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Sport e attività fisica

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Muoversi quotidianamente produce effetti positivi sulla salute fisica e psichica della persona

L’organismo umano non è nato per l’inattività: il movimento gli è connaturato e una regolare attività fisica, anche di intensità moderata, contribuisce a migliorare tutti gli aspetti della qualità della vita. Al contrario, la scarsa attività fisica è implicata nell’insorgenza di alcuni tra i disturbi e le malattie oggi più frequenti: diabete di tipo 2, malattie cardiocircolatori (infarto, miocardico, ictus, insufficienza cardiaca), tumori. Le cifre In Italia il 30% degli adulti tra 18 e 69 anni svolge, nella vita quotidiana, meno attività fisica di quanto è raccomandato e può essere definito sedentario. In particolare, il rischio di sedentarietà aumenta con il progredire dell’età, ed è maggiore tra le persone con basso livello d’istruzione e difficoltà economiche. La situazione è migliore nelle regioni del nord Italia, ma peggiora nelle regioni meridionali (Rapporto PASSI 2011). Secondo i dati ISTAT, nel 2010 in Italia il 38% delle persone da 3 anni in su ha dichiarato di non praticare, nella vita quotidiana, né sport né altre forme di attività fisica. Secondo i dati del sistema di monitoraggio Okkio alla salute, soltanto 1 bambino su 10 fa attività fisica in modo adeguato per la sua età e circa 1 bambino su 4 (26%), al momento della rilevazione, dichiarava di non aver svolto alcuna attività fisica il giorno precedente l’indagine. Come in altri paesi europei, l’attività motoria della popolazione in Italia è diminuita di pari passo con i grandi cambiamenti del lavoro e dell’organizzazione delle città. Da una parte lo sviluppo dell’automazione, anche nel lavoro domestico, e il deprezzamento sociale del lavoro manuale, dall’altra la dominanza del trasporto motorizzato e la riduzione di spazi e sicurezza per pedoni e ciclisti. Assieme a questi fattori, si sono sempre più ristretti gli spazi per il gioco libero dei bambini e per i giochi e gli sport spontanei e di squadra; queste attività hanno ora luoghi deputati la cui accessibilità è limitata ed ha un costo, non solo monetario. Inoltre, giocano un ruolo il valore che viene socialmente assegnato alle attività motorie ed altri fattori come i modelli genitoriali e il peso attribuito all’attività motoria nel curriculum scolastico. Questi ostacoli rendono difficili i comportamento motori attivi. I benefici dell’attività fisica Muoversi quotidianamente produce effetti positivi sulla salute fisica e psichica della persona. Gli studi scientifici che ne confermano gli effetti benefici sono ormai innumerevoli e mettono in luce che l’attività fisica: migliora la tolleranza al glucosio e riduce il rischio di ammalarsi di diabete di tipo 2 previene l’ipercolesterolemia e l’ipertensione e riduce i livelli della pressione arteriosa e del colesterolo diminuisce il rischio di sviluppo di malattie cardiache e di diversi tumori, come quelli del colon e del seno riduce il rischio di morte prematura, in particolare quella causata da infarto e altre malattie cardiache previene e riduce l’osteoporosi e il rischio di fratture, ma anche i disturbi muscolo-scheletrici (per esempio il mal di schiena) riduce i sintomi di ansia, stress e depressione previene, specialmente tra i bambini e i giovani, i comportamenti a rischio come l’uso di tabacco, alcol, diete non sane e atteggiamenti violenti e favorisce il benessere psicologico attraverso lo sviluppo dell’autostima, dell’autonomia e facilità la gestione dell’ansia e delle situazioni stressanti produce dispendio energetico e la diminuzione del rischio di obesità. Istruzioni per l’uso Attività fisica. Quale? Quando si parla di attività fisica non è raro incorrere nell’errore di confonderla con lo sport. Non è così. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) la definisce come qualsiasi movimento corporeo prodotto dai muscoli scheletrici che richiede un dispendio energetico. In questa definizione rientrano quindi, non solo le attività sportive, ma anche l’attività lavorativa di coloro che svolgono un lavoro manuale e normali movimenti della vita quotidiana, come camminare, andare in bicicletta, ballare, giocare, fare giardinaggio e i lavori domestici. Per svolgere attività fisica, quindi, non è necessario trovare del tempo espressamente dedicato a questo. Si può trovare l’occasione di fare movimento in ogni momento della giornata trasformando le normali attività quotidiane, in un pretesto per fare un po’ di esercizio. Quanto muoversi? Non esiste un livello di attività fisica che sia valido per ogni persona. Né è semplice misurare la quantità di movimento svolto. Nel 2010 l’Oms ha comunque tentato di dare indicazioni chiare valide per tutti, stabilendo la quantità minima di attività fisica per tre gruppi di età: bambini e ragazzi (5 – 17 anni): almeno 60 minuti al giorno di attività moderata – vigorosa, includendo almeno 3 volte alla settimana esercizi per la forza che possono consistere in giochi di movimento o attività sportive adulti (18 – 64 anni): almeno 150 minuti alla settimana di attività moderata o 75 di attività vigorosa, con esercizi di rafforzamento dei maggiori gruppi muscolari da svolgere almeno 2 volte alla settimana anziani (dai 65 anni in poi): le indicazioni sono le stesse degli adulti, con l’avvertenza di svolgere anche attività orientate all’equilibrio per prevenire le cadute. Chi fosse impossibilitato a seguire in pieno le raccomandazioni, dovrebbe fare attività fisica almeno 3 volte alla settimana e adottare uno stile di vita attivo adeguato alle proprie condizioni. In ogni caso è stato evidenziato che in verità non esiste una precisa soglia al di sotto la quale l’attività fisica non produce effetti positivi per la salute. Risulta quindi molto importante il passaggio dalla sedentarietà ad un livello di attività anche inferiore ai livelli indicati dalle linee guida. Importante anche impegnarsi personalmente per modificare il contesto in cui si vive al fine di sostenere i cambiamenti necessari per rendere più facile l’adozione di uno stile di vita sano e attivo nella proprio città, nei luoghi di lavoro e di studio. Prevenzione su misura Bambini Per i bambini e i ragazzi la partecipazione ai giochi e ad altre attività fisiche, sia a scuola che durante il tempo libero, è essenziale per un sano sviluppo dell’apparato osteoarticolare e muscolare, il benessere psichico e sociale, il controllo del peso corporeo, il corretto funzionamento degli apparati cardiovascolare e respiratorio. Inoltre, lo sport e l’attività fisica contribuiscono a evitare l’instaurarsi di comportamenti sbagliati, come l’abitudine a fumo e alcol e l’uso di droghe. L’Oms consiglia almeno 60 minuti al giorno di attività moderata-vigorosa. Donne in gravidanza L’attività fisica non è controindicata in gravidanza. Tutt’altro. Se svolta osservando alcune accortezze può essere benefica per mamma e bambini. Aumenta infatti la capacità di trasporto nel sangue dell’ossigeno e di sostanze nutritive indispensabili per il feto. Inoltre, l’esercizio fisico aumenta l’efficienza degli apparati cardiocircolatorio e respiratorio, migliora la circolazione negli arti inferiori riducendo quindi il senso di gonfiore, riduce gli episodi di dolore, di crampi e di affaticamento. Il movimento regolare, in più, limita l’aumento del peso corporeo, diminuendo il rischio di diabete gestazionale. Tuttavia, non bisogna esagerare. Per le donne in buona salute bastano 30-40 minuti al giorno di attività fisica a bassa intensità: vale a dire passeggiate, nuoto o ginnastica dolce. Dall’ottavo mese, tuttavia, occorre prestare particolari cautele e limitarsi a eseguire esercizi per la respirazione e di rilassamento. Anziani Anche per gli anziani l’esercizio fisico è particolarmente utile. Il movimento quotidiano ritarda l’invecchiamento, previene l’osteoporosi, contribuisce a prevenire la disabilità, la depressione e la riduzione delle facoltà mentali. Previene il rischio di cadute accidentali migliorando l’equilibrio e la coordinazione. Secondo l’Oms sono sufficienti 150 minuti alla settimana di attività moderata con attività orientate all’equilibrio per prevenire le cadute. Per chi non ha tempo Non tutti possono dedicare una parte del giorno a svolgere attività fisica. Tuttavia, ciò non significa che non sia possibile svolgere la giusta quantità di movimento. Basta mantenersi attivi sfruttando ogni occasione. Per esempio è possibile: andare a lavorare o a scuola a piedi o in bicicletta quando si usano i mezzi pubblici, scendere una fermata prima e finire il tragitto a piedi non prendere la macchina per effettuare piccoli spostamenti e, quando la si usa, scegliere di parcheggiare un po’ più lontano dalla destinazione finale fare le scale e non prendere l’ascensore portare a spasso il cane fare giardinaggio o i lavori domestici andare a ballare giocare con i bambini possibilmente all’aperto o attraverso attività che richiedono movimento fisico. Persone con bisogni speciali Le persone che hanno condizioni come il diabete, l’ipertensione o l’obesità possono trarre grande giovamento dalla regolare attività fisica. Ma anche persone affette da malattie, come quelle cardiovascolari traggono beneficio dalla pratica regolare dell’attività fisica, al pari di un vero e proprio trattamento che, se svolto adeguatamente, è di aiuto nella gestione della malattia e spesso la pratica dell’attività fisica risulta almeno altrettanto efficace di interventi chirurgici o la somministrazione di farmaci non solo nella prevenzione ma anche nel trattamento di molte patologie come per esempio: insufficienza cardiaca, diabete, depressione. Le modalità e i tempi vanno sempre concordati con il proprio medico.

Tecniche per catturare il sonno ed addormentarsi più velocemente con il bagno e la dieta

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Una tecnica per catturare il sonno che non arriva è anche quella di farsi un bagno. Si può mantenere l’acqua a temperatura corporea (36, 37 gradi) e rimanere immersi da 10 a 40 minuti. Un sonnifero naturale che possono sperimentare tutti, anziani compresi, perché non mette sotto sforzo il sistema cardiocircolatorio e induce un profondo rilassamento muscolare e psicofisico. Un po’ di attenzione in più per il bagno caldo, quello in cui la temperatura dell’acqua è compresa tra i 38 e i 40 gradi. Su alcune persone ha un effetto molto rilassante. Ma non deve essere prolungato oltre i 10 minuti ed è controindicato per chi soffre di pressione bassa. Un getto di acqua fredda sulle gambe invece provoca un microshock che scarica le energie della giornata. Altro metodo efficace è quello di tenere i piedi immersi nell’acqua calda. Gli specialisti di idroterapia, cioè della cura con l’acqua, propongono anche sistemi più complessi per combattere l’insonnia: da bagni caldi e freddi alternati, agli impacchi alla schiena, fino alle sedute di idromassaggio. Per l’insonnia, Messegué consiglia alla sera bagni completi a base di tiglio o un infuso leggero della stessa pianta. Oppure bagni alle mani e pediluvi con una manciata di fiori di biancospino, menta, tiglio (una manciata), per due litri di acqua. Tra i molti consigli che sono generalmente dati, anche da parte dei medici, a chi soffre d’insonnia, troviamo quelli dietetici. In genere sono suggeriti per la sera pasti leggeri, facilmente digeribili. Per ridurre al minimo l’attività digestiva sono adatte minestre o passati di verdura, succhi di frutta, verdure cotte, poco pesce o latticini oppure un solo uovo, cotto senza grassi, sughi o condimenti piccanti. È importante abituarsi la sera a pasti con molti liquidi se si soffre di insonnia, ma sempre con moderazione. Tutti gli eccessi sono sempre un errore, sia il digiuno che i pasti troppo abbondanti. L’ideale sarebbe frazionare i pasti nell’arco della giornata in modo equilibrato e non finire con il ricordarsi della propria insonnia solo poche ore prima di andare a dormire. Questo è un consiglio che è utile per tutte le attività svolte nell’arco della giornata, non solo per ciò che riguarda l’alimentazione. In linea di massima, in particolare la sera, è preferibile tutto ciò che proviene dal mondo vegetale perché facilmente digeribile, mentre gli alimenti che provengono dal modo animale richiedono processi digestivi più complessi. Ciò che mangiamo infatti richiede, al momento della digestione, un determinato sforzo. Più i cibi sono pesanti o più sono combinati in modo sbagliato, più aumenta lo sforzo degli organi impegnati nella digestione e anche del cuore. Naturalmente il pasto serale incide di più perché deve essere digerito proprio nel momento della giornata in cui si va a dormire. Come indicazione di massima, quindi, in genere chi soffre d’insonnia la sera deve evitare alimenti pesanti e malcombinati per la cena e anche quei piatti unici a base di pasta, riso, polenta, gnocchi cucinati in modo elaborato e combinati con altri ingredienti. Una manciata di pastina o di riso nella minestra di verdura è invece ammessa. Il pasto amidaceo è meglio riservarlo all’ora di pranzo, il pasto della sera può essere invece sostituito con della frutta. Se si vorrà bere del latte (è noto che un bicchiere di latte caldo concilia il sonno) sarà bene farlo lontano dalla cena, poco prima di andare a letto, a digestione già compiuta per evitare un guazzabuglio di sostanze nello stomaco, finendo con il provocare effetti contrari. L’uso delle tisane a fine pasto invece è consigliabile proprio perché non interferiscono con gli alimenti e tra l’altro possono essere usate per tutta la vita senza creare interferenze e problemi. Esistono anche alimenti che sembra favoriscano il sonno: per esempio la lattuga, la pesca, l’albicocca, la mela…, ma in questo caso non esistono regole molto sicure. Ognuno dovrà scegliere secondo le personali preferenze. Da evitare invece la sera le sostanze nervine: tè, cacao, coca-cola e anche i superalcolici. Un consiglio valido sicuramente per tutti è quello di far trascorrere più tempo possibile tra il pasto della sera e il momento di andare a dormire. E meglio andare a letto quando lo sforzo della digestione è già compiuto, a meno che la cena sia stata estremamente leggera. Con l’avanzare degli anni bisogna infine fare più attenzione a ciò che si mangia la sera perché il metabolismo è rallentato. E per finire, ecco una guida per chi è costretto a consumare uno o due pasti fuori casa. Al mattino: una mela; latte magro e 2 biscotti; un caffè o un tè. Dalle 10 alle 11: una merendina da forno; un tè. Alle 13: un panino con roast-beef (oppure mozzarella e pomodoro); uno yogurt; un succo di frutta. Dalle 16 alle 17: un pompelmo a spicchi o una pera; un bicchiere di latte magro. Cena, alle 20: zuppa di verdure (oppure insalata di verdure lesse); una trota lessa o ai ferri (con olio e limone) o petto di pollo; un pomodoro o una carota cruda in insalata; due panini (100 g) integrali; una coppetta di macedonia di frutta fresca; un bicchiere di vino. Alle 22: un bicchiere di latte magro. N.B.: nel corso della giornata, bevete acqua a volontà.

OMS: la carne lavorata nuoce gravemente alla salute, la carne rossa probabilmente.

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  Come l’amianto, il tabacco e l’arsenico il consumo di carne lavorata è stato classificato dall’OMS (Organizzazione mondiale della sanità) pericoloso per la salute umana. Per la carne rossa invece non esistono ancora prove certe di cancerogenicità. Nello specifico, ci sono prove convincenti che il consumo di carni rosse (come maiale e manzo ma ma anche pollame e frattaglie) sottoposte a salatura, essiccatura e affumicatura provochi il cancro: ogni 50 grammi di carne lavorata mangiata ogni giorno aumenta il rischio di cancro colon-rettale del 18%. Diversamente per la carne rossa non lavorata, il legame con il cancro al colon, alla prostata ed al pancreas sebbene forte è ancora limitato: ribadiscono gli esperti che il rischio di tumore aumenterebbe di circa il 17% per ogni 100 grammi di carne rossa mangiata quotidianamente. Secondo le stime degli esperti circa 34mila morti per cancro ogni anno nel mondo sono dovute a diete ad alto consumo di carni lavorate, a cui se ne aggiungerebbero altri 50mila dovute a diete ad alto consumo di carni rosse (sempre ammettendo la conferma del nesso causale, ancora mancante in questo caso). Carmine Pinto, presidente dell’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom), invita a evitare gli allarmismi e commenta: “Per quanto riguarda le carni rosse è una questione di modalità e di quantità, non esiste una ‘soglia di esposizione’ oltre la quale ci si ammala sicuramente. Il messaggio che dobbiamo dare è che la carne rossa va consumata nella dovuta modalità, una o due volte a settimana al massimo. Il messaggio principale è invece un invito a tornare alla dieta mediterranea, che ha dimostrato invece di poter diminuire il rischio di tumore”. Più drastico il commento dell’oncologo Umberto Veronesi, che da decenni evita il consumo di carne per motivi etici e filosofici ed aggiunge : “L’identificazione certa di una nuova sostanza come fattore cancerogeno è sempre e comunque una buona notizia in sé, perché aggiunge conoscenza e migliora la prevenzione”.   Fonte:medicina33.com

Come vincere la fame nervosa: quando il cibo diventa una droga.

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La farne nervosa ha origine quando cessa di funzionare normalmente il meccanismo dell’appetito. Quando mangiamo viene trasmesso un segnale dallo stomaco al cervello che ci informa di quando l’appetito è stato soddisfatto. Se questa comunicazione si interrompe, il bisogno psicologico di soddisfacimento persiste anche quando il bisogno fisico è stato esaudito. Ci sono parecchie teorie sulle cause che possono dare origine alla fame nervosa: alcuni la fanno risalire a un’insoddisfazione risalente al periodo dell’allattamento o anche all’abitudine di alcune mamme di blandire i dispiaceri dei bambini con caramelle o altri dolci. Altri mettono l’accento sulle difficoltà emotive che possono spingere a rimpinzarsi come compensazione della noia, della solitudine, dell’isolamento, della frustrazione, dell’insoddisfazione, ecc. Altri ancora trovano la spiegazione in situazioni dolorose, come la depressione dovuta alla morte di una persona cara o nei conflitti irrisolti di origine affettiva risalenti all’adolescenza, o ancora nel continuo, quotidiano contatto con il cibo (il pensiero di doverlo comperare, cucinarlo, ecc), come è il caso di molte casalinghe. Comunque, in generale, la fame nervosa ha origine da un sentimento di odio verso se stessi: quanto più uno si disprezza, tanto più cerca soddisfazione nel cibo. E così, con l’inevitabile aumento di peso, si disprezza maggiormente. Come vincere la fame nervosa. Occorre un doppio intervento per spezzare questo circolo vizioso: prima di tutto bisogna scoprire le ragioni che ne scatenano l’impulso, poi bisogna riuscire a stabilire una norma di alimentazione equilibrata. Una volta trovata la causa, è necessario accettarla di buon grado, sia che si tratti di abitudini infantili sia di problemi emotivi o situazioni difficili. Il cibo è una droga per chi soffre di fame nervosa: non ne ha mai abbastanza. È però possibile ristabilire un giusto equilibrio fra desiderio e soddisfacimento di questo impulso. situazioni difficili. Dovete trovare il modo di affrontarla correttamente. Spesso questa accettazione significa mutare l’atteggiamento verso se stessi o anche cambiare genere di vita. Per riuscire a fare ciò dovrete trovare qualcosa che vi dia un nuovo interesse, che vi aiuti ad avere fiducia e rispetto per voi stessi e che vi occupi iI tempo che altrimenti passereste a mangiare o a pensare al cibo. Potreste, per esempio, occuparvi di ridipingere la casa, o scegliere un’occupazione alternativa, o iscrivervi a una scuola serale per imparare un’attività pratica o una lingua. Anche dedicarvi a una pratica sportiva non solo vi può dare un senso di conquista, ma anche farvi venire un appetito sano e genuino, piuttosto che uno illusorio. Anche lo yoga e altre discipline di meditazione vi possono aiutare ad alleviare la tensione. Per adottare un modello di alimentazione equilibrata è necessario programmare attentamente ciò che si sceglie di mangiare piuttosto che fare spuntini ogni volta che ne viene voglia. Dovreste studiare in anticipo la scelta dei pasti e il tempo impiegato a consumarli (questo eliminerà il problema di comperare e cucinare per impulso e il mangiucchiare fra un pasto e l’altro). Scegliete cibi genuini e che vi piacciano. Fate entrare abitualmente nella dieta pane integrale e frutta fresca e dite addio ai cibi ricchi di calorie come dolci e caramelle. Imparate a mangiare lentamente, gustando ogni boccone, per dare allo stomaco il tempo di digerire e al cervello quello di , ricevere il messaggio di sazietà. Prendete, porzioni moderate e non riempitevi mai il « piatto. Considerate anche l’idea di consumare i pasti in compagnia, così vi renderete conto più razionalmente di cosa e di quanto mangiate e non avvertire quel ‘ senso di solitudine che in questi casi controproducente. Un’avvertenza: molti di coloro che soffrono di fame nervosa pensano a una dieta come se fosse una soluzione. Niente di più sbagliato: seguire una dieta non fa altro che acuire il desiderio di cibo e aggiunge inoltre il senso di colpa quando non si riesce a seguirla. Si dovrebbe programmare una dieta dimagrante solo dopo avere risolto la fame nervosa. Comunque è probabile che cominciate a perdere di peso quando riuscirete a mangiare in equilibrato. Se questi rimedi non serviranno, rivolgetevi al vostro medico: la psicoterapia può aiutare a identificare le radici del_problema e mostrarvi il modo uscirne.

Quanti sono i malati rari in Italia e soprattutto come vanno assistiti?

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A queste domanda cerca di rispondere Uniamo, Federazione italiana malattie rare onlus, portando avanti un progetto la cui denominazione è “Conoscere per assistere”. Secondo l’ultimo rapporto presentato alla camera sarebbero tra i 450mila e i 670mila gli italiani ad essere affetti da una rara malattia, pari all’1,1% della popolazione. Purtroppo a doverne pagare i costi economici e sociali di assistenza della persona con malattia rara sono in primo luogo le famiglie. Dallo studio infatti emerge la mancanza e la carenza di alcune prestazioni nella rete dei servizi a livello territoriale che comporta un impegno di spesa familiare che in media si aggira intorno ai 2500 euro; una spesa non indifferente e, per farvi fronte, i nuclei familiari nel 20% dei casi sono costretti a richiedere aiuti esterni: parenti e amici (10,9%), istituti di credito (6,7%) ma anche associazioni di volontariato (1,6%). Il rischio di impoverimento per le famiglie che sostengono il costo economico e sociale della malattia resta alto. Nel campo delle ricerca invece l’Italia gioca un ruolo importante. Infatti l’Italia si posiziona bene sul fronte della ricerca medico-scientifica per le malattie rare, pur in assenza di finanziamenti pubblici o di programmi dedicati: nel 2014 la Penisola è stata capofila di ventisette progetti e ha partecipato, come partner, a 123 progetti.     fante:medicina33.com

Tumori della pelle: anche i Parlamentari hanno le loro macchie.

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Presentati a Roma i risultati della giornata di screening sui tumori cutanei promossa da Euromelanoma, che ha coinvolto 70 parlamentari. Rappresentanti delle Istituzioni e specialisti dermatologi fanno il punto sulle strategie per contrastare i tumori della pelle in preoccupante aumento. Sotto i riflettori anche le cheratosi attiniche, lesioni tumorali precoci, che se non curate per tempo possono degenerare in tumori della pelle non-melanoma. Necessarie campagne di prevenzione basate su screening diagnostici e terapie appropriate per tutelare la popolazione e contenere i costi per il Servizio Sanitario Nazionale. Roma, 19 novembre 2014 – I tumori della pelle, in costante aumento, sono una grave mi-naccia per la salute di milioni di persone e per la sostenibilità del Sistema Sanitario Nazionale. Campagne di screening e diagnosi precoce, insieme alle nuove terapie, possono salvare migliaia di vite e favorire risparmi a lungo termine per la Sanità pubblica. Ma in Italia l’attenzione delle Istituzioni per la prevenzione dei tumori cutanei è ancora lontana dagli standard europei. Per questo, Euromelanoma, l’iniziativa europea di sensibilizzazione sui tu-mori della pelle a cui partecipano oltre 30 Paesi, ha promosso nell’aprile del 2012 uno scree-ning che ha coinvolto 70 rappresentanti del Parlamento italiano. I risultati, pubblicati di recente sul prestigioso International Journal of Dermatology, evidenziano come, in questo campo, i comportamenti della classe politica non si discostino da quelli dei cittadini: stesse abitudini, con almeno due settimane l’anno di esposizione al sole durante le vacanze, e stessi fattori di rischio con sospetto di lesioni cancerose in fase precoce, rendono sovrapponibili i dati riscontrati tra i Parlamentari e la popolazione generale. Considerando quanto emerso dallo screening, infatti, la presenza di tumori della pelle è stata riscontrata nel 14,5% del campione esaminato, e un dato particolarmente rilevante è che di questi ben il 6,5% sono risultate lesioni da cheratosi attinica, un tumore della pelle non-melanoma in fase precoce. Da qui la necessità di maggiore attenzione verso questa patologia cutanea che proprio per la sua incidenza deve essere diagnosticata per tempo attraverso appositi screening della pelle così da poter essere trattata prima della sua progressione verso una forma invasiva. Le strategie per contrastare i tumori cutanei sono state discusse a Roma, nel corso di un incontro tra rappresentanti delle Istituzioni e specialisti svoltosi alla Camera dei Deputati. «L’obiettivo dello screening sui parlamentari è stato quello di sensibilizzare i decisori politici e richiamare la loro attenzione sull’importanza di promuovere campagne di prevenzione», af-ferma Ketty Peris, Direttore della Clinica Dermatologica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e Presidente di Euromelanoma Italia. «Al termine dello screening abbiamo rilevato una percentuale di lesioni sospette comparabile a quelle riscontrate nella popolazione generale. Anche questa iniziativa dimostra che è forte l’esigenza d’informazione e preven-zione: prevenire le lesioni e i tumori della pelle è più facile e meno costoso rispetto ad altre patologie ed è opportuno che le Istituzioni identifichino strategie mirate a trovare risorse da allocare in questo settore». In poco meno di un ventennio sono quasi triplicati i nuovi casi di melanoma, il cancro cutaneo più conosciuto e terza diagnosi di carcinoma più frequente sopra i 45 anni di età. Meno ag-gressivi e conosciuti, ma molto più diffusi tra la popolazione generale, sono i tumori non-melanoma della pelle (non-melanoma skin cancer) che rappresentano complessivamente il 19,9% di tutti i tipi di tumore. I nuovi casi stimati per il 2014 sono ben 42.600 tra gli uomini e 30.300 tra le donne nel 2014, (I Numeri del Cancro in Italia 2014, AIOM-AIRTUM). Le lesioni cancerose in fase precoce, le cosiddette cheratosi attiniche, che possono precedere il carcinoma squamocellulare, sono in costante aumento, in Italia colpiscono circa l’1,4% della popolazione sopra i 45 anni, vale a dire oltre le 360.000 persone, e il 3% dopo i 74 anni, ovvero oltre 180.000 persone (Censimento popolazione, ISTAT 2011). La principale causa è la radiazione UVB dei raggi solari che induce una mutazione specifica del DNA cellulare e chi ne è affetto ha una probabilità 10 volte maggiore di sviluppare un carcinoma squamocellulare nei 12 mesi successivi se paragonato al resto della popolazione, (Wolf et al., Int. J. Dermatol. 2013); i pazienti oltre i 65 anni hanno un rischio 6 volte superiore di sviluppare tale tumore cutaneo rispetto a chi non è affetto da cheratosi attinica (Traianou et al., BJD 2012). Per questo è fondamentale trattare la cheratosi attinica come una lesione che può evolvere in un tumore cutaneo invasivo non-melanoma: in tal senso questa patologia può essere consi-derata un indicatore prezioso dell’aumento di rischio generale del carcinoma cutaneo. La diagnosi precoce dei tumori della pelle è fondamentale per ottenere una prognosi favore-vole e aumenta le chance di successo delle nuove terapie per il trattamento delle patologie tumorali e pretumorali. «Il valore aggiunto delle nuove opzioni terapeutiche, come per esempio l’ingenolo mebutato per il trattamento della cheratosi attinica, è che non si limitano a curare le lesioni e le zone circostanti, dimostrando peraltro una solida efficacia, ma agiscono anche in chiave di prevenzione, dal momento che sono in grado di trattare anche le lesioni che non si vedono a occhio nudo – sottolinea Giovanni Pellacani, Professore ordinario di Dermatologia e Direttore della Clinica Dermatologica dell’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia – la brevità del ciclo terapeutico favorisce una maggiore aderenza al trattamento con un beneficio in termini di efficacia. Sappiamo, infatti, che in dermatologia quanto più le terapie si prolungano nel tempo tanto meno il paziente aderisce ed è più propenso ad abbandonare le cure». Le terapie innovative oggi danno risposte concrete ai bisogni dei pazienti con farmaci non solo efficaci ma pratici e ben tollerati a beneficio della qualità di vita. «Contro la cheratosi attinica, seconda patologia per diffusione, LEO Pharma quest’anno ha reso disponibile anche sul mercato italiano una nuova molecola, ingenolo mebutato, l’opzione terapeutica più rapida, efficace e facile da usare, unico farmaco per la cheratosi attinica completamente rimborsato dal Servizio Sanitario Nazionale», afferma Paolo Cionini, General Manager LEO Pharma Italia. «La nostra azienda ricerca da sempre soluzioni all’avanguardia in campo dermatologico attraverso un’intensa attività di ricerca: oltre il 14% del fatturato è investito in ricerca e svi-luppo dei nuovi farmaci e soluzioni terapeutiche, con un approccio che mette sempre al centro i pazienti e le loro esigenze quotidiane». Le ricadute delle nuove opzioni terapeutiche sono quindi importanti non solo per i pazienti e per la comunità scientifica, ma anche per le necessità di risparmio del Sistema Sanitario. «Vi-sta l’importanza dei tumori della pelle in termini di epidemiologia, l’allungamento della vita me-dia della popolazione comporterà un progressivo incremento dell’incidenza di tali patologie – osserva Giorgio Colombo, Docente di organizzazione Aziendale, Dipartimento di Scienze del Farmaco, Università degli Studi di Pavia – tutto ciò determina un rilevante impatto in termini di costi assistenziali e numero di ricoveri ospedalieri. In quest’ottica, il contenimento dei costi è affidato non solo alle politiche di prevenzione che rappresentano un’alternativa a una costosa, spesso tardiva, cura degli individui, ma anche alle nuove terapie, che consentono di risparmiare risorse negli ospedali e nelle strutture pubbliche visto che, a differenza di altre opzioni terapeutiche, richiedono un’applicazione di breve durata e totalmente domiciliare».   Fonte: medicina33.com Per informazioni: Ufficio stampa – Pro Format Comunicazione Tel. 06 5417 093 Daniela Caffari: cell. 346 6705534 Daniele Pallozzi: cell. 348 9861217 ufficiostampa@proformatcomunicazione.it

Bambino e male agli occhi, cosa fare ?

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Come ci si deve comportare se un bambino dice che gli fanno male gli occhi, se stringe le palpebre per guardare lontano, se accusa spesso mal di testa, se a scuola si avvicina troppo alla lavagna?

C’è da preoccuparsi se un bambino dice che gli fanno male gli occhi ? « Direi senz’altro di sì. Il dolore oculare può essere legato a una anomalia funzionale o a un disturbo organico oculare vero e proprio oppure può essere legato a cause esterne. Il bambino può avere una sinusite di un seno frontale e, poiché lateralmente al seno frontale passa la terza branca del trigemino che innerva l’occhio, la sinusite frontale si irradia alla terza branca del trigemino, dando luogo a una nevralgia del trigemino, e l’occhio è il primo a risentirne con un dolore oculare anche abbastanza forte. Anche una cefalea, un mal di testa, legati a cause extraoculari danno luogo, sempre per tutta questa serie di fenomeni, a disturbi oculari di tipo nevralgico. il dolore può invece, come abbiamo detto, essere legato a malattie oculari di tipo organico o di tipo funzionale. Malattie oculari vere e proprie, di tipo organico, possono essere un fatto oculare infiammatorio, una iridociclite, una banale congiuntivite sia contagiosa di tipo virale sia di tipo infettivo catarrale. Il dolore oculare legato ad anomalie funzionali è un vizio di rifrazione, un astigmatismo, una ipermetropia, una miopia che, non trattate, danno luogo a un dolore oculare da sforzo, da cattiva visione. » E se il bambino stringe le palpebre per guardare un oggetto lontano? « II classico segno di stringere le palpebre per guardare lontano è caratteristico di quel bambino che è miope e quindi cerca di mettere a fuoco per la visione da lontano; la sua miopia potrà essere semplice o essere associata ad astigmatismo. » Un mal di testa molto frequente in un bambino in età scolare può significare un difetto della vista? « Senz’altro. Ci sono vizi di rifrazione, la miopia, l’astigmatismo, l’ipermetropia soprattutto, che possono dar luogo, oltre che a un difetto della visione, a un deficit della messa a fuoco. Il difetto di miopia è facilmente individuabile perché, non vedendo da lontano, il bambino strizza gli occhi, si avvicina alla lavagna per leggere; il difetto di ipermetropia di medio grado è invece più difficilmente individuabile perché, in questo caso, il bambino vede bene ma compie uno sforzo enorme per vedere (l’occhio è più corto e il fuoco cade al di fuori della retina) e questo sforzo enorme si può tradurre in un mal di testa. Prima di fare qualsiasi altro esame, prima di un elettroencefalogramma, prima di una radiografia del cranio, è opportuno sottoporre il bambino che ha frequenti mal di testa a una visita oculistica. » I difetti della vista nei bambini piccoli possono influenzare anche lo sviluppo della loro personalità? « In un bambino in età prescolare può succedere. Dobbiamo però distinguere tra difetto della vista di tipo funzionale e di tipo organico, tra alterazione monolaterale (che interessa cioè un solo occhio) e bilaterale. Un bambino con un deficit funzionale monolaterale, se si trova in un ambiente sano, con genitori attenti, non subirà influenze negative neanche al momento di iniziare la scuola. Lo sviluppo psichico di un bambino con un difetto bilaterale, magari legato a una cataratta, a un glaucoma, a una lesione della retina, risulterà senz’altro più delicato perché egli non sarà in grado di condurre una vita normale. Tuttavia vorrei sottolineare che, anche questo bambino, ben curato, ben trattato, potrà seguire corsi di studio e prepararsi per una professione. Se invece, per mancanza di cure, resterà un subvedente o addirittura un cieco, le conseguenze oltre che per lui saranno gravissime per la comunità in cui non sarà in grado di inserirsi. » Le comuni malattie infantili possono causare un danno alla vista? « Un danno permanente alla vista, no; possono invece, specialmente le forme virali, il morbillo, provocare delle alterazioni oculari transitorie che vengono curate e guariscono tranquillamente. » Che cosa devono fare i genitori per controllare le capacità visive dei loro figli piccoli? « Vi è un test banalissimo e molto semplice che qualsiasi genitore può fare in casa. Si prende un cartellone con dei disegni, alcuni grossi e altri più piccoli, e lo si mette alla distanza in cui il genitore lo vede ancora bene, ma al limite; si prende il bambino, lo si mette davanti al cartellone alla stessa distanza e gli si chiude, con la mano, prima un occhio e poi l’altro. Se il bambino vede bene con l’occhio rimasto aperto non ha nessuna reazione, se vede male con l’occhio rimasto aperto, ha una reazione di rigetto e cercherà di allontanare la mano che gli ostruisce l’altro occhio. A questo punto il genitore capirà che è necessaria una visita oculistica. » Quali sono gli esami clinici che si devono fare per accertare gli eventuali disturbi visivi? « Gli esami clinici vengono fatti durante la visita oculistica che si svolge in modo diverso a seconda dell’età del bambino. L’esame oftalmologico nel primo anno di vita comprende: l’esame del comportamento globale del bambino, l’esame degli annessi oculari (le palpebre, la motilità palpebrale), l’esame del segmento anteriore dei mezzi diottrici (i riflessi, la cornea, il cristallino), l’esame del fondo oculare, l’esame della motilità oculare ed eventualmente l’esame del tono oculare che si effettuerà digitalmente. Al terzo anno di vita, oltre agli esami elencati, si effettueranno l’esame della acutezza visiva, la oftalmometria, l’esame della visione binoculare, l’esame della fissazione, l’esame del senso cromatico ed eventualmente l’esame della rifrazione in cicloplegia atropinica. Questo ultimo esame è noioso sia per i bambini che per i genitori; è però l’unico che in alcune situazioni permette di dire se vi sia o no un vizio di rifrazione. » Questi esami sono dolorosi? « Non sono assolutamente dolorosi e possono essere affrontati come un gioco se a ciò collaborano l’oculista e l’ortottico. »   Fonte: medicina33.com

Hiv e Aids

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L’Aids è la malattia da immunodeficenza acquisita causata dal virus Hiv che attacca il sistema immunitario e rende la persona più suscettibile alle infezioni e alla formazione di tumori Aids (Acquired immune deficiency sindrome) significa “sindrome da immunodeficienza acquisita”. Nelle persone malate di Aids le difese immunitarie normalmente presenti nell’organismo sono fortemente indebolite a causa di un virus denominato Hiv (Human immunodeficiency virus) e non sono più in grado di contrastare l’insorgenza di infezioni e malattie, più o meno gravi, causate da altri virus, batteri o funghi (infezioni/malattie opportunistiche). E’ questo il motivo per cui l’organismo di una persona contagiata subisce malattie e infezioni che, in condizioni normali, potrebbero essere curate più facilmente. L’infezione non ha una propria specifica manifestazione, ma si rivela esclusivamente attraverso gli effetti che provoca sul sistema immunitario. Una persona contagiata dal virus viene definita sieropositiva all’Hiv. In questa fase viene riscontrata la presenza di anticorpi anti-Hiv, ma non sono ancora comparse le infezioni opportunistiche. In questo periodo il soggetto può aver bisogno di farmaci antiretrovirali che combattono l’infezione. Pur essendo sieropositivi, è possibile vivere per anni senza alcun sintomo e accorgersi del contagio solo al manifestarsi di una malattia opportunistica. Sottoporsi al test della ricerca degli anticorpi anti-Hiv è, quindi, l’unico modo di scoprire l’infezione. L’introduzione di terapie antiretrovirali (Haart), che riducono e bloccano la replicazione virale, ha migliorato la qualità di vita e prolungato la sopravvivenza delle persone sieropositive. Come si trasmette Il virus dell’Hiv è presente nei seguenti liquidi biologici: sangue liquido pre-eiaculatorio sperma secrezioni vaginali latte materno Il virus si trasmette quindi attraverso: sangue infetto (stretto e diretto contatto tra ferite aperte e sanguinanti, scambio di siringhe) rapporti sessuali (vaginali, anali, orogenitali), con persone con Hiv, non protetti dal preservativo da madre con Hiv a figlio durante la gravidanza, il parto oppure l’allattamento al seno Trasmissione attraverso il sangue A partire dal 1985 la selezione dei donatori di sangue, mirata all’individuazione di comportamenti a maggior rischio di esposizione al virus responsabile dell’Aids e lo screening delle unità di sangue, effettuata attraverso la ricerca di anticorpi specifici anti-Hiv, con l’uso di metodiche validate e kit appositi, hanno ridotto il rischio di contagio attraverso le terapie emotrasfusionali. Il miglioramento delle metodiche in linea con le conoscenze scientifiche ha di fatto contribuito in breve tempo all’abbattimento del rischio di contagio trasfusionale con Hiv. La trasmissione attraverso il sangue rappresenta, invece, la principale modalità di contagio responsabile della diffusione dell’infezione nella popolazione dedita all’uso di droga per via endovenosa. L’infezione avviene a causa della pratica, diffusa tra i tossicodipendenti, di scambio della siringa contenente sangue infetto. Con la stessa modalità è possibile la trasmissione sia dell’Hiv che di altri virus tra i quali quelli responsabili dell’epatite B e C, infezioni anch’esse molto diffuse tra i tossicodipendenti. Trasmissione sessuale La trasmissione sessuale è nel mondo la modalità di trasmissione più diffusa dell’infezione da Hiv. I rapporti sessuali, sia eterosessuali che omosessuali, non protetti dal profilattico possono essere causa di trasmissione dell’infezione. Tale trasmissione avviene attraverso il contatto tra liquidi biologici infetti (secrezioni vaginali, liquido pre-eiaculatorio, sperma, sangue) e mucose, anche integre, durante i rapporti sessuali. Ovviamente tutte le pratiche sessuali che favoriscano traumi o lesioni delle mucose possono provocare un aumento del rischio di trasmissione. Per questo motivo i rapporti anali sono a maggior rischio: la mucosa anale è, infatti, più fragile e meno protetta di quella vaginale e quindi il virus può trasmettersi più facilmente. Ulcerazioni e lesioni dei genitali causate da altre patologie possono far aumentare il rischio di contagio. I rapporti sessuali non protetti possono essere causa di trasmissione non solo dell’Hiv. Esistono, infatti, oltre 30 infezioni sessualmente trasmissibili (IST). Il coito interrotto non protegge dall’Hiv, così come l’uso della pillola anticoncezionale, del diaframma e della spirale. Le lavande vaginali, dopo un rapporto sessuale, non eliminano la possibilità di contagio. Trasmissione verticale e perinatale (da madre a figlio) La trasmissione da madre sieropositiva al feto o al neonato può avvenire durante la gravidanza, il parto o l’allattamento al seno. Il rischio per una donna sieropositiva di trasmettere l’infezione al feto è circa il 20% (cioè 1 su 5). Oggi è possibile ridurre questo rischio al di sotto del 4% se viene somministrata la terapia antiretrovirale alla madre durante la gravidanza e al neonato per le prime sei settimane di vita. Per stabilire se è avvenuto il contagio il bambino deve essere sottoposto a controlli in strutture specializzate per almeno i primi due anni di vita. Tutti i bambini nascono con gli anticorpi materni. Per questa ragione, il test Hiv effettuato sul sangue di un bambino nato da una donna sieropositiva risulta sempre positivo. Anche se il bambino non ha contratto l’Hiv gli anticorpi materni possono rimanere nel sangue fino al diciottesimo mese di vita, al più tardi entro i due anni. Il bambino viene sottoposto a test supplementari per verificare se è veramente portatore del virus o se ha ricevuto solo gli anticorpi materni. Come non si trasmette Il virus non si trasmette attraverso: strette di mano, abbracci, vestiti baci, saliva, morsi, graffi, tosse, lacrime, sudore, muco, urina e feci bicchieri, posate, piatti, asciugamani e lenzuola punture di insetti. Il virus non si trasmette frequentando: palestre, piscine, docce, saune e gabinetti scuole, asilo e luoghi di lavoro ristoranti, bar, cinema e locali pubblici mezzi di trasporto. Sintomi e segni L’infezione da Hiv si può dividere in tre stadi: infezione acuta (persona Hiv positiva) stadio di latenza clinica (anche se non si hanno sintomi il virus continua a replicarsi nelle cellule e può essere trasmesso attraverso comportamenti a rischio) che dura in media 5-6 anni stadio sintomatico, in cui la sindrome inizia a manifestarsi con infezioni opportunistiche (Aids). La persona Hiv-positiva, non malata, può non mostrare alcun sintomo per molto tempo, da pochi mesi a 10-15 anni. L’evoluzione dallo stadio di sieropositività all’Aids è dovuta al progressivo indebolimento del sistema immunitario, a causa del costante e continuo attacco del virus Hiv sui linfociti T. L’Aids è la fase pienamente sintomatica dell’infezione da Hiv, durante la quale si manifestano le maggiori infezioni opportunistiche o tumori HIV-correlati. Nelle fasi iniziali della malattia si possono accusare sintomi simili a quelli di un raffreddore o di una leggera influenza: febbre, eruzioni cutanee, stanchezza, dolori muscolari, mal di testa. Si può osservare un aumento di volume dei linfonodi, dolorabili alla palpazione. Possono essere presenti sintomi gastroenterici, come nausea, vomito, diarrea e aumento di fegato e milza. Il grado di danno al sistema immunitario di una persona viene misurato attraverso la conta dei linfociti CD4 presenti nel sangue. Queste cellule sono molto importanti per la funzione del sistema immunitario. In una persona sana il valore dei linfociti CD4 è tra le 500 e le 1500 cellule per ogni microlitro (µl) di sangue. Complicanze Le complicanze dell’Aids sono dovute all’abbattimento delle difese immunitarie della persona malata. Con il passare del tempo, infatti, la malattia rende più vulnerabili ed è più facile essere aggrediti da infezioni opportunistiche (le infezioni che approfittano di un sistema immunitario indebolito) causate da germi, che normalmente non provocano malattie in una persona sana. Le infezioni opportunistiche più frequenti sono: infezioni virali come herpes simplex, herpes zoster, infezione da citomegalovirus infezioni causate da parassiti come la polmonite da pneumocisti carinii, la toxoplasmosi Infezioni batteriche come meningiti, tubercolosi, salmonellosi. Infezioni fungine come l’esofagite (un’infiammazione dell’esofago), la candidosi o il mughetto. In fase terminale il sistema immunitario è talmente compromesso da non riuscire più a respingere ed evitare gravi malattie potenzialmente letali, come i tumori (linfomi, sarcoma di Kaposi ecc.) Diagnosi Per sapere se si è stati contagiati dall’Hiv è sufficiente sottoporsi al test specifico per la ricerca degli anticorpi anti-Hiv che si effettua attraverso un normale prelievo di sangue. Il test dell’Hiv è in grado di identificare la presenza di anticorpi specifici che l’organismo produce nel caso in cui entra in contatto con questo virus. Se si sono avuti comportamenti a rischio è bene effettuare il test dopo 3 mesi (periodo finestra) dall’ultimo comportamento a rischio. Tale periodo di tempo è necessario all’organismo per sviluppare gli anticorpi specifici contro l’Hiv. E’ opportuno fare sempre riferimento alla valutazione del medico che prescrive l’esame o del medico del Centro diagnostico-clinico, in quanto il periodo finesta potrebbe variare a seconda della tipologia del test utilizzato. Bisogna tenere presente che durante il periodo finestra (periodo di tempo che va dal momento del contagio a quello della comparsa degli anticorpi) è comunque possibile trasmettere il virus pur non risultando positivi al test. La Legge italiana (135 del giugno 1990) garantisce che il test sia effettuato solo con il consenso della persona. Il test non è obbligatorio, ma se si sono avuti comportamenti a rischio sarebbe opportuno effettuarlo. Per eseguire il test, nella maggior parte dei servizi, non serve ricetta medica; è gratuito e anonimo. Le persone straniere, anche se prive di permesso di soggiorno, possono effettuare il test alle stesse condizioni del cittadino italiano. Per tutte le coppie che intendono avere un bambino sarebbe opportuno sottoporsi al test per la sicurezza del neonato. Il risultato del test viene comunicato esclusivamente alla persona che lo ha effettuato. Sapere precocemente di essere sieropositivi al test dell’HIV consente di effettuare tempestivamente la terapia farmacologica che permette oggi di migliorare la qualità di vita e vivere più a lungo. Per approfondire leggi il Documento di consenso sulle politiche di offerta e le modalità di esecuzione del test per Hiv in Italia. Terapia Per il trattamento della malattia, oggi vengono utilizzate terapie combinate High Aggressive Antiretroviral Therapy (HAART), che consistono nell’associazione di più farmaci e permettono un abbassamento della carica virale. Ciò consente alla persona con Hiv di avere una migliore qualità di vita e una maggiore prospettiva di vita. Anche in caso di Aids conclamato, è possibile una regressione dell’infezione ad una fase di latenza clinica. La terapia utilizzata per le persone sieropositive, introdotta in Italia a partire dal 1996, deve essere mirata per ogni singola persona con Hiv e va concordata con il medico infettivologo che segue la persona. Prevenzione Il virus dell’Hiv si trasmette attraverso il sangue infetto e i rapporti sessuali; è quindi opportuno: usare il preservativo rispettare alcune norme igieniche particolari. Nei rapporti sessuali il preservativo è l’unica reale barriera protettiva per difendersi dall’Hiv. L’uso corretto del profilattico può annullare il rischio di infezione durante ogni tipo di rapporto sessuale con ogni partner. Non vanno usati lubrificanti oleosi (vaselina, burro) perché potrebbero alterare la struttura del preservativo e provocarne la rottura. E’ necessario usare il preservativo all’inizio di ogni rapporto sessuale (vaginale, anale, orogenitale) e per tutta la sua durata.Anche un solo rapporto sessuale non protetto potrebbe essere causa di contagio. Per un uso corretto del profilattico è importante: leggere le istruzioni accluse indossarlo dall’inizio alla fine del rapporto sessuale usarlo solo una volta srotolarlo sul pene in erezione, facendo attenzione a non danneggiarlo con unghie o anelli conservarlo con cura: lontano da fonti di calore (cruscotto dell’auto ed altro) e senza ripiegarlo (nelle tasche, nel portafoglio). La pillola, la spirale e il diaframma sono metodi utili a prevenire gravidanze indesiderate, ma non hanno nessuna efficacia contro il virus dell’Hiv. L’uso di siringhe in comune con altre persone sieropositive costituisce un rischio di contagio pertanto è necessario utilizzare siringhe sterili. Sarebbe opportuno sottoporsi ad agopuntura, mesoterapia, tatuaggi e piercing utilizzando aghi monouso e sterili. Le trasfusioni, i trapianti di organo e le inseminazioni, nei Paesi europei, sono sottoposti a screening e ad accurati controlli per escludere la presenza dell’Hiv.

Pesce truccato con il collirio e l’ammoniaca e venduto per fresco. Come riconoscere il pesce fresco?

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Per riconoscere il pesce fresco esistono facili accorgimenti. L’occhio deve essere sporgente e lucentissimo. Qualcuno afferma che in certi ristoranti e presso alcuni pescivendoli si usa mettere qualche goccia di collirio nell’occhio del pesce, per farlo apparire freschissimo… Forse non è vero, ma certo è che con il pesce non si sta mai abbastanza attenti. Anche le squame devono essere lucenti, le branchie dal rosa vivo al rosso chiaro, mai però rosso scuro o brunastro. La carne deve essere soda al tocco. Se il pesce è merluzzo, dentice, cefalo o orata, deve avere il ventre bianco e fermo. La tendenza al giallo nella colorazione è indice di poca freschezza. Beninteso, il pesce non deve avere odore sgradevole. Se nella pescheria in cui intendete fare acquisti avvertite odore di ammoniaca, non acquistate: vuol dire che vi si vende pesce non fresco. La sogliola, la razza, il rombo devono essere rosati attorno alla bocca e ricoperti di una materia viscosa che li rende molto scivolosi tra le mani, tanto da far risultare difficoltosa l’operazione di pulitura. Quando la sogliola è troppo asciutta, vuol dire che non è fresca. Gli scampi sono un piatto delizioso e appetitoso: devono essere di un colore rosa sgargiante. Se nella parte sotto la coda troverete macchioline scure, non acquistateli. Non sono freschi e, una volta cotti, sapranno di ammoniaca. I gamberetti di mare devono essere ancora vivi quando li comperate, lucidi e di un colore grigio perla scuro. Non prendeteli mai già morti, soprattutto se il colore è un rosa carico. Sono decisamente vecchi. Anche le aragoste vanno acquistate soltanto vive. Sono crostacei molto costosi: non fatevi quindi tentare dal pescivendolo che ve le offre a un prezzo « speciale », assicurandovi che hanno appena smesso di respirare! Butterete via denaro e mangerete male. Seppie, calamari e polpi devono avere l’occhio lucido e la carne molto brillante. Il nero inchiostro delle seppie non deve essere opaco. I frutti di mare devono essere sempre ermeticamente chiusi e pieni di acqua di mare. Anche per i pesci conviene trovare un pescivendolo di fiducia: vi pulirà sempre il pesce con cura, vi dirà qual è la stagione più indicata per ogni tipo di pesce, e non vi imbroglierà nell’acquisto. Tenete comunque presente che, se volete la garanzia di mangiare pesce fresco, vi conviene senz’altro acquistare quello surgelato. Il procedimento usato nelle grandi industrie è quello di surgelare il pesce appena pescato, a bordo delle imbarcazioni stesse.

Igiene del sonno: quali sono le abitudini per un sonno salutare nei giovani e negli anziani?

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C’è chi ricorre ai sonniferi, alla tisana di camomilla, alla compressa di ansiolitico o al bicchiere di latte tiepido. Pochi considerano che bisogna, prima di tutto, rendere l’ambiente della stanza da notte comodo e più razionale il letto. Ancora meno sono quelli che mostrano preoccupazione per il materasso o il tipo di cuscino da mettere sotto la testa. Insomma, ci sono gli insonni per un “disguido interno”, ma ci sono anche quelli che passano le ore della notte in una sorta di dormiveglia, perché hanno riservato poca attenzione a fattori esterni. Letti, materassi, cuscini, abbigliamento inadatto possono rappresentare una minaccia per il sonno e giocare un ruolo non indifferente come elemento scatenante di dolori latenti della colonna vertebrale. In molti casi per dormire bene è sufficiente modificare lo stile di vita. Se un soggetto svolge un lavoro sedentario, e trascorre le ore libere davanti al televisore, è ovvio che trovi difficoltà a prendere sonno: La pratica di uno sport può essere di grande aiuto per vincere l’insonnia, purché l’esercizio venga fatto durante il giorno e non prima di andare a letto. I giovani devono imparare a non coricarsi troppo tardi. Gli anziani non devono incorrere nell’errore di coricarsi troppo presto. I neuropsichiatri raccomandano di non stare a lungo svegli nel letto durante la notte: conviene alzarsi e impegnarsi in una occupazione calma e riposante (una lettura, l’ascolto di una musica distensiva). Non è consigliabile guardare la televisione a letto e conviene evitare “pisolini” durante il giorno. Dopo pranzo è preferibile una pausa di relax in poltrona, chiacchierando o passeggiare lentamente, piuttosto che infilarsi sotto le lenzuola. Innanzitutto sarà bene cercare di coricarsi e di svegliarsi possibilmente ad orari fissi, evitando di voler riposare più di quanto si è portati a fare. Mangiare poco di sera per non appesantirsi e non mettersi a letto subito dopo mangiato. Evitare gli alcolici che, dopo un iniziale stordimento, disturbano la continuità del sonno. Evitare di pensare ai problemi del giorno appena trascorso. Un po’ di movimento prima di sedersi a tavola aiuta a scaricare la tensione fisica. Come pure un materasso confortevole, adeguatamente duro ma non troppo. Per un buon relax, ottimo il bagno caldo serale seguito da una tisana o da un bicchiere di latte. Non ostinarsi a voler dormire quando il sonno non arriva o si interrompe. Mantenere la camera ad una temperatura di circa 20 gradi ed evitare il più possibile i rumori esterni facendosi montare i doppi vetri o insonorizzando l’ambiente. Un buon massaggio rilassante che interessi anche la testa, può essere di grande aiuto. Bisognerebbe arrivare alla sera con una stanchezza “sana”, senza strafare, naturalmente: camminate non faticose, magari con la scusa di qualche cosa da comperare o per portare fuori il cane. L’ideale sarebbe un paio d’ore di passeggiata: mezz’ora per andare e mezz’ora per tornare, due volte al giorno. Se l’insonnia è ribelle a tutti i trucchi la causa potrebbe essere un problema psicologico o una vera e propria malattia psichiatrica, neurologica. È bene allora che l’insonne si rivolga a uno specialista del sonno, che dopo i necessari accertamenti diagnostici potrebbe anche suggerire il trattamento farmacologico. Sembra una contraddizione ma contro l’insonnia spesso è efficace una terapia restrittiva del sonno. Chi soffre di questo disturbo tende a pensare di avere dormito meno a lungo del reale. Appunto contro simili disagi, può risultare valida questa terapia. Il principio è semplice: bisogna limitare il tempo di permanenza a letto soltanto al numero di ore di sonno che si pensa di poter totalizzare. La continuità del sonno andrà via via migliorando permettendo di aumentare gradualmente il tempo di permanenza a letto. Questo consiglio è del prof. Arthur Spielman, direttore del centro per la cura dei disturbi del sonno del City College di New York: si tratta della terapia della restrizione. Il segreto è quello di consentire al paziente solo un breve periodo di tempo a letto. Un esempio: ad una persona che si mette a dormire verso la mezzanotte e non riesce a prendere sonno fino alle quattro, ma rimane a letto fino alle otto del mattino, il prof. Spielmann consente di andare a dormire solo alle quattro del mattino e di stare a letto fino alle otto. Se siete fumatori cercate di non fumare nell’ora che precede il sonno: la nicotina infatti è uno stimolatore del sistema nervoso centrale. Resistere alla “tentazione” dei riposini pomeridiani con i quali si peggiora l’insonnia notturna. Coricarsi e svegliarsi in un orario che andrebbe grosso modo mantenuto. Sottrarsi alle discussioni accese e prolungate nelle ore che precedono il sonno. Evitare di “sonnecchiare” mentre si guarda la televisione perché rende più difficile poi il riaddormentarsi. Mantenere la camera da letto fresca, buia e silenziosa. Stabilire un limite per addormentarsi, per esempio, 20 minuti. Superato questo tempo è opportuno alzarsi. Leggete la sera a letto, ma non scegliete un libro giallo o poliziesco con della suspense che vi terrebbe svegli. Ci vuole un libro facile da leggere, con pochi dialoghi e molte descrizioni, che vi tranquillizzi e rassicuri. Una solida tradizione afferma che bisogna orientare il letto con la testa al nord e i piedi al sud. Se non si può, almeno la testa ad est ed i piedi a ovest. Se dormite male senza ragione apparente, tentate anche questo. Se siete troppo stanchi per uscire, fate un buona provvista d’aria. Spegnete la luce, spalancate la finestra e mettetevi all’aria vestiti il meno possibile. Fate un massaggio al corpo con unguento di crine. Respirate lungamente col naso. Un bagno caldo prima di pranzo distende sempre e favorisce il sonno. Prendetelo a 38 gradi. Mettete una compressa d’acqua fredda sulla fronte. Aggiungete acqua calda alternandola a quella fredda. Il sonno è associato alla sensazione di sicurezza e non dormirete veramente bene soltanto se vi sentite totalmente rassicurati. I rumori della natura: rumore del vento tra i rami, della pioggia, di un torrente, del mare, sono sempre rassicuranti. Esistono rumori di questo tipo registrati.   Fonte: medicina33.com

Gravidanza, corretta alimentazione

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Una buona alimentazione in gravidanza è importante per garantire la salute della mamma e del nascituro

La qualità dell’alimentazione materna durante la gravidanza è uno dei fattori che può influenzare in maniera significativa la salute della gestante durante tale periodo e quella del nascituro. È quindi opportuno prestare attenzione all’alimentazione della futura mamma, già a partire dal periodo pre-concezionale, cioè prima del concepimento, fino a tutto il periodo in cui il bambino verrà allattato al seno.

Ecco una serie di consigli dedicati alla donna in gravidanza per mangiare bene e in modo sano.

In generale

Segui una dieta quotidiana il più possibile varia e contenente tutti i principi nutritivi Fai 4-5 pasti al giorno Mangia lentamente, l’ingestione di aria può dare un senso di gonfiore addominale Bevi almeno 2 litri di acqua al giorno, preferibilmente oligominerale, non gasata. Da preferire Alimenti freschi per mantenerne inalterato il contenuto di vitamine e minerali Carni magre consumate ben cotte Pesci tipo sogliola, merluzzo, nasello, trota, palombo, dentice, orata cucinati arrosto, al cartoccio, al vapore o in umido Formaggi magri tipo mozzarella, ricotta, crescenza, robiola Latte e yogurt, preferibilmente magri Verdura e frutta di stagione, ben lavata, ogni giorno. Da limitare Caffè e tè: preferisci i prodotti decaffeinati o deteinati Sale: preferisci quello iodato Zuccheri: preferisci i carboidrati complessi, come pasta, pane, patate Uova: non più di 2 a settimana, ben cotte Grassi: preferisci l’olio extravergine di oliva. Il caffè, come tutte le bevande contenenti le cosiddette sostanze “nervine” (tè, bibite tipo cola, cioccolato), va assunto con moderazione perché la caffeina attraversa la placenta. Inoltre, durante questo particolare periodo il metabolismo della caffeina è rallentato di 15 volte e le future mamme sono più sensibili ai suoi effetti. Un consumo elevato di sale aumenta il rischio di malattie cardiovascolari e ipertensione. Preferisci il sale iodato, anche perché, durante la gravidanza e l’allattamento, il fabbisogno di iodio è maggiore. Da evitare Bevande alcoliche. L’alcol ingerito dalla madre giunge dopo pochi minuti nel sangue del feto, ma il feto non può metabolizzarlo perché è privo degli enzimi adatti a questo compito, di conseguenza l’alcol e i suoi metaboliti si accumulano nel suo sistema nervoso e in altri organi danneggiandoli.

Prendi il posto giusto

In gravidanza è necessario coprire non solo i bisogni nutritivi della madre ma anche quelli del nascituro. Questo porta a pensare che la gestante debba “mangiare per due”, affermazione certamente esagerata. In gravidanza aumenta il fabbisogno di proteine, mentre è pressoché invariato quello di carboidrati e di grassi. Se la donna segue un’alimentazione varia, consumando alimenti quali frutta, verdura, legumi, tutti i fabbisogni di vitamine sono garantiti e perciò non necessita di particolari supplementazioni, ad eccezione dell’acido folico. Come per le vitamine, anche per i minerali una corretta alimentazione permette di coprire i fabbisogni nutrizionali in gravidanza, ponendo particolare attenzione al fabbisogno in calcio, ferro e iodio. Durante la gravidanza possono manifestarsi quelle che volgarmente definiamo “voglie”, cioè improvvisi desideri della donna verso un particolare cibo, qualcosa di insolito, un frutto fuori stagione. Le voglie non vanno demonizzate, sono espressione di un bisogno, fisico o psicologico e, nei limiti della ragionevolezza e, se non ci sono controindicazioni legate a particolari situazioni, vale la pena di soddisfarle, facendo però attenzione alle quantità, se non si vuole ingrassare a vista d’occhio! I primi tre mesi Nel primo trimestre di gravidanza, l’aumento di peso della mamma si deve all’aumento del volume di sangue e alla crescita dell’utero. Non è quindi un aumento di peso rilevante (può essere all’incirca di 1 Kg) e, a meno che non vi siano situazioni di particolari carenze o insufficienza di peso da parte della donna, non è necessario incrementare l’apporto dietetico di energia: la dieta deve essere variata, completa, equilibrata e prevedere l’integrazione di acido folico e, se necessario, di ferro. Dal quarto mese Nel secondo trimestre, l’aumento dei tessuti materni (volume mammario, placenta, liquido amniotico, riserve di grassi) e la crescita fetale fanno sì che aumenti il fabbisogno calorico. Il peso, per donne normopeso, cresce di circa 1/2 kg a settimana. I LARN (Livelli di assunzione di riferimento di nutrienti ed energia per la popolazione italiana) consigliano un fabbisogno aggiuntivo di 350 kcal al giorno per il secondo semestre di gravidanza e di 460 kcal al giorno per il terzo trimestre. Questo leggero aumento in energia giornaliera consente di coprire anche i bisogni del feto, permettendo un normale sviluppo del bambino ed evitando di intaccare le riserve materne di nutrienti. È bene ricordare che il fabbisogno aggiuntivo di energia in gravidanza e l’aumento auspicabile di peso va comunque stabilito individualmente e varia a seconda dell’IMC prima della gravidanza (Indice di massa corporea, in inglese Body Mass Index – BMI, valore che si ottiene dividendo il peso in Kg per il quadrato dell’altezza in metri). Per una donna normopeso (IMC precedente alla gravidanza compreso tra 18,5 e 24,9), ad esempio, l’incremento di peso può essere compreso tra 9 e 16 kg. L’intervallo cambia a seconda che il soggetto sia sottopeso o sovrappeso o in caso di gravidanza gemellare. Il fabbisogno giornaliero di una donna in gravidanza è generalmente compreso tra 1600 e 2400 kcal al giorno. Un adeguato aumento di peso influisce sulla durata della gravidanza e sul peso del neonato. Un eccessivo aumento durante la gravidanza è da evitare, perché responsabile di complicanze, sia per la futura mamma (gestosi, diabete gestazionale, parto prematuro), che per il nascituro (macrosomia, lesioni durante il parto). Nutrienti essenziali Durante l’intero periodo di gravidanza e prima del suo inizio è bene seguire una dieta varia e sana per assicurare al feto tutti i nutrienti di cui ha bisogno per il suo sviluppo. In gravidanza e durante l’allattamento aumenta il fabbisogno di vitamine (A, D, C, B6, B12, acido folico), sali minerali (calcio, ferro, fosforo), lipidi (acidi grassi essenziali). Un basso livello di folati nella madre è un fattore di rischio per lo sviluppo di difetti del tubo neurale nel feto. L’incremento dell’apporto di acido folico in gravidanza, che deve raggiungere almeno i 400 microgrammi al giorno, si è dimostrato efficace per la prevenzione della spina bifida e dell’anencefalia. L’integrazione con acido folico dovrebbe iniziare almeno un mese prima e continuare tre mesi dopo il concepimento. Gli acidi grassi essenziali sono molto importanti sia per la madre che per la crescita e lo sviluppo del sistema nervoso centrale del neonato e servono, in particolare, alle strutture cerebrali e retiniche. Non sono prodotti autonomamente dall’organismo e vanno introdotti con la dieta; tra questi, gli acidi grassi monoinsaturi e gli acidi grassi polinsaturi a lunga catena, in particolare della serie Omega-3, tra cui il più il più importante è il DHA presente nel pesce, soprattutto quello “azzurro”. Per coprire il fabbisogno di acidi grassi essenziali, si può ricorrere su consiglio del medico ad alimenti fortificati o supplementare l’assunzione con integratori. Gli alimenti che non devono mancare sono: frutta e verdura carboidrati (pane, pasta, riso, orzo, patate), limitando gli zuccheri semplici, derivanti prevalentemente da dolci e bibite proteine (pesce, carne, legumi, uova) latte e derivati del latte (formaggi, yogurt) alimenti ricchi di fibre, per contrastare la stipsi che spesso si presenta durante gravidanza (pane, pasta e cereali integrali, frutta, verdura). Le donne che seguono una dieta vegetariana o vegana devono prestare attenzione ai livelli di assunzione raccomandati dalla comunità scientifica per quanto riguarda le proteine: la raccomandazione è quella di un incremento giornaliero di 6 g/die. Alle donne vegetariane in stato di gravidanza si consiglia inoltre un supplemento di vitamina B12: è opportuno chiedere al medico indicazioni su come alimentarsi al meglio.   Mangia sicuro Per le loro specifiche caratteristiche alcuni prodotti sono meno adatti alle gestanti e devono essere consumati adottando particolari accortezze. Alcuni alimenti, ad esempio, possono veicolare agenti patogeni come Listeria monocytogenes e Toxoplasma gondii, responsabili di patologie a carico del feto, altri alimenti possono veicolare germi responsabili di infezioni o tossinfezioni alimentari. Consulta la tabella con i principali alimenti che dovrebbero essere evitati in gravidanza o assunti con le dovute precauzioni.  

Alimento Rischio Cosa fare
Latte crudo non pastorizzato Escherichia coli verocitotossici, Brucella spp. Consumare solo dopo bollitura
Uova crude o poco cotte Salmonella spp. Consumare dopo accurata cottura (il tuorlo deve essere coagulato)
Carni crude o poco cotte (ad es. tartare o carpaccio), compreso pollame e selvaggina Toxoplasma gondii, Escherichia coli verocitotossici, Salmonella spp., Campylobacter spp. Cuocere bene la carne fino al cuore (deve scomparire il colore rosato)
Salsicce fresche e salami freschi (poco stagionati) Toxoplasma gondii, Salmonella spp, Listeria monocytogenes Cuocere bene fino al cuore (deve scomparire il colore rosato). La stagionatura molto breve rende il profilo di rischio di questi alimenti simile a quello della carne cruda
Pesce crudo (ad es. sushi), poco cotto o marinato Listeria monocytogenes e, se non adeguatamente congelato, Anisakis spp. Consumare solo dopo accurata cottura
Frutti di mare crudi (cozze e ostriche) Salmonella spp., virus dell’Epatite A e Norovirus Consumare solo dopo accurata cottura
Prodotti pronti per il consumo a base di pesce affumicato Listeria monocytogenes Preferibile non consumarli
Formaggi a breve stagionatura, a pasta molle o semimolle, con muffe Listeria monocytogenes Preferire altre tipologie di formaggi
Frutta e verdura cruda, frutti di bosco surgelati Toxoplasma gondii, Salmonella spp., Virus dell’epatite A e Norovirus Consumare le verdure solo dopo accurato lavaggio, comprese quelle in busta già pronte per il consumo. Consumare la frutta ben lavata, meglio se sbucciata, i frutti di bosco surgelati solo cotti

 

 

Ricorda di…

  • lavare le mani prima e dopo aver toccato alimenti crudi
  • consumare i prodotti preconfezionati deperibili subito dopo l’apertura e, comunque, mai oltre la data di scadenza
  • mantenere separati i cibi crudi da quelli cotti
  • refrigerare subito gli alimenti già cotti, se non mangiati al momento, e riscaldarli accuratamente fino al cuore, prima di consumarli
  • non superare una porzione da 100 g alla settimana di grandi pesci predatori (pesce spada, squaloidi, marlin, luccio) e non consumare tonno più di 2 volte a settimana. In caso si vogliano comunque consumare, si consiglia di non prevedere nella dieta settimanale altre specie di pesce, per evitare una maggiore esposizione ai possibili contaminanti (ad es. metilmercurio)
  • eliminare le parti scure (di aspetto bruno-verdastro) contenute nel cefalotorace dei granchi, per contenere l’esposizione al cadmio.

Fonte Salute.gov.it

Alimentazione corretta

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Secondo l’OMS circa 1/3 delle malattie cardiovascolari e dei tumori possono essere evitati grazie a una equilibrata e sana alimentazione Un’alimentazione varia ed equilibrata è alla base di una vita in salute. Un’alimentazione inadeguata, infatti, oltre a incidere sul benessere psico-fisico, rappresenta uno dei principali fattori di rischio per l’insorgenza di numerose malattie croniche. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, circa 1/3 delle malattie cardiovascolari e dei tumori potrebbero essere evitati grazie a una equilibrata e sana alimentazione. Di cosa abbiamo bisogno L’organismo umano ha bisogno di tutti i tipi di nutrienti per funzionare correttamente. Alcuni sono essenziali a sopperire il bisogno di energia, altri ad alimentare il continuo ricambio di cellule e altri elementi del corpo, altri a rendere possibili i processi fisiologici, altri ancora hanno funzioni protettive. Per questa ragione l’alimentazione deve essere quanto più possibile varia ed equilibrata. Cereali Grano, mais, avena, orzo, farro e gli alimenti da loro derivati (pane, pasta, riso) apportano all’organismo carboidrati, che rappresentano la fonte energetica principale dell’organismo, meglio se consumati integrali. Contengono inoltre vitamine del complesso B e minerali, oltre a piccole quantità di proteine. Frutta e ortaggi Sono una fonte importantissima di fibre, un elemento essenziale nel processo digestivo. Frutta e ortaggi sono inoltre ricchi di vitamine e minerali, essenziali nel corretto funzionamento dei meccanismi fisiologici. Contengono, infine, antiossidanti che svolgono un’azione protettiva. Carne, pesce, uova e legumi Questi alimenti hanno la funzione principale di fornire proteine, una classe di molecole biologiche che svolge una pluralità di funzioni. Partecipano alla “costruzione” delle diverse componenti del corpo, favoriscono le reazioni chimiche che avvengono nell’organismo, trasportano le sostanze nel sangue, sono componenti della risposta immunitaria: forniscono energia “di riserva”, aiutano l’assorbimento di alcune vitamine e di alcuni antiossidanti, sono elementi importanti nella costruzione di alcune molecole biologiche. Un insufficiente apporto di proteine può compromettere queste funzioni (per esempio si può perdere massa muscolare), ma un eccesso è altrettanto inappropriato: le proteine di troppo vengono infatti trasformate in depositi di grasso e le scorie di questa trasformazione diventano sostanze, che possono danneggiare fegato e reni. Le carni, in particolare quelle rosse, contengono grassi saturi e colesterolo. Pertanto vanno consumate con moderazione. Vanno consumati con maggior frequenza il pesce, che ha un effetto protettivo verso le malattie cardiovascolari (contiene i grassi omega-3) e i legumi, che rappresentano la fonte più ricca di proteine vegetali e sono inoltre ricchi di fibre. Latte e derivati Sono alimenti ricchi di calcio, un minerale essenziale nella costruzione delle ossa. E’ preferibile il consumo di latte scremato e di latticini a basso contenuto di grassi. Acqua Circa il 70% dell’organismo umano è composto di acqua e la sua presenza, in quantità adeguate, è essenziale per il mantenimento della vita. L’acqua è, infatti, indispensabile per lo svolgimento di tutti i processi fisiologici e delle reazioni biochimiche che avvengono nel corpo, svolge un ruolo essenziale nella digestione, nell’assorbimento, nel trasporto e nell’impiego dei nutrienti. È il mezzo principale attraverso cui vengono eliminate le sostanze di scarto dei processi biologici. Per questo, un giusto equilibrio del “bilancio idrico” è fondamentale per conservare un buono stato di salute nel breve, nel medio e nel lungo termine. Istruzioni per l’uso La quantità giusta Il fabbisogno di energia varia nel corso della vita ed è diverso tra uomini e donne, dipende: dall’attività fisica (persone che svolgono lavori “fisici” hanno un fabbisogno maggiore rispetto a quanti svolgono lavori da ufficio) dallo stile di vita (chi pratica regolarmente attività fisica necessita di maggior energia rispetto a quanti conducono una vita sedentaria) dalle caratteristiche individuali (la statura, la corporatura ecc.) dall’età. I cibi giusti Una sana alimentazione è quella che fornisce all’organismo tutte le sostanze nutritive di cui necessita nella giusta proporzione. È consigliabile dividere opportunamente le calorie di cui abbiamo bisogno nel corso della giornata. Sarebbe corretto che le calorie assunte fossero ripartite per il 20% a colazione, per il 5% a metà mattina, per il 40% a pranzo, per il 5% a metà pomeriggio, per il 30% a cena. Un modello da seguire è quello della dieta mediterranea. Molti studi scientifici ne hanno dimostrato la capacità di produrre benefici per l’organismo e ridurre il rischio di malattie croniche. Oltre a queste indicazioni di base, per una corretta alimentazione è fondamentale seguire alcuni suggerimenti: fare sempre una sana prima colazione con latte o yogurt, qualche fetta biscottata ed un frutto variare spesso le scelte e non saltare i pasti consumare almeno 5 porzioni di frutta e verdura al giorno ridurre quanto più possibile il consumo di sale privilegiando le spezie per insaporire i cibi limitare il consumo di dolci preferire l’acqua, almeno 1,5-2 litri al giorno limitando le bevande zuccherate ridurre il consumo di alcol. Cosa consumare con limitazione Grassi da condimento E’ buona abitudine non esagerare con i grassi da condimento ed è meglio preferire quelli di origine vegetale come l’olio extravergine d’oliva. Sale Contiene il sodio che è un minerale essenziale per il funzionamento dell’organismo. Tuttavia, il sodio contenuto naturalmente negli alimenti è sufficiente a soddisfare il fabbisogno. Non ci sarebbe, dunque, nessuna necessità di aggiungerlo all’alimentazione, se non per rendere più gustose le pietanze. Soprattutto perché un eccessivo consumo di sale favorisce la comparsa di ipertensione arteriosa, di alcune malattie del cuore e dei reni. Zucchero e cibi zuccherati Sono composti da carboidrati con una struttura molto semplice che, proprio in virtù di questa semplicità, vengono impiegati dall’organismo come immediata fonte di energia. Tuttavia, non occorre esagerare nell’assunzione poiché questi stessi carboidrati sono presenti in molti alimenti costitutivi della alimentazione. Un eccessivo consumo può dunque aumentare il rischio di insorgenza di obesità, diabete e malattie cardiovascolari. Alcol Il costituente fondamentale e caratteristico di ogni bevanda alcolica è l’etanolo, sostanza estranea all’organismo e non essenziale. Pur non essendo un nutriente, l’etanolo apporta una cospicua quantità di calorie che si sommano a quelle degli altri alimenti e contribuire all’aumento di peso.   Cosa si può prevenire con la giusta alimentazione L’alimentazione, assieme all’attività fisica e all’astensione dal fumo, ha un ruolo fondamentale nella prevenzione di molte malattie. Ecco un elenco di quelle più comuni. Malattie cardiovascolari Sono la prima causa di morte al mondo. Dopo il fumo e l’età, un’alimentazione non equilibrata rappresenta il fattore di rischio principale per questo gruppo di malattie. A influire negativamente è un’alimentazione ricca di grassi saturi e povera di fibre, che favorisce l’insorgenza di aterosclerosi. Obesità Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità l’obesità colpisce nel mondo quasi mezzo miliardo di persone. Rappresenta uno dei principali fattori di rischio per l’insorgenza delle malattie cardiovascolari, del diabete di tipo 2, di alcuni tumori, dell’artrosi, dell’osteoporosi. L’alimentazione gioca un ruolo fondamentale assieme alla mancanza di attività fisica. Diabete di tipo 2 Colpisce circa il 6% della popolazione mondiale e fra le sue complicanze annovera le malattie cardiovascolari, le malattie renali, la vascolopatia diabetica (piede diabetico) e la cecità. Le persone che ne sono affette hanno un’aspettativa di vita ridotta rispetto alla popolazione generale. Tra gli elementi che possono favorirne la comparsa c’è anche uno stile alimentare errato. Osteoporosi Un’alimentazione povera di calcio e vitamina D nel corso della vita, associata ad una scarsa attività fisica, può facilitare il danno osseo causato da condizioni come l’osteoporosi, una patologia molto diffusa soprattutto a causa dell’allungamento della vita, che aumenta il rischio di fratture e riduce la qualità di vita.   Prevenzione su misura Corretta alimentazione significa anche adattare la propria alimentazione al momento della vita che si sta attraversando. Le indicazioni valide per la popolazione generale possono, infatti, necessitare di leggeri adattamenti, che rispondano alle necessità del corpo caratteristiche di particolari periodi. Durante la gravidanza, per esempio, è necessario apportare nutrienti che soddisfino il fabbisogno della mamma, ma anche quello di crescita del feto. In gravidanza è necessario evitare di prendere troppo peso, controllando il peso e affidandosi ai consigli dietetici del medico per ridurre al minimo i rischi di complicanze. L’organismo dei bambini, va tenuto presente, utilizza parte dell’energia assunta con il cibo per la crescita. Gli anziani, al contrario, possiedono processi di utilizzo del cibo rallentati. È quindi opportuno scegliere con cura la quantità e la tipologia di nutrienti in maniera appropriata in ogni fase della vita.

Bambini

L’alimentazione dei più piccoli è fondamentale per una normale crescita, per prevenire malattie croniche e per acquisire uno stile alimentare sano che si porterà avanti per tutta la vita. Tuttavia, i bisogni nutrizionali di bambini sono peculiari. Innanzitutto, perché il loro bisogno in energia e in nutrienti è più alto, in rapporto al peso, rispetto a quello degli adulti. Ciò impone di adottare uno stile alimentare distribuito in 5 pasti quotidiani: oltre ai 3 principali, 2 spuntini che facciano fronte ai bisogni nutritivi, senza portare però a un eccessivo introito di calorie. È fondamentale che la dieta sia varia, ricca e abbia un alto contenuto di frutta e ortaggi. Fondamentale è l’apporto di proteine, vitamine (soprattutto la C, la D e il complesso B) e sali minerali (soprattutto calcio, ferro e iodio, quest’ultimo anche mediante l’uso di sale iodato). I bambini andrebbero incoraggiati ad assaggiare cibi diversi e a masticare bene il cibo. È importante,inoltre, che siano attivi fisicamente per almeno 1 ora al giorno, anche solo correndo e giocando, e che non trascorrano molto tempo della loro giornata in attività sedentarie.

Adolescenti

L’adolescenza è un momento decisivo nella vita: il corpo cresce rapidamente, si registrano cambiamenti ormonali. E di pari passo cambia il fabbisogno di sostanze nutritive. Aumenta la necessità di proteine, ferro, calcio, vitamine A, C e D.L’alimentazione, dunque dovrà prestare particolare attenzione a un corretto consumo degli alimenti che contengono questi nutrienti.Inoltre, molta attenzione va posta alla tendenza, in questo periodo della vita, specie tra le ragazze, a seguire un’alimentazione squilibrata per cercare di ridurre il peso.

Donne in menopausa

I cambiamenti ormonali, che si verificano con la menopausa, espongono l’organismo all’aumento di rischio per molte malattie. Il cuore e i vasi sanguigni, per esempio, perdono protezione dall’aterosclerosi e dalla trombosi, si perde più rapidamente il calcio dei tessuti ossee e aumenta quindi il rischio di osteoporosi. Allo stesso tempo, si registra una diminuzione del bisogno di energia e la cessazione dei flussi mestruali riduce notevolmente il fabbisogno di ferro. A questa mutata situazione bisogna rispondere con l’alimentazione, che deve ricalcare l’alimentazione della donna adulta sana, salvo alcune correzioni legate all’età e alla particolare condizione ormonale. In generale, è opportuno ridurre l’apporto calorico, mentre è utile aumentare il consumo di latte e derivati, privilegiando il latte scremato a scapito di latte intero e latticini che possono avere un elevato contenuto di grassi. Occorre preferire il pesce, le carni magre, i legumi per soddisfare il fabbisogno quotidiano di proteine.

Anziani

È sbagliato pensare che le persone anziane debbano mangiare in maniera completamente diversa rispetto agli adulti. Se non ci sono ragioni mediche che lo impediscano, l’alimentazione indicata per gli anziani è sovrapponibile a quella dell’adulto se non per la quantità: il bisogno di energia infatti diminuisce all’aumentare dell’età e, pertanto, di questo si dovrà tenere conto nella scelta dell’alimentazione. Concretamente, gli anziani devono consumare la stessa quantità di proteine che erano soliti consumare in precedenza, privilegiando latte, formaggi latticini a basso contenuto di grassi, legumi, uova, pesce e la carne (soprattutto carne magra e pollame). Sono da ridurre i grassi, preferendo quelli più ricchi in acidi monoinsaturi (olio di oliva) e polinsaturi (olio di semi). Anche se in quantità inferiori rispetto a un adulto, occorre continuare ad assumere i carboidrati complessi, come quelli apportati da cereali, pane integrale, legumi e certi tipi di verdura e di frutta, che forniscono energia, fibra, ferro, insieme ad altri minerali e vitamine. Da limitare gli zuccheri raffinati, i salumi, i formaggi stagionati e, in generale, i cibi ricchi di sale. Naturalmente, occorrerà scegliere gli alimenti sulla base delle condizioni dell’apparato masticatorio, anche per facilitare i processi digestivi che nell’anziano sono meno efficienti. Quindi, sarà necessario prestare attenzione anche alla preparazione dei cibi: tritare le carni, grattugiare o schiacciare frutta ben matura, preparare minestre, purea e frullati, scegliere un pane morbido o ammorbidirlo in un liquido, possono essere soluzioni per continuare ad avere un’alimentazione varia e sana. Per approfondire consulta le scheda: Gravidanza, corretta alimentazione

Alluvioni, leggi l’infografica del Ministero

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Le alluvioni rappresentano il disastro naturale più comune a livello mondiale e la loro frequenza è destinata ad aumentare a causa dei cambiamenti climatici. In Italia i comuni a rischio idrogeologico sono 6.000, oltre il 70% del totale. In caso di alluvioni possono verificarsi frane, smottamenti e allagamenti. I principali rischi per la salute sono rappresentati da: annegamento, traumatismi e lesioni (lacerazioni, ustioni, folgorazioni), malattie gastrointestinali, avvelenamenti da sostanze tossiche o da acque contaminate, stress post-traumatico (ansia, depressione, insonnia), infarto. Il Ministero della salute ha realizzato, in collaborazione con il Dipartimento di Epidemiologia della regione Lazio, un’infografica contenente alcune raccomandazioni da mettere in atto durante e dopo un’alluvione.  

DURANTE L’ALLUVIONE

 

  • Non transitare in zone allagate e in acqua in movimento: il rischio di annegamento è alto. Sott’acqua potrebbero esserci pericoli nascosti come voragini, buche e tombini aperti.
  • Durante un’alluvione il rischio di traumatismi ed infortuni è alto. Muoviti con prudenza in casa e fuori, soprattutto nelle zone allagate. La forza dell’acqua può danneggiare anche gli edifici e le infrastrutture.
  • Evita di sostare o transitare in sottopassi, argini di corsi d’acqua, ponti. In caso di alluvione non utilizzare l’automobile. Non tentare di spostarla dal garage.

 

DURANTE/DOPO L’ALLUVIONE

 

  • Attenzione: l’acqua del rubinetto potrebbe diventare non potabile e causare problemi di salute. Prima di utilizzarla, assicurati che ordinanze o avvisi comunali non lo vietino. Fai bollire l’acqua o consuma quella imbottigliata.
  • Attenzione: germi e batteri possono proliferare in casa, nell’acqua e nel cibo e provocare malattie gastroenteriche. Lava accuratamente le mani o disinfettale. Disinfetta le superfici e gli utensili usati per preparare il cibo. Elimina tutti gli utensili che non possono essere disinfettati (es. di legno).
  • Durante l’alluvione ricordati di staccare la corrente. Evita di sostare vicino a fonti elettriche. Non toccare impianti e apparecchi elettrici con mani o piedi bagnati. Dopo l’alluvione contattare un tecnico prima di utilizzare impianti a gas o elettrici nelle aree alluvionate.
  • Generatori e apparecchi a combustione per il riscaldamento/deumidificazione possono causare avvelenamento da monossido di carbonio. Assicurati che gli ambienti siano ben ventilati e non utilizzare generatori a combustione in ambienti chiusi. In caso di intossicazione contatta un medico.
  • L’alluvione può avere causato la fuoriuscita di sostanze chimiche. Segnala eventuali sversamenti alle autorità competenti. In caso di contatto con sostanze chimiche lava accuratamente le parti del corpo contaminate e consulta un medico.
  • Sintomi da stress o ansia sono comuni dopo una calamità naturale come le alluvioni. Rivolgiti ai servizi sociosanitari locali che possono aiutarti a superare questo trauma.
  • Se hai in corso terapie farmacologiche e/o cure mediche, rivolgiti ai servizi sanitari locali per evitare la loro interruzione.
  • Informati sui comportamenti salvavita da adottare prima, durante e dopo l’alluvione. Rivolgiti al tuo Comune per avere informazioni sul Piano di emergenza (fornisce informazioni sulle aree alluvionabili, le vie di fuga e le aree sicure della tua città).

  Fonte: Salute.Gov.it

Sicuri in viaggio

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Prima di mettersi in viaggio è importante conoscere le caratteristiche del Paese ospitante e rivolgersi al proprio medico per le eventuali vaccinazioni da eseguire Molte malattie, da tempo sconfitte in Italia, sono ancora diffuse in alcuni Paesi, specie quelli in via di sviluppo. Si tratta di malattie infettive, la cui diffusione è favorita dalle caratteristiche climatiche dei Paesi e dalla persistenza di situazioni di carenze igienico-sanitarie e che in molti casi possono avere serie conseguenze per la salute. Prima di mettersi in viaggio è dunque di massima importanza conoscere le caratteristiche del Paese ospitante e rivolgersi al proprio medico o alle strutture sanitarie preposte alla prevenzione delle malattie dei viaggiatori per ottenere indicazioni specifiche. Malattie del viaggiatore Molte delle malattie in cui è possibile imbattersi viaggiando verso mete esotiche erano fino a qualche decennio fa diffuse anche in Italia. In altri casi si tratta di patologie strettamente legate alle caratteristiche di questi luoghi. Ecco un elenco delle più diffuse. Amebiasi È una malattia diffusa nei Paesi tropicali e sub-tropicali ed è favorita dai climi caldi e umidi e da condizioni igienico-ambientali scadenti. È provocata da un parassita (l’ameba) e si trasmette per via oro-fecale (vale a dire tramite l’ingestione di acqua o cibi contaminati da feci di individui infetti). Ha come sintomo caratteristico una diarrea acuta. Può presentarsi anche con febbre, brividi, sangue nelle feci. In presenza di questi sintomi, sia che ci si trovi ancora in viaggio sia che si presentino appena tornati a casa, è necessario rivolgersi immediatamente a un medico. Non esistono vaccinazioni nei confronti dell’amebiasi. Come per tutte le malattie a trasmissione oro-fecale, per prevenire la malattia è fondamentale il rispetto di norme igieniche. Colera È diffuso soprattutto in Asia (India e Bangladesh, per esempio) e in Africa. È causato da batteri appartenenti al genere vibrioni che producono una tossina in grado di danneggiare le cellule del rivestimento dell’intestino alterando così la loro capacità di assorbire le sostanze nutritive e i liquidi contenuti negli alimenti. Il colera si manifesta con molte scariche di diarrea acquosa, vomito, rapida disidratazione, abbassamento della temperatura. Nel caso insorgessero sintomi sospetti è necessario rivolgersi immediatamente a un medico. La perdita di grandi quantità di liquidi con il vomito e la diarrea può infatti provocare stato di shock e, se non opportunamente curato, la morte. Esistono vaccini per la prevenzione di questa malattia, ma la loro protezione è di molto inferiore al 100 per cento. Per questa ragione, resta fondamentale l’adozione delle norme igieniche per la prevenzione delle malattie a trasmissione oro-fecale. Dengue La malattia è presenta allo stato endemico in gran parte del Sud est asiatico, in Africa, America Centrale e Meridionale e in alcune parti dell’Oceania. A causarla è un virus che viene trasmesso attraverso la puntura di zanzare. La dengue si manifesta in due forme: quella classica e quella emorragica. La dengue classica è la forma benigna della malattia: ha sintomi simili all’influenza (febbre, mal di testa, dolori osteoarticolari, disturbi gastrointestinali) e in alcuni casi, specie nei bambini, causa un’eruzione cutanea (simili a quelli del morbillo o della rosolia). La dengue emorragica, invece, si manifesta con febbre, arrossamento del viso, inappetenza, lievi disturbi gastrointestinali e delle vie aeree superiori. A questi sintomi fa seguito una fase di aggravamento della malattia caratterizzata, tra le altre cose, da fenomeni emorragici. La dengue emorragica si manifesta in genere al secondo episodio della malattia (a seguito di una reinfezione con un sierotipo diverso del virus), per cui chi ha già contratto una volta la dengue deve stare più attento. In caso di comparsa improvvisa di febbre, mentre si è ancora in viaggio o appena tornati a casa, è necessario rivolgersi a un medico evitando l’automedicazione, che può aggravare la situazione. Non sono disponibili vaccini contro la dengue né misure di profilassi. La prevenzione consiste nell’adozione di misure di protezione dalla puntura delle zanzare. Diarrea del viaggiatore È forse la malattia del viaggiatore più nota. È conosciuta con diversi nomi, il più comune dei quali è probabilmente “la vendetta di Montezuma”. A causarla possono essere sia batteri, sia virus sia parassiti. Ma possono influire, sebbene in misura minore, anche i cambiamenti di abitudini e delle condizioni climatiche. È caratterizzata da diarrea, che in genere si presenta con almeno tre scariche al giorno. Quando si presentano i sintomi è necessario rivolgersi a un medico, soprattutto per escludere la possibilità che si tratti di altre condizioni più serie. Non esistono modalità di prevenzione in grado di contrastare tutte le possibili fonti del disturbo. L’unica strategia efficace è il rispetto delle norme igieniche per prevenire le malattie a trasmissione oro-fecale. Shigellosi (dissenteria bacillare) È diffusa in tutti i paesi economicamente poco sviluppati. È causata da batteri appartenenti al genere Shigella. Si manifesta con diarrea (talvolta sanguinolenta), febbre, nausea, dolori addominali. La trasmissione è oro-fecale, quindi può essere contratta in seguito all’ingestione di acqua e alimenti contaminati da materiale fecale di persone infette. Quando si presentano i sintomi è necessario rivolgersi a un mendico. Il mancato trattamento può portare infatti in alcuni casi alla morte. Non esistono forme di prevenzione se non l’adozione delle norme di prevenzione delle malattie a trasmissione oro-fecale. Febbre gialla È un problema di sanità pubblica in molti paesi dell’Africa centrale e occidentale. È inoltre diffusa in alcune regioni equatoriali e tropicali dell’America centrale e meridionale. È dovuta a un virus trasmesso tramite le punture di zanzara. Si manifesta con febbre accompagnata da brividi, dolori muscolari, senso di prostrazione, nausea vomito. È possibile la comparsa di un colorito giallo della pelle; infatti, il virus colpisce il fegato. A volte possono comparire manifestazioni emorragiche. In caso di febbre, se ci si trova in una zona a rischio o si è appena ritornati da un viaggio in queste aree, è necessario rivolgersi a un medico. Se non opportunamente curata, la malattia può essere infatti letale. Contro la febbre gialla esiste un vaccino a base di virus viventi attenuati che ha un’efficacia protettiva superiore al 90 per cento. Utili sono comunque le misure per prevenire la puntura da parte delle zanzare. Febbre tifoide È diffusa in tutti i Paesi dalle condizioni igienico-sanitarie scadenti. È dovuta a un batterio trasmesso per via oro-fecale. Si manifesta con febbre alta, mal di testa, malessere generale, mancanza di appetito, rallentamento del battito cardiaco, presenza di macchie rossastre e rilevate sul tronco, tosse secca e disturbi gastrointestinali. Nel caso si manifestassero questi sintomi è opportuno rivolgersi immediatamente al medico che valuterà il trattamento più adeguato. Sono disponibili vaccini contenenti il batterio reso innocuo attraverso specifici procedimenti chimici. È comunque opportuno rispettare le misure igieniche necessarie a prevenire la trasmissione oro-fecale. Malaria È endemica in gran parte dell’Africa, nel sub-continente indiano, nel sud-est asiatico, in America latina e in una parte dell’America Centrale. È una delle più frequenti cause di febbre in chi ritorna da paesi endemici. È trasmessa dalla puntura di una zanzara del genere Anopheles. Si manifesta nella maggior parte dei casi con febbre accompagnata da brividi, mal di testa, mal di schiena, sudorazione, dolori muscolari, nausea, vomito, diarrea, tosse. In caso compaiano i sintomi è necessario rivolgersi immediatamente a un medico. Per difendersi dalla malaria è fondamentale adottare le misure che impediscono la puntura delle zanzare. Prima di recarsi in Paesi in cui la malattia è diffusa è anche possibile effettuare una profilassi con appositi farmaci che riducono ulteriormente il rischio della malattia. Esistono diversi regimi profilattici. È bene consultare il proprio medico o le strutture sanitarie preposte alla prevenzione delle malattie dei viaggiatori per ottenere indicazioni specifiche. Istruzioni per l’uso Prima di mettersi in viaggio è sempre opportuno consultare il proprio medico o le strutture sanitarie preposte alla prevenzione delle malattie dei viaggiatori, per ottenere indicazioni specifiche. Specie se si rientra tra le categorie più sensibili (donne in gravidanza, bambini, persone affette da particolari patologie). Esistono tuttavia, delle buone pratiche che possono aiutare a prevenire le malattie del viaggiatore. Quando la malattia arriva dagli alimenti Molte delle malattie del viaggiatore hanno trasmissione oro-fecale, si diffondono cioè da una persona all’altra tramite l’ingestione di acqua o cibi contaminati da feci di individui infetti. Non si tratta di un’eventualità rara: molti Paesi non hanno ancora un efficiente sistema di smaltimento delle acque reflue, in altri gli escrementi vengono utilizzati come fertilizzanti nel terreno. In tal modo non è remota la possibilità che microrganismi si trasferiscano dalle feci ai prodotti alimentari o alle acque. Per prevenire questa forma di trasmissione, l’Organizzazione mondiale della sanità ha stilato un decalogo che è valido in tutti i luoghi, ma ancor più in quelle aree in cui sono più diffuse le malattie del viaggiatore: scegliere i prodotti che abbiano subito trattamenti idonei ad assicurare l’innocuità (ad esempio latte pastorizzato o trattato ad alte temperature) cuocere bene i cibi in modo che tutte le parti, anche le più interne raggiungano una temperatura di almeno 70 gradi consumare gli alimenti immediatamente dopo la cottura gli alimenti cotti, se non vengono consumati subito, vanno immediatamente conservati in frigorifero. La permanenza in frigorifero deve essere limitata; se il cibo deve essere conservato per lungo tempo è preferibile congelarlo i cibi precedentemente cotti vanno riscaldati rapidamente e ad alta temperatura prima del consumo evitare ogni contatto tra cibi crudi e cotti curare l’igiene delle mani per la manipolazione degli alimenti fare in modo che tutte le superfici della cucina, gli utensili e i contenitori siano puliti proteggere gli alimenti dagli insetti, dai roditori e dagli altri animali utilizzare solo acqua potabile. Quando a trasmettere la malattia sono gli insetti Molte insidiose malattie infettive sono trasmesse dagli insetti, dalle zanzare in particolare, che succhiano il sangue delle persone infette e sono in grado di alimentare lo sviluppo dell’agente patogeno. Per questa ragione, i comportanti in grado di prevenire la puntura delle zanzare sono un’efficace strategia di protezione. Se ci si reca in Paesi in cui sono diffuse malattie che vengono trasmesse dalla puntura di zanzare, è opportuno: evitare, se possibile, di uscire tra il tramonto e l’alba (è il periodo in cui l’attività delle zanzare è più intensa) indossare abiti di colore chiaro, con maniche lunghe e pantaloni lunghi che coprano la maggior parte del corpo evitare l’uso di profumi che possono attirare gli insetti applicare repellenti per insetti sulle porzioni di pelle esposte. In tal caso occorre fare particolare attenzione se si impiegano sui bambini o su persone allergiche a specifici componenti alloggiare preferibilmente in stanze dotate di condizionatore d’aria o, in mancanza di questo, di zanzariere alle finestre usare zanzariere sopra il letto e impregnarle con insetticidi spruzzare insetticidi nelle stanze o usare diffusori di insetticida. Prevenzione su misura Sulla base delle proprie condizioni epidemiologiche, molti Paesi richiedono agli ospiti di eseguire alcune vaccinazioni prima di mettersi in viaggio. .   Fonte: Salute.gov.it

Leggi l’etichetta e scegli l’alimento giusto

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L’etichetta è la carta d’identità dell’alimento: riporta informazioni sul contenuto nutrizionale del prodotto e fornisce una serie di indicazioni per comprendere come i diversi alimenti concorrono ad una dieta corretta ed equilibrata. Saper leggere correttamente le etichette rappresenta un atto di responsabilità verso il nostro benessere e verso quello delle persone che mangiano le cose che acquistiamo. Ci aiuta, infatti, ad impostare una sana alimentazione. Ecco il decalogo del Ministero per orientarsi fra gli scaffali del supermercato ed evitare sorprese indesiderate a tavola. 10 regole d’oro Leggi tutto

Celiachia

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Descrizione L’unica terapia attualmente disponibile per i soggetti celiaci è la completa e permanente esclusione dalla dieta di tutte le possibili fonti di glutine, anche quelle nascoste (il glutine può essere presente negli alimenti in scatola, nelle salse e nelle zuppe confezionate, ma anche nei cosmetici e nelle medicine). Normalmente la dieta priva di glutine (gluten-free) provoca una rapida scomparsa dei sintomi e la remissione dell’atrofia dei villi della mucosa duodenale. Seguire una dieta senza glutine è necessario per prevenire le complicanze della celiachia. Cause La celiachia è una condizione multifattoriale, per la cui comparsa clinica sono necessari due fattori: uno ambientale, la presenza nella dieta di cereali contenenti glutine, e uno genetico, gli alleli DQ2/8 del sistema di istocompatibilità di II classe. La predisposizione genetica della celiachia è confermata dall’osservazione che la frequenza della malattia è maggiore tra i familiari di primo grado dei soggetti affetti (10% rispetto al 1% della popolazione generale) e nei gemelli omozigoti la concordanza è dell’85%. Poiché solo il 30% della popolazione mondiale DQ2/8positiva sviluppa prima o poi la celiachia, sono necessari altri fattori scatenanti per la sua comparsa: in questo senso è stato ipotizzato un ruolo dell’esposizione troppo precoce al glutine o un infezione intestinale da rotavirus nell’infanzia. La celiachia si associa spesso nello stesso individuo ad altre malattie autoimmuni, quali diabete mellito di tipo 1, artrite reumatoide, tiroidite, ma anche a sindromi genetiche (Down, Turner).     Sintomi e segni I sintomi e segni della malattia sono estremamente variabili per sede ed intensità. Nella cosiddetta forma classica di malattia celiaca (frequente in età pediatrica) dominano i sintomi e segni da malassorbimento che consistono in episodi di diarrea maleodorante (per presenza di grassi nelle feci), meteorismo (addome gonfio) anche marcato, con dolori addominali crampiformi e scarso accrescimento. La forma classica di celiachia è ormai diventata rara e sempre più frequentemente la celiachia si manifesta in età adulta con sintomi extra-intestinali quali: anemia da carenza di ferro osteoporosi debolezza muscolare disturbi della fertilità e ripetuti aborti spontanei alterazioni della coagulazione afte orali alopecia (negli adulti) parestesie delle estremità (formicolio a livello delle mani e dei piedi) convulsioni Spesso i sintomi sono sfumati e la diagnosi corretta richiede anni. Diagnosi Nei soggetti ad alto rischio di celiachia, per familiarità, sintomi o per la presenza di una malattia frequentemente associata, il primo esame che viene eseguito, ricorrendo ad un semplice prelievo di sangue, è il dosaggio degli anticorpi anti-transglutaminasi. I pazienti con anticorpi positivi sono inviati, per la conferma diagnostica, all’esecuzione della biopsia della mucosa dell’intestino tenue che documenti un appiattimento (scomparsa) dei villi intestinali. La biopsia viene realizzata nel corso di una esofago-gastroduodenoscopia. La predisposizione genetica, effettuata mediante l’analisi del dna rivela se si è predisposti alla malattia (viene ricercata la presenza dei geni predisponenti, i HLA-DQ2 e HLA-DQ8). Questo esame non va eseguito di routine e va riservato solo ai casi in cui il dosaggio anticorpale e la biopsia duodenale, oltre che il quadro clinico, non sono del tutto chiari. Complicanze I soggetti affetti da celiachia non trattata presentano un rischio maggiore di sviluppare complicanze, tra cui alcune forme neoplastiche: linfoma e carcinoma intestinale. Terapia L’unica terapia attualmente disponibile per i soggetti celiaci è la completa e permanente esclusione dalla dieta di tutte le possibili fonti di glutine, anche quelle nascoste (il glutine può essere presente negli alimenti in scatola, nelle salse e nelle zuppe confezionate, ma anche nei cosmetici e nelle medicine). Normalmente la dieta priva di glutine (gluten-free) provoca una rapida scomparsa dei sintomi e la remissione dell’atrofia dei villi della mucosa duodenale. Seguire una dieta senza glutine è necessario per prevenire le complicanze della celiachia. Fonte: Salute.gov.it  

Febbre tifoide

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La febbre tifoide è provocata da una batterio responsabile di infezioni e tossinfezioni a trasmissione alimentare La febbre tifoide, anche detta tifo addominale è provocata da una batterio, la Salmonella typhi, appartenente al numerosissimo genere Salmonella, di cui fanno parte anche le S. paratyphi A e B, responsabili dei paratifi, e le cosiddette salmonelle minori, responsabili di infezioni e tossinfezioni a trasmissione alimentare. La Salmonella typhi, infetta esclusivamente l’uomo. Paratifi e salmonelle minori infettano, invece, sia gli animali domestici che l’uomo. La febbre tifoide si trasmette attraverso l’ingestione di cibi o bevande contaminati da urine o feci delle persone infette. I sintomi di solito si presentano 1-3 settimane dopo l’esposizione, quali febbre alta, malessere generale, mal di testa, stitichezza o diarrea, esantema papuloso localizzato al tronco, ingrossamento della milza e del fegato e la malattia può assumere forma lieve o grave. A seguito della malattia acuta può instaurarsi lo stato di portatore sano. Le persone che sono state a contatto con un paziente affetto da febbre tifoide, in particolare i conviventi, vanno sottoposte a controllo sanitario per la ricerca di altri casi di infezione e della fonte di esposizione. . L’infezione è provocata dal consumo d’acqua e di alimenti contaminati. È talvolta possibile una trasmissione diretta fecale-orale. I molluschi raccolti in specchi d’acqua contaminati da scarichi fognari sono un’importante fonte di infezione. L’infezione può verificarsi anche mangiando frutta cruda e verdure fertilizzate con pozzi neri e attraverso l’ingestione di latte e prodotti caseari contaminati. Le salmonelle sono dotate di una notevole resistenza nell’ambiente esterno, soprattutto se contenute nei materiali organici e possono persistere per mesi nei liquami e nel fango; resistono a lungo anche nell’acqua e nel ghiaccio. Gli insetti, in particolar modo le mosche, possono fungere da vettori passivi dei germi patogeni e contaminare gli alimenti, che quindi possono causare malattia nell’uomo. L’inquinamento delle sorgenti d’acqua può essere all’origine delle epidemie di febbre tifoide se un elevato numero di persone si abbevera alla stessa sorgente. . È una malattia sistemica di severità variabile. I segni caratteristici dei casi gravi sono rappresentati da: febbre con esordio progressivo cefalea stato generale compromesso anoressia insonnia. La stipsi è più frequente della diarrea nell’adulto e nei bambini più grandi. . In assenza di trattamento alcuni pazienti sviluppano una febbre duratura, bradicardia, epatosplenomegalia, sintomi addominali, e in certi casi polmonite. Nei pazienti di pelle bianca, in più del 20% dei casi compaiono sulla pelle del tronco macchie rosacee, che si attenuano sotto la pressione delle dita e complicazioni cerebrali e gastro-intestinali che possono essere fatali nel 10-20% dei casi. I più alti tassi di fatalità sono riportati nei bambini di età inferiore ai 4 anni. Circa il 2-5% dei soggetti che contraggono la febbre tifoide diventa portatore cronico poiché i batteri persistono nelle vie biliari anche dopo la scomparsa dei sintomi. . La febbre tifoide può essere trattata con antibiotici. Tuttavia, la resistenza agli antibiotici comuni è molto diffusa. I portatori sani dovrebbero essere esclusi dalla manipolazione degli alimenti. . Vaccinazione Esistono 2 tipi di vaccino: Orale Ty21a, vaccino vivo, attenuato, ceppo mutante della Salmonella typhi Ty21a, in capsule, viene dato in 3 dosi, a giorni alterni (due giorni una dall’altra). L’immunità viene conferita 7 giorni dopo la terza dose. Iniettabile Vi CPS, vaccino polisaccaridico capsulare Vi (Vi CPS) contiene 25 μg microgrammi di polisaccaride per dose ed è dato i.m. in una singola dose. L’immunità viene conferita circa 7 giorni dopo l’iniezione. Nei paesi o aree a rischio, l’efficacia protettiva 1.5 anni dopo la vaccinazione è di circa il 72%. Entrambi i vaccini sono sicuri ed efficaci. In qualche paese è disponibile un vaccino combinato contro la febbre tifoide e l’epatite A. Diversi vaccini coniugati polisaccaridici capsulari Vi sono in fase di preparazione (o autorizzati a livello nazionale, ma non sul mercato internazionale) e si prevede la loro disponibilità in futuro per l’immunizzazione infantile. Precauzioni e controindicazioni Il proguanil, la meflochina e gli antibiotici devono essere sospesi da 3 giorni prima a 3 giorni dopo la somministrazione di Ty21a. Non sono state riportate serie manifestazioni avverse dopo la somministrazione di Ty21a o Vi CPS. Questi vaccini non sono raccomandati nei programmi di vaccinazione dell’infanzia a causa di informazioni insufficienti sulla loro efficacia nei bambini sotto i 2 anni di età. Rischio per i viaggiatori Il rischio è generalmente basso per tutti i viaggiatori, eccetto in parti dell’Africa settentrionale e occidentale, in Asia meridionale in parti dell’Indonesia e del Perù. Altrove i viaggiatori sono generalmente a rischio solo quando esposti a bassi standard di igiene.La vaccinazione contro la febbre tifoide può essere offerta a coloro che viaggiano in destinazioni dove il rischio di febbre tifoide è alto, specie se il loro soggiorno in aree endemiche abbia una durata superiore ad un mese o se avvenga in località dopo siano prevalenti ceppi di S.typhi resistenti agli antibiotici. La durata della protezione a seguito della vaccinazione con Ty21a non è ben definita e può variare con la dose del vaccino e forse con le successive esposizioni alla Salmonella Typhi(booster naturali). In Australia ed in Europa, le tre capsule sono date nei giorni 1, 3 e 5. Questo ciclo viene ripetuto ogni anno per gli individui che viaggiano da paesi non endemici a paesi endemici e ogni 3 anni per gli individui che vivono in paesi o aree a rischio. Anche i viaggiatori vaccinati devono prestare attenzione nell’evitare il consumo di cibi ed acqua potenzialmente contaminati poiché il vaccino anche se molto efficace non conferisce una protezione del 100%. Precauzioni Osservare tutte le precauzioni nei confronti delle infezioni veicolate dagli alimenti e dall’acqua. La sicurezza degli alimenti, delle bevande e dell’acqua da bere dipende principalmente dalle condizioni di igiene applicate localmente nella raccolta, preparazione e manipolazione. Nei paesi o aree con bassi livelli di igiene e scarse infrastrutture per il controllo della sicurezza dei cibi, delle bevande e delle acque da bere, esiste un alto rischio di contrarre la diarrea del viaggiatore. Per ridurre al minimo qualsiasi rischio di contrarre infezioni trasmesse da cibo o acqua in tali paesi, i viaggiatori devono prendere precauzioni con ogni cibo o bevanda, perfino se serviti in ristoranti o hotel di buona qualità. I rischi sono più grandi nei paesi poveri, ma locali con condizioni igieniche precarie possono essere presenti in qualsiasi paese. Norme di sicurezza alimentare per le malattie a trasmissione fecale-orale Evita il cibo che è stato tenuto a temperatura ambiente per parecchie ore, per esempio il cibo del buffet non coperto, il cibo dai venditori di strada o di spiaggia Evita gli alimenti crudi, ad eccezione della frutta e della verdura, che possono essere pelate e sbucciate e non mangiare frutta la cui buccia è alterata Evita il ghiaccio che non sia fatto con l’acqua potabile Evita i piatti contenenti uova crude o insufficientemente cotte Evita i gelati di origine dubbia, compresi quelli venduti per strada Evita di lavarti i denti con acqua non potabile Nei paesi in cui il pesce, i crostacei e molluschi possono contenere biotossine pericolose, farti consigliare dalla popolazione locale Fai bollire il latte non pastorizzato (crudo) prima di consumarlo Lava sempre bene le mani in tutte le sue parti con acqua e sapone prima di preparare o consumare cibo Fai bollire l’acqua da bere in caso di dubbio; se questo non è possibile, utilizza un filtro efficiente e ben conservato o un disinfettante Puoi bere le bevande imbottigliate: sono generalmente sicure se l’imballaggio è intatto Puoi consumare bevande e cibi interamente cotti serviti caldi: sono generalmente sicuri. Trattamento dell’acqua di qualità dubbia Portare l’acqua all’ebollizione per almeno un minuto è il modo più efficace per uccidere tutti i patogeni che causano malattie. La disinfezione chimica di acqua chiara non torbida è efficace per uccidere batteri e virus e alcuni protozoi (ma non per esempio il cryptosporidium). Un prodotto che combina la disinfezione con cloro alla coagulazione/flocculazione (per es. precipitazione chimica) rimuoverà significativi numeri di protozoi oltre ad uccidere batteri e virus. L’acqua torbida deve essere privata del materiale solido sospeso lasciandolo depositare o filtrandolo prima di operare la disinfezione chimica. Sono disponibili anche strumenti portabili pronto-uso testati per rimuovere protozoi e qualche batterio. Filtri di ceramica, a membrana e di carbone sono i tipi più comuni. É cruciale selezionare la più appropriata dimensione della porosità dei filtri. Una dimensione di 1 mm o meno per la porosità media del filtro è raccomandato per assicurare la rimozione del cryptosporidium nell’acqua chiara. Alcuni strumenti di filtraggio impiegano resine impregnate di iodio per incrementare la loro efficienza. A meno che l’acqua sia bollita, una combinazione di metodi (filtrazione seguita da disinfezione chimica) è raccomandata, poiché la maggior parte degli strumenti di filtrazione pronto-uso non rimuove né uccide i virus. L’osmosi inversa (filtrazione porosa molto sottile che trattiene i sali dissolti nell’acqua) e strumenti di ultrafiltrazione (filtrazione porosa fine che passa i sali disciolti ma trattiene i virus ed altri microbi) possono teoricamente rimuovere tutti i patogeni. Spesso dopo un trattamento chimico, si usa un filtro a carbone per migliorare il gusto; in caso di trattamento con iodio, per rimuovere l’eccesso di iodio. Fonte Salute.Gov

Acido folico e gravidanza…prima è meglio!

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Perchè è importante Acido folico e folati sono vitamine del gruppo B, note anche con il nome di vitamina B9. La parola deriva dal latino folium, foglia. Fu l’americano Mitchell, negli anni ’40, il primo ad usare il termine “acido folico” per indicare sostanze estratte da foglie di spinaci rivelatesi efficaci contro alcuni tipi di anemia. È importante distinguere tra acido folico e folati. Questi ultimi sono composti naturalmente presenti negli alimenti, mentre l’acido folico è la molecola di sintesi presente nei supplementi vitaminici e negli alimenti arricchiti con queste vitamine. I folati devono essere necessariamente introdotti attraverso l’alimentazione, in quanto il nostro organismo li produce sono in quantità molto limitate. L’acido folico e i folati sono coinvolti nella sintesi di molecole importanti come il DNA, l’RNA e le proteine. Sono essenziali, quindi, per tutte quelle cellule che nel nostro organismo vanno incontro a processi di differenziazione e rapida proliferazione, come ad esempio le cellule del sangue e della pelle e sono particolarmente importanti durante la formazione dell’embrione, quando si sviluppano e si differenziano i primi abbozzi degli organi. Una carenza di queste vitamine può determinare forme di anemia e aumentare il rischio di gravi malformazioni fetali, come i difetti del tubo neurale (tra cui spina bifida, anencefalia e encefalocele) ed altre malformazioni, in particolare alcune difetti congeniti cardiovascolari, malformazioni delle labbra e del palato (labiopalatoschisi), difetti del tratto urinario e di riduzione degli arti. Secondo il sistema di sorveglianza europeo delle anomalie congenite EUROCAT (European surveillance of congenital anomalies) ci sono, in media, 20 casi di malformazioni congenite ogni 1.000 nati. Un’alimentazione ricca in frutta, verdura e legumi, contenenti folati, può contribuire a ridurre l’incidenza delle malformazioni congenite, ma la sola alimentazione non è sempre sufficiente a coprire il fabbisogno quotidiano in folati e, se si programma una gravidanza, è necessario integrare la dieta con compresse di acido folico. Numerosi studi hanno dimostrato che un’adeguata assunzione di acido folico è efficace nella prevenzione primaria dei difetti del tubo neurale e di altre malformazioni congenite permettendo una riduzione del rischio fino al 70%. Per approfondire leggi: il Rapporto Istisan n. 13/28 – Prevenzione primaria delle malformazioni congenite: attività del Network Italiano Promozione Acido Folico e la Raccomandazione elaborata dal Network Italiano le Recommendations on policies to be considered for the primary prevention of congenital anomalies in National Plans and Strategies on Rare Diseases elaborate da Eurocat-Europlan. Quanto ne serve Il fabbisogno quotidiano di acido folico è normalmente assunto con una dieta ricca di frutta e verdura fresca. Durante il periodo peri-concezionale, però, come raccomandato dal Network Italiano Promozione Acido Folico coordinato dal Centro Nazionale Malattie Rare dell’Istituto superiore di sanità, (da 1 mese prima del concepimento ai primi 3 mesi di gravidanza inclusi) il fabbisogno di acido folico aumenta. Per raggiungere l’assunzione raccomandata di tale vitamina sarebbe necessario triplicare l’assunzione dietetica tipica, una scelta piuttosto laboriosa da rispettare, anche perché sarebbe difficile mantenere la quota giornaliera in modo costante. Per questo è consigliata l’integrazione con supplementi vitaminici. Queste le dosi di acido folico raccomandate: Prima di una gravidanza Per ridurre il rischio di malformazioni congenite come spina bifida, anencefalia e encefalocele, è necessario che la donna assuma 0,4 mg/die di acido folico, sotto forma di supplementi, mentre sta programmando una gravidanza (almeno 1 mese prima). Durante la gravidanza Il fabbisogno giornaliero di folati aumenta per la donna in gravidanza a 0,6 mg/die, dal momento che il feto attinge alle risorse materne per il proprio sviluppo. Pertanto l’assunzione di acido folico deve continuare almeno fino al terzo mese di gestazione. Durante l’allattamento Il fabbisogno giornaliero per una mamma che allatta è di 0,5 mg di folati, per ripristinare le perdite che avvengono con il latte materno. In presenza di particolari condizioni di rischio Le donne con precedenti gravidanze in cui sono stati riscontrati difetti del tubo neurale (come spina bifida, anencefalia e encefalocele) oppure con storia familiare di malformazioni congenite, donne in terapia con farmaci antiepilettici o con antagonisti dell’acido folico, donne con aborti ripetuti o con particolari malattie quali diabete, celiachia e patologie gastrointestinali, dovrebbero aumentare sino a 4-5 mg al giorno il dosaggio di acido folico peri-concezionale. In questi casi è opportuno che la donna consulti il medico curante o il ginecologo per definire i dosaggi più appropriati. A tavola con i folati Per soddisfare il fabbisogno giornaliero di acido folico, al di fuori della gravidanza, è sufficiente un’alimentazione equilibrata. L’integrazione di acido folico attraverso i farmaci va, infatti, riservata a particolari fasi della vita. L’acido folico si trova in abbondanza in alcuni alimenti, come le verdure a foglia verde (spinaci, broccoli, asparagi e lattuga), gli agrumi (come le arance), i legumi, i cereali, frutta come kiwi e fragole, frutta secca (come mandorle e noci). Per quanto riguarda i cibi di origine animale, il fegato e altre frattaglie hanno contenuti piuttosto elevati di folati, come pure alcuni formaggi, da consumare però in porzioni limitate e non frequenti. Anche le uova hanno buoni contenuti in folati, ma il consumo massimo consigliato è di 2-3 volte alla settimana. Includere nella propria dieta alimenti ricchi di folati, preparati con metodi il più possibile rispettosi del mantenimento dei principi nutritivi contenuti (come la cottura al vapore), rappresenta un’importante azione di prevenzione. Ecco alcuni alimenti che non dovrebbero mai mancare in una dieta sana e ricca di folati. Alimenti ad alto contenuto di folati (100-300 mcg/100g) asparagi broccoli carciofi cavolini di Bruxelles cavolfiori Alimenti a buon contenuto di folati (40-99 mcg/100g) agrumi (arance, clementine, mandarini) kiwi frutta secca (noci, mandorle, nocciole) avocado agretti bieta legumi (fagioli, ceci, lenticchie, piselli) indivia lattuga pane e pasta integrali rucola pomodorini spinaci Il sito tematico del Centro Nazionale Malattie Rare (CNMR) dell’Istituto superiore di sanità (ISS) A tavola con i folati propone una stimolante sezione di ricette per tutti i giorni e in particolare per la donna in età fertile e suggerimenti formulati da uno chef e da ricercatori del Network Italiano Promozione Acido Folico. Acido folico e Ssn Il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) ha inserito l’acido folico in fascia A cioè in regime di esenzione. Pertanto è sufficiente la prescrizione su ricetta rossa da parte del medico curante per acquistare questa vitamina pagando solo il ticket previsto dalla propria Regione. Occorre però attenersi alle quantità indicate dal proprio medico curante, e fare attenzione agli eccessi di assunzione dovuti molto spesso all’abuso che viene fatto di integratori alimentari e di alimenti arricchiti di queste vitamine (es. cereali per la prima colazione, succhi di frutta, ecc). Nel 2005 l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha approvato l’immissione in commercio di un centinaio di nuovi farmaci rimborsati dal Servizio sanitario nazionale, tra i quali due prodotti con il dosaggio raccomandato di 0,4 mg di acido folico “per la profilassi dei difetti dello sviluppo del tubo neurale in donne che stanno pianificando la gravidanza”. Tale scelta ha rappresentato un riconoscimento istituzionale dell’efficacia di questa sostanza nella prevenzione di difetti congeniti e un aiuto alle azioni di sanità pubblica volte alla promozione della salute. Informarsi La promozione del corretto uso dell’acido folico, in atto da diversi anni da parte delle istituzioni sanitarie, raggiunge maggiormente l’obiettivo anche grazie a una comunicazione efficace tra operatore sanitario (medico, infermiere, farmacista) e cittadino. In altre parole, la consapevolezza e la motivazione all’assunzione di acido folico nelle donne in età fertile possono essere di gran lunga aumentate dagli operatori sanitari. Di qui l’importanza delle azioni portate avanti dalle istituzioni, dagli enti di ricerca e dal Network Italiano Promozione Acido Folico, con messaggi indirizzati ai cittadini, ma anche ai professionisti della salute (pubblicazioni su riviste scientifiche, massima diffusione della Raccomandazione mediante dépliant e poster, attivazione di corsi e iniziative di formazione e organizzazione di convegni). Secondo le più recenti indagini in Italia le donne consapevoli del ruolo dell’acido folico nella prevenzione primaria delle malformazioni congenite e che lo assumono nei tempi e dosaggi raccomandati sono 3 su 10. Se ci si riferisce però alle donne di origine straniera, che vivono nel nostro Paese, si osserva che solo il 4-6% assume la giusta dose di questa vitamina. La proporzione, dunque, cambia sensibilmente e diventa di circa 0,6 soggetti su 10. Sulla base di questi e altri dati raccolti attraverso indagini multicentriche dall’Istituto superiore di sanità (ISS), il Centro nazionale malattie rare (CNMR) dell’ISS ha prodotto l’opuscolo multilingue Acido Folico. Un concentrato di protezione per il figlio che verrà, finalizzato alla diffusione di informazioni adeguate sui rischi che la carenza di folati nella dieta della futura mamma possono comportare per il bambino. L’iniziativa mira a raggiungere anche le minoranze etnico-linguistiche presenti in Italia. Per la prima volta infatti il dépliant è stato tradotto in 10 lingue straniere: oltre a tedesco, inglese, francese e spagnolo, le raccomandazioni sono formulate anche in albanese, arabo, cinese, portoghese, romeno e russo. Per approfondire consulta: la pagina del sito dell’ISS dedicata all’acido folico e folati prima della gravidanza l’area tematica Nutrizione l’area tematica Salute dei bambini le Faq – domande e risposte più frequenti il sito tematico Genitoripiù il sito tematico Pensiamociprima il sito tematico Folic Acid RCT il manuale Le raccomandazioni per le coppie che desiderano avere un bambino.   Fonte Salute.gov.it

Combattere i trigliceridi

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Cosa sono i tricligeridi? Principalmente sono dei lipidi presenti nel sangue. Quando mangiamo il nostro organismo converte tutte le calorie in tricligeridi. Questi a loro volta vengono immagazzinati nelle cellule adipose. Quando l’organismo ne ha bisogno, questi vengono rilasciati per fornire energia. .. Nel momento in cui più calorie di quelle di cui realmente si ha bisogno, ecco che il livello dei tricligeridi si alza. Secondo gli esperti il livello ottimale di tricligeridi nel sangue è pari a 100mg/dL. I medici, tuttavia, non raccomandano il ricorso a trattamenti con farmaci per ottenere questo livello. Per tutti coloro che desiderano abbassare il proprio livello di trigliceridi fino a raggiungere il livello ottimale, si consiglia invece di modificare il proprio regime alimentare, di perdere peso e svolgere attività fisica. Normalmente, infatti, i trigliceridi rispondono molto bene a modifiche nella dieta e nello stile di vita ed è per questo che non è consigliabile in casi normali fare risorso a farmaci. LIVELLO DEI TRIGLIGERICI Normale: meno di 150 milligrammi per decilitro (mg/dL) o meno di 1.7 millimoli per litro (mmol/L) Alto: da 200 a 499 mg/dL (da 2.3 a 5.6 mmol/L) Molto alto: 500 mg/dL o più (5.7 mmol/L o più) Di solito i livelli di trigliceridi vengono rilevati attraverso l’esame del sangue, in particolare con una misurazione a digiuno per 12 ore prima dell’esame stesso. Ma quando si riscontra un livello elevato dei trigliceridi quali posso essere le possibili cause? Sicuramente l’obesità, ma anche forme di diabete non controllate, l’ipotiroidismo, l’assunzione di più calorie rispetto a quante il proprio organismo ne può sintetizzare e il consumo smodato di alcool. È necessario sottolineare che molti soggetti con trigliceridi alti possono avere radici genetiche. SINTOMI Un livello elevato spesso non presenta sintomi. Ma c’è da dire che se tali livelli sono causati da una condizione genetica, è possibile notare dei depositi di grasso sotto la cute. CURA La miglior cura è essenzialmente una modifica profonda delle proprie abitudini alimentare e di vita, in generale. Importante è la perdita di peso, la riduzione delle calorie, l’evitare i cibi raffinati e ricchi di zucchero, limitare l’assunzione di colesterolo sotto i 300mg, la scelta di grassi salutari, limitare il consumo di alcool e fare attività fisica con regolarità. QUALI CIBI FAVORIRE Frutta, carboidrati (meglio se con cereali integrali), fibre come fagioli secchi, semi di lino (ricchi di omega 3)e crusca di riso e crusca d’avena, verdure (meglio se a foglia verde), carne, preferibilmente magra ed il pesce come salmone, sgombro, tonno, alici. Fonte medicina33.info

Conserve fatte in case

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CONSERVE FATTE IN CASA, 10 REGOLE PER EVITARE BRUTTE SORPRESE La preparazione domestica delle conserve alimentari è un’abitudine molto diffusa nel nostro Paese. Purtroppo, però, alcuni errori nella preparazione possono portare rischi per la nostra salute. Clostridium botulinum e altri clostridi produttori di tossine sono i microrganismi più pericolosi. Ogni anno nel nostro Paese si verificano 20-30 casi di botulino, in maggioranza dovuti a una preparazione domestica. Tra gli alimenti responsabili, al primo posto i vegetali sott’olio e quelli in acqua/salamoia. Se un occhio esperto riesce ad intuire se un frutto è sano o alterato, non sempre i nostri organi di senso ci aiutano a capire se una conserva è sicura o tossica, pur essendo apparentemente perfetta. Ecco 10 semplici regole da seguire per preparare in casa una conserva evitando brutte sorprese, tratte dalle recenti Linee guida sulla corretta preparazione delle conserve alimentari in ambito domestico. Per coniugare tradizione e sicurezza. LE DIECI REGOLE: Lavare bene le mani prima di toccare gli alimenti Nella preparazione delle conserve, particolare riguardo deve essere posto all’igiene personale e della cucina, che rappresentano la prima fonte di contaminazione degli alimenti. Il semplice lavaggio delle mani con sapone, associato alla frizione meccanica, toglie dalla pelle gran parte dei microrganismi presenti. In generale il lavaggio delle mani deve essere fatto: immediatamente prima di manipolare gli alimenti e ogni qual volta si cambia il tipo di preparazione ogni volta che le mani appaiono visibilmente sporche dopo essere stati in bagno dopo aver mangiato, fumato, tossito o starnutito dopo aver toccato o manipolato qualsiasi potenziale fonte di contaminazione (alimenti crudi, animali domestici, rifiuti ecc.) Pulire la cucina e gli utensili con detergenti specifici Piatti, posate, pentole, utensili e piani di lavoro devono essere lavati con detergente specifico e risciacquati con abbondante acqua, per eliminare i residui. Se si usano i disinfettanti occorre tenere presente che non sono tutti efficaci allo stesso modo. Il più utilizzato è l’ipoclorito di sodio (o varechina o candeggina), che ha un ampio spettro di azione ed è efficace anche contro i microrganismi sporigeni, come il botulino, ma ha l’inconveniente di rendere grasse le superfici e di rovinare quelle metalliche (come quelle in acciaio). La varechina deve essere utilizzata diluita, generalmente alle percentuali di 5-7%, perché la sua efficacia diminuisce se utilizzata concentrata. Una buona disinfezione dipende, non solo dal prodotto, ma anche da come viene applicato e dal tempo di contatto. Gli strofinacci e le spugne impiegate per la pulizia degli utensili costituiscono il pericolo maggiore di diffusione dei microrganismi e necessitano di una disinfezione e di un ricambio frequenti. . Scegliere frutta e verdura di stagione e materie prime di alta qualità La scelta degli ingredienti è una fase assolutamente cruciale per il processo di produzione delle conserve. Per mantenere intatti i sapori, gli aromi e le fragranze di frutta e verdura, è ideale scegliere sempre prodotti di stagione, perché più ricchi di sali minerali, vitamine e nutrienti. Se si utilizzano i prodotti del proprio orto è meglio prepararli entro 6-12 ore dalla raccolta, per evitare che perdano le proprietà nutrizionali. Per conservare in maniera ottimale la verdura destinata al congelamento e bloccare l’azione degli enzimi, che possono causare la perdita di sapore, colore e consistenza dei vegetali stessi, occorre usare la tecnica della scottatura o “blanching”, che consiste nello scaldare i vegetali in acqua bollente o vapore per un breve periodo di tempo, prima di conservarli. Sciacquare bene le materie prime sotto l’acqua e togliere le parti danneggiate Lava le materie prime sotto acqua corrente, in modo da eliminare le particelle di terra ed altri eventuali residui. Inoltre, l’immersione per qualche minuto in acqua, contenente bicarbonato di sodio, può essere utile per ridurre le tracce di pesticidi dalla superficie esterna dei vegetali. Durante le operazioni di lavaggio maneggia i vegetali con cura, onde evitare di provocarne ammaccature. Asciugali accuratamente, elimina le parti danneggiate e quelle non edibili (torsoli, semi, noccioli, in alcuni casi la buccia). A volte, dopo questa fase, può essere utile risciacquare velocemente i prodotti per eliminare tutte le tracce delle parti tolte. Usare pentole in acciaio per la cottura delle conserve Le pentole per la cottura delle conserve devono essere in acciaio inox. Pentole in alluminio o rame non dovrebbero essere utilizzate, soprattutto per la cottura di conserve acide; infatti l’acidità potrebbe provocare rilasci metallici nel prodotto. Le pentole e i coperchi devono essere perfettamente puliti e lavati con acqua e detergente, prima del loro utilizzo. È importante risciacquarli attentamente per eliminare residui di detergente, che potrebbero conferire al prodotto odori e colori. Utilizzare preferibilmente barattoli di vetro e conservarli al riparo dalla luce I contenitori usati nella preparazione delle conserve sono estremamente importanti. Utilizzare un contenitore non appropriato può compromettere irreversibilmente il lavoro di preparazione e può costituire un pericolo per la salute. Il vetro è il materiale migliore, anche se possono essere utilizzati contenitori in metallo. Il vetro non assorbe odori, se rimane perfettamente integro, può essere riutilizzato più volte, sanificato e lavato facilmente anche in lavastoviglie. Essendo trasparente, poi, permette l’immediata ispezione dei prodotti conservati, consentendo di evidenziare eventuali anomalie (bollicine che salgono dal fondo, intorbidimento dell’olio) senza aprire il barattolo. Di contro, la trasparenza del vetro permette il passaggio della luce, che può provocare modificazioni del colore del prodotto; per questo motivo è necessario porre le conserve al riparo dalla luce. La dispensa dovrebbe essere un locale sufficientemente buio, fresco, asciutto e ventilato. Usare le dosi giuste di aceto e limone o sale o zucchero Le preparazioni domestiche, non potendo essere sterilizzate, devono basare la loro sicurezza su altri fattori, che creano condizioni sfavorevoli allo sviluppo del botulino, come l’aggiunta di sale, di zucchero o l’acidificazione. Acidificazione: aceto e limone Vegetali sott’olio, olii aromatizzati con erbe (come, peperoncino, rosmarino ecc.): dopo la pulizia vanno sbollentati in una soluzione di acqua e aceto in parti uguali. Si consiglia aceto di vino bianco con acidità superiore al 6%. Altri tipi di aceto con acidità inferiore vanno usati puri, non diluiti. Tutti gli ingredienti della preparazione devono subire lo stesso trattamento, comprese erbe aromatiche e spezie, affinché tutte le parti raggiungano un pH pari o inferiore a 4, misurato con cartine tornasole (il pH è una scala di misura dell’acidità o della basicità di una soluzione, che varia tra i due estremi 0 a 14: 0 rappresenta la massima acidità, 14 la massima basicità, il valore medio 7 corrisponde ad un pH neutro). Ricorda, anche le erbe per aromatizzare l’olio di oliva devono prima essere sbollentate con acqua e aceto. Vegetali sottaceto: occorre la stessa attenzione dei vegetali sott’olio, cioè occorre misurare il pH finale del liquido: deve essere pari o inferiore a 4; un pH maggiore di 4 rappresenta un fattore di rischio. Le verdure usate per i sottaceti possono essere sia sbollentate che lasciate crude. Conserve di pomodoro e pomodori pelati: normalmente il pomodoro ha un pH abbastanza acido, se non lo fosse, aggiungere succo di limone. Raccomandata la pastorizzazione dei vasetti riempiti (bollire almeno 40 minuti). Zucchero Marmellate, confetture, composte e gelatine: acidità e contenuto di zucchero garantiscono la sicurezza di questi prodotti. La proporzione tra frutta e zucchero dovrebbe essere 1 a 1, in ogni caso mai scendere sotto i 700 gr di zucchero per 1 Kg di frutta. Composte e gelatine di frutta devono essere acidificate con succo di limone fino ad un pH 4. Ricorda di far bollire insieme frutta, zucchero ed eventuali altri ingredienti come la pectina. Sale Vegetali in salamoia: la salamoia deve avere almeno il 10% di sale (100 gr di sale per litro di acqua). I vegetali in salamoia vanno incontro ad un naturale processo di fermentazione, che abbassa il pH ad opera di microrganismi in grado di sopravvivere ad elevate salinità. E’ normale osservare una patina bianca superficiale, che non va assolutamente rimossa. Terminato il periodo di fermentazione acida in salamoia, il prodotto deve essere invasato utilizzando salamoia fresca. Pesce e carne sotto sale: durante le prime fasi della salagione, per bloccare lo sviluppo microbico, conservare la preparazione rigorosamente in frigorifero a basse temperature. Attenzione Congela gli altri prodotti per conservarli, come il pesto o sughi di carne e pesce, che non puoi acidificare o a cui non puoi aggiungere sale e zucchero in dosi appropriate. Bollire i contenitori con le conserve: la pastorizzazione Per impedire o ritardare l’alterazione della conserva devi far bollire i barattoli pieni e chiusi. E’ questo l’unico trattamento di stabilizzazione termica e sanificazione degli alimenti, comunemente detto pastorizzazione, che può essere effettuato in casa. La pastorizzazione completa il processo di preparazione della conserva e deve essere sempre combinata con gli altri sistemi di conservazione, come l’acidificazione e la refrigerazione (nel frigorifero a +4°). Quest’ultima deve a sua volta essere associata a limitati tempi di conservazione. Questo perché la pastorizzazione è in grado di distruggere molti microorganismi, per esempio l’Escherichia coli, ed evitare la comparsa di muffe e funghi ma, attenzione, a differenza della sterilizzazione, ha un effetto molto limitato sulle spore batteriche, come il botulino. La pastorizzazione viene effettuata immergendo completamente in acqua i contenitori riempiti di conserva, e portando ad ebollizione (100 °C), avendo cura di coprire la pentola con il coperchio. È importante lasciare uno spazio vuoto tra il coperchio e il livello di liquido. Questo spazio durante la pastorizzazione permetterà la formazione del vuoto nel barattolo. Una volta raggiunta l’ebollizione, l’erogazione del calore può essere regolata a un livello più basso, ma comunque in grado di garantire sempre un’ebollizione uniforme e vigorosa. La sterilizzazione, invece, avviene mediante l’azione del vapore surriscaldato a temperature maggiori di 100 °C, in speciali apparecchiature dette autoclavi. Il tempo della pastorizzazione varia a seconda del tipo di alimento e dell’altitudine in cui ci si trova. Controllare che i contenitori siano chiusi ermeticamente Dopo la pastorizzazione, il contenuto dei vasetti sarà visibilmente diminuito, a causa dell’estrazione dell’aria. Trascorse 12-24 ore dalla pastorizzazione, una volta che i contenitori sono ben raffreddati, vanno accuratamente ispezionati per valutare l’ermeticità della chiusura e il raggiungimento del vuoto. I tappi o le capsule di metallo dovranno apparire leggermente concavi (incurvati verso l’interno del contenitore). Premendo con il dito al centro della capsula o del tappo non si deve udire un “click clack”. Un’ulteriore prova può essere fatta battendo con un cucchiaio sul tappo. Se il tappo emette un suono metallico, la chiusura è ermetica e il contenitore è sottovuoto, se emette un suono profondo, il contenitore non è sottovuoto. Congelare pesto e conserve di carne e pesce Le conserve a base di carne e di pesce, come sughi e salse, e quelle non acidificabili, come il pesto, non possono essere prodotte in sicurezza in ambito domestico in quanto, essendo poco acide o non acide, necessitano di sterilizzazione, e questa si ottiene solo in ambito industriale. A livello domestico, le conserve di carne e pesce e il pesto possono essere mantenute in sicurezza, per tempi più o meno lunghi a seconda del tipo di prodotto, solo mediante congelamento. Il congelamento, infatti, blocca l’attività dei microbi impedendone la crescita e rallenta fortemente l’attività enzimatica. Piccoli contenitori consentono di scongelare solo la porzione che si intende consumare nell’immediato. Il congelamento non uccide il botulino ma ne blocca lo sviluppo. E’ assolutamente indispensabile congelare prodotti di qualità. Se si dovessero congelare prodotti deteriorati con il congelamento non si otterrebbe la bonifica del prodotto stesso. Attenzione Se metti questi prodotti in frigorifero a +4°C, cioè senza congelare, ricordati che i tempi di conservazione devono essere brevi. Ciò vale anche per tutte le conserve dopo la loro apertura. Nelle Linee guida sulla corretta preparazione delle conserve alimentari in ambito domestico sono indicati i tempi consigliati di conservazione dopo l’apertura, per ogni tipologia di prodotto.   fonte: Salute.gov.it