusa in tutti i Paesi dalle condizioni igienico-sanitarie scadenti. È dovuta a un batterio trasmesso per via oro-fecale. Si manifesta con febbre alta, mal di testa, malessere generale, mancanza di appetito, rallentamento del battito cardiaco, presenza di macchie rossastre e rilevate sul tronco, tosse secca e disturbi gastrointestinali. Nel caso si manifestassero questi sintomi è opportuno rivolgersi immediatamente al medico che valuterà il trattamento più adeguato. Sono disponibili vaccini contenenti il batterio reso innocuo attraverso specifici procedimenti chimici. È comunque opportuno rispettare le misure igieniche necessarie a prevenire la trasmissione oro-fecale. Malaria È endemica in gran parte dell’Africa, nel sub-continente indiano, nel sud-est asiatico, in America latina e in una parte dell’America Centrale. È una delle più frequenti cause di febbre in chi ritorna da paesi endemici. È trasmessa dalla puntura di una zanzara del genere Anopheles. Si manifesta nella maggior parte dei casi con febbre accompagnata da brividi, mal di testa, mal di schiena, sudorazione, dolori muscolari, nausea, vomito, diarrea, tosse. In caso compaiano i sintomi è necessario rivolgersi immediatamente a un medico. Per difendersi dalla malaria è fondamentale adottare le misure che impediscono la puntura delle zanzare. Prima di recarsi in Paesi in cui la malattia è diffusa è anche possibile effettuare una profilassi con appositi farmaci che riducono ulteriormente il rischio della malattia. Esistono diversi regimi profilattici. È bene consultare il proprio medico o le strutture sanitarie preposte alla prevenzione delle malattie dei viaggiatori per ottenere indicazioni specifiche. Istruzioni per l’uso Prima di mettersi in viaggio è sempre opportuno consultare il proprio medico o le strutture sanitarie preposte alla prevenzione delle malattie dei viaggiatori, per ottenere indicazioni specifiche. Specie se si rientra tra le categorie più sensibili (donne in gravidanza, bambini, persone affette da particolari patologie). Esistono tuttavia, delle buone pratiche che possono aiutare a prevenire le malattie del viaggiatore. Quando la malattia arriva dagli alimenti Molte delle malattie del viaggiatore hanno trasmissione oro-fecale, si diffondono cioè da una persona all’altra tramite l’ingestione di acqua o cibi contaminati da feci di individui infetti. Non si tratta di un’eventualità rara: molti Paesi non hanno ancora un efficiente sistema di smaltimento delle acque reflue, in altri gli escrementi vengono utilizzati come fertilizzanti nel terreno. In tal modo non è remota la possibilità che microrganismi si trasferiscano dalle feci ai prodotti alimentari o alle acque. Per prevenire questa forma di trasmissione, l’Organizzazione mondiale della sanità ha stilato un decalogo che è valido in tutti i luoghi, ma ancor più in quelle aree in cui sono più diffuse le malattie del viaggiatore: scegliere i prodotti che abbiano subito trattamenti idonei ad assicurare l’innocuità (ad esempio latte pastorizzato o trattato ad alte temperature) cuocere bene i cibi in modo che tutte le parti, anche le più interne raggiungano una temperatura di almeno 70 gradi consumare gli alimenti immediatamente dopo la cottura gli alimenti cotti, se non vengono consumati subito, vanno immediatamente conservati in frigorifero. La permanenza in frigorifero deve essere limitata; se il cibo deve essere conservato per lungo tempo è preferibile congelarlo i cibi precedentemente cotti vanno riscaldati rapidamente e ad alta temperatura prima del consumo evitare ogni contatto tra cibi crudi e cotti curare l’igiene delle mani per la manipolazione degli alimenti fare in modo che tutte le superfici della cucina, gli utensili e i contenitori siano puliti proteggere gli alimenti dagli insetti, dai roditori e dagli altri animali utilizzare solo acqua potabile. Quando a trasmettere la malattia sono gli insetti Molte insidiose malattie infettive sono trasmesse dagli insetti, dalle zanzare in particolare, che succhiano il sangue delle persone infette e sono in grado di alimentare lo sviluppo dell’agente patogeno. Per questa ragione, i comportanti in grado di prevenire la puntura delle zanzare sono un’efficace strategia di protezione. Se ci si reca in Paesi in cui sono diffuse malattie che vengono trasmesse dalla puntura di zanzare, è opportuno: evitare, se possibile, di uscire tra il tramonto e l’alba (è il periodo in cui l’attività delle zanzare è più intensa) indossare abiti di colore chiaro, con maniche lunghe e pantaloni lunghi che coprano la maggior parte del corpo evitare l’uso di profumi che possono attirare gli insetti applicare repellenti per insetti sulle porzioni di pelle esposte. In tal caso occorre fare particolare attenzione se si impiegano sui bambini o su persone allergiche a specifici componenti alloggiare preferibilmente in stanze dotate di condizionatore d’aria o, in mancanza di questo, di zanzariere alle finestre usare zanzariere sopra il letto e impregnarle con insetticidi spruzzare insetticidi nelle stanze o usare diffusori di insetticida. Prevenzione su misura Sulla base delle proprie condizioni epidemiologiche, molti Paesi richiedono agli ospiti di eseguire alcune vaccinazioni prima di mettersi in viaggio. .   Fonte: Salute.gov.it

Leggi l’etichetta e scegli l’alimento giusto

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L’etichetta è la carta d’identità dell’alimento: riporta informazioni sul contenuto nutrizionale del prodotto e fornisce una serie di indicazioni per comprendere come i diversi alimenti concorrono ad una dieta corretta ed equilibrata. Saper leggere correttamente le etichette rappresenta un atto di responsabilità verso il nostro benessere e verso quello delle persone che mangiano le cose che acquistiamo. Ci aiuta, infatti, ad impostare una sana alimentazione. Ecco il decalogo del Ministero per orientarsi fra gli scaffali del supermercato ed evitare sorprese indesiderate a tavola. 10 regole d’oro Leggi tutto

Celiachia

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Descrizione L’unica terapia attualmente disponibile per i soggetti celiaci è la completa e permanente esclusione dalla dieta di tutte le possibili fonti di glutine, anche quelle nascoste (il glutine può essere presente negli alimenti in scatola, nelle salse e nelle zuppe confezionate, ma anche nei cosmetici e nelle medicine). Normalmente la dieta priva di glutine (gluten-free) provoca una rapida scomparsa dei sintomi e la remissione dell’atrofia dei villi della mucosa duodenale. Seguire una dieta senza glutine è necessario per prevenire le complicanze della celiachia. Cause La celiachia è una condizione multifattoriale, per la cui comparsa clinica sono necessari due fattori: uno ambientale, la presenza nella dieta di cereali contenenti glutine, e uno genetico, gli alleli DQ2/8 del sistema di istocompatibilità di II classe. La predisposizione genetica della celiachia è confermata dall’osservazione che la frequenza della malattia è maggiore tra i familiari di primo grado dei soggetti affetti (10% rispetto al 1% della popolazione generale) e nei gemelli omozigoti la concordanza è dell’85%. Poiché solo il 30% della popolazione mondiale DQ2/8positiva sviluppa prima o poi la celiachia, sono necessari altri fattori scatenanti per la sua comparsa: in questo senso è stato ipotizzato un ruolo dell’esposizione troppo precoce al glutine o un infezione intestinale da rotavirus nell’infanzia. La celiachia si associa spesso nello stesso individuo ad altre malattie autoimmuni, quali diabete mellito di tipo 1, artrite reumatoide, tiroidite, ma anche a sindromi genetiche (Down, Turner).     Sintomi e segni I sintomi e segni della malattia sono estremamente variabili per sede ed intensità. Nella cosiddetta forma classica di malattia celiaca (frequente in età pediatrica) dominano i sintomi e segni da malassorbimento che consistono in episodi di diarrea maleodorante (per presenza di grassi nelle feci), meteorismo (addome gonfio) anche marcato, con dolori addominali crampiformi e scarso accrescimento. La forma classica di celiachia è ormai diventata rara e sempre più frequentemente la celiachia si manifesta in età adulta con sintomi extra-intestinali quali: anemia da carenza di ferro osteoporosi debolezza muscolare disturbi della fertilità e ripetuti aborti spontanei alterazioni della coagulazione afte orali alopecia (negli adulti) parestesie delle estremità (formicolio a livello delle mani e dei piedi) convulsioni Spesso i sintomi sono sfumati e la diagnosi corretta richiede anni. Diagnosi Nei soggetti ad alto rischio di celiachia, per familiarità, sintomi o per la presenza di una malattia frequentemente associata, il primo esame che viene eseguito, ricorrendo ad un semplice prelievo di sangue, è il dosaggio degli anticorpi anti-transglutaminasi. I pazienti con anticorpi positivi sono inviati, per la conferma diagnostica, all’esecuzione della biopsia della mucosa dell’intestino tenue che documenti un appiattimento (scomparsa) dei villi intestinali. La biopsia viene realizzata nel corso di una esofago-gastroduodenoscopia. La predisposizione genetica, effettuata mediante l’analisi del dna rivela se si è predisposti alla malattia (viene ricercata la presenza dei geni predisponenti, i HLA-DQ2 e HLA-DQ8). Questo esame non va eseguito di routine e va riservato solo ai casi in cui il dosaggio anticorpale e la biopsia duodenale, oltre che il quadro clinico, non sono del tutto chiari. Complicanze I soggetti affetti da celiachia non trattata presentano un rischio maggiore di sviluppare complicanze, tra cui alcune forme neoplastiche: linfoma e carcinoma intestinale. Terapia L’unica terapia attualmente disponibile per i soggetti celiaci è la completa e permanente esclusione dalla dieta di tutte le possibili fonti di glutine, anche quelle nascoste (il glutine può essere presente negli alimenti in scatola, nelle salse e nelle zuppe confezionate, ma anche nei cosmetici e nelle medicine). Normalmente la dieta priva di glutine (gluten-free) provoca una rapida scomparsa dei sintomi e la remissione dell’atrofia dei villi della mucosa duodenale. Seguire una dieta senza glutine è necessario per prevenire le complicanze della celiachia. Fonte: Salute.gov.it  

Febbre tifoide

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La febbre tifoide è provocata da una batterio responsabile di infezioni e tossinfezioni a trasmissione alimentare La febbre tifoide, anche detta tifo addominale è provocata da una batterio, la Salmonella typhi, appartenente al numerosissimo genere Salmonella, di cui fanno parte anche le S. paratyphi A e B, responsabili dei paratifi, e le cosiddette salmonelle minori, responsabili di infezioni e tossinfezioni a trasmissione alimentare. La Salmonella typhi, infetta esclusivamente l’uomo. Paratifi e salmonelle minori infettano, invece, sia gli animali domestici che l’uomo. La febbre tifoide si trasmette attraverso l’ingestione di cibi o bevande contaminati da urine o feci delle persone infette. I sintomi di solito si presentano 1-3 settimane dopo l’esposizione, quali febbre alta, malessere generale, mal di testa, stitichezza o diarrea, esantema papuloso localizzato al tronco, ingrossamento della milza e del fegato e la malattia può assumere forma lieve o grave. A seguito della malattia acuta può instaurarsi lo stato di portatore sano. Le persone che sono state a contatto con un paziente affetto da febbre tifoide, in particolare i conviventi, vanno sottoposte a controllo sanitario per la ricerca di altri casi di infezione e della fonte di esposizione. . L’infezione è provocata dal consumo d’acqua e di alimenti contaminati. È talvolta possibile una trasmissione diretta fecale-orale. I molluschi raccolti in specchi d’acqua contaminati da scarichi fognari sono un’importante fonte di infezione. L’infezione può verificarsi anche mangiando frutta cruda e verdure fertilizzate con pozzi neri e attraverso l’ingestione di latte e prodotti caseari contaminati. Le salmonelle sono dotate di una notevole resistenza nell’ambiente esterno, soprattutto se contenute nei materiali organici e possono persistere per mesi nei liquami e nel fango; resistono a lungo anche nell’acqua e nel ghiaccio. Gli insetti, in particolar modo le mosche, possono fungere da vettori passivi dei germi patogeni e contaminare gli alimenti, che quindi possono causare malattia nell’uomo. L’inquinamento delle sorgenti d’acqua può essere all’origine delle epidemie di febbre tifoide se un elevato numero di persone si abbevera alla stessa sorgente. . È una malattia sistemica di severità variabile. I segni caratteristici dei casi gravi sono rappresentati da: febbre con esordio progressivo cefalea stato generale compromesso anoressia insonnia. La stipsi è più frequente della diarrea nell’adulto e nei bambini più grandi. . In assenza di trattamento alcuni pazienti sviluppano una febbre duratura, bradicardia, epatosplenomegalia, sintomi addominali, e in certi casi polmonite. Nei pazienti di pelle bianca, in più del 20% dei casi compaiono sulla pelle del tronco macchie rosacee, che si attenuano sotto la pressione delle dita e complicazioni cerebrali e gastro-intestinali che possono essere fatali nel 10-20% dei casi. I più alti tassi di fatalità sono riportati nei bambini di età inferiore ai 4 anni. Circa il 2-5% dei soggetti che contraggono la febbre tifoide diventa portatore cronico poiché i batteri persistono nelle vie biliari anche dopo la scomparsa dei sintomi. . La febbre tifoide può essere trattata con antibiotici. Tuttavia, la resistenza agli antibiotici comuni è molto diffusa. I portatori sani dovrebbero essere esclusi dalla manipolazione degli alimenti. . Vaccinazione Esistono 2 tipi di vaccino: Orale Ty21a, vaccino vivo, attenuato, ceppo mutante della Salmonella typhi Ty21a, in capsule, viene dato in 3 dosi, a giorni alterni (due giorni una dall’altra). L’immunità viene conferita 7 giorni dopo la terza dose. Iniettabile Vi CPS, vaccino polisaccaridico capsulare Vi (Vi CPS) contiene 25 μg microgrammi di polisaccaride per dose ed è dato i.m. in una singola dose. L’immunità viene conferita circa 7 giorni dopo l’iniezione. Nei paesi o aree a rischio, l’efficacia protettiva 1.5 anni dopo la vaccinazione è di circa il 72%. Entrambi i vaccini sono sicuri ed efficaci. In qualche paese è disponibile un vaccino combinato contro la febbre tifoide e l’epatite A. Diversi vaccini coniugati polisaccaridici capsulari Vi sono in fase di preparazione (o autorizzati a livello nazionale, ma non sul mercato internazionale) e si prevede la loro disponibilità in futuro per l’immunizzazione infantile. Precauzioni e controindicazioni Il proguanil, la meflochina e gli antibiotici devono essere sospesi da 3 giorni prima a 3 giorni dopo la somministrazione di Ty21a. Non sono state riportate serie manifestazioni avverse dopo la somministrazione di Ty21a o Vi CPS. Questi vaccini non sono raccomandati nei programmi di vaccinazione dell’infanzia a causa di informazioni insufficienti sulla loro efficacia nei bambini sotto i 2 anni di età. Rischio per i viaggiatori Il rischio è generalmente basso per tutti i viaggiatori, eccetto in parti dell’Africa settentrionale e occidentale, in Asia meridionale in parti dell’Indonesia e del Perù. Altrove i viaggiatori sono generalmente a rischio solo quando esposti a bassi standard di igiene.La vaccinazione contro la febbre tifoide può essere offerta a coloro che viaggiano in destinazioni dove il rischio di febbre tifoide è alto, specie se il loro soggiorno in aree endemiche abbia una durata superiore ad un mese o se avvenga in località dopo siano prevalenti ceppi di S.typhi resistenti agli antibiotici. La durata della protezione a seguito della vaccinazione con Ty21a non è ben definita e può variare con la dose del vaccino e forse con le successive esposizioni alla Salmonella Typhi(booster naturali). In Australia ed in Europa, le tre capsule sono date nei giorni 1, 3 e 5. Questo ciclo viene ripetuto ogni anno per gli individui che viaggiano da paesi non endemici a paesi endemici e ogni 3 anni per gli individui che vivono in paesi o aree a rischio. Anche i viaggiatori vaccinati devono prestare attenzione nell’evitare il consumo di cibi ed acqua potenzialmente contaminati poiché il vaccino anche se molto efficace non conferisce una protezione del 100%. Precauzioni Osservare tutte le precauzioni nei confronti delle infezioni veicolate dagli alimenti e dall’acqua. La sicurezza degli alimenti, delle bevande e dell’acqua da bere dipende principalmente dalle condizioni di igiene applicate localmente nella raccolta, preparazione e manipolazione. Nei paesi o aree con bassi livelli di igiene e scarse infrastrutture per il controllo della sicurezza dei cibi, delle bevande e delle acque da bere, esiste un alto rischio di contrarre la diarrea del viaggiatore. Per ridurre al minimo qualsiasi rischio di contrarre infezioni trasmesse da cibo o acqua in tali paesi, i viaggiatori devono prendere precauzioni con ogni cibo o bevanda, perfino se serviti in ristoranti o hotel di buona qualità. I rischi sono più grandi nei paesi poveri, ma locali con condizioni igieniche precarie possono essere presenti in qualsiasi paese. Norme di sicurezza alimentare per le malattie a trasmissione fecale-orale Evita il cibo che è stato tenuto a temperatura ambiente per parecchie ore, per esempio il cibo del buffet non coperto, il cibo dai venditori di strada o di spiaggia Evita gli alimenti crudi, ad eccezione della frutta e della verdura, che possono essere pelate e sbucciate e non mangiare frutta la cui buccia è alterata Evita il ghiaccio che non sia fatto con l’acqua potabile Evita i piatti contenenti uova crude o insufficientemente cotte Evita i gelati di origine dubbia, compresi quelli venduti per strada Evita di lavarti i denti con acqua non potabile Nei paesi in cui il pesce, i crostacei e molluschi possono contenere biotossine pericolose, farti consigliare dalla popolazione locale Fai bollire il latte non pastorizzato (crudo) prima di consumarlo Lava sempre bene le mani in tutte le sue parti con acqua e sapone prima di preparare o consumare cibo Fai bollire l’acqua da bere in caso di dubbio; se questo non è possibile, utilizza un filtro efficiente e ben conservato o un disinfettante Puoi bere le bevande imbottigliate: sono generalmente sicure se l’imballaggio è intatto Puoi consumare bevande e cibi interamente cotti serviti caldi: sono generalmente sicuri. Trattamento dell’acqua di qualità dubbia Portare l’acqua all’ebollizione per almeno un minuto è il modo più efficace per uccidere tutti i patogeni che causano malattie. La disinfezione chimica di acqua chiara non torbida è efficace per uccidere batteri e virus e alcuni protozoi (ma non per esempio il cryptosporidium). Un prodotto che combina la disinfezione con cloro alla coagulazione/flocculazione (per es. precipitazione chimica) rimuoverà significativi numeri di protozoi oltre ad uccidere batteri e virus. L’acqua torbida deve essere privata del materiale solido sospeso lasciandolo depositare o filtrandolo prima di operare la disinfezione chimica. Sono disponibili anche strumenti portabili pronto-uso testati per rimuovere protozoi e qualche batterio. Filtri di ceramica, a membrana e di carbone sono i tipi più comuni. É cruciale selezionare la più appropriata dimensione della porosità dei filtri. Una dimensione di 1 mm o meno per la porosità media del filtro è raccomandato per assicurare la rimozione del cryptosporidium nell’acqua chiara. Alcuni strumenti di filtraggio impiegano resine impregnate di iodio per incrementare la loro efficienza. A meno che l’acqua sia bollita, una combinazione di metodi (filtrazione seguita da disinfezione chimica) è raccomandata, poiché la maggior parte degli strumenti di filtrazione pronto-uso non rimuove né uccide i virus. L’osmosi inversa (filtrazione porosa molto sottile che trattiene i sali dissolti nell’acqua) e strumenti di ultrafiltrazione (filtrazione porosa fine che passa i sali disciolti ma trattiene i virus ed altri microbi) possono teoricamente rimuovere tutti i patogeni. Spesso dopo un trattamento chimico, si usa un filtro a carbone per migliorare il gusto; in caso di trattamento con iodio, per rimuovere l’eccesso di iodio. Fonte Salute.Gov

Acido folico e gravidanza…prima è meglio!

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Perchè è importante Acido folico e folati sono vitamine del gruppo B, note anche con il nome di vitamina B9. La parola deriva dal latino folium, foglia. Fu l’americano Mitchell, negli anni ’40, il primo ad usare il termine “acido folico” per indicare sostanze estratte da foglie di spinaci rivelatesi efficaci contro alcuni tipi di anemia. È importante distinguere tra acido folico e folati. Questi ultimi sono composti naturalmente presenti negli alimenti, mentre l’acido folico è la molecola di sintesi presente nei supplementi vitaminici e negli alimenti arricchiti con queste vitamine. I folati devono essere necessariamente introdotti attraverso l’alimentazione, in quanto il nostro organismo li produce sono in quantità molto limitate. L’acido folico e i folati sono coinvolti nella sintesi di molecole importanti come il DNA, l’RNA e le proteine. Sono essenziali, quindi, per tutte quelle cellule che nel nostro organismo vanno incontro a processi di differenziazione e rapida proliferazione, come ad esempio le cellule del sangue e della pelle e sono particolarmente importanti durante la formazione dell’embrione, quando si sviluppano e si differenziano i primi abbozzi degli organi. Una carenza di queste vitamine può determinare forme di anemia e aumentare il rischio di gravi malformazioni fetali, come i difetti del tubo neurale (tra cui spina bifida, anencefalia e encefalocele) ed altre malformazioni, in particolare alcune difetti congeniti cardiovascolari, malformazioni delle labbra e del palato (labiopalatoschisi), difetti del tratto urinario e di riduzione degli arti. Secondo il sistema di sorveglianza europeo delle anomalie congenite EUROCAT (European surveillance of congenital anomalies) ci sono, in media, 20 casi di malformazioni congenite ogni 1.000 nati. Un’alimentazione ricca in frutta, verdura e legumi, contenenti folati, può contribuire a ridurre l’incidenza delle malformazioni congenite, ma la sola alimentazione non è sempre sufficiente a coprire il fabbisogno quotidiano in folati e, se si programma una gravidanza, è necessario integrare la dieta con compresse di acido folico. Numerosi studi hanno dimostrato che un’adeguata assunzione di acido folico è efficace nella prevenzione primaria dei difetti del tubo neurale e di altre malformazioni congenite permettendo una riduzione del rischio fino al 70%. Per approfondire leggi: il Rapporto Istisan n. 13/28 – Prevenzione primaria delle malformazioni congenite: attività del Network Italiano Promozione Acido Folico e la Raccomandazione elaborata dal Network Italiano le Recommendations on policies to be considered for the primary prevention of congenital anomalies in National Plans and Strategies on Rare Diseases elaborate da Eurocat-Europlan. Quanto ne serve Il fabbisogno quotidiano di acido folico è normalmente assunto con una dieta ricca di frutta e verdura fresca. Durante il periodo peri-concezionale, però, come raccomandato dal Network Italiano Promozione Acido Folico coordinato dal Centro Nazionale Malattie Rare dell’Istituto superiore di sanità, (da 1 mese prima del concepimento ai primi 3 mesi di gravidanza inclusi) il fabbisogno di acido folico aumenta. Per raggiungere l’assunzione raccomandata di tale vitamina sarebbe necessario triplicare l’assunzione dietetica tipica, una scelta piuttosto laboriosa da rispettare, anche perché sarebbe difficile mantenere la quota giornaliera in modo costante. Per questo è consigliata l’integrazione con supplementi vitaminici. Queste le dosi di acido folico raccomandate: Prima di una gravidanza Per ridurre il rischio di malformazioni congenite come spina bifida, anencefalia e encefalocele, è necessario che la donna assuma 0,4 mg/die di acido folico, sotto forma di supplementi, mentre sta programmando una gravidanza (almeno 1 mese prima). Durante la gravidanza Il fabbisogno giornaliero di folati aumenta per la donna in gravidanza a 0,6 mg/die, dal momento che il feto attinge alle risorse materne per il proprio sviluppo. Pertanto l’assunzione di acido folico deve continuare almeno fino al terzo mese di gestazione. Durante l’allattamento Il fabbisogno giornaliero per una mamma che allatta è di 0,5 mg di folati, per ripristinare le perdite che avvengono con il latte materno. In presenza di particolari condizioni di rischio Le donne con precedenti gravidanze in cui sono stati riscontrati difetti del tubo neurale (come spina bifida, anencefalia e encefalocele) oppure con storia familiare di malformazioni congenite, donne in terapia con farmaci antiepilettici o con antagonisti dell’acido folico, donne con aborti ripetuti o con particolari malattie quali diabete, celiachia e patologie gastrointestinali, dovrebbero aumentare sino a 4-5 mg al giorno il dosaggio di acido folico peri-concezionale. In questi casi è opportuno che la donna consulti il medico curante o il ginecologo per definire i dosaggi più appropriati. A tavola con i folati Per soddisfare il fabbisogno giornaliero di acido folico, al di fuori della gravidanza, è sufficiente un’alimentazione equilibrata. L’integrazione di acido folico attraverso i farmaci va, infatti, riservata a particolari fasi della vita. L’acido folico si trova in abbondanza in alcuni alimenti, come le verdure a foglia verde (spinaci, broccoli, asparagi e lattuga), gli agrumi (come le arance), i legumi, i cereali, frutta come kiwi e fragole, frutta secca (come mandorle e noci). Per quanto riguarda i cibi di origine animale, il fegato e altre frattaglie hanno contenuti piuttosto elevati di folati, come pure alcuni formaggi, da consumare però in porzioni limitate e non frequenti. Anche le uova hanno buoni contenuti in folati, ma il consumo massimo consigliato è di 2-3 volte alla settimana. Includere nella propria dieta alimenti ricchi di folati, preparati con metodi il più possibile rispettosi del mantenimento dei principi nutritivi contenuti (come la cottura al vapore), rappresenta un’importante azione di prevenzione. Ecco alcuni alimenti che non dovrebbero mai mancare in una dieta sana e ricca di folati. Alimenti ad alto contenuto di folati (100-300 mcg/100g) asparagi broccoli carciofi cavolini di Bruxelles cavolfiori Alimenti a buon contenuto di folati (40-99 mcg/100g) agrumi (arance, clementine, mandarini) kiwi frutta secca (noci, mandorle, nocciole) avocado agretti bieta legumi (fagioli, ceci, lenticchie, piselli) indivia lattuga pane e pasta integrali rucola pomodorini spinaci Il sito tematico del Centro Nazionale Malattie Rare (CNMR) dell’Istituto superiore di sanità (ISS) A tavola con i folati propone una stimolante sezione di ricette per tutti i giorni e in particolare per la donna in età fertile e suggerimenti formulati da uno chef e da ricercatori del Network Italiano Promozione Acido Folico. Acido folico e Ssn Il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) ha inserito l’acido folico in fascia A cioè in regime di esenzione. Pertanto è sufficiente la prescrizione su ricetta rossa da parte del medico curante per acquistare questa vitamina pagando solo il ticket previsto dalla propria Regione. Occorre però attenersi alle quantità indicate dal proprio medico curante, e fare attenzione agli eccessi di assunzione dovuti molto spesso all’abuso che viene fatto di integratori alimentari e di alimenti arricchiti di queste vitamine (es. cereali per la prima colazione, succhi di frutta, ecc). Nel 2005 l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha approvato l’immissione in commercio di un centinaio di nuovi farmaci rimborsati dal Servizio sanitario nazionale, tra i quali due prodotti con il dosaggio raccomandato di 0,4 mg di acido folico “per la profilassi dei difetti dello sviluppo del tubo neurale in donne che stanno pianificando la gravidanza”. Tale scelta ha rappresentato un riconoscimento istituzionale dell’efficacia di questa sostanza nella prevenzione di difetti congeniti e un aiuto alle azioni di sanità pubblica volte alla promozione della salute. Informarsi La promozione del corretto uso dell’acido folico, in atto da diversi anni da parte delle istituzioni sanitarie, raggiunge maggiormente l’obiettivo anche grazie a una comunicazione efficace tra operatore sanitario (medico, infermiere, farmacista) e cittadino. In altre parole, la consapevolezza e la motivazione all’assunzione di acido folico nelle donne in età fertile possono essere di gran lunga aumentate dagli operatori sanitari. Di qui l’importanza delle azioni portate avanti dalle istituzioni, dagli enti di ricerca e dal Network Italiano Promozione Acido Folico, con messaggi indirizzati ai cittadini, ma anche ai professionisti della salute (pubblicazioni su riviste scientifiche, massima diffusione della Raccomandazione mediante dépliant e poster, attivazione di corsi e iniziative di formazione e organizzazione di convegni). Secondo le più recenti indagini in Italia le donne consapevoli del ruolo dell’acido folico nella prevenzione primaria delle malformazioni congenite e che lo assumono nei tempi e dosaggi raccomandati sono 3 su 10. Se ci si riferisce però alle donne di origine straniera, che vivono nel nostro Paese, si osserva che solo il 4-6% assume la giusta dose di questa vitamina. La proporzione, dunque, cambia sensibilmente e diventa di circa 0,6 soggetti su 10. Sulla base di questi e altri dati raccolti attraverso indagini multicentriche dall’Istituto superiore di sanità (ISS), il Centro nazionale malattie rare (CNMR) dell’ISS ha prodotto l’opuscolo multilingue Acido Folico. Un concentrato di protezione per il figlio che verrà, finalizzato alla diffusione di informazioni adeguate sui rischi che la carenza di folati nella dieta della futura mamma possono comportare per il bambino. L’iniziativa mira a raggiungere anche le minoranze etnico-linguistiche presenti in Italia. Per la prima volta infatti il dépliant è stato tradotto in 10 lingue straniere: oltre a tedesco, inglese, francese e spagnolo, le raccomandazioni sono formulate anche in albanese, arabo, cinese, portoghese, romeno e russo. Per approfondire consulta: la pagina del sito dell’ISS dedicata all’acido folico e folati prima della gravidanza l’area tematica Nutrizione l’area tematica Salute dei bambini le Faq – domande e risposte più frequenti il sito tematico Genitoripiù il sito tematico Pensiamociprima il sito tematico Folic Acid RCT il manuale Le raccomandazioni per le coppie che desiderano avere un bambino.   Fonte Salute.gov.it

Combattere i trigliceridi

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Cosa sono i tricligeridi? Principalmente sono dei lipidi presenti nel sangue. Quando mangiamo il nostro organismo converte tutte le calorie in tricligeridi. Questi a loro volta vengono immagazzinati nelle cellule adipose. Quando l’organismo ne ha bisogno, questi vengono rilasciati per fornire energia. .. Nel momento in cui più calorie di quelle di cui realmente si ha bisogno, ecco che il livello dei tricligeridi si alza. Secondo gli esperti il livello ottimale di tricligeridi nel sangue è pari a 100mg/dL. I medici, tuttavia, non raccomandano il ricorso a trattamenti con farmaci per ottenere questo livello. Per tutti coloro che desiderano abbassare il proprio livello di trigliceridi fino a raggiungere il livello ottimale, si consiglia invece di modificare il proprio regime alimentare, di perdere peso e svolgere attività fisica. Normalmente, infatti, i trigliceridi rispondono molto bene a modifiche nella dieta e nello stile di vita ed è per questo che non è consigliabile in casi normali fare risorso a farmaci. LIVELLO DEI TRIGLIGERICI Normale: meno di 150 milligrammi per decilitro (mg/dL) o meno di 1.7 millimoli per litro (mmol/L) Alto: da 200 a 499 mg/dL (da 2.3 a 5.6 mmol/L) Molto alto: 500 mg/dL o più (5.7 mmol/L o più) Di solito i livelli di trigliceridi vengono rilevati attraverso l’esame del sangue, in particolare con una misurazione a digiuno per 12 ore prima dell’esame stesso. Ma quando si riscontra un livello elevato dei trigliceridi quali posso essere le possibili cause? Sicuramente l’obesità, ma anche forme di diabete non controllate, l’ipotiroidismo, l’assunzione di più calorie rispetto a quante il proprio organismo ne può sintetizzare e il consumo smodato di alcool. È necessario sottolineare che molti soggetti con trigliceridi alti possono avere radici genetiche. SINTOMI Un livello elevato spesso non presenta sintomi. Ma c’è da dire che se tali livelli sono causati da una condizione genetica, è possibile notare dei depositi di grasso sotto la cute. CURA La miglior cura è essenzialmente una modifica profonda delle proprie abitudini alimentare e di vita, in generale. Importante è la perdita di peso, la riduzione delle calorie, l’evitare i cibi raffinati e ricchi di zucchero, limitare l’assunzione di colesterolo sotto i 300mg, la scelta di grassi salutari, limitare il consumo di alcool e fare attività fisica con regolarità. QUALI CIBI FAVORIRE Frutta, carboidrati (meglio se con cereali integrali), fibre come fagioli secchi, semi di lino (ricchi di omega 3)e crusca di riso e crusca d’avena, verdure (meglio se a foglia verde), carne, preferibilmente magra ed il pesce come salmone, sgombro, tonno, alici. Fonte medicina33.info

Conserve fatte in case

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CONSERVE FATTE IN CASA, 10 REGOLE PER EVITARE BRUTTE SORPRESE La preparazione domestica delle conserve alimentari è un’abitudine molto diffusa nel nostro Paese. Purtroppo, però, alcuni errori nella preparazione possono portare rischi per la nostra salute. Clostridium botulinum e altri clostridi produttori di tossine sono i microrganismi più pericolosi. Ogni anno nel nostro Paese si verificano 20-30 casi di botulino, in maggioranza dovuti a una preparazione domestica. Tra gli alimenti responsabili, al primo posto i vegetali sott’olio e quelli in acqua/salamoia. Se un occhio esperto riesce ad intuire se un frutto è sano o alterato, non sempre i nostri organi di senso ci aiutano a capire se una conserva è sicura o tossica, pur essendo apparentemente perfetta. Ecco 10 semplici regole da seguire per preparare in casa una conserva evitando brutte sorprese, tratte dalle recenti Linee guida sulla corretta preparazione delle conserve alimentari in ambito domestico. Per coniugare tradizione e sicurezza. LE DIECI REGOLE: Lavare bene le mani prima di toccare gli alimenti Nella preparazione delle conserve, particolare riguardo deve essere posto all’igiene personale e della cucina, che rappresentano la prima fonte di contaminazione degli alimenti. Il semplice lavaggio delle mani con sapone, associato alla frizione meccanica, toglie dalla pelle gran parte dei microrganismi presenti. In generale il lavaggio delle mani deve essere fatto: immediatamente prima di manipolare gli alimenti e ogni qual volta si cambia il tipo di preparazione ogni volta che le mani appaiono visibilmente sporche dopo essere stati in bagno dopo aver mangiato, fumato, tossito o starnutito dopo aver toccato o manipolato qualsiasi potenziale fonte di contaminazione (alimenti crudi, animali domestici, rifiuti ecc.) Pulire la cucina e gli utensili con detergenti specifici Piatti, posate, pentole, utensili e piani di lavoro devono essere lavati con detergente specifico e risciacquati con abbondante acqua, per eliminare i residui. Se si usano i disinfettanti occorre tenere presente che non sono tutti efficaci allo stesso modo. Il più utilizzato è l’ipoclorito di sodio (o varechina o candeggina), che ha un ampio spettro di azione ed è efficace anche contro i microrganismi sporigeni, come il botulino, ma ha l’inconveniente di rendere grasse le superfici e di rovinare quelle metalliche (come quelle in acciaio). La varechina deve essere utilizzata diluita, generalmente alle percentuali di 5-7%, perché la sua efficacia diminuisce se utilizzata concentrata. Una buona disinfezione dipende, non solo dal prodotto, ma anche da come viene applicato e dal tempo di contatto. Gli strofinacci e le spugne impiegate per la pulizia degli utensili costituiscono il pericolo maggiore di diffusione dei microrganismi e necessitano di una disinfezione e di un ricambio frequenti. . Scegliere frutta e verdura di stagione e materie prime di alta qualità La scelta degli ingredienti è una fase assolutamente cruciale per il processo di produzione delle conserve. Per mantenere intatti i sapori, gli aromi e le fragranze di frutta e verdura, è ideale scegliere sempre prodotti di stagione, perché più ricchi di sali minerali, vitamine e nutrienti. Se si utilizzano i prodotti del proprio orto è meglio prepararli entro 6-12 ore dalla raccolta, per evitare che perdano le proprietà nutrizionali. Per conservare in maniera ottimale la verdura destinata al congelamento e bloccare l’azione degli enzimi, che possono causare la perdita di sapore, colore e consistenza dei vegetali stessi, occorre usare la tecnica della scottatura o “blanching”, che consiste nello scaldare i vegetali in acqua bollente o vapore per un breve periodo di tempo, prima di conservarli. Sciacquare bene le materie prime sotto l’acqua e togliere le parti danneggiate Lava le materie prime sotto acqua corrente, in modo da eliminare le particelle di terra ed altri eventuali residui. Inoltre, l’immersione per qualche minuto in acqua, contenente bicarbonato di sodio, può essere utile per ridurre le tracce di pesticidi dalla superficie esterna dei vegetali. Durante le operazioni di lavaggio maneggia i vegetali con cura, onde evitare di provocarne ammaccature. Asciugali accuratamente, elimina le parti danneggiate e quelle non edibili (torsoli, semi, noccioli, in alcuni casi la buccia). A volte, dopo questa fase, può essere utile risciacquare velocemente i prodotti per eliminare tutte le tracce delle parti tolte. Usare pentole in acciaio per la cottura delle conserve Le pentole per la cottura delle conserve devono essere in acciaio inox. Pentole in alluminio o rame non dovrebbero essere utilizzate, soprattutto per la cottura di conserve acide; infatti l’acidità potrebbe provocare rilasci metallici nel prodotto. Le pentole e i coperchi devono essere perfettamente puliti e lavati con acqua e detergente, prima del loro utilizzo. È importante risciacquarli attentamente per eliminare residui di detergente, che potrebbero conferire al prodotto odori e colori. Utilizzare preferibilmente barattoli di vetro e conservarli al riparo dalla luce I contenitori usati nella preparazione delle conserve sono estremamente importanti. Utilizzare un contenitore non appropriato può compromettere irreversibilmente il lavoro di preparazione e può costituire un pericolo per la salute. Il vetro è il materiale migliore, anche se possono essere utilizzati contenitori in metallo. Il vetro non assorbe odori, se rimane perfettamente integro, può essere riutilizzato più volte, sanificato e lavato facilmente anche in lavastoviglie. Essendo trasparente, poi, permette l’immediata ispezione dei prodotti conservati, consentendo di evidenziare eventuali anomalie (bollicine che salgono dal fondo, intorbidimento dell’olio) senza aprire il barattolo. Di contro, la trasparenza del vetro permette il passaggio della luce, che può provocare modificazioni del colore del prodotto; per questo motivo è necessario porre le conserve al riparo dalla luce. La dispensa dovrebbe essere un locale sufficientemente buio, fresco, asciutto e ventilato. Usare le dosi giuste di aceto e limone o sale o zucchero Le preparazioni domestiche, non potendo essere sterilizzate, devono basare la loro sicurezza su altri fattori, che creano condizioni sfavorevoli allo sviluppo del botulino, come l’aggiunta di sale, di zucchero o l’acidificazione. Acidificazione: aceto e limone Vegetali sott’olio, olii aromatizzati con erbe (come, peperoncino, rosmarino ecc.): dopo la pulizia vanno sbollentati in una soluzione di acqua e aceto in parti uguali. Si consiglia aceto di vino bianco con acidità superiore al 6%. Altri tipi di aceto con acidità inferiore vanno usati puri, non diluiti. Tutti gli ingredienti della preparazione devono subire lo stesso trattamento, comprese erbe aromatiche e spezie, affinché tutte le parti raggiungano un pH pari o inferiore a 4, misurato con cartine tornasole (il pH è una scala di misura dell’acidità o della basicità di una soluzione, che varia tra i due estremi 0 a 14: 0 rappresenta la massima acidità, 14 la massima basicità, il valore medio 7 corrisponde ad un pH neutro). Ricorda, anche le erbe per aromatizzare l’olio di oliva devono prima essere sbollentate con acqua e aceto. Vegetali sottaceto: occorre la stessa attenzione dei vegetali sott’olio, cioè occorre misurare il pH finale del liquido: deve essere pari o inferiore a 4; un pH maggiore di 4 rappresenta un fattore di rischio. Le verdure usate per i sottaceti possono essere sia sbollentate che lasciate crude. Conserve di pomodoro e pomodori pelati: normalmente il pomodoro ha un pH abbastanza acido, se non lo fosse, aggiungere succo di limone. Raccomandata la pastorizzazione dei vasetti riempiti (bollire almeno 40 minuti). Zucchero Marmellate, confetture, composte e gelatine: acidità e contenuto di zucchero garantiscono la sicurezza di questi prodotti. La proporzione tra frutta e zucchero dovrebbe essere 1 a 1, in ogni caso mai scendere sotto i 700 gr di zucchero per 1 Kg di frutta. Composte e gelatine di frutta devono essere acidificate con succo di limone fino ad un pH 4. Ricorda di far bollire insieme frutta, zucchero ed eventuali altri ingredienti come la pectina. Sale Vegetali in salamoia: la salamoia deve avere almeno il 10% di sale (100 gr di sale per litro di acqua). I vegetali in salamoia vanno incontro ad un naturale processo di fermentazione, che abbassa il pH ad opera di microrganismi in grado di sopravvivere ad elevate salinità. E’ normale osservare una patina bianca superficiale, che non va assolutamente rimossa. Terminato il periodo di fermentazione acida in salamoia, il prodotto deve essere invasato utilizzando salamoia fresca. Pesce e carne sotto sale: durante le prime fasi della salagione, per bloccare lo sviluppo microbico, conservare la preparazione rigorosamente in frigorifero a basse temperature. Attenzione Congela gli altri prodotti per conservarli, come il pesto o sughi di carne e pesce, che non puoi acidificare o a cui non puoi aggiungere sale e zucchero in dosi appropriate. Bollire i contenitori con le conserve: la pastorizzazione Per impedire o ritardare l’alterazione della conserva devi far bollire i barattoli pieni e chiusi. E’ questo l’unico trattamento di stabilizzazione termica e sanificazione degli alimenti, comunemente detto pastorizzazione, che può essere effettuato in casa. La pastorizzazione completa il processo di preparazione della conserva e deve essere sempre combinata con gli altri sistemi di conservazione, come l’acidificazione e la refrigerazione (nel frigorifero a +4°). Quest’ultima deve a sua volta essere associata a limitati tempi di conservazione. Questo perché la pastorizzazione è in grado di distruggere molti microorganismi, per esempio l’Escherichia coli, ed evitare la comparsa di muffe e funghi ma, attenzione, a differenza della sterilizzazione, ha un effetto molto limitato sulle spore batteriche, come il botulino. La pastorizzazione viene effettuata immergendo completamente in acqua i contenitori riempiti di conserva, e portando ad ebollizione (100 °C), avendo cura di coprire la pentola con il coperchio. È importante lasciare uno spazio vuoto tra il coperchio e il livello di liquido. Questo spazio durante la pastorizzazione permetterà la formazione del vuoto nel barattolo. Una volta raggiunta l’ebollizione, l’erogazione del calore può essere regolata a un livello più basso, ma comunque in grado di garantire sempre un’ebollizione uniforme e vigorosa. La sterilizzazione, invece, avviene mediante l’azione del vapore surriscaldato a temperature maggiori di 100 °C, in speciali apparecchiature dette autoclavi. Il tempo della pastorizzazione varia a seconda del tipo di alimento e dell’altitudine in cui ci si trova. Controllare che i contenitori siano chiusi ermeticamente Dopo la pastorizzazione, il contenuto dei vasetti sarà visibilmente diminuito, a causa dell’estrazione dell’aria. Trascorse 12-24 ore dalla pastorizzazione, una volta che i contenitori sono ben raffreddati, vanno accuratamente ispezionati per valutare l’ermeticità della chiusura e il raggiungimento del vuoto. I tappi o le capsule di metallo dovranno apparire leggermente concavi (incurvati verso l’interno del contenitore). Premendo con il dito al centro della capsula o del tappo non si deve udire un “click clack”. Un’ulteriore prova può essere fatta battendo con un cucchiaio sul tappo. Se il tappo emette un suono metallico, la chiusura è ermetica e il contenitore è sottovuoto, se emette un suono profondo, il contenitore non è sottovuoto. Congelare pesto e conserve di carne e pesce Le conserve a base di carne e di pesce, come sughi e salse, e quelle non acidificabili, come il pesto, non possono essere prodotte in sicurezza in ambito domestico in quanto, essendo poco acide o non acide, necessitano di sterilizzazione, e questa si ottiene solo in ambito industriale. A livello domestico, le conserve di carne e pesce e il pesto possono essere mantenute in sicurezza, per tempi più o meno lunghi a seconda del tipo di prodotto, solo mediante congelamento. Il congelamento, infatti, blocca l’attività dei microbi impedendone la crescita e rallenta fortemente l’attività enzimatica. Piccoli contenitori consentono di scongelare solo la porzione che si intende consumare nell’immediato. Il congelamento non uccide il botulino ma ne blocca lo sviluppo. E’ assolutamente indispensabile congelare prodotti di qualità. Se si dovessero congelare prodotti deteriorati con il congelamento non si otterrebbe la bonifica del prodotto stesso. Attenzione Se metti questi prodotti in frigorifero a +4°C, cioè senza congelare, ricordati che i tempi di conservazione devono essere brevi. Ciò vale anche per tutte le conserve dopo la loro apertura. Nelle Linee guida sulla corretta preparazione delle conserve alimentari in ambito domestico sono indicati i tempi consigliati di conservazione dopo l’apertura, per ogni tipologia di prodotto.   fonte: Salute.gov.it

Allergie

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L’allergia è la più comune malattia immunitaria, caratterizzata da una reazione infiammatoria verso agenti innocui presenti nell’ambiente esterno.

L’allergia è la più comune malattia immunitaria, caratterizzata da una reazione infiammatoria verso agenti innocui, presenti nell’ambiente esterno in senso lato: si va dai componenti dell’aria inspirata (pollini, muffe, polveri dell’ambiente domestico o lavorativo) a componenti del cibo, dei farmaci o del veleno di insetti pungitori. Non sono ancora state individuate le caratteristiche chimico-fisiche o biologiche, che accomunino queste sostanze, che sono quindi indicate come “allergeni”, unicamente per la loro comune caratteristica di indurre allergie. Le patologie infiammatorie allergiche determinano un importante impatto sulla qualità della vita dei pazienti e rilevanti costi sanitari: recenti studi epidemiologici condotti in Italia indicano che il 25% della popolazione compresa tra i 18 ed 44 anni soffre di rinite allergica e il 5% soffre di asma.

Proteggi gli occhi del tuo bambino

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Molti bambini presentano difetti visivi che possono ridurre gravemente la capacità visiva in uno oppure in entrambi gli occhi. I difetti più comuni sono: lo strabismo (occhi “storti”), l’ambliopia (occhio “pigro”) e i vizi di refrazione (visione non itida): miopia, ipermetropia e astigmatismo. Quando fare la prima visita oculistica Anche se il bambino non presenta alcun sospetto di problema della vista, è opportuno effettuare una visita oculistica di controllo entro il primo anno di età e controlli periodici nel corso dei primi 5-6 anni. successivamente, sempre secondo le indicazioni del pediatra o dell’oculista, la visita specialistica andrebbe ripetuta ogni 1-2 anni. Perchè è importante la visita oculistica nei primi anni di vita Appena nati i bambini sono già capaci di vedere, ma lo sviluppo del sistema visivo si completa nei mesi successivi alla nascita. Affinchè il sistema visivo possa svilupparsi correttamente il cervello deve ricevere delle immagini nitide da entrambi gli occhi. Una visione non perfetta può infatti compromettere lo sviluppo visivo e psicomotorio del bambino. Esistono condizioni come lo strabismo o i difetti visivi, che possono interferire con la naturale maturazione dell’apparato visivo. Per riconoscere e curare al più presto questi problemi è importante visitare i bambini fin da molto piccoli, in particolare se i genitori o il pediatra riscontrano anomalie o se vi sono in famiglia malattie oculari di carattere ereditario. Strabismo Strabismo è un termine generico che indica una condizione in cui gli assi visivi non sono paralleli, ma un occhio può essere deviato all’interno, all’esterno, verso l’alto o verso il basso, a volte con atteggiamento viziato del capo (torcicollo). Lo strabismo può essere costante, cioè essere sempre manifesto, intermittente, cioè presentarsi in alcuni momenti della giornata, o alternante, quando la deviazione interessa alternativamente i due occhi. I bambini strabici normalmente sono inconsapevoli del loro problema, ma questa condizione interferisce con lo sviluppo dell’uso coordinato di entrambi gli occhi e pertanto va curato al più presto mediante il bendaggio, gli occhiali, a volte ricorrendo alla chirurgica. Ambliopia (occhio pigro) L’ambliopia o occhio pigro consiste in un ridotto sviluppo della funzione visiva, quasi sempre in un occhio, raramente in entrambi, in occhi perfettamente integri dal punto di vista anatomico. Si verifica nella prima infanzia, periodo durante il quale si completa lo sviluppo della funzione visiva. Tanto più l’ambliopia viene scoperta precocemente, tanto più è probabile che venga completamente risolta. Viceversa se la diagnosi avviene più tardi, tale condizione potrebbe risultare non più correggibile. Le cause più comuni di ambliopia sono lo strabismo e i vizi di refrazione (miopia, ipermetropia, astigmatismo), comunque, qualsiasi condizione visiva che impedisce la formazione di un’immagine chiara sulla retina (cataratta congenita, ptosi palpebrale, etc.).

Miopia, ipermetropia e astigmatismo I vizi di refrazione più frequenti sono: miopia: l’occhio è più lungo del necessario, quindi le immagini vanno a fuoco al davanti della retina e risultano sfuocate. Si corregge con lenti negative che riportano il fuoco dell’immagine sulla retina. L’eventuale progressione del difetto è proprio della miopia e non deve preoccupare il genitore ipermetropia: l’occhio è più corto del necessario pertanto l’immagine retinica si forma al di dietro della retina e anche in questo caso è sfuocata. Si utilizzano le lenti positive per riportare il fuoco esattamente sul piano retinico. Questo difetto può a volte ridursi con la crescita del piccolo paziente, tanto da rendere necessario un continuo “aggiornamento” degli occhiali astigmatismo: la cornea, che possiamo immaginare come una semisfera, non presenta la stessa curvatura in tutte le sue porzioni pertanto un punto viene visto come un’immagine allungata. Tale difetto è risolvibile con le cosiddette “lenti cilindriche”.

Chi rischia di più Alcune malattie oculari di carattere ereditario (retinite pigmentosa, strabismo, cataratta congenita, glaucoma congenito, ecc) possono predisporre il bambino a problemi della vista. Inoltre alcune malattie infettive contratte dalla mamma nel corso della gravidanza (come rosolia, toxoplasmosi, ecc.) e le malattie perinatali del bambino (nei nati prematuri o nei nati a termine che abbiano avuto qualche sofferenza alla nascita) devono essere considerate con attenzione, perchè possono predisporre il bambino a problemi della vista. Guarda i suoi occhi E’ importante controllare se gli occhi del vostro bambino sono in asse: anche un piccolo strabismo può nascondere un difetto di vista che deve essere corretto. Verificate se il bambino strizza le palpebre per vedere meglio da lontano (ad esempio quando guarda la televisione) oppure se assume posture anomale durante la lettura e le altre attività visive. Se il bambino accusa di frequente mal di testa o ha lacrimazione abbondante e ha le palpebre e le ciglia ricoperte di secrezione, fatelo visitare da un oculista. Inoltre quando guardate le foto del vostro bambino, se è presente un riflesso rosso dell’occhio non allarmatevi (è normale), mentre è molto importante farlo controllare se il riflesso è bianco. Altri segni specifici oculari a cui i genitori devono prestare molta attenzione sono: occhio arrossato fastidio alla luce strabismo scosse irregolari degli occhi (nistagmo) abbassamento palpebrale occhi troppo grandi o troppo piccoli. Attenzione all’igiene degli occhi e ai giochi del tuo bambino Insegnate a vostro figlio che l’igiene personale è importante anche per gli occhi, soprattutto se usa le lenti a contatto (che vanno toccate solo con le mani pulite e asciutte). Se avete animali in casa assicuratevi che il bambino non tocchi gli occhi dopo averci giocato. Controllate che il bambino durante il gioco non utilizzi oggetti piccoli e appuntiti potenzialmente pericolosi. Inoltre, fate attenzione che non giochi con liquidi e sostanze irritanti o dannose per gli occhi.  

Influenza

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L’influenza è la principale causa di assenza dal lavoro e da scuola ed è ancora oggi la terza causa di morte in Italia per patologia infettiva

L’influenza è una malattia provocata da virus (del genere Orthomixovirus) che infettano le vie aeree (naso, gola, polmoni). È molto contagiosa, perché si trasmette facilmente attraverso goccioline di muco e di saliva, anche semplicemente parlando vicino a un’altra persona. I sintomi che all’inizio la caratterizzano possono essere molto variabili, dal semplice raffreddore al mal di testa, dall’infiammazione della gola alla bronchite, ai dolori osteo-articolari. Nei bambini si osservano più frequentemente vomito e diarrea, negli anziani debolezza e stato confusionale.

Al via indagine su cattive abitudini alimentari e smartphone

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La Direzione Generale per l’igiene la sicurezza degli alimenti e della nutrizione del Ministero della Salute ha avviato, in collaborazione con l’Ordine degli Psicologi del Lazio, il progetto “Nuove tecnologie e stili alimentari”. L’obiettivo del progetto è quello di individuare e analizzare, attraverso un’indagine in alcune scuole del Lazio, le possibili correlazioni tra l’uso delle nuove tecnologie e il comportamento alimentare nella popolazione adolescente (11-15 anni), in particolare: le motivazioni degli adolescenti nell’utilizzo delle nuove tecnologie e la qualità della socializzazione gli atteggiamenti genitoriali nei confronti dell’utilizzo delle nuove tecnologie da parte dei figli il tempo trascorso dai ragazzi nel loro utilizzo. E quindi valutare come i comportamenti a rischio possono essere moderati o corretti in modo efficace. Il progetto nasce dal presupposto che le nuove tecnologie hanno portato una serie di cambiamenti radicali sia a livello sociale (globalizzazione, comunicazione, trasporti) che a livello individuale (relazioni sociali, istruzione, ecc.). La diffusione dei telefonini, inoltre, è sempre più capillare (il 56% della popolazione italiana ha uno smartphone – Audiweb 2014) e il loro utilizzo inizia fin dalla pre-adolescenza. L’utilizzo di smartphone, tablet, videogiochi portatili, ecc, sembra aver invaso anche la cucina al punto tale da condizionare il pranzo o la cena di famiglia. Secondo un recente studio dell’Università del Minnesota (Journal of the Academy of Nutrition and Dietetics-2014), ci sarebbe una stretta correlazione tra l’utilizzo “compulsivo” dei cellulari da parte dei giovani e le loro cattive abitudini alimentari. Su questi temi, l’Ordine degli Psicologi del Lazio ha condotto una serie di incontri a Spazio scuola di Expo 2015, che si sono conclusi il 23 settembre, e promossi dal Ministero della Salute per sensibilizzare i ragazzi, genitori e professori sui temi dei corretti stili alimentari e l’uso di tv, smartphone e tablet.

Attività fisica e corretta alimentazione nella donna in tutte le fasi della vita

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Un corretto stile di vita,caratterizzato da una adeguata nutrizione e attività fisica, è necessario per uno sviluppo armonico del bambino e per il benessere nelle fasi successive della vita. La nutrizione infatti, costituisce il fondamento per la prestazione fisica fornendo il carburante per il lavoro biologico e le specie chimiche per l’estrazione e l’utilizzo del potenziale energetico contenuto negli alimenti. L’ottenimento, poi, di una buona condizione fisica ed il raggiungimento di una giusta performance derivano dalla combinazione di fattori quali: il patrimonio genetico il talento e l’allenamento. Fino alla pubertà non si riscontrano differenze fra ragazzi e ragazze per quanto riguarda la composizione corporea e la massa grassa. Alla pubertà, per l’influenza degli estrogeni e del testosterone inizia la differenziazione fra i due sessi. Gli estrogeni determinano l’aumento della deposizione di grasso nelle ragazze ed un aumento della crescita della massa ossea che fa sì che le ragazze sviluppino in altezza prima dei maschi. L’alimentazione in questa fase della vita deve essere equilibrata utilizzando carboidrati,proteine e grassi in percentuali non dissimili dal normale stile di vita. L’eventuale iposideremia presente in alcune atlete non dipende dal tipo di sport. Alcuni sport infatti sono stati erroneamente considerati come causa della cosiddetta triade dell’atleta, composta da amenorrea-osteporosi -disordini alimentari: in seguito è stato stabilito che sono le alterazione del comportamento alimentare (in termini di apporto calorico e di calcio), non l’intensità dello sforzo fisico, a determinare sia l’amenorrea che l’osteoporosi. Una fase molto importante nella vita di una donna è lo stato di gravidanza: durante questa fase l’attività fisica apporta importanti benefici sia per la futura madre sia per il feto. Infatti l’attività fisica aumenta la capacità aerobica, la massa non grassa riducendo la massa grassa. L’attività fisica previene, quindi, l’insorgenza del mal di schiena, può riequilibrare l’iperglicemia gestazionale e gli effetti della gestosi favorisce inoltre l’epletamento del parto naturale. La menopausa accelera la fisiologica diminuzione della massa ossea, che passa da 1% a 2 % all’anno. La migliore terapia per questo processo fisiologico è costituita la una alimentazione ricca in calcio ed una attività fisica regolare: curando questi due aspetti fin dall’adolescenza è possibile ottenere un maggiore picco di massa ossea, mentre dopo la menopausa ne contrastano la riduzione. In conclusione già Ippocrate (460-377 a.C.) enunciava: “Se fossimo in grado di fornire a ciascuno la giusta dose di nutrimento ed esercizio fisico, né in difetto né in eccesso, avremmo trovato la strada per la salute”. Oggi è possibile farlo, queste però devono essere considerate come “comportamenti virtuosi” da inserire regolarmente all’interno di ogni giornata. L’incontro sarà tenuto, presso il Cardo Nord-Ovest, dal Professor Giorgio Galanti, Direttore Medicina dello Sport, Careggi – Università di Firenze.

Tumore del colon-retto

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Descrizioni Il cancro del colon-retto è in assoluto il tumore a maggiore insorgenza nella popolazione italiana immagine illustrata di un colon malato Il cancro del colon-retto è in assoluto il tumore a maggiore insorgenza nella popolazione italiana, con quasi 55.000 diagnosi stimate per il 2013 (fonte: I numeri del cancro in Italia 2013). Tra i maschi si trova al terzo posto, preceduto da prostata e polmone (14% di tutti i nuovi tumori), nelle femmine al secondo posto, preceduto dalla mammella, con 14%. Il tumore è dovuto alla proliferazione incontrollata delle cellule della mucosa che riveste l’ultima parte dell’intestino. Sulla base della situazione attuale si prevedono per il 2013 oltre 20.000 decessi per carcinoma del colon-retto (di cui il 54% negli uomini), neoplasia al secondo posto nella mortalità per tumore (10% nei maschi, 12% nelle femmine), e tra il secondo e terzo posto nelle varie età della vita. La mortalità per questa patologia è in moderato calo sia per i maschi (-0,6%/anno), che per le femmine (-1,0%). Consulta la sezione Lotta ai tumori. Segni e sintomi Il rischio di ammalarsi di cancro del colon-retto aumenta con l’età. Nella popolazione generale questo incremento di rischio viene convenzionalmente individuato a partire dai 50 anni di età in su. A partire da questa età infatti vengono generalmente raccomandate le strategie di prevenzione (ricerca del sangue occulte nelle feci, rettosigmoidoscopia, colonscopia). Nelle sue fasi iniziali il tumore del colon-retto è asintomatico o oligosintomatico. I principali sintomi d’allarme sono: presenza di sangue nelle feci modificazione persistente delle evacuazioni intestinali. Nelle fasi più avanzate la malattia può presentarsi con il quadro dell’occlusione o della subocclusione intestinale: gonfiore e distensione addominale improvvisi e ingravescenti assenza di movimenti intestinali con drammatica riduzione fino all’ interruzione delle evacuazioni dolore addominale vomito. I principali sintomi tardivi sono: anemia e perdita di peso. Cause Nella maggior parte dei casi il cancro del colon-retto si sviluppa dalla trasformazione di polipi (adenomi), cioè piccole escrescenze benigne, dovute alla proliferazione delle cellule della mucosa dell’intestino. Il percorso che da una cellula normale del rivestimento mucoso dell’intestino, attraverso la formazione di polipi, porta alla formazione del cancro, è dovuto all’accumularsi di modificazioni sequenziali di una serie di geni presenti nelle cellule (mutazioni) che determina la progressione della malattia. Di seguito i principali fattori di rischioper il cancro del colon-retto. Storia familiare Il cancro al colon si sviluppa più frequentemente nelle persone che abbiano familiari che siano già stati colpiti dalla malattia. Circa il 20% delle persone che sviluppano il tumore ha un parente di primo o secondo grado affetto dalla malattia. Alimentazione Numerosi studi scientifici suggeriscono che una dieta ricca di grassi animali e povera di fibre può aumentare il rischio di sviluppare questo tumore. Al contrario, una dieta ricca di fibre e con un basso contenuto di grassi saturi riduce il rischio. Fumo I fumatori hanno un rischio del 25% più alto di sviluppare il cancro del colon. Alcol Anche piccole quantità di alcol innalzano il rischio di cancro del colon. Si stima che ogni incremento di due unità alcoliche nel consumo medio giornaliero di alcol, produca un aumento del rischio di cancro del colon-retto dell’8%. Obesità Anche l’obesità aumenta il rischio di cancro del colon. I maschi obesi hanno una probabilità del 50% più alta di sviluppare la malattia rispetto alle persone normopeso. Nei casi di obesità grave, il rischio si alza ulteriormente. Più contenuto invece l’aumento del rischio per le donne obese. Sedentarietà Le persone fisicamente inattive hanno un alto rischio di essere colpiti da cancro dell’intestino. Malattie Le probabilità di ammalarsi di cancro del colon-retto possono essere aumentate dalla presenza di altre malattie come il Morbo di Crohn o la Rettocolite ulcerosa. Esistono inoltre condizioni genetiche ereditarie che causano la malattia. Le principali sono: la Poliposi adenomatosa familiare e la Sindrome di Lynch (nota anche come Cancro ereditario non poliposico del colon). La Poliposi adenomatosa familiare colpisce circa 1 persona ogni 10 mila e dà origine a numerosi polipi nell’intestino. Il rischio che uno o più di essi si trasformi in cancro è certo. Il Cancro ereditario non poliposico del colon è una forma di cancro causato da mutazioni a carico dei geni del cosidetto Sistema di riparazione del DNA e si trasmette come carattere autosomico dominante. Circa il 90% degli uomini e il 70% delle donne con queste caratteristiche genetiche sviluppa il cancro prima dei 70 anni. Diagnosi La diagnosi di cancro del colon-retto parte dall’esame clinico del paziente in cui si effettua la palpazione dell’addome per ricercare eventuali masse tumorali e l’esplorazione rettale. Per quanto quest’ultimo possa apparire un esame banale è infatti in grado di dare una prima indicazione sulla presenza del cancro nell’ultima parte dell’intestino: il retto. Tuttavia se si sospetta un cancro del colon-retto, l’esplorazione rettale è comunque insufficiente. Per una diagnosi completa si ricorre a esami strumentali più approfonditi, in particolare alla colonscopia o alla rettosigmoidoscopia. La colonscopia consiste nell’introduzione di una sonda dotata di telecamera dentro l’ano. Lo strumento, riprende il percorso che dall’ano porta al termine dell’intestino crasso, inviandolo a un monitor. Non molto diversa è la rettosigmoidoscopia che si differenzia alla colonscopia per la lunghezza del tratto indagato (osserva solo la prima parte dell’intestino). In caso di positività possono essere eseguiti altri test che valutino l’estensione del tumore (quello che viene definito stadio) e la sua aggressività (il grado): Tac Ecografia Raggi X Risonanza magnetica Ecoendoscopia PET (Tomografia ad Emissione di Positroni) esami del sangue per i cosiddetti markers tumorali (sostanze connesse alla presenza del tumore) Terapia La terapia del cancro del colon-retto comprende diverse tipologie di interventi a seconda dello stadio e del grado del tumore. Chirurgia La chirurgia è in genere il principale trattamento, ma molto spesso da sola non è sufficiente. In circa un caso su cinque, invece, il tumore è in uno stadio troppo avanzato per essere rimosso con la chirurgia. Il grado di aggressività dell’intervento chirurgico dipende dalle dimensioni del tumore e dalla sua eventuale estensione ad altri tessuti. Se il tumore è in uno stadio molto precoce è possibile rimuovere soltanto una piccola parte della parete dell’intestino. Più spesso è necessario rimuovere una sezione di colon (e in alcuni casi anche i linfonodi). In genere è possibile ricongiungere i due lembi dell’intestino e quindi recuperare pienamente la funzionalità intestinale, ma non sempre è possibile. In questi casi è necessario ricorrere a una stomìa, vale a dire la creazione sull’addome di un nuova uscita per le feci (un ano artificiale). La stomìa può essere temporanea o permanente. Radioterapia Esistono due modalità di impiego della radioterapia per trattare il cancro del colon. Può essere somministrata: prima della chirurgia per ridurre l’estensione della massa tumorale per controllare i sintomi e rallentare la progressione del tumore nei casi di tumori in stadio avanzato non operabili. La radioterapia può essere effettuata dall’esterno, tramite un’apposita macchina che rilascia onde sull’intestino per uccidere le cellule tumorali, o dall’interno (brachiterapia) attraverso un “tubo” radioattivo inserito nell’ano e posto vicino al tumore. Chemioterapia La chemioterapia consiste in un cocktail di farmaci in grado di uccidere le cellule tumorali. Ci sono tre modi per usare la chemioterapia per trattare il cancro del colon. Può essere somministrata: prima della chirurgia insieme alla radioterapia per ridurre l’estensione del tumore dopo la chirurgia per prevenire la ricomparsa del cancro (recidive) per alleviare i sintomi e rallentare la progressione, nel caso di cancro avanzato. Farmaci Biologici I farmaci biologici sono medicinali di recente immissione sul mercato in grado di interagire con componenti vitali delle cellule tumorali (per esempio alcune proteine che si trovano sulla loro superficie) e, nel caso del cancro del colon-retto, di impedire la crescita del tumore. I farmaci biologici attualmente disponibili contro il cancro del colon-retto colpiscono due proteine: il recettore del fattore di crescita dell’epidermide (EGFR) o il fattore di crescita dell’endotelio vascolare (VEGF). Le terapie biologiche non possono essere impiegate in tutti i pazienti, ma soltanto in quelli con precise caratteristiche genetiche o in particolari stadi della malattia. Prevenzione Esistono molti cambiamenti negli stili di vita efficaci per ridurre il rischio di sviluppare il cancro del colon. Dieta Una dieta a basso contenuto di grassi e ad alto apporto di fibre che includa frutta e verdura può ridurre il rischio di cancro al colon, oltre che altre tipologie di tumori e le malattie cardiovascolari. Attività fisica Il rischio di cancro al colon-retto può essere ridotto di un quinto facendo ogni giorno un’ora di attività fisica intensa o due ore di esercizio moderato. Peso corporeo Cercare di mantenere il peso forma è essenziale, poiché il rischio di sviluppare il cancro del colon-retto è aumentato dall’obesità. Fumo È dimostrato che il fumo è uno dei fattori di rischio per sviluppare anche questa forma tumorale. Smettere di fumare è quindi una strategia efficace. Alcol Limitare il consumo di alcol alle porzioni consigliate: 2-3 unità alcoliche al giorno per gli uomini 1-2 unità alcoliche al giorno per le donne 1 unità alcolica al giorno per le persone con più di 65 anni zero unità di alcol sotto i 16 anni. Screening Lo screening di popolazione del cancro colo-rettale è un programma di prevenzione organizzata, proposto dal Servizio Sanitario Nazionale, che offre ai cittadini tra i 50 e i 69 anni di età dei test di primo livello (ricerca del sangue occulto fecale, rettosigmoidoscopia) e di secondo livello (colonscopia) con cui è possibile intercettare la malattia in fasi precoci, quindi potenzialmente curabili, o di individuare i precursori del cancro (come i polipi), la cui rimozione per via endoscopica consente di prevenire la malattia. Per approfondire consulta la scheda sullo screening per il cancro del colon-retto.

Screening per il cancro del colon retto

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Due sono i test utilizzati per lo screening del tumore del colon-retto: la ricerca di sangue occulto nelle feci (SOF) e la rettosigmoidoscopia Il cancro del colon-retto (cioè la parte finale dell’intestino) è tra i tumori più frequenti: è infatti il secondo tumore più diffuso nelle donne e il terzo negli uomini. In Italia si stimano ogni anno circa 19.500 casi nelle donne e 29.000 negli uomini. La neoplasia è spesso conseguente ad una evoluzione di lesioni benigne (quali ad esempio I polipi adenomatosi) della mucosa dell’intestino, che impiegano un periodo molto lungo (dai 7 ai 15 anni) per trasformarsi in forme maligne. Gli esami di screening Il test di screening utilizzato nella quasi totalità dei programmi di screening è il test del sangue occulto nelle feci, eseguito ogni 2 anni nelle persone tra i 50 e i 69 anni. L’esame, estremamente semplice, consiste nella raccolta (eseguita a casa) di un piccolo campione di feci e nella ricerca di tracce di sangue non visibili a occhio nudo. Il test usato nei programmi di screening italiani non rende necessario seguire restrizioni dietetiche prima della sua esecuzione. Poiché le eventuali tracce di sangue possono essere un indizio della presenza forme tumorali oppure di polipi che possono, in futuro, degenerare, è indispensabile eseguire l’esame di approfondimento . Una piccola parte dei programmi di screening attivi in Italia (in particolare nella regione Piemonte) utilizza al posto della ricerca del sangue occulto un altro esame di screening, la rettosigmoidoscopia eseguita una sola volta all’età di 58-60 anni. Si tratta di un esame endoscopico, che consiste nella visualizzazione diretta, tramite una sottile sonda flessibile dotata di telecamera, dell’ultima parte dell’intestino (il sigma e il retto): è qui che si sviluppa infatti il 70% dei tumori del colon retto. Gli esami di approfondimento Nel caso di positività all’esame del sangue occulto nelle feci o alla rettosigmoidoscopia, i programmi di screening prevedono l’esecuzione di una colonscopia come esame di approfondimento. La colonscopia permette di esaminare l’intero colon retto. Oltre a essere un efficace strumento diagnostico, la colonscopia è anche uno strumento terapeutico. Nel caso venisse confermata la presenza di polipi, consente, infatti, di rimuoverli nel corso della stessa seduta. I polipi rimossi vengono successivamente analizzati e, in base al loro numero, alle loro dimensioni e alle caratteristica delle loro cellule, vengono avviati percorsi terapeutici e di controllo ad hoc. Per approfondire consulta la scheda sul tumore del colon-retto. Istruzioni per l’uso I programmi di screening prevedono l’invito attivo del cittadino alla scadenza dei periodi stabiliti. Pertanto, a seconda delle modalità previste dal programma locale, le persone in età di screening riceveranno una lettera di invito per l’esecuzione del test. Nel caso del test del sangue occulto nelle feci, esistono, inoltre, diverse modalità per il ritiro delle provette in cui fare la raccolta delle feci. Saranno gli operatori a indicare quella impiegata nella Asl di appartenenza. Per saperne di più, consulta l’Osservatorio nazionale screening.   Fonte: salute.gov.it

Screening per la prevenzione dei tumori, la vita è più rosa

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Sono più di mille al giorno i nuovi casi di tumore in Italia secondo i dati Airtum. Di questi, quasi il 70% può essere prevenuto adottando uno stile di vita corretto e diagnosticato il più precocemente possibile, prima, cioè, che si manifesti a livello clinico. Per garantire equità nell’accesso a una diagnosi precoce, il Servizio sanitario nazionale effettua tre programmi di screening per la prevenzione dei tumori di cui due tipicamente femminili, seno e collo dell’utero, e il terzo dedicato a lei e a lui, colon-retto, ma assai frequente nelle donne, più di quanto si creda. Perché solo tre? Purtroppo non per tutti i tipi di tumore esistono esami di screening efficaci, capaci cioè di individuare il tumore in gruppi di persone senza i sintomi della malattia e quindi in grado di selezionare quelle che richiedono ulteriori accertamenti. Parlane con il tuo medico, fai visite ed esami consigliati. Aderisci allo screening, se rientri nelle fasce di età a rischio. Lo screening rende la vita più rosa. Lo screening salva la vita, aderisci all’invito della tua Asl In Italia, secondo le indicazioni del ministero della Salute, il Servizio sanitario nazionale fornisce gratuitamente accertamenti per la diagnosi precoce dei tumori all’interno di programmi di screening: tumore del seno tumore del collo (cervice) dell’utero tumore del colon-retto Se sei nell’età prevista dallo screening riceverai a casa una lettera d’invito Nella lettera troverai una presentazione del programma e la comunicazione di un appuntamento presso il centro screening di zona. Verrà indicato cosa dovrai fare e come. La lettera conterrà anche un’informativa e un allegato da firmare in merito al trattamento dei dati personali e sensibili. Ogni anno più di 10 milioni di inviti e oltre 5 milioni di esami La diagnosi precoce in campo oncologico può essere frutto del caso, quando, per esempio, il tumore viene scoperto grazie a un esame effettuato per altri motivi e non con lo scopo specifico di cercare un cancro. Molto più spesso, però, il merito della scoperta precoce di alcuni tra i tumori più diffusi deve essere attribuito a programmi di screening appositamente studiati. In Italia i programmi di screening per il tumore della mammella, della cervice uterina e del colon retto sono sempre più estesi sul territorio nazionale e la partecipazione della popolazione è sempre più elevata, anche grazie agli indirizzi normativi ministeriali. Sono state più di 10 milioni le donne invitate nel 2013 e più della metà hanno aderito agli screening. Lo screening è gratuito e non occorre la richiesta del medico Per effettuare lo screening non serve l’impegnativa del medico, perché non è necessario pagare il ticket. Basta portare con te la lettera d’invito oltre alla tessera sanitaria con banda magnetica e seguire le indicazioni contenute nella lettera, compresi gli accorgimenti da adottare prima di effettuare il test. Potrai richiedere un giustificativo per l’assenza dal lavoro. L’esame di screening non è obbligatorio. Noi però ti consigliamo di farlo perché l’esperienza scientifica dice che è un esame molto efficace. Parlane con il tuo medico, che saprà consigliarti. La risposta ti verrà spedita a casa. Quando effettui lo screening porta sempre con te gli esami precedenti E’ sempre consigliabile portare in visione la documentazione sanitaria di eventuali esami effettuati in precedenza (Pap-test, colposcopie o mammografie) o trattamenti effettuati anche fuori dal programma di screening. Il confronto è utilissimo per poter svelare un minimo cambiamento della situazione precedente. In caso di esito dubbio o positivo la Asl ti contatterà direttamente Se non risulta nulla di sospetto all’esame di screening, nel giro di poche settimane riceverai la comunicazione dell’esito attraverso una lettera a domicilio. Qualora l’esito dell’esame sia dubbio o evidenzi alterazioni cellulari, non necessariamente di origine tumorale, verrai contattata telefonicamente per concordare gli ulteriori accertamenti. Se non ricevi la lettera di invito, informati presso la Asl e il tuo medico Se non hai ricevuto mai un invito dalla ASL o non hai aderito al programma, puoi telefonare alla tua ASL per chiedere un appuntamento o chiedere consigli al medico di famiglia. Il medico svolge un ruolo fondamentale nei programmi di screening, in particolare nella selezione delle persone da invitare, nell’informazione attiva nei confronti della popolazione, soprattutto quella che non aderisce all’invito e delle persone risultate positive al test o richiamate per un approfondimento. E’ importante anche nel supporto psicologico in tutte le fasi del programma. Sì, lo screening va fatto quando non hai sintomi E’ importante effettuare lo screening proprio quando non hai né segni né sintomi di tumore. Le cellule alterate, infatti, non danno sintomatologia, soprattutto nelle fasi iniziali, ma possono in alcuni anni crescere fino a trasformarsi in un tumore. Sottoponendoti allo screening puoi fare una diagnosi precoce. Quando i sintomi sono evidenti la malattia può essere ormai in una fase avanzata. Se in attesa del successivo test di screening si verifica qualcosa di insolito (per esempio, perdite vaginali di sangue al di fuori del periodo mestruale, sangue nelle feci o altro) parlane con il medico o col tuo ginecologo. Anche se sei straniera puoi aderire ai programmi di screening Il Servizio sanitario nazionale promuove e raccomanda a tutte le donne, italiane e straniere, gli accertamenti per la prevenzione e la diagnosi dei tumori femminili. Per aderire ai programmi di screening devi essere in possesso della tessera sanitaria, richiesta alla Asl di competenza per il tuo luogo di residenza o di effettiva dimora. Tumore del seno, mammografia a partire dai 50 anni ogni 2 anni I programmi di screening per la prevenzione del tumore al seno coinvolgono le donne di età compresa tra 50 e 69 anni. Secondo i dati dell’Osservatorio screening 2009-2013 è aumentato il numero delle donne italiane invitate a effettuare una mammografia nel biennio 2011-2012 rispetto al precedente, passando da circa 5.000.000 a quasi 5.300.000. L’adesione all’invito resta sostanzialmente invariata rispetto al 2012, con un valore intorno al 57%. La mammografia è l’esame radiologico del seno che permette di individuare il tumore in una fase molto precoce, in quanto consente di identificare noduli di piccole dimensioni (inferiori a 1 cm), non ancora percepibili al tatto. Se il tumore è piccolo, aumentano le possibilità di guarigione e l’intervento chirurgico è conservativo (molto ridotto). L’80-90% delle donne con un tumore di piccole dimensioni e senza linfonodi colpiti può guarire definitivamente. La mammografia si esegue ogni 2 anni. In alcune Regioni si sta sperimentando l’efficacia in una fascia di età più ampia, quella compresa tra i 45 e i 74 anni (con una periodicità annuale nelle donne sotto ai 50 anni). Alcune donne trovano dolorosa (soprattutto in fase premestruale per via della maggiore tensione mammaria) la compressione delle mammelle tra le due piastre dell’apparecchiatura per la mammografia, ma il disagio dura solo il breve tempo necessario per l’esame. Secondo l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc), partecipare allo screening organizzato su invito attivo (mammografia biennale nelle donne di 50-69 anni) riduce del 35% la probabilità di morire per cancro della mammella. Tumore del collo dell’utero, Pap-test o test HPV dai 25 ai 65 anni I test di screening per i tumori del collo dell’utero (cervice uterina) servono sia a ridurre la mortalità per tumore sia a diminuire l’incidenza della neoplasia invasiva, grazie alla capacità di identificare sia le lesioni tumorali molto precoci che quelle pretumorali. Sono diretti a donne di età compresa tra 25 e 65 anni. I test di screening usati Pap-test – è un esame semplice e non doloroso, che si esegue prelevando con una spatola e uno spazzolino del materiale presente sul collo dell’utero, che viene “strisciato” e fissato su un vetrino e quindi analizzato in laboratorio. Con il Pap-test si possono evidenziare lesioni pre-tumorali e/o tumorali del collo dell’utero anche molto piccole, che possono essere presenti in assenza di sintomi. Di solito sono curabili con interventi ambulatoriali. Lo screening prevede l’effettuazione del test ogni 3 anni. Test HPV – si effettua in maniera simile al Pap-test. Il materiale prelevato però non è letto al microscopio, come nel Pap-test, ma sottoposto a un esame di laboratorio per la ricerca del virus. Il test HPV si può fare come test di screening, al posto del Pap-test. In questo caso, se il test HPV è positivo il Pap-test diventa un esame di completamento che viene chiamato test di triage. Perché fare il test HPV al posto del Pap-test? Lo screening con il test HPV al posto del Pap-test si può fare perché molti studi hanno dimostrato che il test HPV trova più lesioni del collo dell’utero di quelle che trova il Pap-test ed è quindi più protettivo. Inoltre, il test HPV trova queste lesioni più precocemente, e quindi deve essere ripetuto ogni 5 anni invece che ogni 3 anni come il Pap-test. Il test HPV è raccomandato dopo i 30-35 anni perché nelle donne più giovani le infezioni da HPV sono molto frequenti, ma nella maggior parte dei casi regrediscono spontaneamente. Lo screening con HPV nelle donne sotto i 30-35 anni porta a trovare, e quindi a trattare, delle lesioni che sarebbero regredite spontaneamente. Tumore del colon-retto, SOF a partire dai 50 anni ogni 2 anni, per lei e per lui Nel 2013 le persone invitate allo screening per il tumore del colon-retto sono state più di 4milioni e 300mila, con un’adesione del 44%. Le persone che effettivamente si sono sottoposte allo screening sono progressivamente aumentate fino ai 3milioni e 500mila nel 2011-12 (I programmi di screening in Italia – dati 2009-2013). Per lo screening del tumore del colon-retto sono impiegati due tipi di test: la ricerca del sangue occulto nelle feci (SOF) la rettosigmoidoscopia. L’esecuzione periodica di questi esami può salvare molte vite. Il test di screening utilizzato dalla quasi totalità dei programmi di screening è il test SOF, eseguito ogni 2 anni nelle persone tra i 50 e i 69 anni. L’esame, estremamente semplice, consiste nella raccolta di un piccolo campione di feci e nella ricerca di tracce di sangue non visibili a occhio nudo. Le eventuali tracce di sangue sono infatti un indizio della presenza di lesioni che possono, in futuro, degenerare in forme tumorali maligne. Una piccola parte dei programmi di screening attivi in Italia utilizza, al posto della ricerca del sangue occulto, la rettosigmoidoscopia, che consiste nella visualizzazione diretta, tramite una sottile sonda, dell’ultima parte dell’intestino, dove si sviluppa il 70% dei tumori.  

  Fonte: salute.gov.it

Gravidanza, come prevenire le smagliature

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Le smagliature sono probabilmente l’inestetismo più temuto dalle donne in gravidanza. La loro comparsa è più frequente al 6°-8° mese ed è dovuta a cause ormonali e a fattori meccanici, come il rapido aumento di volume. Nella maggior parte dei casi, una volta comparse le smagliature si possono solo attenuare. Per quaesto la prevenzione è molto importante: l’uso di creme a base di sostanze elasticizzanti, una alimentazione equilibrata ricca di acqua, proteine e vitamine antiossidanti, niente fumo sono tutti elementi che aiutano la pelle a restare elastica. E attente a non prendere troppi chili in più rispetto al dovuto! Infine niente stress da smagliature, stare bene con il proprio corpo durante la gravidanza è la prima forma di benessere per se stessi e il bambino. Cosa sono le smagliature della pelle Le smagliature conosciute anche come striae atrophicae o striae distense sono una manifestazione molto frequente caratterizzata da atrofia, riduzione di spessore della cute. Le smagliature si presentano come bande lineari singole o multiple, ben delimitate, parallele tra loro, separate da tratti di cute sana. Istologicamente sono cicatrici dovute alla frattura delle fibre di collagene a livello del derma, lo strato più profondo della pelle. Le sedi maggiormente interessate dalle smagliature in gravidanza sono: addome fianchi seno Un disturbo frequente in gravidanza Più del 50% delle donne in gravidanza va incontro a smagliature. La loro insorgenza è più frequente intorno al 6°-8° mese di gravidanza quando diminuisce la tolleranza al glucosio e aumenta la concentrazione degli ormoni steroidei nel sangue. In genere ne sono più colpite le donne giovani e le primipare. Perchè in gravidanza compaiono le smagliature La comparsa delle smagliature è legata a: cause ormonali fattori meccanici In gravidanza si hanno variazioni ormonali tra cui l’aumento di cortisolo. Tale ormone indebolisce le fibre elastiche, il collagene e i mucopolisaccaridi che formano l’impalcatura che sostiene il derma. I fattori meccanici invece sono dovuti alle rapide variazioni del volume cutaneo in gravidanza. Inoltre le smagliature possono manifestarsi nelle donne con predisposizione genetica. In particolare nelle donne che presentano una variazione nei geni che agiscono sulla degradazione del collagene Prodotti cosmetici per mantenere la pelle elastica In gravidanza per prevenire la comparsa delle smagliature è possibile usare prodotti cosmetici (creme, emulsioni, sieri) da applicare localmente, sono indicati in particolare quelli a base di sostanze elasticizzanti come: acido boswelico elastina collagene vitamina E antiossidanti acido ialuronico olii (di oliva, di mandorle dolci, e di germe di grano). L’uso di tali prodotti, da applicare con costanza tutti i giorni, è importante poichè favorisce l’elasticità dei tessuti e limita l’insorgenza di questo inestetismo. Alimentazione equilibrata ricca di acqua, proteine, vitamine e niente fumo Anche gli stili di vita possono influenzare la comparsa delle smagliature: è importante seguire un’alimentazione equilibrata ricca di acqua, proteine, vitamine e antiossidanti, tutti elementi che favoriscono l’elasticità della pelle. Sicuramente incidono anche le variazioni di peso: sia gli aumenti importanti, che i bruschi dimagrimenti. Il fumo incide sull’insorgenza delle smagliature in quanto rende la pelle meno elastica. L’esercizio fisico è utile, ma senza sottoporsi a sforzi troppo intensi. Inoltre alcune attività sportive come il body building, il sollevamento pesi e il tennis, soprattutto se praticate in modo eccessivo, rappresentano un importante fattore meccanico di stiramento per la cute e quindi favoriscono la comparsa delle smagliature. Dopo il parto è possibile ridurre o eliminare le smagliature L’evoluzione delle smagliature dopo il parto può essere varia. In alcuni casi le smagliature restano per sempre in altri possono andare incontro a parziale remissione: diventano più sottili, la superficie diventa pieghettata e depressa al tatto e mima l’aspetto di una cicatrice atrofica. Anche il colore cambia, dopo la fase iniziale infiammatoria, rosa, rosso-violetto o rosso-bluastro diventa, in una fase successiva, cicatriziale, bianco madreperla o avorio spesso cangiante . Dopo il parto e l’allattamento per migliorare l’aspetto delle smagliature si possono fare dei trattamenti come i peeling chimici a base di differenti tipi di acidi che favoriscono la sintesi di collagene. Possono inoltre essere effettuati trattamenti di radiofrequenza che attraverso il calore stimola la cute a produrre collagene ed elastina. Anche i laser possono essere d’aiuto. In particolare i laser frazionali e il Dye laser, indicato nelle smagliature rosse per uniformare il colore. Possono essere utilizzati anche dei metodi di veicolazione transdermica per favorire la penetrazione di sostanze elasticizzanti.     Fonte: salute.gov.it      

Fumo

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Secondo l’OMS il fumo di tabacco rappresenta la seconda causa di morte nel mondo e la principale causa di morte evitabile

Divieto di fumo L’abitudine al fumo (tabagismo) rappresenta uno dei più grandi problemi di sanità pubblica a livello mondiale ed è uno dei maggiori fattori di rischio nello sviluppo di patologie neoplastiche, cardiovascolari e respiratorie. Secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) il fumo di tabacco rappresenta la seconda causa di morte nel mondo e la principale causa di morte evitabile. L’OMS calcola che quasi 6 milioni di persone perdono la vita ogni anno per i danni da tabagismo, fra le vittime oltre 600.000 sono non fumatori esposti al fumo passivo. Il fumo uccide una persona ogni sei secondi ed è a tutti gli effetti un’epidemia fra le peggiori mai affrontate a livello globale. Il totale dei decessi entro il 2030 potrebbe raggiungere quota 8 milioni all’anno e si stima che nel XXI secolo il tabagismo avrà causato fino a un miliardo di morti. Si stima che siano attribuibili al fumo di tabacco in Italia dalle 70.000 alle 83.000 morti l’anno. Oltre il 25% di questi decessi è compreso tra i 35 ed i 65 anni di età (ISTAT, 2012) e secondo il Rapporto fumo 2015, realizzato in collaborazione con la Doxa dall’Osservatorio Fumo, Alcol e Droga dell’Istituto superiore di sanità, in Italia fumano circa 10,9 milioni di persone, di cui il 25,4%maschi e 18,9% femmine. Il consumo medio di sigarette al giorno si conferma intorno alle 13 sigarette. Oltre il 75% di fumatori consuma più di 10 sigarette al giorno. Il fumo non è responsabile solo del tumore del polmone, ma rappresenta anche il principale fattore di rischio per le malattie respiratorie non neoplastiche, fra cui la Broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) ed è uno dei più importanti fattori di rischio cardiovascolare: un fumatore ha un rischio di mortalità, a causa di una coronaropatia, superiore da 3 a 5 volte rispetto a un non fumatore. Un individuo che fuma per tutta la vita ha il 50% di probabilità di morire per una patologia direttamente correlata al fumo e la sua vita potrebbe non superare un’età compresa tra i 45 e i 54 anni. In generale, va considerato che la qualità di vita del fumatore è seriamente compromessa, a causa della maggiore frequenza di patologie respiratorie (tosse, catarro, bronchiti ricorrenti, asma ecc.) e cardiache (ipertensione, ictus, infarto ecc.) che possono limitare le attività della vita quotidiana. In questi anni a livello sia nazionale che internazionale si stanno sempre più sviluppando interventi di prevenzione e di cura per affrontare “questa epidemia” in modo complessivo. Fumo e gravidanza Il periodo della gravidanza è un momento speciale per smettere di fumare, chiedendo aiuto sia al ginecologo che ai servizi sanitari, cogliendo l’opportunità per smettere di fumare definitivamente. Inoltre è importante che anche i familiari fumatori che vivono con una donna in gravidanza, in primo luogo l’altro genitore, decidano di smettere di fumare. Il momento dell’arrivo di un bambino può essere un’opportunità per tutta la famiglia per migliorare la qualità della propria vita. Molti studi hanno dimostrato che il tabagismo della madre, durante la gravidanza, è una delle cause di aborto spontaneo, di parto prematuro, così come di aumento della mortalità e morbilità perinatale e infantile; inoltre è causa da aumentato rischio di sindrome di morte improvvisa del lattante, di basso peso alla nascita, di sindrome di astinenza neonatale da nicotina. Gli studi evidenziano, inoltre, un ritardo nella crescita cognitiva nell’infanzia, un rischio maggiore di infezioni respiratorie, asma e alterazioni in alcuni cromosomi fetali più sensibili ai composti genotossici del tabacco. Le madri che fumano hanno meno latte e di minore qualità rispetto ad una non fumatrice la produzione di latte nel tempo è più breve. Nel Rapporto fumo 2014 realizzato da DOXA e Istituto Superiore di Sanità, risultano 11,3 milioni di fumatori, di cui 18,9% donne (5,1 milioni). Nella fascia di età tra 25-44 anni le donne che fumano sono il 26%, poiché a questa fascia appartengono donne in età fertile, la probabilità che tra queste ci siano donne in gravidanza o che stanno programmando una gravidanza è alta. Giovani e fumo Nonostante la diminuzione del numero dei fumatori nei paesi industrializzati, resta preoccupante la percentuale dei fumatori giovani. In tutto il mondo, in base ai dati dell’OMS, ogni giorno tra gli 80.000 e i 100.000 giovani iniziano a fumare ed è proprio la regione europea che ha la prevalenza più alta di uso del tabacco tra i ragazzi, in particolare tra le femmine. L’iniziazione e lo sviluppo dell’abitudine al fumo tra i giovani progredisce secondo una sequenza solitamente composta di 5 fasi: sviluppo di credenze e attitudini relative al tabacco sperimentazione con finalità di prova adozione del comportamento a breve termine uso regolare dipendenza. Le motivazioni che spingono i giovani a fumare dipendono da un processo multifattoriale complesso, come fattori di rischio ambientali (accessibilità, ai prodotti a base di tabacco, accettazione del tabacco nel contesto sociale di vita, disagio familiare), sociodemografici (basso livello socio-economico) e comportamentali-individuali (basso livello di scolarità, scarse capacità nel resistere all’influenza sociale, basso livello di autostima e di autoefficacia). Per contrastare questo problema, che racchiude in sé, sia aspetti sanitari che sociali, la comunità scientifica raccomanda programmi di prevenzione da rivolgere, sia alla società nel suo complesso e alla popolazione “sana” (prevenzione ambientale e universale), che a gruppi e individui a rischio (prevenzione selettiva e indicata). In linea generale l’obiettivo degli interventi di prevenzione è quello di contrastare l’uso di sostanze nella comunità e tra i giovani, attraverso la riduzione dei fattori di rischio e l’acquisizione di competenze e abilità personali (life skills), che vadano ad influenzare i fattori di protezione. Uno dei contesti privilegiati dove poter sviluppare programmi di prevenzione efficaci è quello scolastico, attraverso interventi partecipativi, volti a fornire informazioni correte sull’uso del tabacco e, contestualmente, a facilitare lo sviluppo di competenze dei giovani, come il pensiero critico, la capacità decisionale e la gestione delle emozioni. L’efficacia di questi interventi aumenta se viene coinvolta la famiglia e il contesto sociale di appartenenza. In generale questi interventi devono avere la finalità di promuovere l’empowerment delle persone e della comunità di riferimento, affinché ognuno possa fare scelte sulla salute consapevoli. I metodi per smettere Sebbene molte persone riescano a smettere di fumare anche da sole, grazie a una forte motivazione e forza di volontà, molte altre hanno bisogno di un supporto specialistico, a causa della dipendenza, che può essere fisica, psicologica e comportamentale. Tali aspetti sono molto correlati tra loro e dipendono da fattori individuali, culturali e ambientali. Negli ultimi anni per aiutare le persone a smettere di fumare sono state rese disponibili terapie efficaci, sia farmacologiche che psicologiche. Le terapie farmacologiche servono per contrastare la dipendenza fisica agendo sui sintomi dell’astinenza. I farmaci disponibili, di cui ne è stata provata l’efficacia, sono: sostitutivi della nicotina (NRT, Nicotine Replacement Therapy) in formato di cerotti, inalatori, gomme da masticare e compresse. antidepressivi ( bupropione e nortriptilina) agonisti parziali della nicotina (vareniclina) L’intervento di tipo psicologico è basato sul counselling individuale e di gruppo. Il supporto psicologico ha la finalità di aiutare il paziente ad affrontare i temi legati alle motivazioni che lo spingono a fumare, ai costi e ai benefici dello smettere ecc. Nell’ambito dell’intervento vengono indicate strategie comportamentali, al fine di superare situazioni di crisi e, in alcuni casi può essere fornito materiale di auto-aiuto, che il paziente può utilizzare come supporto a casa. In base alle evidenze disponibili nella letteratura medica si è potuto osservare che i migliori risultati a lungo termine sono quelli che si raggiungono con i trattamenti integrati, in cui le terapie farmacologiche sono associate agli interventi psicologici. Come accedere ai servizi I Centri antifumo In Italia negli ultimi anni si sono costituiti i Servizi per la Cessazione dal Fumo di Tabacco, ossia i Centri Antifumo, afferenti sia al Servizio sanitario nazionale (SSN) (strutture ospedaliere e unità sanitarie locali), che al privato sociale (ad esempio Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori). Tali Centri, che costituiscono un’importantissima risorsa per aiutare le persone a smettere di fumare, garantiscono trattamenti basati su prove di efficacia, che tengono conto delle linee guida nazionali e internazionali. Dati scientifici rilevano che tra coloro che hanno tentato di smettere, la probabilità di successo è 5 volte maggiore se si ricorre all’aiuto del medico o se il fumatore si rivolge ai Centri Antifumo. I Centri antifumo vengono ogni anno censiti e aggiornati dall’Osservatorio fumo, alcol e droga, OssFAD, dell’Istituto superiore di sanità ,e ad ogg,i risultano attivi 396 Centri, di cui 303 afferenti al Ssn e 93 alla LILT (Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori). Le strutture sono distribuite in tutta Italia e offrono programmi di assistenza, basati sulla terapia farmacologica, sul counselling individuale e sulla terapia di gruppo. L’accesso al Centro è generalmente regolamentato da una compartecipazione alla spesa (ticket sanitario) e in alcuni casi è gratuito. Attualmente anche i costi dei farmaci per la disassuefazione devono essere sostenuti dai pazienti, in quanto non sono mutuabili. Tutte le informazioni sui Centri antifumo, che riguardano dati strutturali (nome della struttura, indirizzo, telefono e nome del referente), modalità di contatto e di accesso, tipologia dell’intervento effettuato, possono essere richieste al Telefono verde contro il fumo dell’Istituto superiore di sanità. Il Telefono verde contro il fumo I servizi di Telefono verde contro il fumo – 800 554088 sono riconosciuti a livello nazionale ed internazionale quali strumenti efficaci per facilitare l’accesso alle informazioni e ai servizi. Il Telefono verde contro il fumo (TVF) 800 554088 è un servizio che svolge attività di consulenza sulle problematiche legate al fenomeno del tabagismo, rappresentando un collegamento tra Istituzione e cittadino-utente, un punto d’ascolto e di monitoraggio. Il TVF è un servizio nazionale, anonimo e gratuito, attivo dal lunedì al venerdì dalle ore 10.00 alle ore 16.00. Nell’ambito del colloquio telefonico, condotto da professionisti adeguatamente formati, gli utenti vengono aiutati ad affrontare la problematica riportata. Il servizio fornisce informazioni sulle terapie e i metodi per smettere di fumare, sui Centri antifumo, sulla legislazione relativa al fumo di tabacco e sulle attività realizzate dall’OssFAD.   Fonte Salute.gov.it

Il teatro della salute

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Il Ministero della Salute, in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca e con gli Istituti Zooprofilattici Sperimentali (IZS), presenta un bando di concorso per la partecipazione al progetto didattico su materie inerenti alle scienze veterinarie e principi di igiene: “Il Teatro della salute” pensato e voluto per i bambini delle scuole primarie. Ideata dal Dipartimento della sanità pubblica veterinaria, della sicurezza alimentare e degli organi collegiali per la tutela della salute, la collana editoriale “Il Teatro della salute” presenta una serie di testi teatrali, nati dalla penna di un esperto del linguaggio dei bambini in età scolare e arricchiti, a vantaggio dei docenti, di elementi conoscitivi su molti argomenti delicati e complessi di sanità pubblica. Comunicare un concetto, una ricerca, una verità o un semplice messaggio vuol dire mettere a disposizione una conoscenza, condividere anche uno stato d’animo con l’altro, questo semplice atto porta a una modificazione dell’esperienza di chi accoglie la comunicazione e ad un aumento della consapevolezza. L’impiego del teatro ha una importante funzione educativa e formativa del bambino delle scuole elementari. I bambini “attori” inizieranno questo loro percorso di apprendimento, insieme agli insegnanti, circa due mesi prima della messa in scena. Questo consentirà loro di interiorizzare i contenuti e di approfondire le varie tematiche inerenti ai testi stessi. La collana sarà composta di 10 numeri perché ogni numero avrà il coinvolgimento di uno dei 10 Istituti Zooprofilattici Sperimentali che con la loro “rete” di laboratori pubblici al servizio dello Stato e delle Regioni assicurano, insieme alle altre strutture del Sistema Sanitario Nazionale, la salvaguardia della salute pubblica tramite il controllo degli alimenti di origine animale, l’igiene e lo stato sanitario degli allevamenti zootecnici ed il benessere degli animali. Il progetto è biennale e prevede due edizioni del concorso, una per l’anno scolastico 2013-2014 e una per 2014-2015. Di seguito il piano dell’opera per l’anno scolastico in corso con l’indicazione dei testi già disponibili per tema e fascia d’età e gli IZS di riferimento. www.salute.gov.it

Sicurezza degli alimenti

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SICUREZZA DEGLI ALIMENTI, I CONTROLLI SULLA PRESENZA DI RESIDUI NELLE CARNI E NEI PRODOTTI DI ORIGINE ANIMALE Conforme ai parametri di legge la quasi totalità dei campioni esaminati durante il 2013. I campioni che hanno fornito risultati irregolari per la presenza di residui sono stati complessivamente 46 su 38.250. Questo è il dato principale della relazione sui controlli ufficiali, eseguiti in attuazione del Piano nazionale per la ricerca dei residui (PNR) negli animali e nei prodotti di origine animale, come miele, latte, uova. Il PNR è predisposto annualmente dal Ministero della salute sulla base delle indicazioni previste dalle norme europee. Vengono monitorate le sostanze e i residui che potrebbero costituire un pericolo per la salute pubblica, come le sostanze ad effetto anabolizzante e quelle non autorizzate, i medicinali veterinari e gli agenti contaminanti. E’ frutto della collaborazione delle autorità competenti regionali e locali, dei laboratori nazionali di riferimento e degli istituti zooprofilattici sperimentali. Dei 38.250 campioni, 13.850 sono stati analizzati per la ricerca di residui di sostanze appartenenti alla categoria A – sostanze ad effetto anabolizzante e sostanze non autorizzate (36,2% del totale delle analisi) e 24.400 per la ricerca di residui di sostanze appartenenti alla categoria B – medicinali veterinari e agenti contaminanti (pari al 63,8%). Come per gli anni precedenti, anche nel 2013 l’attività: è risultata superiore (del 41,8%) rispetto al numero minimo di campioni da analizzare previsti dalle norme dell’Unione europea (26.969) è risultata superiore (del 13,8%) rispetto al numero programmato dal Ministero (33.608) il 99,88% dei campioni esaminati è risultato conforme ai parametri di legge. Il settore più coinvolto è quello dei bovini (41,3%), in considerazione anche dell’elevato numero di controlli ad esso destinato (17.719 campioni analizzati pari al 43,7% del totale). Un maggiore coinvolgimento è rilevato per il settore latte in ragione dell’emergenza climatica verificatasi nell’estate 2012 che ha comportato un aumento della presenza di aflatossine nel mais e, di conseguenza, nel latte e prodotti derivati. Sono proprio le aflatossine, infatti, che rappresentano le principali sostanze rilevate, modificando in tal modo la tendenza riscontrata negli ultimi anni. Valutando i dati degli ultimi quattro anni si nota una flessione del rilevamento delle non conformità del 45%. Questo conferma che il sistema di controlli in materia di residui è efficace nei confronti del potenziale rischio per la sicurezza alimentare derivante dal pericolo chimico. Il gruppo B3 (altre sostanze e agenti contaminanti) rappresenta la principale causa di non conformità (33%). A seguire, il gruppo B1 (sostanze antibatteriche, comprese sulfamidici e chinolonici) con il 28% e il gruppo B2 (altri prodotti medicinali veterinari) con il 26%. La relazione finale del PNR 2013 prevede solo l’indicazione dei gruppi e/o categorie delle sostanze che sono state ricercate e non riporta dati di dettaglio relativi alla programmazione delle ricerche e alle molecole riscontrate. Questo per evitare di fornire informazioni specifiche ad operatori che, da tali informazioni, potrebbero trovare un’agevolazione nell’utilizzo illecito di alcuni gruppi di sostanze negli animali da reddito. FONTE: Salute.gov.it

Dieci regole per scegliere il dentista

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In tempo di crisi si cercano soluzioni a buon mercato. Ma attenti agli imbrogli. Il professor Franco Santoro, direttore della Clinica Odontoiatrica dell’Università degli Studi di Milano, ci dice in 10 punti come non sbagliare di Paola Scaccabarozzi Gli italiani vanno sempre meno dal dentista. Complice la crisi e, quindi, la necessità di tirare la cinghia anche quando di mezzo c’è la salute, i dati parlano chiaro. Secondo un’indagine condotta dall’Osservatorio di UniSalute (la compagnia del gruppo Unipol specializzata in assistenza e assicurazione sanitaria) circa la metà degli italiani afferma di non aver fatto alcun controllo negli ultimi 12 mesi. Tendenza confermata, per altro, dalle stime fornite dall’Andi (Associazione nazionale dentisti italiani) che riferisce una riduzione del lavoro degli odontoiatri relativa al 2011 del 10-20% rispetto all’anno precedente (sono stati spesi tra i 675 milioni e 1 miliardo e 350 mila euro in meno del 2010, anno già difficile). Come destreggiarsi allora nella scelta dell’odontoiatra quando di soldi da spendere sono sempre meno? Come evitare errori nella scelta? Lo abbiamo chiesto al professor Franco Santoro, direttore della Clinica Odontoiatrica dell’Università degli Studi di Milano che stila 10 regole da seguire per non sbagliare.1. Non cadere nella trappola del turismo odontoiatrico verso i paesi dell’Est. Un viaggio in Croazia con la promessa di rimettere in sesto la bocca in breve tempo e con una spesa irrisoria? Meglio lasciar perdere. I danni possono essere anche molto gravi e, a volte, irreversibili. Spesso, infatti, si finisce in studi gestiti da organizzazioni che utilizzano personale, attrezzature e protocolli di igiene e disinfezione che non garantiscono, visto che non devono ottemperare alle rigide disposizioni vigenti in Italia, l’efficacia delle cure prestate. Nella maggior parte dei casi, infatti, i lavori vengono eseguiti in maniera frettolosa e con materiali scadenti. Poi, in caso di problemi, a chi ci si rivolgerà? Non si può certo tornare ogni volta in Croazia! 2. Rivolgiti a un odontoiatra che sia veramente tale. Come? Verificando che sia iscritto all’ordine dei medici e degli odontoiatri (www.fnomceo.it, ricerca anagrafica). Così non si rischia di avere a che fare con un dentista “abusivo”. 3. Stai attento al livello di igiene generale. Dalla pulizia dei locali, alla poltrona sulla quale ci si siede, al fatto che il medico indossi guanti e mascherina e, soprattutto, utilizzi un kit per la visita personalizzato (quindi sterilizzato e imbustato), che viene aperto ex novo davanti al paziente. 4. Valuta l’importanza che il dentista dà all’igiene orale. Il dentista che si informa sul nostro livello di igiene orale quotidiana e ci consiglia di conseguenza, non deve essere percepito come un noioso odontoiatra che non sa fare altro che “scocciarci”. Anzi, è proprio questo l’atteggiamento di un professionista serio che ha a cuore la tua salute orale e la durata dei tuoi manufatti protesici. 5. Non lasciarsi sedurre da proposte miracolose. L’odontoiatra che ci promette il miracolo e cioè, per esempio, una bocca fantastica con denti smaglianti, deve destare sospetto, soprattutto se ci promette una soluzione del tutto indolore in tempi rapidissimi. Ci sono protocolli che indicano la durata minima dei trattamenti in funzione di problematiche legate alle tecnologie adottate e ai tempi biologici di risposta. In quasi tutte le situazioni non si può pretendere una cura troppo veloce. Si tratta solo di uno specchietto per le allodole. 6. Controlla che il dentista usi le giuste attrezzature. Il dentista deve effettuare le prestazioni di tipo restaurativo come le otturazioni, le devitalizzazioni e la cementazione delle protesi adesive utilizzando la diga in gomma. Anche se un po’ scomoda per il paziente, garantisce migliori risultati, più duraturi nel tempo. 7) Non farti incantare. Uno studio ben arredato e l’aspetto accattivante del medico o dell’assistente di poltrona sono dettagli piacevoli ma non bastano a valutare la qualità. Sono parametri di tipo emotivo che spesso fanno presa sulle persone (più di quanto si pensi), ma nulla hanno a che vedere con la professionalità dell’odontoiatra o con la serietà dello studio medico. 8) Pretendi che venga stilato un preventivo chiaro e dettagliato. Se l’odontoiatra ti appare confuso e impreciso, cambia professionista. La spiegazione deve essere sempre chiara ed esaustiva con risposte a eventuali dubbi. 9) Diffida di preventivi eccessivamente bassi. Se sono fuori mercato significa che nascondono qualche trappola e di sicuro i materiali usati saranno scadenti, con annessi rischi per la salute e durata dubbia nel tempo delle terapie proposte. Quindi alla fine spenderai di più. 10) Per risparmiare scegli soluzioni temporanee ma effettuate con serietà e professionalità. Si può, per esempio, rinunciare all’impiantologia, se ritenuta eccessivamente costosa, per una soluzione temporanea come lo scheletrato, e cioè una protesi mobile. Poi appena le risorse economiche lo permetteranno si adotteranno soluzioni più sofisticate. Fonte: Studioruggirello Curiamo il tuo Sorriso www.studioruggirello.it

           

Ecco perchè mangiare tre mandorle al giorno

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Le mandorle sono i semi del mandorlo, prodotto tipico siciliano che è entrato a far parte dei prodotti tipici agroalimentari dell’Isola. Rispetto a molti altri alimenti non hanno effetti collaterali se assunte in dosi contenute. I benefici delle mandorle sono davvero tanti ed affascinanti. La concentrazione di proteine, minerali, acidi grassi e amminoacidi rendono auspicabile il consumo di mandorle in una sana alimentazione. Dunque consumare ogni giorno una piccola razione di frutta secca come le  mandorle può essere molto utile per il nostro organismo. Contengono grandi quantità di fibre, utili per favorire il transito intestinale e combattere la stitichezza. I micronutriementi presenti in esse, sono un vero toccasana per la memoria e per far risanare i tessuti celebrali, il magnesio presente eliminerà quel senso di spossatezza o di affaticamento presente nei soggetti depressi e/o che soffrono della sindrome premestruale. Chi poteva immaginare che  a mangiare 3 mandorle al giorno, si migliora e di gran lunga la qualità della vita di ognuno di noi? Le mandorle sono un alimento che nutre il nostro cervello. Problemi con l’intestino? Scopri l’olio di mandorle: L’Olio di mandorla a base rigorosamente vegetale è fondamentale per le persone che soffrono di disturbi intestinali. Mangiare 3 mandorle al giorno, oppure bere un cucchiaio di olio di mandorle sin dal mattino, appena svegli, aiuterà il vostro intestino a regolarizzarsi. Le mandorle sono ricchissime di oli di alta qualità quali acido oleico e acido linoleico che contribuiscono a ridurre il colesterolo LDL e aumentando l’HDL “colesterolo buono”. L’olio di mandorle è anche utile in caso di smagliature nel periodo della gravidanza o come conseguenza di una dieta ferrea. Le Mandorle sono molto ricche di magnesio, calcio, potassio ed altri minerali di minor rilevanza: rame, manganese, fosforo, ferro e zinco. Sono fonte di Vitamina E, Vitamina B2 e in generale delle altre vitamine del gruppo B, non solo ma ricchissime in magnesio essenziale per molteplici funzioni cellulari soprattutto per il sistema nervoso. Siccome hanno anche molte proteine (20 grammi per etto), sono un cardine dell’alimentazione vegetariana. L’olio di mandorla per esempio è utilizzato in cosmesi e in dermatologia per le sue proprietà idratanti ed emollienti. L’Olio di mandorle dolci è ricco di proteine, sali minerali, vitamina A, e altre vitamine del gruppo B; è un ottimo emolliente, nutriente e lenitivo. Adatto ad ogni tipo di pelle, combatte l’invecchiamento ed è utilizzato soprattutto in caso di pelle secca; utile in caso di morbillo o varicella, dove, il suo effetto emolliente ne attenua il prurito. L’olio di mandirle è anche utile in caso di smagliature nel periodo della gravidanza o come conseguenza di una dieta ferrea. Studi recenti suggeriscono che le mandorle e le noci possono aiutare a controllare i livelli di zuccheri nel sangue e ridurre il rischio di sviluppare la Sindrome Metabolica. Sono ottime a colazione insieme ai cereali oppure con lo yogurt. Ottimo l’abbinamento nelle insalate insieme alle noci oppure nella realizzazione di primi piatti. Fonte Studio Ruggirello

Le regole di Paracelso

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Philippus Aureolus Teophrastus Bombastus von Hohenheim nato in Svizzera nel 1493 preferì chiamarsi “Paracelso”, cioè “meglio di Celso”, un famoso medico greco-romano del primo secolo dopo Cristo. LE REGOLE DI PARACELSO: 1- La prima è quella di migliorare la salute. Questo richiede una respirazione, il più spesso possibile, profonda e ritmica, riempiendo bene i polmoni , all’aperto o davanti a una finestra aperta. Bere ogni giorno a piccoli sorsi, circa due litri di acqua, mangiare tanta frutta, masticare i cibi il più perfettamente possibile, evitare alcool, tabacco e medicine, a meno che, per qualche motivo grave, non siate sottoposti a trattamento medico. Fare il bagno giornalmente dovrebbe essere un’abitudine che dovete alla vostra dignità. 2- Bandite assolutamente dalla vostra mente, per qualsiasi ragione, tutti i pensieri di pessimismo, rabbia, rancore, odio, noia, tristezza, vendetta e povertà. Fuggire come la peste ogni occasione di trattare con persone maldicenti, viziose, vili, mormoratori, pigre, pettegole, vanitose o volgari e inferiori per naturali limiti di comprensione o per argomenti sensuali che costituiscono la base dei loro discorsi o occupazioni. L’osservanza di questa regola è di decisiva importanza: si tratta di cambiare la trama spirituale della vostra anima. E’ l’unico modo per cambiare il vostro destino, perché questo dipende dalle nostre azioni e dai nostri pensieri. Il caso non esiste. 3- Fate tutto il bene che vi è possibile. Aiutate ogni infelice ogni volta che potete, ma non nutrite mai un debole per qualsiasi persona. Dovete tenere sotto controllo le vostre forze e fuggire da ogni forma di sentimentalismo. 4- Dobbiamo dimenticare ogni offesa, anzi, sforzatevi di pensare bene del vostro più grande nemico. La vostra anima è un tempio che non dovrebbe mai essere profanato dall’odio. Tutti i grandi uomini si sono lasciati guidare da quella soave Voce Interiore, ma questa non vi parlerà immediatamente, ci si deve preparare per un certo tempo, distruggendo la sovrapposizione di strati di vecchie abitudini, pensieri ed errori che pesano sul vostro spirito, che è divino e perfetto nella sua essenza, ma impotente per la imperfezione del veicolo che gli si offre oggi per manifestarsi, la debole carne. 5- Dovete raccogliervi ogni giorno, dove nessuno può disturbarvi, anche per mezz’ora, seduti più comodamente possibile, con gli occhi socchiusi e non pensare a niente. Questo rafforza fortemente il cervello e lo Spirito e vi metterà in contatto con influenze benefiche. In questo stato di meditazione e di silenzio, arrivano spesso le idee più brillanti, che a volte, possono cambiare un’intera esistenza. Con il tempo tutti i problemi che sorgono saranno risolti vittoriosamente da una Voce Interiore che vi guiderà in questi momenti di silenzio, da soli con la vostra coscienza. Questo è il demone di cui parlava Socrate. 6- È necessario mantenere il silenzio assoluto su tutti i vostri affari personali. Astenersi, come se si fosse fatto un giuramento solenne, dal riferire agli altri, anche al vostro più intimo, di tutto quello che pensate, ascoltate, conoscete, imparate, sospettate o scoprite;per lungo tempo almeno, si dovrebbe essere come una casa murata o un giardino recintato. È una regola della massima importanza. 7- Non temete gli uomini e non abbiate paura del domani. Mantenete il vostro cuore forte e puro e ogni cosa andrà bene. Non pensate mai di essere soli o deboli, perché ci sono dietro di voi potenti eserciti, che non potete concepire nemmeno nei sogni. Se vi elevate nello spirito, nessun male potrà toccarvi. Il solo nemico che dovete temere siete voi stessi. La paura e la sfiducia nel futuro sono le madri funeste di tutti i fallimenti e attraggono le cattive influenze e con esse il disastro. Se studiate con attenzione le persone di buona fortuna, vedrete che, intuitivamente, esse osservano gran parte delle regole sopra enunciate. Conclusione: Non lamentatevi mai di niente, dominate i vostri sensi, fuggite sia dall’umiltà come dalla vanità. L’umiltà vi sottrae le forze e la vanità è tanto dannosa, che è come se dicessimo “peccato mortale contro lo Spirito Santo.” Philippus Aureolus Theophrastus Bombastus von Hohenheim detto Paracelsus o Paracelso (Einsiedeln, 14 novembre 1493 – Salisburgo, 24 settembre 1541) è stato alchimista, astrologo e medico svizzero. La redazione di Studio Ruggiello

I segreti della dieta dash vegetariana

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La dieta DASH (Dietary Approaches to Stop Hypertension) giudicata come uno dei migliori programmi alimentari e nata soprattutto per aiutare coloro che soffrono di ipertensione. Difatti è una dieta iposodica, cioè povera di sodio. Questa dieta aiuta a ridurre la pressione sanguigna, previene l’insorgere del diabete e mantiene in salute il cuore.

Dieta Dash: funziona?

I consigli principali per seguire questa dieta sono molto semplici: – Consumare molta frutta e verdura. – Preferire latticini magri. – Ridurre l’assunzione di cibi grassi, soprattutto quelli saturi, tipici degli insaccati. – Consumare preferibilmente carne bianca, cereali e pesce. – Ridurre il consumo di carne rossa e di dolci. – Aumentare il consumo di cibi ricchi di magnesio, calcio e potassio.

Dieta Dash, è salutare?

Per seguire la dieta DASH è necessarie consumare giornalmente: – 7-8 porzioni di cereali integrali – 4-5 porzioni di verdura e ortaggi – 4-5 porzioni di frutta – 2-3 porzioni di latticini magri – 2-1 porzioni di carne bianca o pesce – 4-5 porzioni di frutta secca, questa volta a settimana. Questo piano alimentare si attesta sulle 1400-1600 calorie giornaliere. Una volta raggiunto il peso desiderato, si possono raggiungere le 2000 calorie giornaliere. Per iniziare la dieta senza scombussolare troppo l’organismo, si può iniziare col consumare: – Una porzione di verdura per ogni pasto. – Una di frutta per ogni pasto e come merenda. – Ridurre della metà i condimenti. – Consumare 160 gr di carne al giorno – Aggiungere più legumi al menù della settimana – Consumare uno yogurt magro a merenda, inter cambiandolo con la frutta. Fonte medicina33.info

Vegano è bello , moda salute o business

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Etica, salute e moda spingono sempre più persone ad abbracciare la dieta vegana. Risponde la dottoressa Roberta Bartocci, nutrizionista vegana, che ha ideato la figura profezzionale della Vegcoach™ Il popolo dei vegetariani e soprattutto dei vegani aumenta e lo fa a vista d’occhio: non c’è quasi ormai più un ristorante che non proponga un menù ad hoc e pressocché tutti i programmi tv dedicati alla cucina offrono consigli per preparare piatti a base vegetale. Molti anche molti vip, da Gwyneth Paltrow a Leonardo di Caprio, passando per Jovanotti hanno deciso di “convertirsi” a questo stile alimentare, chi in nome di un maggior rispetto per l’ambiente e gli animali, chi per questioni di salute, chi soltanto perché “essere veg” è chic. Ma cosa significa essere vegani? E perché lo si diventa? “Le motivazioni sono varie e soggettive, anche perché non si tratta di una religione, ma di una scelta personale” risponde la dottoressa Roberta Bartocci, nutrizionista e Vegcoach™  una figura professionale ideata da lei stessa (e depositata con tanto di marchio ), specializzata nell’assistenza a privati e aziende nei loro percorsi verso il mondo veg. Lei, che proviene da una famiglia di allevatori e macellai, spiega come e perché si diventa vegani.